«Chi si sta occupando di Englewood?» domandò Michael a Brian, sollevando gli occhi dal suo portatile e incrociando le mani sul mento, con fare pensieroso. Lui e l’amico si erano chiusi nel suo studio privato già da un paio d’ore, dopo aver consumato una cena veloce preparata dalle mani capaci di Anna: c’erano diversi problemi da risolvere.
Problemi che aveva lasciato in sospeso a causa della loro “gita” in Canada. E che non potevano più aspettare.
«I Black Skulls sono in mano a Jeremy Locke adesso, dopo che suo fratello maggiore, Jeff, è stato ucciso, due settimane fa…» lo informò il suo braccio destro, «ma la situazione è davvero bollente nel quartiere. La guerra tra i Black Skulls e i Red Scorpions non accenna a placarsi e ogni giorno ci sono delle vittime. Di conseguenza le strade pullulano di sbirri e ciò non giova ai nostri affari, come puoi immaginare.»
«Dannazione! Li avevo avvisati di darsi una calmata, ma a quanto pare, ultimamente, ognuno pensa di poter fare di testa propria e passarla liscia. E questo non va affatto bene!» dichiarò.
«Sono d’accordo con te. Cosa proponi di fare?» chiese Brian.
«Parlarci, per il momento, ma in modo da non lasciare dubbi su come finirà, se entrambe le bande non si attengono alle mie regole.»
«Okay, chi ci mandiamo allora?»
«Te ne occuperai tu… è una situazione delicata e non mi fido di nessun altro per sistemare questa cosa. Inoltre fai presente a Jeremy che suo fratello ci deve ancora dei soldi per la partita di droga del mese scorso. E che non accettiamo dilazioni.»
«Sarà fatto!» annuì Brian. «C’è altro?»
«No, puoi andare a riposarti. È stata una giornata lunga e sicuramente sarai stanco.»
«Non così stanco…» dichiarò l’uomo con uno scintillio inequivocabile negli occhi scuri. «Vieni anche tu, con me, al Divinae?»
Michael scosse la testa. «Passo, stavolta! Ho altro di cui occuparmi.»
«Allora divertiti, fratello!» proferì Brian curvando la bocca in una smorfia che, per i suoi standard, corrispondeva a un sorriso a trentadue denti.
Il boss dei Cannizzaro non fece in tempo a replicare: «Anche tu!», che l’amico si era già volatizzato.
Indugiò qualche istante, poi chiuse il portatile e abbassò lo sguardo sull’orologio che portava al polso: segnava le undici e venti. Si alzò dalla sua postazione dietro la scrivania e si diresse alla porta. Era ora di far visita alla sua fidanzata.
Gli ci era voluta tutta la propria forza di volontà per evitare di pensare a lei; per non interrogarsi su cosa stesse facendo al piano di sopra; per non salire quelle scale e concentrarsi invece su quelli che erano i compiti che gli spettavano in qualità di capo della Famiglia, e non al piacere che gli avrebbe procurato quella bocca intorno al suo uccello, quando finalmente le avrebbe impartito la punizione che meritava per aver solo pensato di poterlo lasciare. Già, perché quando c’era di mezzo la sorellastra, tutta la sua coerenza andava a puttane. Non pensava col cervello, ma con il muscolo che gli stava tra le gambe.
Cristo, quando aveva scoperto che era fuggita, aveva messo a ferro e fuoco l’intero paese, pur di ritrovarla, ed era stato particolarmente intrattabile e scorbutico, tanto che persino Brian se ne era tenuto alla larga, in certi momenti.
Ma ora lei è nelle tue mani!, gli rammentò la vocina dentro la sua testa.
«Sì!» grugnì la propria soddisfazione. «E ci rimarrà!» concluse determinato.
Richiuse la porta dello studio alle sue spalle e percorse il piccolo corridoio che conduceva alla grande anticamera, quindi imboccò la rampa di gradini subito alla sua destra. Era tardi e l’ambiente era illuminato dalle numerose applique sistemate strategicamente lungo le pareti, che emanavano una luce calda. Erano automatiche e sarebbero rimaste accese fino a quando il sole non fosse spuntato. Per il resto, la casa era avvolta nel più completo silenzio e l’unico, lieve rumore che si udiva, era dato dal ticchettio dei suoi passi sul marmo dei gradini.
