Chicago
Il jet privato di Michael atterrò all’aeroporto internazionale di Chicago-O’Hare alle prime luci della sera, esattamente due ore e mezza dopo che erano partiti da Montreal.
Una limousine e una Mercedes sportiva, entrambe di colore nero metallizzato e con i finestrini dai vetri oscurati, li stavano già aspettando sulla pista e tre uomini in abiti eleganti, cravatta nera e occhiali scuri se ne stavano in piedi, in attesa, davanti alle vetture. Si guardavano attorno con circospezione, come se si aspettassero un attacco da un momento all’altro, le mani lungo i fianchi e le gambe larghe, pronti a entrare in azione.
Devono essere i suoi gorilla!, rifletté Lizzie, acida, mentre veniva scortata in direzione della limousine come una prigioniera. Cosa non troppo lontana dalla realtà, in effetti!
Billy li precedeva, facendo strada, lei e Michael stavano nel mezzo e Brian fungeva da retroguardia. Riusciva a sentire gli occhi glaciali di quest’ultimo, due pozze scure quasi senza vita, perforarle la nuca, e quella sensazione le metteva addosso i brividi. Non gli era ancora andato giù il modo in cui era riuscita a gabbare lui e Billy, durante la sua fuga disperata nella metro di Montreal, e non ne aveva fatto mistero, perciò non l’aveva persa di vista un attimo fino a quando non l’avevano caricata sul jet che li avrebbe ricondotti a casa.
Anche il fratellastro aveva preso le sue precauzioni: le si era seduto accanto e le era stato incollato addosso per tutto il tempo, nonostante fossero in volo e sapesse benissimo che non poteva andarsene da nessuna parte. Quando aveva espresso il bisogno di fare pipì, l’aveva seguita persino in bagno e aveva avuto il suo bel lottare per costringerlo a rimanere fuori dalla cabina.
«Che c’è, hai paura che me la svigni dal buco del cesso, a diecimila metri di altezza?» lo aveva aggredito, furiosa, prima di sbattergli la porta in faccia. Quelle erano state le ultime parole che gli aveva rivolto. Al suo ritorno al sedile si era chiusa in un caparbio mutismo, lo sguardo incollato al cielo fuori dall’oblò, tagliandolo fuori dalla propria visuale e facendo finta che non esistesse.
Ma riuscire a cancellarlo anche dai propri pensieri, be’, quello si era rivelato un altro paio di maniche, perché avevano continuato a vorticarle in testa senza tregua.
«Avanti, sali!» La voce imperiosa di Michael la strappò alle sue elucubrazioni. Le aprì la portiera e la trasferì sui sedili posteriori senza tanti complimenti, quindi le sedette accanto e chiuse lo sportello. Brian si accomodò al posto del guidatore qualche istante più tardi; Billy, invece, si diresse verso la Mercedes insieme al resto degli uomini di Michael.
Qualche secondo, e scattò la chiusura automatica. Nel caso le venisse in mente la malaugurata idea di tentare di scappare dall’auto in movimento.
Partirono per primi, mettendosi in testa al piccolo convoglio.
Uscire dall’aeroporto richiese quasi una ventina di minuti e, quando si immisero sulla statale, il sole era quasi del tutto tramontato e le ombre si erano allungate sull’asfalto.
Tra un po’ saremo a casa sua!, rimuginò Lizzie, agitata.
Per tutta la durata del volo aveva cercato di non soffermarsi sul pensiero di ciò che le sarebbe accaduto una volta tornati a Chicago, sulla “punizione” che Michael aveva minacciato di impartirle, ma adesso che il momento si stava avvicinando l’ansia la attanagliava, perché aveva imparato sulla propria pelle che lui non minacciava mai a vuoto.
«La prossima volta non sarò così magnanimo, stanne certa, ed esigerò un anticipo. Che prevedrà te in ginocchio e con la bocca avvolta intorno al mio uccello.»
