Larry fermò la macchina nel parcheggio di fianco all’ala ovest della scuola, lasciò girare il motore per qualche istante e poi lo spense. Lizzie era troppo occupata a scrutare gli specchietti retrovisori per accorgersene: era sicura che la macchina scura avesse svoltato in quel parcheggio esattamente come loro.
«Nervosa?» chiese il giovane, e la ragazza sobbalzò.
«Sì» ammise, e lui ridacchiò, perché non aveva idea del vero motivo del suo tremendo nervosismo.
«Ti faccio questo effetto?» insinuò.
Lei si inumidì le labbra e se le morse per non spifferargli la verità. Gli uomini di Michael avevano solo il compito di sorvegliarla, non sarebbero intervenuti in mezzo a un ballo studentesco, rischiando di smascherarsi.
O sì?
Era davvero al sicuro, lì?
Forse in mezzo alla gente saranno più accorti!, si disse, armeggiando con mani tremanti con la portiera dell’auto, per aprila. Erano così sudate che la maniglia le sfuggì tra le dita.
«Tranquilla, sarà una serata meravigliosa» le disse Larry, piegando il busto verso di lei. Le posò una mano sulla coscia, là dove terminava l’orlo del vestito. Premette leggermente sulla pelle. «Meravigliosa come te.»
Avvicinò il volto al suo, ma Lizzie voltò la testa all’ultimo momento e il bacio la raggiunse solo sulla guancia, scivolandole poi lungo il collo. La ragazza avvertì un brivido, ma più che di eccitazione era di paura.
«Larry...» mormorò, «la festa sta iniziando.»
«Giusto.» Lui si raddrizzò e si controllò il nodo della cravatta nello specchietto retrovisore. «Meglio non spiegazzarci tutti i vestiti prima del nostro ingresso trionfale. Mia madre ha impiegato quasi due ore a stirare questa stupida giacca.» Sogghignò e uscì dalla macchina.
Lizzie controllò di nuovo l’esterno: solo auto che cercavano parcheggio, da cui emergevano coppiette addobbate come loro per il ballo.
Larry le aprì la portiera. «Sono sicuro che saremo la coppia più bella della scuola. Come Romeo e Giulietta.»
«La loro storia non ha un lieto fine» fece notare lei.
Larry accennò un gesto vago, come a significare che erano soltanto gli amanti più famosi che gli fossero venuti in mente, e probabilmente anche gli unici. Per quanto a football brillasse come una stella, il suo rendimento scolastico non era così elevato.
Ritirarono i biglietti all’ingresso, dove due ragazze dell’ultimo anno, parte del comitato studentesco e vestite con degli ingombranti affari di tulle degli stessi colori della scuola - che le facevano assomigliare a pile di pneumatici -, distribuivano i programmi per la serata. Mentre varcavano la soglia della grande palestra, addobbata a festa, Lizzie notò i loro sguardi invidiosi camminarle addosso come ragni sulla pelle.
Oltre metà delle ragazze qua dentro vorrebbero essere al mio posto!, ragionò, ma la cosa non riuscì a rallegrarla come avrebbe dovuto.
L’orchestra stava già cominciando a suonare. Sulla pista da ballo si muoveva un mulinare di ombre in pizzo, seta e raso: gonne corte e disinvolte scollature si mischiavano a giacche da smoking di un bianco accecante e scarpe nere lucidate a specchio. L’aria era fragrante, invasa dal profumo di mille fiori che confondeva l’olfatto.
La mano di Larry era immancabilmente intorno al suo fianco, avvertiva la pressione insistente della sue dita.
«Certo che quelli del comitato studentesco hanno fatto proprio un bel lavoro» commentò il quarterback.
Anche Lizzie ammirò le decorazioni: palloncini colorati, festoni, persino un enorme pannello appoggiato alla parete di fondo, dietro al cesto da basket, dove era raffigurato un bel panorama italiano - Firenze, forse?, si chiese la ragazza - e alla cui realizzazione aveva partecipato anche Justin. Ore e giorni di lavoro da parte di tutti loro, per arrivare finalmente a quella sera.
E lei continuava a sentirsi tesa come una molla.
Il palco dell’orchestra era collocato in fondo. Sulle gradinate e su tre lati del pavimento erano sistemate sedie e tavolinetti che venivano da chissà dove ed erano tutti ricoperti di nastri colorati e carta increspata. La pista da ballo era al centro, inchiodata dalla luce arancione dei riflettori.