Anna e gli altri dipendenti si erano ritirati negli alloggi della servitù, situati nell’ala nord della grande villa, subito dopo cena. Lui e Lizzie erano soli.
Quella riflessione lo rese duro come la pietra.
E lo obbligò a fare di corsa gli ultimi gradini.
Qualche istante più tardi era davanti alla sua porta. Non provò nemmeno ad abbassare la maniglia, era più che sicuro che si fosse chiusa dentro a chiave. Povera ingenua! Come se ciò potesse impedirgli di fare ciò che voleva.
Oltrepassò la Stanza Blu e si diresse verso la camera successiva: la sua. Una volta dentro, si mosse a passi rapidi verso l’armadio e spostò di lato il piccolo tavolinetto con sopra una lampada di Fabergé. Un lieve click, quando fece pressione su una piccola leva occultata dietro l’armadio, e una porticina si aprì nel muro senza emettere il minimo cigolio.
Scivolò dentro.
Lizzie era sdraiata in mezzo all’enorme letto a baldacchino, in posizione supina, e dormiva beatamente, illuminata dal lieve lucore prodotto dall’abat-jour acceso su uno dei comodini. La osservò con cura, prendendo nota di ogni particolare.
Il suo viso era rilassato nel sonno, e sembrava ancora più giovane; ciglia arcuate le ombreggiavano gli occhi e aveva la bocca leggermente socchiusa, come in un invito ad assaporarla.
Lo avrebbe colto molto presto.
Il suo sguardo affamato scivolò poi sul corpo della ragazza, coperto solo da un minuscolo paio di slip e da una canotta bianca. Non indossava il reggiseno. L’orlo dell’indumento intimo si era sollevato, forse durante il sonno, e le si era arrotolato all’altezza dei seni, regalandogli un ampio scorcio di quelle colline rigogliose che promettevano di regalargli il paradiso. Un impeto di lussuria lo attraversò da capo a piedi, concentrandosi dritto nel suo cazzo. Desiderava quella femmina. Voleva possederla, reclamarla, marchiarla, affinché tutti sapessero che gli apparteneva e che avrebbe ucciso chiunque l’avesse solo sfiorata con lo sguardo.
Lizzie si mosse nel sonno, come se avesse percepito il pericolo e la ferocia del desiderio che gli scorreva nel sangue. Le sue ciglia sfarfallarono e gli occhi si aprirono, registrando finalmente la sua presenza. Si raddrizzò con un gridolino spaventato e si guardò in giro per cercare qualcosa con cui coprirsi, ma non c’era nulla a portata di mano.
«Co…come h-hai fatto a entrare?» gli domandò. «Ero sicura di aver chiuso a chiave.»
«E lo hai fatto!» confermò lui. «Sono entrato da quella…» spiegò indicando la porticina ancora socchiusa che si mimetizzava perfettamente nel muro, una volta chiusa, e che era dipinta come le altri pareti della Stanza Blu.
«Camere comunicanti…»
«Esatto!» annuì lui. «Entrerò qui ogni volta che ne avrò voglia, e tu non me lo impedirai. Questo, almeno, fino al giorno delle nostre nozze, perché quella sera stessa ti trasferirai nella mia camera. E nel mio letto.»
Lizzie avvampò a causa di ciò che implicavano quelle parole, cioè la sua asta turgida immersa in profondità dentro di lei, in una decina di posizioni diverse.
Si avvicinò al letto, sbottonandosi il primo bottone della camicia, gli occhi infuocati fissi in quelli violetti della sorellastra. Lei osservò ogni suo movimento quasi ipnotizzata, immobile come un cervo davanti ai fari di un auto. Solo quando, liberatosi completamente della camicia e rimasto a torso nudo, posò un ginocchio sul letto e le si avvicinò, si riprese e tentò di sgusciare via. Lui lagguantò per un polso e la tenne ferma contro di sé. «Dove scappi, tesoro?» disse, beffardo.
«Lasciami andare!» gridò la ragazza. «O giuro che mi metto a urlare fino a far crollare tutte le pareti di questa casa.»
