Un ampio ascensore a vetri, salendo rapido, li portò fino alla terrazza del ristorante panoramico, arredata con divanetti, tavoli e curiose poltroncine a forma di siepe. Uno spazio curato ma allo stesso tempo non troppo formale, cosa che per Amelia andava benissimo. La vera chicca era la vista: un affaccio mozzafiato sulla cupola della cattedrale di Saint Paul, illuminata dai faretti che ne facevano un gigantesco gioco di luci e ombre caravaggesco.
All’interno l’ambiente era più elegante, di un nero sobrio in contrasto con le stoviglie candide e gli infissi argentati. Un cameriere li accompagnò al loro tavolo e John le spostò la sedia per farla accomodare, un gesto gentile e dal sapore arcaico di cavalieri d’altri tempi.
Ne fu deliziata.
Il menù era ricco e, dopo un mix di antipasti, optò per un filetto da dividere, così morbido da sciogliersi in bocca, affiancato da patatine fritte e da un buon calice di Pinot nero.
«Eri mai stata qui?» domandò John dopo essersi pulito la bocca con il tovagliolo.
Amelia scosse la testa. «In realtà non esco spesso la sera, a volte lavoro fino a tardi.»
«Di cosa ti occupi?»
«Niente di importante» glissò Amelia.
Non metterti a parlare del tuo lavoro, le aveva imposto Carol quel pomeriggio al telefono, quando le aveva raccontato tutta eccitata dell’appuntamento. Magari si spaventa e si tira indietro. Meglio cambiare discorso.
«Piuttosto, quando hai aperto la pasticceria qui in centro?» domandò.
«Da qualche mese» spiegò lui. «Prima io e mia sorella avevamo un locale a Eynsford, a pochi chilometri dalla capitale. Infatti abitiamo in uno chalet là vicino. Però il paese era piccolo, e abbiamo pensato di allargare il giro di affari qui in città.»
«Sono felice che abbiate fatto questa scelta» disse, per poi arrossire leggermente. «Cioè, voglio dire, sicuramente avrete più clienti.»
«Quelli non ci mancano. Mia sorella è bravissima a fare dolci.»
«Una dote di famiglia?»
John scosse la testa. «In realtà non ricordo molto dei nostri genitori, sono morti quando eravamo piccoli.»
«Mi spiace.»
Lui si strinse nelle spalle. «È passato molto tempo. Greta si è presa cura di me, da brava sorella maggiore, e ce la siamo cavata anche da soli.»
Amelia pensò che fosse comunque molto triste perdere la propria famiglia.
John parve intuire i suoi pensieri. «Perdonami, non volevo rattristarti. Sai, non sono molto bravo nelle conversazioni con le donne.»
Ecco di nuovo affiorare quella vena di timidezza, che contrastava con la sua avvenenza virile che lo rendeva ancora più affascinante.
«Te la stai cavando benissimo» assicurò.
«Davvero?»
«Davvero.»
Lui le sorrise e Amelia desiderò con tutta se stessa di essere quel Pinot per poter toccare le sue labbra.
Quando le loro gambe si sfiorarono, sotto il tavolo, di nuovo avvertì una calda scossa risalirle nelle membra e annidarsi nel basso ventre, e dubitava che fosse colpa del vino. Gli occhi di John la fissavano con un luccichio penetrante che la faceva sentire calda e duttile sotto il suo sguardo.
Tra una chiacchiera e l’altra, il tempo passava e il locale cominciò a svuotarsi. John insistette per offrirle la cena, poi si offrì di riaccompagnarla a casa.
«Ho la macchina parcheggiata qua vicino.»
Non vide motivo di rifiutare quel gentile invito. A dire il vero, si godeva ogni attimo trascorso in compagnia di John, e intendeva prolungare quella serata il più possibile.
Gli diede le indicazioni e quando l’auto accostò sotto il suo piccolo appartamento a Soho, esitò per qualche istante prima di aprire la portiera.
«Grazie della bella serata» mormorò giocherellando con la borsetta appoggiata sulle cosce.
«Grazie a te.»
Nella penombra dell’abitacolo un attimo di silenzio sospeso, che nessuno dei due sapeva come riempire, poi Amelia prese un respiro.
«Ti andrebbe di salire?»
E John non se lo fece ripetere una seconda volta.