«Ehi!» Megan si sbracciò da uno dei tavoli, chiamandola. Aveva un vestito a guaina d’argento luccicante e portava al collo una collana elegante, mentre il trucco perfetto le dava l’aspetto di una star del cinema. Era in compagnia di Chris Dawson, uno degli amici di Larry, che aveva fatto parte della squadra di football di quell’anno. «Un tipo noioso…» aveva confidato Megan a Lizzie qualche giorno prima, «ma ho accettato il suo invito perché è popolare, ha un sacco di soldi e soprattutto perché ha una macchina fichissima. Ho sempre desiderato arrivare al ballo su una Jaguar rossa come la sua.»
Justin invece era accompagnato da Regina Gier, una bellissima ragazza di colore con la media più alta di tutta la loro classe. A Lizzie rimaneva simpatica, anche se di solito se ne stava sulle sue.
«Cazzo, che bel vestito!» l’accolse Megan mentre prendevano posto al tavolinetto accanto a loro. «Dove l’hai preso?»
«Hai presente quel negozietto vicino all’Hancock Tower?»
«Sì, è meraviglioso. Non vedo l’ora di farci una capatina...»
Sul tavolo c’erano una candela, infilata poco romanticamente in una bottiglia, un altro programma del ballo e due vaschette piene di noccioline tostate. Larry sedette dall’altro lato, si ficcò in bocca una manciata di noccioline e poi la fissò sopra la fiammella accesa, il suo immancabile e affascinante sogghigno dipinto in faccia. I suoi occhi brillavano di eccitazione e, si accorse Lizzie, di desiderio. Allungò il braccio e le prese le mano.
«Ti va di ballare?» le domandò.
«Tra poco» rispose lei. «Perché non beviamo qualcosa intanto?»
«Agli ordini!»
Mentre Larry, Chris e Justin andavano a prendere il punch, Megan accostò la sedia a quella di Lizzie. «Quello lì ti mangia con gli occhi» le sussurrò. «Ha già provato a metterti le mani addosso?»
«Piantala!» sbottò lei, arrossendo e lanciando un’occhiata scandalizzata a Regina, che però sembrava intenta ad ammirare il disegno sul muro.
«Cristo Santo, non fare quella faccia da santerellina! Non dirmi che non ci hai pensato, a cosa fare dopo il ballo… secondo te, perché mi interessava una macchina grande e comoda?»
Lizzie emise una risatina. «Tu sì che sei una subdola pianificatrice!» Giocherellò con un lembo della tovaglietta, sentendo frusciare la carta tra le dita. «A dire il vero, ho altre cose di cui preoccuparmi.»
Gli occhi di Megan brillavano di curiosità, ma prima che potesse chiedere spiegazioni, Larry tornò con il punch.
«Di che state spettegolando?» domandò, posando i bicchieri sul tavolo, pieni fino all’orlo.
«Di niente» si affrettò ad assicurare Lizzie, mentre Megan le strizzava l’occhio e tornava a concentrare la sua attenzione su Chris Dawson. Il giocatore di football la guardava in adorazione, c’erano pochi dubbi sul fatto che il programma dell’amica andasse a buon fine.
Lizzie prese a sorseggiare il punch. Era fin troppo dolce per i suoi gusti, ma lasciava in bocca un retrogusto amaro. Larry scambiò un paio di battute con Chris riguardo la stagione di football dell’Illinois e lei ne approfittò per lasciar scivolare lo sguardo sulle gradinate e verso l’ingresso della palestra...
E lo vide.
Era lui, impossibile sbagliarsi.
L’uomo che la controllava quel mattino alla cerimonia dei diplomi.
Non si illuse per un solo attimo che non fosse un uomo di Michael. Ma come aveva fatto a entrare là dentro, senza che nessuno lo notasse? Oh, ma che importanza aveva?
Distolse in fretta lo sguardo, fissandolo sulla pista da ballo con il cuore in gola. L’aveva vista? Certo, là dentro c’era un sacco di gente, e aumentava di attimo in attimo... forse, se lei avesse fatto finta di niente, dopo un po’ si sarebbe scocciato e se ne sarebbe andato.
Trasalì, quando si sentì sfiorare il ginocchio. Alzò la testa. Larry la stava fissando con insistenza. Sotto il tavolo, la sua mano si spinse ad accarezzarle la coscia, tirandole un po’ su il bordo della gonna.