Michael scrollò le spalle, ma mollò la presa. «Fa’ pure, ma nessuno accorrerà: siamo soli in questa ala della villa. E anche se riuscissero a sentirti, si farebbero gli affari loro, te lo garantisco.»
«E certo, perché tu sei il loro signore e padrone e la tua parola è legge, vero?» lo scimmiottò, acida.
«Esattamente!» assentì lui. «Tutti, in questa casa e all’interno della Famiglia, sanno bene qual è il loro posto. Tutti… tranne te. Ricordi quella notte, sugli spalti della tribuna del tuo liceo?» Lizzie non rispose, ma sgranò gli occhi. Sicuro che se lo ricordava!
«Quel giorno ti ho fatto una promessa e ho intenzione di mantenerla. Adesso. Perché devi capire che a ogni infrazione delle regole seguirà un severo castigo. Lo faccio per il tuo bene.»
La sorellastra scoppiò in una risata sarcastica. «Succhiarti l’uccello dovrebbe essere per il mio bene? Sei solo un fottuto pervertito che gode nel sottomettere le persone. È così? Hai bisogno di questo per eccitarti?»
«Stai camminando sul filo di un rasoio, ragazzina… attenta!» l’ammonì lui, gelido.
«Non lo farò!» dichiarò lei, determinata. «E tu non puoi obbligarmi.»
«Oh, sì che posso. E lo farò!» replicò Michael, altrettanto deciso. Con uno scatto repentino la afferrò per la vita e se la trascinò addosso, facendola aderire al suo petto nudo. Lizzie ansimò al contatto con la sua pelle bollente e i capezzoli le si inturgidirono contro la canotta, mentre il suo corpo prendeva a tremare.
«Tu mi vuoi, Lizzie…» le alitò a un soffio dalla bocca. Tirò fuori la lingua e la leccò. «Almeno quanto ti voglio io!» aggiunse continuando con quella dolce tortura.
«No, non è vero!» sussurrò la ragazza con un filo di voce, ma fu prontamente smentita dal gemito che le sfuggì dalla gola.
«Sei una pessima bugiarda!» ridacchiò lui, prima di impadronirsi delle sue labbra e saccheggiarla senza pietà. Lizzie gli affondò le unghie nelle carne delle spalle e tentò di difendersi come poteva da quell’assalto ai suoi sensi, ma era una guerra persa in partenza e lo sapevano entrambi. Erano come la paglia e il fuoco: bastava una sola scintilla perché le fiamme divampassero, indomabili.
Gli si arrese con un sospiro e ricambiò il bacio con tutta la passione di cui era capace. Non protestò quando le fece appoggiare il capo sul cuscino; né quando si liberò degli indumenti che li ostacolavano, impedendo un contatto più intimo; neppure quando si attaccò ai suoi seni e prese a succhiare con forza, titillando e pizzicando, si oppose. Anzi urlò il suo nome a squarciagola più e più volte, fino a rimanere rauca. Le afferrò il volto tra le mani e la obbligò a guardarlo: «Adesso dimmi che mi vuoi, Lizzie… o non andrò oltre.»
La ragazza aveva il volto arrossato dal piacere, così come chiazzati di rosso erano tutti i punti in cui lui era passato con la lingua e con la bocca. I suoi occhi violetti erano vitrei, completamente smarriti nelle forti emozioni che stava provando.
«Io… io… sì, ti voglio!» mormorò infine in un singhiozzo.
Michael grugnì la sua soddisfazione. «Dimmi cosa vuoi che faccia» le disse. «Dove vuoi sentirmi! Qui?» le domandò disegnando dei cerchi immaginari attorno alle areole dei capezzoli. «Qui?» continuò pizzicandole le punte dure come diamanti che svettavano verso l’alto, fregandosene della forza di gravità. «O qui?» concluse intrufolandole le dita tra le pieghe del sesso, fino a trovare il tenero bocciolo che vi si nascondeva.
Lizzie inarcò i fianchi e pronunciò delle parole inintelligibili. «Sì, voglio sentirti… proprio lì!» sospirò poi a occhi chiusi.