Quelle parole le si erano impresse nel cervello e avevano preso a tormentarla sin da quando era salita su quel maledetto aereo, anche se aveva fatto di tutto per non pensarci.
Ma non pretenderà davvero che io, come una volgare prostituta… beh, che gli faccia un po…!
Merda, non riusciva a pronunciarla, nemmeno a pensarla, quella parola, e impallidì, tormentandosi le mani in grembo. Nonostante facesse caldo, erano gelate e sudaticce: segno di inquietudine. Ma di sicuro non doveva essere la sola in preda all’ansia.
I miei genitori saranno sconvolti, a quest’ora! E Megan, David, e gli zii!
Non aveva potuto mettersi in contatto con nessuno di loro, perché Michael, dopo che l’aveva beccata, le aveva sequestrato il cellulare e si era diretto di filato all’aeroporto.
Devo far sapere loro che sto bene!, rimuginò.
Detestava l’idea di rivolgere nuovamente la parola al fratellastro - e se fosse stato per lei avrebbe anche potuto marcire all’inferno in eterno! -, ma per una volta in vita sua avrebbe dovuto ingoiare l’orgoglio e fare la cosa giusta. Per coloro che amava e che tenevano a lei.
Quando voltò la testa, decisa a mettere in atto il proprio proposito, trovò Michael che la fissava, come se stesse aspettando una sua mossa. Quella mossa. La cosa la riempì di un fastidio tale che, quando parlò, il suo tono risultò più bisbetico di quanto intendesse. Ma perché quell’uomo, che fosse dannata, riusciva a tirarle fuori il peggio di sé?
«Ho bisogno di parlare con i miei, ridammi il telefono!» esclamò, tendendo la mano.
Michael abbassò lo sguardo sul suo palmo proteso all’insù. «Non ci penso proprio!» la liquidò, impassibile.
Lizzie si lasciò sfuggire un mezzo ringhio frustrato. «Non puoi dire sul serio.»
«Oh, sono serissimo, invece.»
«Tu… tu non puoi negarmi almeno questo. Non ti basta avermi sequestrata e costretta a seguirti con la forza?»
«Colpa tua!» replicò il fratellastro, beffardo. «E mettiamo in chiaro una cosa, piccola… io posso fare tutto ciò che voglio, perché la mia parola è legge. Quando te lo ficcherai in quella testa dura?»
Lizzie strinse le mani a pugno, fino a conficcarsi le unghie nella pelle, mentre un silenzio teso e pesante si allargava nell’abitacolo. Guardò davanti a sé e per un attimo incrociò gli occhi di Brian nello specchietto retrovisore: la sua faccia sembrava scolpita nella pietra. No, non avrebbe ricevuto alcuna compassione da quella parte, né aiuto. Avrebbe dovuto cavarsela da sola.
«Si tratta di un minuto, lo prometto» tornò a dire, sforzandosi di mantenere la calma e incrociando le iridi ambrate del fratellastro. «Voglio solo rassicurarli.»
Un lampo strano sfrecciò negli occhi di Michael a quelle parole. Cos’altro gli passa in quella mente diabolica?, pensò.
Ebbe la sua risposta un istante dopo. «Okay, se è così importante per te… supplicami!» dichiarò, dando conferma ai suoi peggiori presentimenti. Un ghigno compiaciuto dipinto sulla faccia.
Lizzie avrebbe voluto cancellarglielo dal volto a suon di graffi, ma si vide costretta a cedere. «Per… per favore, posso riavere il mio cellulare?» sibilò tra i denti.
Il fratellastro scoppiò a ridere. «E questa ti sembra una supplica? Andiamo, so che puoi fare di meglio… a meno che tu non tenga più al tuo orgoglio che ai tuoi genitori.»
La ragazza avvampò. Quel bastardo la stava umiliando davanti al suo uomo senza alcuna considerazione per i suoi sentimenti, anzi, se la stava proprio godendo.