«Rilassati…» le mormorò, accarezzandola. «Siamo qui per divertirci.»
«Ci sono i professori.» Lizzie accennò con il mento verso il tavolo degli chaperon della festa, che in effetti sembravano più preoccupati di organizzare i tavoli e il coro della scuola, piuttosto che controllare le moine che si scambiavano gli studenti. Considerò la possibilità di andare da loro a denunciare la presenza di un intruso.
Ma come avrebbe reagito quell’uomo?
Se avesse fatto del male a qualcuno?
Nella sua testa rivide la scena al Divinae Club: lo sconosciuto che cadeva al suolo in una pozza di sangue. Là dentro, se si fosse arrivati a una sparatoria, sarebbe stata una strage.
«Non vedono mica sotto i tavoli…» ridacchiò Larry. Spostò la sedia, in modo da trovarsi al suo fianco, invece che davanti, e le passò un braccio intorno alla vita, mentre con l’altro le accarezzava la spalla nuda. «E poi, che c’è di male se sono cotto di te?»
Lizzie si sforzò di rimanere immobile, rigida. Sentiva su di sé lo sguardo del tipo, bruciante come una teglia appena uscita dal forno.
Non ce la faceva a sopportarlo.
L’orchestra attaccò una nuova canzone e lei balzò in piedi come una molla.
«Andiamo a ballare!» esclamò. Forse, in mezzo alla folla degli altri studenti, gli occhi del suo persecutore l’avrebbero lasciata in pace.
Larry non aspettava altro. La scortò al centro della pista e le cinse la vita mentre lei, imitando gli altri, gli passava le braccia intorno al collo. Così i loro volti si trovarono pericolosamente vicini, divisi soltanto da un palmo d’aria calda, luminosa e invasa dai loro respiri. Non era un cattivo ballerino, pensò lei, anche se si muoveva in modo un po’ goffo e un paio di volte le pestò il piede. Ma quasi non se ne accorse. Premuta al petto del suo cavaliere, il mento sopra la sua spalla, controllava che l’uomo di Michael non si avvicinasse. Riusciva a scorgerlo di tanto in tanto, una testa fra le tante che le roteavano intorno, sulle note della musica.
Larry le baciò il lato del collo, indugiando sul punto in cui passava la vena, e la strinse più forte a sé. Adesso erano quasi appiccicati e la ragazza avvertiva il movimento dei fianchi di lui che strusciavano lentamente contro i propri. Sarebbe stata una bella sensazione, se l’ansia non l’avesse divorata. Avvertiva un rivolo di sudore freddo scorrerle lungo la schiena e l’aria cominciava a mancarle.
Di colpo, la frenesia la colse. Doveva andarsene di lì. Subito!
Non appena la musica cessò, si aggrappò a Larry come un naufrago all’ancora di salvezza. «Possiamo uscire a prendere un po’ d’aria, per favore?» ansimò.
Il ragazzo sorrise di rimando.
Si fecero largo tra la folla e sgusciarono dalla porticina sul retro. Dietro alla palestra era buio, un angolino appartato dove forse l’uomo di Michael non l’avrebbe trovata. Lizzie realizzò che non aveva alcuna intenzione di tornare là dentro. Stava per chiedere a Larry di andare di qualsiasi altra parte, o di riportarla a casa, ma prima che avesse il tempo di dire alcunché, lui la strinse contro la parete.
«Sei davvero bellissima, stasera!» le sussurrò sulla fronte, il respiro rapido sulla sua pelle. «E io sono il più fortunato dei ragazzi ad averti.»
La baciò, appassionato.
Lizzie, colta di sorpresa, rimase immobile, mentre il giovane si faceva più vicino e dischiudeva le labbra. Avvertì la sua lingua farsi largo nella bocca con decisa insistenza, eppure non senza metodo. Non era un mistero che Larry si fosse ripassato una buona fetta delle ragazze della scuola e, da quanto si spettegolava nella sala docce femminile dopo l’ora di ginnastica, Era davvero il massimo con la lingua. Davvero il massimo!.
Eppure, per quanto baciasse bene, Lizzie scoprì che quello che provava in quel momento non era in alcun modo paragonabile alle sensazioni che le aveva provocato il fratellastro.
