SORPRESE INASPETTATE - Capitolo 9 di 11

IRENE GRAZZINI


La casa di John era un vero e proprio chalet immerso in un bosco nella Darent Valley.

Il viaggio in treno da London Blackfriar era durato un’oretta. Eynsford era un villaggio da cartolina, con una chiesetta medievale in pietra, un pittoresco ponte e un sacco di edifici che sembravano spuntati fuori dal passato.

Li aveva oltrepassati e si era inoltrata in una strada che era poco più di un sentiero, prima tra i campi coltivati e poi tra gli alti faggi che cominciavano a perdere le foglie. Era un paesaggio suggestivo e magico, e sembrava impossibile che quel paradiso naturale sorgesse a pochi passi dalla civiltà.

Lo chalet si trovava all’ombra degli alberi, immerso in una quieta penombra, le persiane rosse come ciliegine su una torta e il tetto spiovente. Il cancello, affiancato da due statue di leone sulla sommità delle colonnine in pietra, era aperto.

La stavano aspettando.

Percorse il piccolo viale di ghiaia che conduceva fino al portone di legno, con un grosso batacchio dorato, anch’esso a guisa di testa di leone. Amelia ebbe l’impulso di batterlo per annunciarsi, prima di notare il campanello a lato.

Emise una risatina fioca.

Un normalissimo campanello sembrava stonare in quell’atmosfera fiabesca.

Suonò una volta e attese, spostando il piede da un peso all’altro. Quella era una casa da sogno, ed era un po’ piccata del fatto che John non l’avesse mai invitata.

Sta a vedere che alla fine mi toccherà ringraziare ancora quell’antipatica di Greta.

La porta si aprì piano verso l’interno. Amelia trasalì e si raddrizzò, resistendo all’impulso di aggiustarsi i capelli o lisciarsi la camicetta di seta. Si era vestita molto semplice: se John stava male, gli avrebbe fatto soltanto un po’ di compagnia, tanto valeva viaggiare comoda.

Per un attimo sperò che fosse lui. Invece sulla soglia apparve un uomo dai capelli bianchi e radi, asserragliati sopra le orecchie, con indosso una livrea nera da maggiordomo.

«Desidera?» domandò con voce atona.

Si schiarì la gola, confusa e stizzita.

Davvero John aveva un maggiordomo? Non lo avevano soltanto le persone molto ricche? Forse allora era ricco di famiglia, ma non gliene aveva mai parlato.

«Sono Amelia Baxter, sono venuta a trovare John» rispose sentendosi sempre più fuori posto.

Il maggiordomo parve processare l’informazione con qualche secondo di troppo. Stava per ripetere il proprio nome - non sembra così vecchio da essere sordo! -, quando finalmente l’uomo si fece da parte per lasciarla entrare.

«Prego. Siete attesa in sala da pranzo.»

Senza degnarla di una seconda occhiata, la scortò lungo un corridoio dalle pareti di legno ricoperte di carta da parati di un rosso scuro damascato. Una scelta di colore bizzarra, che forse voleva apparire ricercata e dal sapore antico, ma che toglieva luce all’ambiente rendendolo irrimediabilmente tetro. Anche il pavimento era di legno, e scricchiolava a ogni passo.

Dopo aver superato un paio di porte laterali, chiuse, arrivarono nella sala da pranzo. Non era grande e sembrava essere stata rimaneggiata di recente. Gran parte del pavimento era coperto da spessi tappeti. Una parete era occupata da un caminetto spento, mentre in quella di fronte si aprivano due finestrelle che davano sul giardino. Un tavolo rettangolare, circondato da sedie di legno dalla seduta imbottita color porpora, era apparecchiato con due tazze di porcellana e un vassoio ricolmo di dolci.

«Il tè sarà servito a breve» annunciò il maggiordomo.

«Veramente io sono venuta solo per vedere se John sta bene» cominciò a dire lei, ma fu come parlare al vento.

«Si accomodi» sancì l’uomo, poi sparì dietro una porta laterale.

Udì i suoi passi pesanti allontanarsi, attutiti dai tappeti.