In quel momento lo odiò, dal più profondo del cuore, e le parole successive che pronunciò le bruciarono la gola come un acido corrosivo. «Ti imploro, Michael…» mormorò, mentre gli occhi le si riempivano di lacrime. Se di rabbia o di sconforto, non lo sapeva. Ma non si curò di nasconderle.
Il sorriso si congelò all’istante sulla bocca di Michael e le sue labbra si serrarono in una linea dura. Si frugò nella tasca della giacca e tirò fuori il cellulare, porgendoglielo.
«Un minuto!» proferì, categorico.
Lei annuì. Prese il telefono, lo accese e fece partire la chiamata. Fu Rose a rispondere, al primo squillo.
«Lizzie, oh mio Dio, sei tu?» esclamò la matrigna, la voce resa stridula dalla tensione.
«Sono io!» le fece eco la ragazza con un sospiro tremulo.
«Oh, tesoro, finalmente, sia ringraziato il cielo!» sospirò la donna. «Dove sei? Stai bene?»
«Sì, mamma, sto bene.» Era una bugia, e lo sapevano entrambe, ma proseguì senza darle il tempo di replicare. «Siamo atterrati a Chicago da poco, sono di nuovo in Illinois.»
La voce di Rose si riempì di speranza. «Stai tornando a casa, allora?»
«Non proprio!»
«Che vuol dire non proprio?»
«È Lizzie? Dà qua!» s’intromise una voce maschile.
Udì un po’ di trambusto dall’altro capo del ricevitore, poi la voce di suo padre le risuonò forte e chiara nell’orecchio. Doveva aver strappato la cornetta dalle mani della moglie, nella foga di parlarle.
«Dimmi dove sei, bambina mia, vengo a prenderti immediatamente, e se quel figlio di puttana ti ha torto un solo capello, io… io…»
Il cuore di Elizabeth si strinse. Non aveva mai sentito suo padre così preoccupato, e furibondo, lui che era sempre così pacato, buono e tranquillo di natura.
Ed era tutta colpa sua.
Sapeva che Michael avrebbe usato ogni mezzo pur di ritrovarla, e infatti aveva fatto mettere sotto controllo sia il suo telefono che quello delle persone che le erano più care da un agente corrotto della polizia di Chicago che aveva sul libro paga. E come se ne era vantato, lo stronzo, quando gli aveva chiesto come l’avesse scovata! Quando aveva chiamato Megan, gli aveva fatto il proverbiale favore.
Merda, come ho potuto essere tanto sconsiderata, dopo la pena che si sono dati i miei genitori per proteggermi? Ed è stato tutto inutile, alla fine!, si rimproverò. A sua discolpa poteva dire che aveva sentito così tanto la mancanza della sua migliore amica che tutto il resto era passato in secondo piano.
E il risultato ce l’aveva sotto gli occhi: un gran casino!
«Ciao, papà!» esclamò, sforzandosi di apparire disinvolta. Con scarsi risultati. «Ascolta, io sto bene, okay? Però per il momento non posso tornare: starò a casa di Michael.»
Carl imprecò sonoramente. «Che cazzo di storia è questa? No! Devi tornare qui, è questa casa tua. Fammici parlare, voglio dirgliene quattro a quel pezzo di merda…» sibilò, rabbioso.
«Papà, ti prego, non renderla più difficile di quanto non sia. Non devi preoccuparti per me, è tutto a posto, te lo assicuro. Michael non mi farà del male.»
O almeno è ciò che spero!, considerò incrociando lo sguardo ambrato del fratellastro.
«Come fai a pretendere che non mi preoccupi, quando mia figlia è nelle mani di un criminale, me lo spieghi?» tornò a inveire Carl.
«Devi fidarti di me!» replicò Lizzie. «Questo riesci a farlo?»