La mano di Larry le si insinuò nella scollatura del vestito, toccandole il seno sodo e indugiando sul capezzolo. L’altra invece si abbassò ad alzarle il vestito, le accarezzò la pelle e risalì lungo l’interno coscia, fino a far scivolare due dita sotto gli slip.
Quel tocco così intimo suscitò in Lizzie un moto di protesta. Stava succedendo tutto troppo in fretta.
«Larry, aspetta...» ansimò, sentendosi schiacciare. Premette entrambi i palmi sul petto del quarterback, cercando di staccarselo di dosso, ma invano. Era come tentare di smuovere una montagna.
«Sst, tesoro, lasciami fare...» sussurrò lui contro le sue labbra.
Lizzie si ribellò con un mugolio impotente. Larry stava correndo troppo, ma non sapeva come fermarlo...
Poi all’improvviso si ritrovò libera.
Il tempo di realizzarlo e vide il ragazzo schiacciato contro la parete della palestra al suo fianco, sollevato da terra di parecchi centimetri, una mano intorno alla gola.
E Michael era lì.
Emerso dall’ombra come un angelo vendicatore, alto e imponente, avvolto in una camicia di seta e pantaloni scuri di raso, una fredda furia dipinta sul volto. Teneva Larry in una morsa ferrea e il ragazzo agitava disperatamente pugni e calci, nel tentativo di liberarsi, mentre annaspava in cerca d’aria.
Lo stava strozzando!
Con un grido, Lizzie si aggrappò alle spalle di Michael. «Basta, così gli fai male.»
Non ottenne risposta, anzi, se possibile la stretta del fratellastro si fece più forte.
«Per favore, lascialo andare!» insistette, quasi scoppiando in lacrime vedendo la determinazione feroce che animava il suo sguardo. «Ti prego! Farò tutto quello che vuoi, ma ti prego, lascialo andare.»
Alla fine Michael cedette. Abbassò il braccio e scaraventò Larry al suolo, poi torreggiò su di lui mentre ancora il ragazzo tossiva e ansimava, una mano alla gola.
«Sparisci, damerino!» gli intimò, il tono grondante minaccia. «E sappi che, se ti avvicinerai di nuovo alla mia donna, sarò l’ultima persona che vedrai.»
Larry, gli occhi sbarrati, si rimise in piedi appoggiandosi al muro e tossendo come un dannato, quindi arrancò via nel buio. Michael rimase a fissarlo finché non scomparve dietro l’angolo.
«Brian, Billy!» chiamò, e solo allora Lizzie si accorse che non erano soli. A pochi passi di distanza, c’erano il compagno pallido del fratellastro e il tizio che la seguiva da tutto il giorno. «Assicuratevi che quel bamboccio non crei problemi, e che nessun altro ci disturbi.»
I due si mossero per ubbidire, silenziosi come ombre. Subito dopo Michael afferrò Lizzie per un braccio e la trascinò attraverso il prato dietro alla palestra, usato spesso come campetto dagli studenti per tirare qualche calcio al pallone. La ragazza perse una scarpa, nella foga: l’erba rasata era velluto sotto il suo piede nudo.
«Lasciami!» esclamò, tentando di liberarsi, ma Michael la spinse contro il retro delle gradinate di metallo. A qualche passo di distanza c’era un lampione e, sotto la luce fioca imbozzolata dall’umidità, il suo sguardo scivolò sul vestito che indossava e si fece ancora più cupo.
«Ti sei messa così in ghingheri per quello stronzo, eh?» sibilò. «Volevi scopartelo? O te lo sei già fatto?»
Lizzie scosse la testa con forza. «Ma che stai dicendo? Mi ha solo invitata al ballo di fine anno...»
«Dico che mi hai messo in ridicolo davanti ai miei uomini e alla Famiglia!» le vomitò addosso lui. «Quando Billy mi ha telefonato per dirmi che ti comportavi come una cagna in calore con quel bamboccio, stamani, sono dovuto tornare prima a Chicago per risolvere la questione. Come ti ho detto, non posso permettere che qualcun altro tocchi le mie proprietà, è una questione di onore... e tu meriti di essere punita per questo.»
«Mi pare che Dio mi abbia già punita» replicò Lizzie, infuriandosi a sua volta. «Facendomi incontrare un bastardo come te.»
Gli occhi di Michael si ridussero a due fessure di ghiaccio. «Stai pur certa che ti insegnerò a stare al tuo posto!» sibilò. «La Famiglia ha delle regole ben precise, e tu devi imparare a rispettarle.»