Michael non volle udire altro. Si posizionò tra le cosce spalancate della donna, le infilò le mani sotto il culo sodo, portandosela all’altezza delle labbra, e banchettò con la sua carne fino a quando violenti spasmi la scossero.
Le fece urlare il suo nome più volte, mentre lei raggiungeva le alte vette del paradiso, continuando a penetrarla con la lingua fino a quando un caldo balsamo gli inondò la bocca.
Un balsamo che odorava di lei.
Quando la lasciò andare, la sorellastra si abbandonò contro i cuscini, spossata e con il fiato corto, come se avesse corso mille miglia. Lui restò a osservarla fino a quando il suo respiro non fu tornato normale e i battiti del suo cuore non si furono calmati. Poi, quando finalmente lo guardò: «Adesso è il tuo turno, piccola!» le annunciò, sorridendo come un lupo.
Le nove del mattino erano trascorse da qualche minuto e Brian stava sorseggiando lentamente il suo caffè, rigorosamente nero, in camera da pranzo. Da solo. Sulla tavola apparecchiata davanti a lui c’era ogni ben di Dio: pancake innaffiati con sciroppo d’acero fatto in casa, pane imburrato, marmellata, biscotti e persino una torta di mele appena sfornata, ma la sua colazione di ogni giorno consisteva unicamente in un’enorme tazza di quel liquido scuro e ricco di caffeina che lo aiutava a rimanere sveglio e vigile in ogni momento della giornata.
Quello era anche stato il solito rancio mattutino che servivano al campo del Boia, insieme a un paio di biscotti ammuffiti, quando avevano la fortuna di riuscire ad accaparrarselo.
E non accadeva tutti i giorni.
Era arrivato in quel posto orribile che non aveva neppure sei anni. Un orfano che nessuno aveva voluto, tranne la mafia. Un misero scarto della società di cui non avrebbe sentito la mancanza nessuno. Sarebbe stato meglio, per lui, che fosse morto in quell’incidente d’auto insieme al resto della sua famiglia. Invece era sopravvissuto e aveva conosciuto l’inferno in terra.
E a regnare su quell’inferno c’era stato il Boia, che di sicuro non aveva avuto nulla da invidiare a Lucifero, il principe delle tenebre, in quanto a crudeltà e sadismo. Le mani si serrarono con forza intorno alla tazza, al pensiero di tutto ciò che era stato costretto a subire: il dolore, le vessazioni, le umiliazioni, il sangue… fiumi di sangue, e il morso delle catene. Una bestia, quello lo avevano costretto a diventare. Una fiera selvaggia e vorace assetata di vendetta. Alla fine aveva spezzato i ceppi che lo tenevano avvinto, ma il prezzo era stato la sua anima…
«Ehi, Brian?»
La voce esitante di Billy, alle sue spalle, lo riportò alla realtà. Mollò la tazza e indossò la sua solita maschera di imperturbabilità, quindi si voltò. «Che succede?» chiese.
«Abbiamo un problema al cancello» rispose l’altro uomo, ed era evidente che fosse a disagio.
Ciò gli parve strano, perché Billy non era un tipo che si impressionava facilmente. Aggrottò la fronte. «Che tipo di problema?»
«Si tratta di una ragazza. È l’amica della fidanzata del capo e insiste per vederla.»
Brian imprecò. «Come cazzo ha fatto ad arrivare fino alla villa?»
Billy si strinse nelle spalle. «Che fossi dannato se lo so.»
«Perché non le spari e basta?»
«Se avesse detto anche ad altri che veniva qui? Magari il boss non vuole questo genere di complicazioni.»
Brian sospirò. Come gli aveva insegnato il Boia, l’unico modo per far qualcosa per bene era farlo da soli.
«Falla entrare e portala qui da me.»
«Subito!» annuì Billy, quindi uscì per eseguire i suoi ordini.
Brian posò la tazza del caffè e ingannò l’attesa riflettendo sulla sua prossima mossa. La presenza di quella ragazza era una seccatura, e poteva diventare una grana se mal gestita. Avrebbe voluto sentire cosa ne pensasse Michael - dato che la fidanzata irruente e troppo propensa a crear guai era la sua - ma il capo non era nemmeno in casa. Era uscito presto quella mattina, per partecipare a una riunione dei boss della Famiglia al gran completo, e aveva dato ordine di non venire disturbato per nessun motivo. E come se non bastasse doveva anche pensare come risolvere il casino Englewood, prima che il quartiere dove conducevano i loro affari, uno dei più redditizi, diventasse una polveriera e facesse boom.