«Certo che mi fido di te, tesoro, ma…»
Carl si interruppe e dalla sua voce trapelò tutta la disperazione e l’impotenza che lo animavano. Lei avrebbe voluto essere a casa per abbracciarlo, in quel momento, per dirgli che ogni cosa si sarebbe risolta, ma sarebbe stata un’altra bugia.
«Fammi un favore, vuoi?» continuò, il tono stanco.
«Certo, tutto quello che desideri, principessa.»
Lizzie sentì un groppo alla gola, quando l’uomo le si rivolse con quel vezzeggiativo. La chiamava sempre così, da bambina, e davvero si era sempre sentita una principessa, la sua principessa, nonostante non avessero mai navigato nell’oro e avessero condotto una vita piuttosto semplice.
Ma chi diavolo se ne importava? Aveva avuto una vita felice ed era sempre stata circondata da persone che le volevano bene. Cos’altro avrebbe potuto desiderare?
Di continuare a esserlo, magari?
Ma a quanto pareva non dipendeva più da lei.
Si impose di smettere di pensare al passato e a ciò che l’attendeva nel prossimo futuro, e si concentrò sul presente. «Chiama Megan…» gli disse, «e tranquillizzala da parte mia. Sicuramente sarà incazzatissima con me e parecchio preoccupata. Inoltre riferisci agli zii e a David che mi dispiace moltissimo di non averli nemmeno salutati, prima della mia partenza, e che li ringrazio per tutto ciò che hanno fatto per me, anche se non erano obbligati.»
«Va bene!» accondiscese Carl, il tono tirato. «C’è altro?»
«Sì, un’ultima cosa: ti voglio un mucchio di bene, papà! Dà un bacio alla mamma da parte mia e state tranquilli, d’accordo? Mi farò risentire domani, lo prometto.»
«Ci proveremo!» fu la sua risposta sconfitta.
Lizzie a quel punto non ce la fece più a continuare quella conversazione. Dopo un ultimo, frettoloso saluto, interruppe la chiamata e restituì il cellulare al fratellastro, che lo prese senza commentare, rimettendoselo nella tasca della giacca. Dopo voltò la testa in direzione del finestrino e pianse senza ritegno, le spalle scosse da violenti singhiozzi e il panorama che, sfrecciandole accanto, le si distorceva davanti agli occhi.
Quando riuscirò a rivederli?, si chiese, disperata.
Neppure questo dipendeva più da lei, ormai.
Era scesa la notte. Una piccola falce di luna illuminava la strada e migliaia di stelle punteggiavano il firmamento color indaco, scevro da nuvole. Erano almeno una decina di minuti che procedevano su quella stradicciola, in direzione sud, dopo aver superato qualche capannone di periferia, e Lizzie si chiese quanto tempo ancora ci volesse, prima di arrivare. Fosse dipeso da lei, avrebbe voluto che quel viaggio continuasse all’infinito, perché, non appena avesse messo piede in quella casa sconosciuta, il suo status di prigioniera sarebbe diventato una cosa reale e sarebbe stata completamente alla mercé del fratellastro.
E delle sue “punizioni”.
Nessuno l’avrebbe aiutata, nessuno l’avrebbe salvata.
Si voltò per osservare il suo carceriere: le era ancora seduto accanto, il capo chino sul cellulare. Ogni tanto digitava qualcosa sulla tastiera, le dita che si muovevano veloci e decise. Persino in quel momento, e nonostante tutto, non poté fare a meno di pensare che fosse bellissimo: i suoi lineamenti aristocratici sembravano essere stati cesellati dalla mano di uno scultore, tanto erano perfetti, ed emanava un’aura di forza, di potere e sì… di pericolo, che qualunque donna avrebbe trovato attraente.
Come tutte le eroine dei tanti romanzi che aveva letto.
