Charity si stiracchiò sul grande letto invaso di cuscini, facendo le fusa come una gatta distesa a godersi il solicino caldo della primavera.
Si era goduta abbastanza la serata. Il suo primo amante era durato ben poco - del resto, lo conosceva bene e se lo aspettava, non era certo per il suo vecchio cazzo floscio che lo faceva entrare nel letto -. Charity era una vedova e, sebbene non avesse mai provato amore per il marito, assegnatole dalla Famiglia in un matrimonio di convenienza, almeno aveva amato il suo conto in banca. Adesso, invece, aveva bisogno di soldi, un disperato bisogno, se voleva mantenere i suoi standard di vita, e soprattutto di una posizione sicura e - perché no? - importante all’interno del clan.
Con il secondo amante era andata decisamente meglio. Più giovane, anche se non così aitante, era riuscito a scoparla un paio di volte come si deve, anche se lei aveva dovuto darci dentro con le mani e con la bocca per ottenere quel risultato accettabile. Non aveva mai capito come mai agli uomini piacesse tanto farselo succhiare, e così facendo potevi succhiargli via anche un po’ di quel piccolo cervello che si ritrovavano. Quanto bastava per ottenere informazioni, apparentemente innocue, ma che potevano essere vendute a peso d’oro.
Era quello l’unico motivo per cui si era portata a letto quel tipo scialbo e insignificante. Per quanto riguarda il resto... perché non unire l’utile al dilettevole? Non si meritava anche lei un po’ di appagamento?
Il cellulare cominciò a trillare sopra il comodino. L’uomo nudo al suo fianco grugnì e si girò sul fianco, mentre lei allungava pigramente il braccio per prenderlo. Non aveva fretta: sapeva che chi aveva bisogno di lei avrebbe continuato a far squillare il telefono fino allo sfinimento, o avrebbe richiamato.
«Mai svendersi!» le aveva insegnato sua madre. «Sii sempre accomodante, ma ogni tanto fatti desiderare. Niente accende di più la smania di un uomo. Il gioco sta nel tenere tesa la corda nella giusta misura: né troppo né troppo poco.
Aveva applicato quella strategia con Michael nelle ultime settimane, ed ecco che appunto si vedevano i risultati.
Charity lesse il suo nome sul display.
In realtà c’era scritto “Tigre 1”, perché per una questione di privacy preferiva usare quel nomignolo per tutti i suoi amanti, ma sapeva che il numero uno dei suoi gattoni da compagnia era proprio il boss dei Cannizzaro. L’unico per cui valesse la pena darsi davvero da fare. In ogni modo.
«Sììì?» alitò, la voce roca di qualcuno che è appena uscito da un orgasmo.
«Ho bisogno di vederti» fu la secca risposta di Michael dall’altra parte.
«Anch’io, ma ho bisogno di sentirti dentro» replicò Charity, esibendosi nel suo tono più sexy. «Quando?»
«Adesso!»
Cazzo, se era smanioso! La donna non poté reprimere un sorrisetto. Così la tua mogliettina frigida non ti soddisfa come ti aspettavi, eh? «Vengo subito da te.»
«No, meglio di no.» Un attimo di pausa dall’altra parte, e Charity avvertì una punta di delusione. E così al momento la villa dei Cannizzaro era off-limits. Il caro Michael non era così carogna da farlo nel letto che divideva con la mogliettina. Peccato. Lei si sentiva eccitare solo al pensiero. «Vengo io. Solito posto?»
«Sì, certo. Ti aspetto» cinguettò lei. «Con ansiaaaa...» aggiunse, strascicando l’ultima sillaba.
Michael riattaccò e Charity si concesse di crogiolarsi nella soddisfazione. Stava andando tutto secondo i suoi piani.
Secondo i loro piani.
L’uomo nudo al suo fianco si mise a sedere, ancora intontito dal sesso sfrenato e dal successivo pisolino. «Chi era?» bofonchiò.
«Un amico» rispose lei, evasiva. Il suo interesse per quel tipo insulso era già scemato, aveva ottenuto quello che voleva da lui. Lo spinse giù dal letto e gli gettò i vestiti. «Sistemati e vattene, ho altri impegni per la serata.»
Lo scortò fino alla porta del suo appartamento, all’ultimo piano di un lussuoso edificio, con tanto di terrazza e vista panoramica sul Millenium Park. Solo l’affitto le costava migliaia di dollari al mese, ma non si sarebbe abbassata a niente di meno. Aveva i suoi modi per guadagnare soldi e prestigio.
«Ciao, Billy!» salutò sbrigativa, prima di chiudergli la porta quasi in faccia.