Con un sospiro, si lasciò cadere su una sedia e appoggiò i gomiti sul tavolo. Quella casa era molto grande e bella, non c’era dubbio, ma l’arredamento in stile retrò lasciava parecchio a desiderare. Era pronta a scommettere che l’avesse scelto Greta.

Giocherellò con il cucchiaino d’argento accanto alla tazza. Adesso come doveva comportarsi? Aspettare lì, come aveva detto quello strano maggiordomo, o andare a cercare John? Ma se era a letto con la febbre non poteva certo piombargli in camera come se nulla fosse. Forse stava dormendo.

Cominciava a pensare che non fosse stata un’idea geniale precipitarsi lì senza avvisarlo.

Stava per prendere il cellulare e scrivergli un messaggio, quando l’anziano domestico fu di ritorno spingendo dinanzi a sé un carrellino con sopra una teiera fumante e altri biscotti. Come era logico aspettarsi, in quella casa non mancavano i dolci.

In goffo silenzio, l’uomo sistemò i vassoi sul tavolo. «Servitevi pure. La padrona li ha sfornati appositamente per voi.»

Amelia allungò la mano per prendere un biscotto di marzapane e stava per portarselo alla bocca, quando un grido la fece sobbalzare.

«Non mangiarlo!»

Il biscotto le cadde di mano, sbriciolandosi sul pavimento.

Si voltò.

John si era materializzato sulla soglia della sala. Aveva i capelli scarmigliati e la camicia sbottonata di chi si è vestito in fretta e furia, ma non aveva una brutta cera e non sembrava così malato.

Si alzò dalla sedia per andargli incontro. «Allora stai bene.»

«Cosa ci fai qui?» la interruppe bruscamente lui.

Si bloccò, confusa e sconcertata. Perché John la trattava così? Una cosa era certa: non era affatto felice di vederla.

«Sono venuta a trovarti» cominciò a spiegare. «Tua sorella mi ha detto che eri malato.»

«Mia sorella?!?»

«Sì, stamattina in pasticceria.» Amelia cominciava ad alterarsi. «Mi ha dato il vostro indirizzo.»

«Greta ti ha invitato qui?»

«È quello che ho appena detto» ribatté piccata. Anche John era diventato sordo? «Almeno lei è stata gentile, ma se avessi immaginato di ricevere un’accoglienza del genere...».

La voce le morì in gola.

Mentre parlavano, l’anziano domestico si era chinato per raccogliere le briciole dal pavimento con una scopetta. Rialzandosi, urtò la spalla contro lo spigolo del tavolo.

Il braccio si staccò crollandogli a terra con un tonfo sordo.

Amelia fissò per un lungo istante l’arto inerte sul tappeto, e rimase impietrita.

Poi il maggiordomo con l’altra mano lo raccolse e con un gesto secco se lo riattaccò addosso, senza neppure mutare espressione, come se fosse la cosa più normale del mondo.

«Alfred, puoi ritirarti» ordinò la voce cupa di John.

«Certo, padrone» mormorò atono lui. «Perdonate, padrone.»

Amelia si riscosse quando John le afferrò il polso, obbligandola a voltarsi verso di lui.

«G-gli si è staccato il braccio» balbettò lei, indicando l’uomo che spariva dalla porta.

Il volto di John era una maschera di ghiaccio. «Sarà stata un’impressione.»

Questo la fece definitivamente infuriare. «Non trattarmi da scema. So quello che ho visto.»

Per tutta risposta lui le diede uno strattone, spingendola verso il corridoio. «Tu non sai niente!»

Amelia si divincolò. «Che sta succedendo? Perché ti comporti così?»

«Devi andartene subito.»

«Io non vado da nessuna parte finché non mi spieghi che accidenti sta succedendo.»

«Ha ragione, Hansel.»

La voce alle loro spalle li fece trasalire entrambi. Sulla soglia che dava verso il corridoio c’era Greta, in piedi, il cellulare in una mano e un sorriso malevole stampato in faccia.

«Nessuno se ne andrà da nessuna parte» disse, poi premette sul display.

Un attimo dopo sentì il pavimento cedere sotto i piedi e sprofondò nel buio.