Sceglievano mai il bravo ragazzo, l’amico, o lo sfigatello di turno? No di certo! Loro perdevano la testa per il bello e dannato, per lo squalo dai denti affilati, per il cattivo dal passato tormentato che alla fine si faceva redimere.
Grazie all’amore.
Dio, che cazzata colossale! Come avevano fatto lei e Megan a trovare romantiche quelle storie? Non c’era proprio nulla di romantico nel venire rapita ed essere costretta a sposare un uomo che non si conosce perché lui, all’improvviso, ha deciso che la tua vita non ti appartiene più.
«Ci siamo!» esclamò Brian a un certo punto, catturando l’attenzione di Lizzie.
Michael mise via il cellulare e guardò davanti a sé, facendo un cenno d’intesa al suo braccio destro. Subito dopo la macchina deviò a sinistra e imboccò un sentiero stretto e lungo in fondo al quale erano visibili delle luci. Sembravano dei semplici puntini, all’inizio, ma man mano che si avvicinavano, la ragazza si rese conto che erano centinaia e delimitavano quella che pareva una vera e propria fortezza circondata da alberi altissimi che parevano farle da cani da guardia. Un muro di almeno quattro metri correva lungo tutto il perimetro della proprietà, sormontato da filo spinato - magari era anche elettrificato! -, e c’erano telecamere dappertutto. Se anche una mosca fosse passata sotto il loro occhio vigile, l’avrebbero intercettata immediatamente.
Lizzie gemette, mentre superavano l’enorme cancello di ferro battuto per raggiungere la grande casa padronale, attorniata da almeno una decina di ettari di terreno. Quel posto era più protetto di Fort Knox, come dimostravano gli almeno dieci uomini armati che diedero loro il benvenuto, ma lei era sicura che ce ne fossero altri nella dependance che avevano appena oltrepassato. Lì era proprio in trappola.
«Siamo nei miei possidenti, piccola. Da qui non si scappa, rassegnati!» disse Michael, beffardo, voltandosi verso di lei, come se le avesse letto nella mente.
Il cuore di Lizzie si riempì di delusione e il suo sconforto doveva essere evidente, perché il bastardo proruppe in una fragorosa risata che la mandò su tutte le furie.
In quello stesso istante, Brian arrestò la macchina davanti all’ingresso principale dell’enorme villa in pietra bianca a due piani e la porta si aprì, lasciando emergere una donna sulla sessantina, corpulenta e di bassa statura, che portava un grembiule immacolato annodato attorno ai fianchi.
Senza aspettare, la ragazza spalancò la portiera e smontò, avviandosi verso l’abitazione. Affrettò il passo, ma Michael le fu alle spalle in un attimo e l’afferrò per un braccio, tirandosela al fianco.
«Non avere tanta fretta, tesoro!» le intimò affondandole le dita nella carne. «Buonasera, Anna!» esclamò dopo, rivolgendosi alla donna con un sorriso.
«Buonasera, signore! Il suo viaggio è andato bene?» replicò educatamente l’altra.
«Tutto a meraviglia, grazie!» rispose il fratellastro. Infine, indicandola: «Anna, questa è Lizzie, la mia fidanzata. Lizzie, lei è Anna, la mia cuoca e governante. Si occuperà di tutte le tue esigenze, d’ora in poi.»
«Benvenuta, signorina…» disse Anna inclinando il capo in segno di saluto, quindi si fece da parte per permettere loro di entrare.
«Grazie!» annuì lei mordendosi il labbro. Si sentiva enormemente a disagio, seppure la governante sembrasse cordiale e avesse un’aria materna. Ma era pur sempre un’estranea, e una sgherra del suo fratellastro, cosa che la rendeva anche una sua carceriera.