Tornò in camera, stupendosi lei stessa di aver rammentato il nome del suo secondo amante. Ricordava benissimo invece che era un uomo fidato di Michael, e le informazioni che gli aveva estorto.
E così il cognome di battesimo di Elizabeth era Parker. Buono a sapersi. E domani sarebbe stata a pranzo con degli amici all’Hard Rock Cafè di Ontario Street. Molto bene.
Scrisse il tutto e lo inviò per messaggio al primo amante della serata, poi si apprestò a darsi una sistemata. Michael sarebbe arrivato a momenti e lei voleva dare il massimo per lo spettacolo che l’aspettava.
Michael suonò alla porta dell’appartamento di Charity dopo mezzanotte. Aveva trascorso l’ennesima giornata di merda, impegnato a gestire i traffichi della città, cercare di arginare il casino di Englewood e contattare tutti i suoi informatori per stanare i maledetti russi dalle loro tane. Come se non bastasse, aveva dovuto sorbirsi anche una riunione con gli altri capi, che cominciavano a dar segno di scontento.
«Da quando ti sei sposato, forse pensi più alla fica della tua donna che agli affari della Famiglia...» aveva insinuato il Moro. L’aveva detto con tono leggero, quasi fosse un bonario scherzo, ma l’aveva detto davanti a tutti, e poi aveva abbandonato la riunione prima del tempo con la scusa di avere questioni importanti che lo richiamavano altrove.
Se perdeva la fiducia degli altri capi, il suo ruolo di boss era finito.
Merda, mio nonno saprebbe cosa fare per mantenere ordine e disciplina, e l’egemonia tra i Cannizzaro!, pensò rabbiosamente. E anche il Boia...
Ma né suo nonno né il Boia c’erano più, ormai. Erano entrambi morti stecchiti, con parecchi metri di terra sopra la testa e i vermi a banchettare delle loro carni. Neanche il suo maestro era stato abbastanza forte o astuto, alla resa dei conti.
Michael intendeva esserlo.
Ma per tutti i cazzi, aveva bisogno di una pausa ogni tanto! Aveva bisogno di rilassarsi con una bella scopata, per rimettere poi in ordine i pensieri. E dato che non poteva farsela con Lizzie, era stato costretto a rivolgersi alla cugina.
Non è del tutto esatto...! gli sussurrò una vocina. Potresti benissimo fartela con tua moglie, la famosa scopata, se magari fossi disposto ad ascoltarla ogni tanto, a concederle quello di cui ha bisogno, invece di trattarla sempre come sei stato trattato tu, come una bestia. Se le chiedessi scusa, tanto per cominciare...
Il pensiero si frantumò, quando Charity lo accolse avvolta in una vestaglia di seta pregiata, così chiara e sottile da risultare trasparente. Il rossetto rosso le incendiava le labbra e dai suoi capelli e dalla sua pelle si spandeva una fragranza che da sola solleticava tutti i sensi e gli faceva rizzare l’uccello contro la cerniera dei pantaloni.
«Michael, caro, vieni...» Lo prese per mano e lo condusse in camera, dove cominciò a sbottonargli la giacca. Ogni suo movimento era lento e sinuoso, costruito ad arte, e le sue iridi brillavano vogliose, mangiandoselo con gli occhi. Michael sentì montare il desiderio che aveva represso in quei giorni, che aveva potuto soddisfare in parte solo con veloci seghe in bagno, con Lizzie che dormiva ignara nella stanza accanto. E giacere nudo nel grande letto accanto a lei, avvertendo il calore sprigionato dal suo corpo, senza poterla tuttavia toccare... era stato un vero inferno in terra, che non augurava neppure al suo peggior nemico.
Charity ammiccò, premendo le mani sulla patta dei suoi pantaloni. «Qui c’è qualcuno che non vede l’ora di essere liberato…»
«Che stai aspettando, allora?» quasi ringhiò, feroce.
Lei rise e si sfilò la vestaglia, facendola scivolare languidamente sul pavimento, poi si inginocchiò per aprirgli la cerniera e abbassargli i pantaloni. Lui se ne liberò con un calcio impaziente, sentendo le dita della donna che gli solleticavano le palle. Ma invece di cominciare subito a succhiarlo, Charity si risollevò e lo tirò a sé.
«Andiamo sul letto» gli sussurrò. «Staremo più comodi, mi sembri così stanco...»