Stava ancora rimuginandoci su, misurando il pavimento a passi nervosi e indeciso se avvisare o no Michael, quando Billy entrò nella stanza seguito da…
Dalla ragazza più bella sulla quale avesse mai posato gli occhi. Capelli biondi e lunghi le scendevano sulle spalle in morbide onde; gli occhi, azzurro ghiaccio, erano frangiati da ciglia talmente lunghe da sembrare finte; la pelle diafana sembrava non aver mai visto un raggio di sole in vita sua e la faceva assomigliare a una bambola di porcellana. Anche il resto della figura non era da meno: non era molto alta - doveva essere sul metro e sessanta circa -, però aveva tutte le curve nei punti giusti e due tette da infarto sulle quali un uomo sarebbe stato più che felice di esalare il suo ultimo respiro.
Il suo cazzo si esaltò alla prospettiva di affondare la faccia tra quei seni rigogliosi e attaccarsi a quei capezzoli turgidi, e scalpitò per venire fuori.
Gli stessi pensieri depravati dovevano passare per la mente di Billy in quello stesso momento, perché il bastardo se la stava mangiando con gli occhi. La cosa lo mandò su tutte le furie e gli venne voglia di strapparli le budella e di ficcargliele in gola.
«Sparisci!» gli intimò, in tono duro, prima di cedere alla tentazione e macchiarsi le mani del suo sangue.
A quell’ordine sferzante Billy parve rinsavire e si affrettò a uscire, lasciandolo solo con la fata bionda.
Sì, pareva davvero una fata dei boschi, o un angelo del paradiso: leggiadra, delicata, incantevole.
Almeno fino a quando non aprì la bocca e si mise ad abbaiare ordini.
«Mi chiamo Megan e voglio vedere subito Lizzie!» sibilò incontrando il suo sguardo con aria battagliera e incrociando le braccia davanti al petto con decisione. Quel movimento mise ancora più in evidenza i seni pieni che occhieggiavano dai bottoni slacciati della camicetta. Il suo primo impulso fu di andarle vicino e di abbottonarglieli tutti, fino all’ultimo. Perché nessuno doveva posare gli occhi su quella pelle squisita, a parte lui. Quel pensiero, che gli era venuto così naturale, lo spiazzò.
Cos’è questa storia, mi sto rincoglionendo? Dov’è finito tutto il tuo sangue freddo, Iceberg?, si rimproverò.
Nessuno gli dava ordini o gli diceva cosa fare, tantomeno una ragazzina di neppure vent’anni. Ignorando il suo uccello, che tirava come un dannato, si raddrizzò e le sue mani si serrarono a pugno contro i fianchi, le narici frementi e la mascella che guizzava. Rivolse alla giovane donna uno di quegli sguardi che avrebbero fatto pisciare addosso il più impavido dei suoi nemici, ma a quella ragazzina, incredibilmente, non fece né caldo né freddo.
«Che c’è, qualcuno ti ha infilato un palo su per il culo? O ti ha morso la tarantola?» lo rimbeccò. «Se pensi di farmi paura, con quell’aria da maschio alfa, sappi che sei fuori strada, amico, ci vuole ben altro per impressionarmi. Perciò vedi di portarmi dalla mia amica, tipo subito, o giuro che faccio piombare qui la Polizia, l’F.B.I, l’Esercito e la maledetta Guardia Nazionale prima che tu abbia il tempo di dire Merda!»
Brian adesso era completamente sbalordito. Quella ragazza o era una pazza scatenata o aveva le palle più grosse di tutti gli uomini che avessero mai incrociato la sua strada, ed erano stati un’infinità.
MIA!
Quella parola gli si impresse nel cervello a caratteri di fuoco e i suoi occhi, di solito freddi e vuoti, presero a scintillare di una luce febbrile: perché lei ancora non lo sapeva, ma il suo destino era stato segnato in quell’esatto momento.