Intanto Michael la trascinò all’interno e lei rimase a bocca aperta. L’anticamera era un tripudio di marmo che scintillava alla luce di un enorme lampadario di cristallo appeso al soffitto. Vi erano delle sculture, ai due lati della doppia scalinata che si arrampicava fino al primo piano; pregiati tappeti persiani erano sparsi ad arte; quadri meravigliosi che dovevano costare un occhio della testa facevano bella mostra sulle pareti e, al centro del pavimento, vi era un enorme medaglione di marmo nero con una C stilizzata - doveva stare per Cannizzaro - che pareva oro vero, tanto luccicava.
Di sicuro il resto della casa doveva essere altrettanto lussuoso.
«Ho fatto preparare la Stanza Blu, come da suoi ordini…» affermò Anna guadagnandosi un’occhiata di approvazione da parte del suo datore di lavoro. «Se la signorina vuole seguirmi, le mostrerò la sua camera. Vorrà di certo rinfrescarsi, prima di cena.»
Al pensiero del cibo, a Lizzie venne il voltastomaco. Non aveva per nulla fame: l’unica cosa che desiderava, al momento, era stare da sola per leccarsi in pace le proprie ferite. «Non ho appetito!» annunciò. «Preferirei ritirarmi e riposare, ma vi ringrazio per la vostra premura» aggiunse a beneficio della donna.
«Non hai toccato cibo durante il volo, devi mettere qualcosa nello stomaco…» proferì Michael, contrariato.
«Ho detto che non ho fame!» replicò lei, caparbia.
Si fissarono a lungo, in un duello di sguardi, infine Michael assentì. «Molto bene...» concesse, «hai il permesso di ritirarti in camera, ma Anna ti porterà su un vassoio in caso cambiassi idea, più tardi.»
Lizzie non replicò: era più semplice. Fece per allontanarsi e seguire la governante al piano di sopra, ma il fratellastro la trattenne contro di sé per un lungo istante, prima di chinarsi per sussurrarle qualcosa all’orecchio.
«Ci vediamo più tardi, piccola…» sussurrò. «E riposa, ne avrai bisogno.»
Dopo quelle ultime parole, le sfiorò le labbra con un bacio e se ne andò.
Lizzie alzò il volto verso il soffione posizionato in alto, sopra la sua testa, e lasciò che il getto d’acqua calda la inondasse. Partendo dai capelli, percorse ogni curva del suo corpo, accarezzandole la pelle, e si raccolse in una piccola pozza ai suoi piedi per poi scorrere via, rapida, nello scarico. Se la prese comoda e solo quando la pelle delle dita cominciò ad arricciarsi si decise a uscire, avvolgendosi in un ampio asciugamano di spugna.
La stanza da bagno era invasa dal vapore, come se d’improvviso si fosse alzata una nebbia fitta, e dovette passare una mano sul vetro per vedersi nello specchio. Si esaminò con aria critica, voltando il capo prima a destra e poi a sinistra. E ciò che vide non le piacque: era troppo pallida, aveva gli zigomi tirati e i suoi occhi, di solito allegri e pieni di vita, erano opachi, inespressivi, quasi qualcuno avesse spento un interruttore dentro di lei.
Si guardò intorno, sentendosi ancora più spaesata: quella stanza era più ampia della sua vecchia camera da letto, ed era lussuosissima. I sanitari erano di pregiata porcellana, con rubinetti d’oro massiccio, il pavimento era di marmo bianco, con venature argentate, e le mattonelle, nere e bianche, avevano una greca dorata che le correva tutt’intorno. Inutile sottolineare che era dotata di ogni genere di comfort, compresi un phon, una piastra, un rasoio elettrico per la depilazione femminile e centinaia di boccettine tra bagnoschiuma, profumi e creme per il corpo.
Lizzie prese una di queste ultime, a caso, ne svitò il tappo e l’annusò. Aloe e fiori di karité, diceva l’etichetta. Aveva un buon odore e decise di provarla, perciò, dopo essersi asciugata, si liberò del telo che l’avvolgeva e se ne spalmò addosso una generosa dose, massaggiandosi per bene. Partì dalle gambe e finì con il collo, il petto e i seni.