Pur sorpreso da quella inaspettata gentilezza nei suoi confronti -la Charity che conosceva non era affatto gentile, era una cagna vogliosa che bramava di essere appagata almeno quanto appagava -, Michael la seguì. Lei lo fece sedere sul bordo e si posizionò sopra le sue ginocchia, le gambe aperte e le mani premute sul suo petto muscoloso. Il suo seno florido, incredibilmente duro e alto per l’età della donna, gli ondeggiava dritto davanti alla faccia, i capezzoli scuri e turgidi che chiedevano soltanto di essere succhiati. Il boss dei Cannizzaro era abbastanza sicuro che quelle tette fossero rifatte, niente di meno che dal miglior chirurgo plastico della zona, ma in fin dei conti che cazzo gliene fregava?
Le tette di Lizzie sono meravigliose!, si trovò a pensare. Morbide, meravigliose, vere, come tutto di lei...
«Non hai voglia di assaggiarmi?» fece le fusa Charity, dondolandosi sopra di lui, e dato che non otteneva risposta: «Sì, stasera sei proprio stanco... beh, vediamo se riesco a risvegliare almeno qualcuno qua sotto.»
Gli si incuneò tra le gambe e si inginocchiò sul pavimento, afferrandogli l’asta con entrambe le mani. Michael grugnì, ma quasi di fastidio. Come gli sembravano estranee e fredde, quelle mani, rispetto a quelle di Lizzie... si chiese cosa stesse facendo in quel momento. Dormiva già? Era nel letto che lo aspettava? O magari sognava il momento in cui fosse morto in qualche sparatoria o in un agguato, per sbarazzarsi di lui e dei suoi obblighi in un sola volta, come aveva fatto sua madre con suo padre? Scoprì che quel pensiero era ciò che gli faceva più male.
Rose è una stronza, nonostante tutte le sue scuse. Se avesse tenuto davvero a me, avrebbe dovuto trovare un modo per non lasciarmi. Le donne sono tutte stronze!
Anche Lizzie era scappata via da lui e, a ben ragionare, Charity lo stava pompinando con arte solo perché era il boss dei Cannizzaro. Sarebbe stata così disponibile, con un uomo qualunque?
Michael conosceva la risposta. E sapeva anche che Lizzie si era data anima e corpo durante i loro rapporti, perché per quanto si ostinasse a negarlo, era indissolubilmente attratta da lui. Come lui la desiderava sopra ogni altra cosa al mondo. L’idea di sfruttarla per ferire Rose era solo una pallida scusa dietro cui nascondere la verità: voleva la sua sorellastra, la amava...
Lei, e nessun altra!
«Mmm, così va meglio...» ansimò Charity, il pene stretto tra le labbra che si faceva più duro.
Michael emise un gemito, inarcando la testa indietro.
Lizzie, Lizzie, Lizzie...
«Basta!» ordinò con un grugnito. Sentiva che stava per venire e non voleva farlo in quel modo. Non adesso che era sposato.
Charity ridacchiò, la lingua che gli solleticava il glande. «Stai scherzando, vero?»
Per dimostrare che no, non scherzava, Michael la allontanò da sé con una mano. La donna lo guardò, una luce maliziosa nello sguardo, le labbra luccicanti del suo liquido pre-seminale. Se le leccò, in un gesto volutamente lento, e ingoiò. «Ancora un poco...» lo pregò.
Il boss strinse i denti, trattenendo la smania che si agitava nel suo inguine. «Non sto scherzando.»
Charity si risollevò e lo spinse supino tra i cuscini, poi si mise sopra di lui a cavalcioni, la sua fica bagnata e fremente a sfiorargli la punta del pene. Michael dovette impiegare tutta la sua forza di volontà per costringersi a rimanere immobile e non affondare dentro la donna con disperata forza.
«Da quando sei così timido?» bisbigliò lei, ancheggiando sopra di lui e portandosi le mani a inturgidirsi i capezzoli. Emise un gemito di piacere, inarcandosi tutta. «Avanti, avanti...» Prese a muoversi più veloce, più insistente.
«Lizzie...» mormorò Michael, chiudendo gli occhi.
«Sì, tutto quello che vuoi, sono la tua Lizzie, adesso, se vuoi, ma adesso scopami, scopami...» Il suo grido estatico si interruppe quando lui se la scrollò di dosso.
«No» sancì. Poi si passò la mano tra i capelli.
Che stava facendo?
Che cazzo stava facendo?
L’uccello gli pulsava dolorosamente tra le gambe, doveva farsi una sega alla svelta, altrimenti sarebbe scoppiato, ma non avrebbe scopato nessuno quella sera.
Nessuno che non fosse sua moglie.
Si alzò dal letto e riprese a vestirsi, con Charity che lo fissava confusa. «Ma cosa ti prende?»