«Sono regole stupide, se Rose è dovuta scappare per non sottostarvi.»
Capì di aver toccato il tasto sbagliato, quando vide l’espressione di lui accendersi di furia cieca.
«Rose è una stupida traditrice!» ringhiò il fratellastro. «Non ti permetterò di comportarti nello stesso modo. D’ora in avanti, farai esattamente quello che ti dirò, perché il compito di una donna, nella Famiglia, è in primo luogo quello di obbedire al suo uomo e al capo.»
«Non diventerai mai il mio padrone.»
«Porca puttana!» Michael si passò una mano tra i capelli, furibondo. Erano ore che covava dentro quella rabbia cocente e per tutto il giorno, durante il viaggio in aereo e poi dall’aeroporto fino a lì, non aveva fatto altro che pensare a quella donna e al bamboccio che, diceva Billy, si divertiva a toccarla con ogni pretesto... che il diavolo se li portasse tutti e due! Sentiva il bisogno di fargliela pagare in qualche modo. Voleva marchiarla, reclamarla come sua, affinché qualunque uomo ci pensasse due volte, prima di avvicinarsi ancora a lei. «Non azzardarti più a mettermi in ridicolo con i miei uomini.»
«Altrimenti?» lo sfidò Lizzie.
Per tutta risposta, lui la spinse contro le gradinate, schiacciandola contro il proprio corpo, e la baciò.
La ragazza si divincolò selvaggiamente, mugolando, ma più si dibatteva, più i loro corpi si toccavano, si sfregavano, si infiammavano. La rabbia si tramutò in folle e peccaminosa eccitazione e le sue braccia si mossero da sole, cingendo il collo di Michael, le dita intrecciate fra i suoi capelli. Il suo corpo si arrese, abbandonandosi contro quello di lui, le labbra si schiusero. Se Larry poteva definirsi bravo con la lingua, Michael era meraviglioso e la stava divorando avidamente.
Un mugolio di piacere le sfuggì dal fondo della gola. Come in risposta, il fratellastro la strinse di più e le sollevò il vestito. Le sue dita le aprirono a forza le gambe e le sfiorarono il sesso.
«Sei fradicia…» grugnì l’uomo, palesemente soddisfatto, poi le sue dita presero lentamente a esplorarla.
Lizzie ansimò. Sapeva che avrebbe dovuto serrare le cosce con tutte le forze che aveva in corpo, scappare lontano da lì, ma non riusciva a muoversi. Si sentiva come se ogni muscolo del suo corpo si fosse tramutato in calda gelatina. Poteva soltanto concentrarsi sul tocco di quelle dita che si muovevano, la accarezzavano, la massaggiavano deliziosamente, in modo sempre più intenso.
«Sei mia, solo mia!» le sussurrò Michael contro le labbra.
Lei mugolò di nuovo, quello che poteva essere un assenso, perché in quel momento non le importava più di nulla, solo che quella sensazione durasse per sempre.
Lui la lasciò andare e le si inginocchiò davanti. Sfilò le dita, umide dei suoi umori, e per un attimo la ragazza barcollò per quell’improvviso senso di vuoto. Non durò a lungo. Un attimo dopo, la lingua del fratellastro le sfiorò la pelle vellutata dell’interno coscia, facendola fremere tutta. Con la testa che girava, gli artigliò i capelli, mentre Michael le afferrava le natiche con entrambe le mani e la premeva contro di sé, la lingua che si intrufolava tra le pieghe del sesso con prepotenza, cominciando a succhiare come se stesse gustando una dolce caramella.
«Dillo, che sei mia!» ringhiò. «Dillo!»
«Sì, sono tua...» boccheggiò Lizzie, e avrebbe detto di sì a qualunque cosa, l’importante era che lui continuasse. Il respiro le si ruppe in brevi rantoli, mentre le stoccate di quella lingua peccaminosa si facevano più rapide e potenti. Il grido roco proruppe dalle sua labbra e il suo corpo si inarcò contro la gradinata, poi si sentì esplodere e prese a dimenare il bacino in preda agli spasmi, incapace di fermarsi. Ogni cellula del suo corpo parve prendere fuoco, nell’apoteosi dell’orgasmo.
Il suo primo orgasmo.
Michael avrebbe potuto prendersi la ragazza in quello stesso istante, reclamarla e chiudere la questione una volta per tutte.