Non aveva voglia di asciugarsi i capelli, così, dopo esserseli frizionati per bene con un asciugamano pulito, per liberarli dell’acqua in eccesso, li raccolse in una pratica coda di cavallo, utilizzando uno degli elastici per capelli che erano in un grazioso contenitore a forma di conchiglia sotto il mobiletto del bagno. Poi uscì.
La camera che le era stata assegnata, con bagno annesso, era stupenda. La Stanza Blu, l’aveva definita la governante e, non appena vi aveva messo piede, Lizzie aveva capito il perché. Le pareti erano dipinte di quel colore e ogni accessorio - quadri, tende, lenzuola e copriletto - si adattavano all’ambiente, rendendo il tutto molto suggestivo, anche se un po’ troppo pomposo per i suoi gusti.
Completavano l’arredamento un lampadario in cristallo di Boemia con centinaia di minuscole foglie argentate, un cassettone, due comodini, un enorme letto a baldacchino - ovviamente i due drappi che fungevano da tenda erano in tinta con gli altri arredi della stanza -, due poltroncine e uno scrittoio, tutti in caldo legno di ciliegio.
Il mio fratellastro deve essere più ricco di re Mida!, rifletté. E quei soldi sono di sicuro sporchi di sangue.
Presto anche lei avrebbe fatto parte di quel mondo.
Sospirando, si diresse verso il comò e aprì il primo tiretto. Come Anna le aveva anticipato, vi trovò della biancheria intima lavata e profumata di fresco, ma vi erano anche jeans, t-shirt e calzini. Anche l’armadio era pieno di vestiti, ci aveva dato un’occhiata poco prima, ma erano decisamente più eleganti e soprattutto costosi.
Tirò fuori un paio di mutandine e una canotta e li indossò, tralasciando di indossare il reggiseno: entrambi le calzavano addosso perfettamente e si chiese come avesse fatto Michael a indovinare con precisione le sue misure.
Deve essere un esperto in materia!, si disse. Magari non è nemmeno la prima volta che compra biancheria intima per una donna. E chissà quante altre avranno dormito in questo stesso letto prima di me. E nel suo!
Quel pensiero, con suo grande dispetto, le procurò un indicibile fastidio. Lo stomaco le si serrò in una morsa dolorosa e le venne voglia di spaccare qualcosa.
Subito dopo si rimproverò aspramente.
Lei non era gelosa di Michael, affatto!
La gelosia presupponeva che ci fosse in ballo un forte sentimento, da parte sua, ma non era così, vero? No, le uniche emozioni che il fratellastro le suscitava erano il disgusto e la rabbia.
Bugiarda!, insorse la sua vocina interiore. Quando ti tocca non è disgusto quello che provi, ma desiderio. Puro e semplice. Ti sei dimenticata quante volte, negli ultimi due mesi, ti sei svegliata la notte, toccandoti e facendo finta che fossero le sue mani a darti piacere?
No, Lizzie non l’aveva scordato.
Gemette e un fuoco caldo le si annidò nel ventre, dandole la sola conferma che contava. A voler essere onesta fino in fondo, anche poco prima, quando Michael le aveva sussurrato quelle parole all’orecchio, il suo cuore aveva cominciato a galoppare, facendola restare senza fiato e facendole immaginare cose che non avrebbero nemmeno dovuto passarle per la testa.
Cristo, ma che mi sta succedendo?, si domandò, affranta, dirigendosi verso il letto e buttandocisi sopra a peso morto. Tutto questo è… è sbagliato. Devo combatterlo, per non perdere il rispetto di me stessa.
Sì, di sicuro quello che stava succedendo era sbagliato, ma come spiegarlo al suo corpo traditore?
Stava ancora rimuginandoci sopra quando, quasi senza accorgersene, scivolò nel sonno.