«Ho sbagliato a venire qui.»
«Se vuoi, possiamo andare da qualsiasi altra parte a continuare...» La donna provò ad accostarsi di nuovo, massaggiandogli le spalle. Michael si scostò e si abbottonò più in fretta che poteva.
«Sono un uomo sposato, adesso» pronunciò. «Ho pronunciato dei voti davanti alla Famiglia.»
Charity lo fissò con aria saputa. «Perché, credi che ci sia un uomo o una donna che li mantiene, quegli stupidi voti?»
«Non lo so» ammise Michael, stizzito. «Ma forse da qualche parte bisogna cominciare a provarci.»
La risata di Charity fu sensuale e sferzante insieme. «Ma tu guardalo, il boss dei Cannizzaro, ridotto all’impotenza da una ragazzina...»
«Quella ragazzina adesso è mia moglie» replicò lui e, quando lo disse, con quella determinazione che lo contraddistingueva, sembrò più vero. Più bello. «E tra noi due è finita.»
Si aspettava che Charity desse di matto, esibendosi in una teatrale scenata di gelosia, che provasse ancora a convincerlo, o a supplicarlo. Invece la donna rimase sul letto, le ginocchia e le mani appoggiate sui cuscini, a guardarlo come una tigre che si immagina il sapore della sua preda.
«Chissà se me lo dirai ancora, quando ci rivedremo» proferì, il suo miglior sorriso ammaliante sulle labbra.
Michel le voltò le spalle e uscì dalla camera per lasciare il prima possibile l’appartamento. Conosceva la strada. Dove sarebbe andato... quello era un altro paio di maniche. Era tardissimo per infilarsi nel letto di Lizzie, anche se era la cosa che bramava di più, ma non voleva farla infuriare. Doveva parlarle con calma, magari poteva portarla a cena fuori in un posto chic… e soprattutto, dubitava di arrivare fino a lei prima di doversi fare una di quelle seghe con i contro-coglioni.
Charity rimase a fissare Michael fin quando non scomparve oltre la soglia. Il sorriso non le svanì sulle labbra, anzi, si fece più ampio. Raccolse le gambe e scese in un frusciare di cuscini di piume d’oca, ancheggiando verso il comò su cui aveva lasciato il cellulare, sull’apposito supporto, inclinato in maniera tale che la telecamera inquadrasse perfettamente il letto. Premette il pulsante e interruppe la registrazione. Poi indugiò qualche minuto a ricontrollare il video. Non era venuto esattamente come si aspettava, ma sarebbe servito comunque allo scopo.
«Elizabeth Parker» mormorò, adagiandosi di nuovo tra i cuscini, soddisfatta. Distrattamente, abbassò la mano sull’inguine, prendendo a titillare il clitoride ancora duro e voglioso. «Domani io e te faremo i conti.»
E con questo delizioso pensiero in testa, socchiuse gli occhi e si lasciò andare al più piacevole orgasmo di tutta la serata.
Il russo cominciava a dar segni di impazienza. Tormentava la barba biondiccia e continuava a controllare l’orologio, un Rolex d’oro massiccio che valeva migliaia di dollari. Il suo clan poteva permettersi quello e ben altro, un tempo. Prima che Michael Cannizzaro decidesse di mettergli i bastoni tra le ruote.
Contro ogni previsione, si era dimostrato un osso duro, ancor più di suo nonno. Carmine Cannizzaro era feroce e autoritario, con uno spiccato senso per gli affari, ma il nipote si poteva definire in un solo modo: implacabile. Dopo l’agguato che aveva messo fine alla vita del nonno, si era imposto come boss incontrastato del clan e aveva indirizzato gran parte delle sue risorse proprio contro di loro, deciso a riconquistare ogni briciola che aveva perso in quegli anni.
E i russi, che miravano a diventare il clan egemone di tutta Chicago, non avevano alcuna intenzione di permetterglielo.
Era astuto, il bastardo. Era già sfuggito a un paio di agguati ben congegnati e il russo non aveva intenzione di perdere inutilmente altri uomini.
Quando non si poteva ottenere uno scopo con la forza, c’era sempre la possibilità di ottenerlo con l’inganno.
Un fischio tagliò l’aria fredda e umida della notte, per poi dissolversi nel vento. Si immobilizzò: era il segnale. Il suo uomo stava arrivando.