E lo desiderava con tutto se stesso.
Eppure, seppur con una fatica immane, si tirò indietro di scatto. Perché c’erano delle regole.
E le regole andavano rispettate.
Ordine contro il caos! Anche se da quando aveva conosciuto la sorellastra, ogni sua regola era andata a finire nel cesso.
Quel pensiero gli provocò una nuova ondata di rabbia e i suoi occhi ambrati si accesero di una luce pericolosa. «Questa è stata la tua prima lezione, sorellina!» dichiarò, duro, abbassandole il vestito sui fianchi con gesti bruschi. «Ma la prossima volta non sarò così magnanimo, stanne certa, ed esigerò un anticipo. Che prevedrà te in ginocchio e con la bocca avvolta intorno al mio uccello.»
Lizzie trasalì a quelle parole oscene, come se le fosse piovuto addosso un secchio di acqua gelida. «Tu… tu sei…»
«Un bastardo? Un porco? Un animale?» elencò Michael forzandosi sulla faccia un’espressione di pietra, anche se il suo uccello pulsava dolorosamente contro i pantaloni ed esigeva di affondare. «Sì, lo sono, e farai bene a ricordartelo, la prossima volta che deciderai di sfidarmi. Devi arrivare vergine al matrimonio, è vero, perché la Famiglia dovrà avere prova che sei pura, come da tradizione, ma nulla mi vieta di divertirmi un po’ nel frattempo. Perché tu lo sei ancora vergine, vero, piccola?»
Lizzie, che stava cercando di riprendersi dalle peccaminose sensazioni che l’avevano travolta, avvampò. «Non sono affari tuoi.»
«Per tua informazione, adesso lo sono…» replicò Michael, implacabile. «Ma lo scoprirò presto, immagino, e sarà meglio per te e per quel bamboccio di prima che sia così, perché in caso contrario lo ucciderò.»
Dopo la lasciò lì, tremante e umiliata, infuriata con lui e ancor di più con se stessa, perché gli aveva permesso di farle tutte quelle cose, e quel che peggio le era piaciuto...
Ma non mi avrai!, si ripromise, in un moto di ribellione. Avrebbe trovato un modo per evitare il destino che Michael aveva scelto per lei.
A ogni costo.
Quando suonò la sveglia, Lizzie aveva gli occhi aperti già da un pezzo, fissi sul soffitto della camera invasa dal grigiore chiaro del mattino.
Era riuscita a dormire soltanto a sprazzi, e i suoi sogni erano stati invasi da candele incastrate in bottiglie che esplodevano tutt’intorno, bruciandola, da sagome senza volto che ballavano e che la calpestavano, ignorando i suoi singhiozzi e le richieste di aiuto, e lei che scappava sulle gradinate del campetto dietro la scuola inseguita da qualcuno, e ogni volta che arrivava in cima si ritrovava al punto di partenza.
E poi, aveva sognato lui. Le sue labbra, le sue mani su di lei, e ogni volta si era svegliata con il cuore in gola e il corpo che fremeva di calda inquietudine.
Avvertì l’impulso di scoppiare a piangere.
Quasi aveva pianto anche la sera prima, quando aveva recuperato abbastanza forze e coraggio per rientrare nella palestra, dove musica e colori avevano perso ogni barlume della loro magia. Aveva chiesto a Megan e a Justin di riaccompagnarla a casa. Larry non si vedeva da nessuna parte e una parte di lei era sollevata di non dovergli dare spiegazioni. L’altra parte era terrorizzata dal pensiero che gli uomini di Michael gli avessero fatto del male.
Non l’avrebbe mai saputo.
Megan le aveva chiesto se il quarterback le aveva messo le mani addosso e, quando gli occhi di Lizzie si erano inumiditi, non aveva osato porre altre domande. Al momento di salutarla, davanti al portone di casa, si era limitata a un rapido abbraccio e a un gentile e preoccupato: «Mi raccomando, chiamami domani.»
Solo che non ci sarebbe stata nessuna chiamata per spiegare a Justin e Megan la situazione. Nessuna chiamata per scoprire se Larry era sano e salvo o in fondo a qualche canale con una pietra legata ai piedi. Solo una frettolosa fuga.
Si concesse una doccia veloce, per lavarsi di dosso il ricordo della serata precedente, si vestì in fretta, con jeans e giubbotto anonimi, e scese al piano inferiore. Rose e Carl erano già pronti ad aspettarla.