Le rivolse il suo sorriso da squalo, ma Megan si limitò a fissarlo, scocciata, battendo a terra un piede con impazienza. «Sai che ti dico?» sbottò a un certo punto. «Resta pure lì a girarti i pollici come un coglione, troverò da sola la strada.»
Gli voltò le spalle e si avviò fuori dall’anticamera, cominciando a chiamare a gran voce l’amica.
Brian, inaspettatamente, scoppiò a ridere.
«Primo piano, terza stanza sulla sinistra!» le gridò dietro, giusto per evitare che andasse piuttosto a ficcanasare dove non doveva, poi prese a seguirla a debita distanza.
A Michael non piacerà affatto questa storia!, ragionò tra sé.
Ma lui non gli avrebbe lasciato scelta.
Lizzie aprì gli occhi e si stiracchiò con uno sbadiglio. Il sole inondava la camera e i caldi raggi illuminavano i cristalli del lampadario, facendoli scintillare.
Alla luce del giorno, la Stanza Blu era ancora più bella.
Forse era la più bella dell’intera villa e Michael l’aveva assegnata a lei.
Michael…
Il suo volto divenne di brace, al ricordo di ciò che era avvenuto la sera prima, in quel letto. Il fratellastro le aveva fatto sperimentare un piacere devastante che le aveva annichilito la ragione, perché quando lui la toccava lei semplicemente smetteva di esistere.
Almeno la sua parte razionale.
Dio, l’aveva portata all’orgasmo talmente tante volte - senza tuttavia penetrarla, doveva arrivare vergine al matrimonio! -, che alla fine aveva smesso di portarne il conto. Il risultato era che non c’era un solo muscolo del corpo che non le facesse male. Eppure, anche se pareva un assurdo controsenso, era un male piacevole.
Quella notte non era stata la sola ad aver goduto come una pazza, però. Alla fine aveva scontato la sua punizione, è vero, ma non vi era stata alcuna costrizione, perché era quello che aveva desiderato anche lei. Sentire il sapore muschiato dell’uomo sulla lingua, assaggiare quella carne liscia come il velluto e dura come la pietra, portarlo oltre il limite…
E quando Michael era venuto nella sua bocca, con schizzi caldi e vigorosi, aveva ingoiato il frutto della sua passione fino all’ultima goccia, sentendosi potente come non si era mai sentita prima, perché era stata lei a fargli perdere il controllo e a fargli urlare il suo nome, mentre veniva.
Si sentì rimescolare il sangue e un caldo languore le sorse nel ventre, caldo e vorace: lo desiderava ancora. Anzi, voleva di più. Voleva tutto
«Smettila e datti un contegno!» si rimproverò ad alta voce, non potendo fare a meno di sentirsi una ninfomane.
Si alzò, decisa a farsi una doccia fredda, per calmare i nervi quanto i suoi ormoni in subbuglio, quando udì qualcuno urlare il suo nome.
Aggrottò la fronte, sorpresa: quella voce le era familiare…
«No, non può essere! Non può trattarsi di…»
«Lizzie, dove cazzo sei?»
La voce adesso era molto più vicina e lei poté sentirla chiaramente. Tirò via il lenzuolo dal letto e vi si avvolse dentro per celare le proprie nudità. Andò alla porta, girò la chiave all’indietro nella serratura, due volte, e spalancò il battente…
Trovandosi davanti la sua migliore amica.
«Megan!» esclamò, senza fiato. Per poco non fece cadere il telo che la copriva, dando spettacolo davanti a Brian, che era fermo alle spalle della ragazza e la fissava con la sua solita espressione cupa che le faceva accapponare la pelle. «Che diavolo ci fai qui?» l’apostrofò. «E come mi hai trovata?»
«Tua madre!» rispose l’amica tra i denti, poi il suo sguardo indagatore le scivolò dal volto lungo il corpo, avvolto dal lenzuolo. Le sue palpebre si strinsero. La risospinse dentro la stanza senza tanti complimenti e sbatté la porta sul muso del braccio destro di Michael, come se fosse un cagnolino fastidioso invece che un brutale assassino.
«Adesso tu mi racconti tutto!» le intimò, minacciosa, puntandole contro un dito. «Ma proprio tutto, chiaro?»