Rimase immobile, appoggiato a una colonna del Loop, il tratto di metro sopraelevata che costituiva una sorta di quadrato intorno al centro della città. Era un territorio neutrale, quello, almeno per il momento, ma i suoi cecchini erano sparsi un po’ dappertutto, lungo la strada, all’imbocco dei vicoli, dietro ai cassonetti, persino sui tetti degli edifici più vicini. Giusto una precauzione. Era certo che anche l’altro non sarebbe venuto a quell’incontro disarmato, altrimenti non sarebbe arrivato a quell’età senza che prima una pallottola non gli fracassasse il cranio.
Poi lo vide. Si avvicinava lungo il marciapiede, con passo tranquillo, un cappello calcato in testa e il viso affondato nel collo del giaccone scuro.
«Sei in ritardo» lo apostrofò il russo.
«Non credere che sia così facile eludere i controlli paranoici di Michael Cannizzaro» replicò l’altro con un accento che aveva imparato a conoscere e a odiare, perché apparteneva ai suoi nemici.
«Ti hanno seguito?»
«No, non ne hanno motivo. Non nutrono alcun sospetto su di me, sono stato attento.»
Il russo annuì una volta, cupo. Più parlavano, più c’era il rischio che qualcuno li notasse. «Allora, che nuove ci sono? Sono stufo di dovermi trasferire, ogni volta che il tuo maledetto boss mi scova e cerca di farmi la pelle.»
«Una fortuna, allora, che ci sia qualcuno ad avvisarti prontamente del suo arrivo» ridacchiò l’uomo, per poi tornare subito serio. «Ma non possiamo continuare così ancora per molto. Prima o poi Michael e quel suo mastino da guardia si insospettiranno sul serio. Dobbiamo agire il prima possibile.»
«Non vedo l’ora» sancì il russo, sfregandosi le mani. Lui era un uomo d’azione, i sotterfugi lo innervosivano, e lo innervosiva quell’uomo dal fare così viscido. Ma purtroppo ne aveva bisogno. Una cosa era certa: non gli avrebbe voltato le spalle un solo istante. «Quando?»
«Domani stesso» annunciò l’altro. «Ho già dato istruzioni in proposito. Useremo la nostra esca, e così avremo l’opportunità di liberarci di quel poppante convinto di poter fare il boss.»
Il russo annuì, pregustando quel momento di rivincita, poi tornò a concentrarsi sulla talpa. «E tu cosa ci guadagni, a tradire il tuo stesso clan?» indagò. Era una domanda che si era posto più volte, immaginando la risposta. Del resto, dalla sua esperienza le azioni degli uomini si riconducevano sempre e solo a due motivi principali: il potere o una donna.
L’uomo si aggiustò il cappello che il vento cercava di strappargli di testa. «Avrei dovuto esserci io al suo posto» sibilò. «Ero il più anziano, quello con maggiore esperienza. Ma la linea di sangue ha prevalso, e Michael è stato il successore di Carmine Cannizzaro, pur giovane e inesperto.»
«Non mi pare che sia così inesperto, con tutte le rogne che è riuscito a darci» non poté fare a meno di borbottare il capo dei russi, ripensando a quanti uomini e soldi aveva perso per causa sua.
«Con me a capo della Famiglia non avreste alcun genere di rogne» assicurò l’uomo. «Anzi, sono sicuro che troveremo un accordo vantaggioso.»
Il russo ne era meno sicuro - “il nemico del mio nemico è mio amico”, recitava il detto, ma non significava che, una volta eliminato il pericolo comune, due lupi non potessero mordersi a vicenda -, però annuì con un sogghigno.
«Del resto…» proseguì l’altro, «a chi altri dovrebbe rivolgersi la Famiglia, una volta che il loro boss si sarà fatto uccidere, se non a colui che vi respingerà in un’epica battaglia?»
Epica quanto concordata e fasulla, ragionò il capo dei russi, ma riusciva a seguire il filo dei pensieri del traditore. «Dunque, sei convinto di offrirci il tuo capo su un piatto d’argento.»
«Lo farò.»
«E cosa vuoi in cambio?» Gli piaceva mettere in chiaro per bene i termini di ogni accordo.
Gli occhi dell’uomo dardeggiarono. «Non sono stato abbastanza chiaro, dunque? Voglio tutto ciò che ha adesso Michael. Il suo potere. La sua posizione all’interno della Famiglia. E la sua donna.»
Il cappello gli sfuggì infine dalle dita, sollevandosi e rivelando un’areola di capelli grigi sulla testa lucida, prima che l’uomo riuscisse a riabbassarlo.
Il capo dei russi si concesse un sorriso sotto i baffi. Alla fine, si era dimostrato tutto prevedibile. «Sei sicuro che sarà così idiota da venire a riprendersela?»
«Verrà» rispose il Moro, sicuro. «E così sancirà la propria condanna.»