«Ci siamo!» disse suo padre.
Come concordato, e come ogni giorno feriale, uscì nel vialetto e prese la macchina per andare a lavoro. Lizzie la seguì con lo sguardo attraverso il vetro della finestra, mentre svoltava l’angolo dell’isolato, poi gettò una breve occhiata all’auto scura di nuovo parcheggiata davanti casa. Con un singulto frustrato, lasciò ricadere la tendina della finestra.
Rose intanto diede un’ultima controllata alla valigia. L’avevano preparata il giorno prima, poi lasciata nello sgabuzzino delle scope, dimenticata dietro una porta chiusa. Ma adesso era arrivato il momento di prenderla.
«Credo ci sia tutto» disse.
Lei scrollò stancamente le spalle, ed erano solo le sette di mattina. «Di quello che non c’è, ne farò a meno.»
«Montreal è una grande città. Potrai comprare tutto quello che ti serve. Io e Carl ti abbiamo preparato abbastanza soldi da andare avanti per mesi, e poi ci saranno gli zii a darti una mano.»
«Grazie.»
«Non ringraziarmi.» Rose tirò su con il naso. «Non ringraziarmi per doverti mandare via da casa.»
«Non è colpa tua, lo sai.»
«Mi sento comunque come se mi stessi strappando un lembo di cuore.»
Esattamente quello che provava Lizzie. Ma non aveva senso lamentarsi. L’orologio a cucù del salotto scandiva i secondi. Il tempo era agli sgoccioli.
Si spostarono alla porticina sul retro, che dava su una striscia di giardino fino ai bidoni dell’immondizia. Il camioncino dei netturbini stava passando, sferragliante, nella piccola stradina secondaria.
Dietro di esso, veniva l’auto di Carl. Non si vedeva nessun altro lungo il marciapiede invaso da una leggera foschia.
Lizzie afferrò la valigetta e lo zaino, passandoselo a tracolla. Rose la abbracciò e la tenne stretta per qualche attimo, poi le sussurrò: «Vai. Ti voglio bene.»
La ragazza deglutì, non si fidava a parlare, e scivolò fuori dalla porta sul retro. Sentì sua madre che la richiudeva alle sue spalle, perché non dovevano attirare l’attenzione.
Pochi secondi dopo era in macchina con suo padre, diretta verso la stazione. Per tutto il tragitto, rimasero in teso silenzio. Carl guidava nel traffico e lei continuava a fissare gli specchietti retrovisori, con il terrore di veder comparire l’orribile macchina di Billy, o di qualsiasi altro mastino Michael le avesse aizzato dietro. Raggiunsero la stazione nel bel mezzo dell’ora di punta, quando centinaia di pendolari andavano e venivano da un binario all’altro.
Prima di scendere di macchina, Lizzie si sistemò il cappuccio del giubbotto in testa e una sciarpa intorno al volto. Con l’umidità che aleggiava nell’aria, nessuno se ne sarebbe stupito. Carl le passò i biglietti del treno.
«Stai attenta!» le disse soltanto.
«Anche voi» rispose Lizzie, un groppo in gola. Ma non poteva rischiare di perdere il treno che suo padre aveva scelto con cura.
«Mi mancherete.»
«Non sarà per sempre. Le cose si aggiusteranno.»
Qualcuno suonò il clacson alle loro spalle. Il tempo dei saluti era terminato.
Scese dall’auto e si immerse nel via vai della stazione ferroviaria, a testa bassa e passo svelto, mentre l’auto di suo padre scompariva alle sue spalle, ingoiata dal traffico di Chicago.
E poi si ritrovò sul treno, seduta accanto al finestrino, lo zaino sulle ginocchia, a guardare le banchine che scorrevano sempre più rapidamente al suo fianco, fino a lasciare il posto agli edifici squallidi intorno alla stazione, a quelli ancor più squallidi della periferia e infine ai campi brumosi della campagna.
Il treno che la stava portando via da tutto ciò che aveva di caro.
Aveva almeno tre coincidenze da prendere, prima di arrivare a Montreal. Così sarebbe stato più difficile rintracciarla per gli uomini di Michael, rispetto a un viaggio diretto, aveva affermato Carl.
Lizzie strinse le mani in grembo e affondò il mento sullo zaino.
Le cose si aggiusteranno!, aveva promesso suo padre.
Se lo augurava con tutte le sue forze.


