Il pulviscolo danzava nella fioca luce proveniente dalle strette aperture nella parte superiore del muro di pietra, tentando inutilmente di scansare la furia della lama sibilante, che tagliava l’aria polverosa come avrebbe fatto con la carne dei nemici.
La figura della giovane spadaccina volteggiava sinuosa nella semioscurità, in un’armonia di movimenti che rendeva impossibile distinguere dove finisse il suo braccio e iniziasse l’arma letale che brandiva contro le ombre. La lunga gonna dell’abito le volteggiava attorno, aprendosi sul davanti a mostrare la semplice tunica di lino a ogni giravolta del corpo flessuoso, ogni torsione del busto esile fasciato da un morbido corsetto privo di stecche.
Yvaine non era mai stata una delicata fanciulla rispettosa delle convenzioni sociali, non c’era nulla di raffinato, in lei. Gli abiti erano comode protezioni contro gli agenti atmosferici e, in qualche caso, una barriera agli sguardi lascivi degli uomini, che l’accompagnavano dal momento in cui era uscita dall’infanzia. Nient’altro. Ostacolandola, avrebbero perso il loro scopo, e allenarsi con la spada stretta in un busto che a malapena le consentiva di respirare sarebbe stata un’assurda concessione a quelle regole che non le era mai importato di rispettare. Non quando correva nei campi della modesta villa di campagna nella quale era cresciuta e non adesso, tra le mura di quell’antico e nobile maniero.
Concentrata, puntò i piedi a terra con forza e affondò la spada nel ventre di uno degli immaginari nemici, per poi estrarla con singolare destrezza, pronta a fronteggiare un nuovo avversario. Stava diventando brava, molto brava. Avrebbe potuto sconfiggere parecchi dei guerrieri che aveva osservato duellare nel campo d’addestramento del castello, nascosta dietro i merli che decoravano le alte mura. Presto sarebbe stata pronta a difendere se stessa da qualunque aggressione, non avrebbe mai più dovuto temere di diventare la vittima inerme di demoni assetati di sangue, che non avevano nulla di umano. Chiunque avesse tentato di sottometterla, avrebbe assaggiato la lama affilata della sua spada. Quest’ultima compì un arco perfetto, mentre Yvaine ruotava su se stessa con grazia e potenza, sorridendo nell’apprestarsi a sferrare il colpo mortale.
Il suono lacerante dell’acciaio contro l’acciaio riverberò nell’aria che sapeva di muschio e pietra antica, persino i granelli di polvere ammutolirono, cessando la loro folle danza. Yvaine sentì il colpo ripercuotersi in onde violente che le attraversarono il braccio, giungendo fino al suo cuore, e il sorriso le morì sulle labbra.
Nella cupa penombra della grande sala sotterranea, la figura dell’uomo si stagliava immensa e irradiava una minaccia letale, nonostante il volto fosse coperto dal cappuccio del mantello nero. Il braccio muscoloso, grande quanto la coscia di Yvaine, sporgeva dalle pesanti pieghe e brandiva una spada enorme, lunga due volte la sua. Lei sentì il cuore schizzarle in gola, il sangue prese a circolarle più veloce nelle vene, come impazzito, ma mentre tentava disperatamente di contrastare la forza bestiale che premeva contro la sua lama, si rifiutò di lasciarsi prendere dal panico.
Prese un lungo respiro e spinse in avanti con tutta l’energia di cui disponeva, prima di tirarsi indietro di scatto e compiere un mezzo giro su se stessa, per allontanare da sé quell’affilato strumento di morte. Ansimante, assunse la posizione di guardia, gli occhi fissi sulla sagoma scura immobile di fronte a lei. L’uomo si portò al viso la mano che non stringeva la spada e abbassò il cappuccio con deliberata lentezza, scoprendo un volto duro, implacabile, l’immagine stessa della disumana ferocia che lei stava tentando di imparare a combattere.
Gli occhi che la fissavano, occhi neri come la notte e gelidi come i ghiacci eterni, erano quelli di una leggenda. Il duca di Hardsword, il Diavolo Nero. Colui di cui molti non osavano neppure sussurrare il nome. Il feroce guerriero di fronte al quale interi eserciti tremavano.
In quell’attimo sospeso nel tempo, quello sguardo scavò dei solchi profondi fino in fondo alla sua anima, e Yvaine comprese che lui non avrebbe avuto pietà. Strinse gli occhi e sollevò la spada, perché non sarebbe caduta senza combattere. Non era più quel tipo di donna, non lo sarebbe stata nemmeno di fronte al diavolo in persona. Mentre sferrava l’attacco, le parve di intravedere l’ombra di un agghiacciante sorriso su quella bocca crudele, poi non ebbe più modo di pensare a niente.
Per minuti che parvero ore, Yvaine divenne la sua spada, mise tutta se stessa nell’unico strumento in grado di frapporsi tra lei e la morte che le sussurrava sul collo a ogni colpo, ogni sibilo del metallo nell’aria densa. Lui quasi non si muoveva, parava i suoi affondi senza difficoltà, maneggiando l’arma gigantesca come uno stregone la bacchetta magica: sicuro e potente in modo quasi aggraziato, ma non per questo meno letale.
Un piccolo scatto di quei muscoli possenti, una lieve torsione del polso e lei cadde a terra di schianto, investita dalla carica di cento tori infuriati. Si alzò in piedi a fatica, asciugandosi il sudore che le colava sul volto con la manica della veste, e gli piantò addosso uno sguardo colmo di rabbia.
«Perché non la fate finita, Vostra Grazia?» sibilò aspra, le parole mischiate alla polvere che le raschiava la gola.
La voce che le rispose era ancora più terrificante del volto: roca, graffiante, mortale.
«Togliervi il piacere di dare prova della vostra abilità, dopo che avete rischiato così tanto per arrivare a mostrarla, milady?»
Pronunciò quell’ultima parola con feroce sarcasmo, ma Yvaine sapeva che il duca si stava prendendo gioco del suo aspetto selvaggio, per niente consono a una dama; le sue origini modeste non c’entravano nulla. Lui era superiore alle consuetudini che tanta importanza avevano per i comuni mortali. Per il Diavolo Nero valeva una sola e unica legge: quella del più forte. Fece un passo verso di lei, ma Yvaine non indietreggiò.
«Mi giudicate più crudele di quanto non sia» continuò lui, beffardo. «Ora sollevate la spada e affrontatemi.»
Ogni traccia di timore scomparve, di fronte a quella sfida. Yvaine gli si scagliò addosso, mettendo nel suo attacco tutta la rabbia che provava per l’ingiustizia di un mondo nel quale le donne non erano altro che prede, o vittime sacrificali. Non sarebbe potuta essere meno accorta nello scegliere il bersaglio su cui sfogare la propria furia, ma non le importava: avrebbe combattuto fino all’ultimo respiro per la propria vita e per la libertà di essere quello che era. Non aveva alcuna possibilità di sconfiggerlo, ma forse sarebbe riuscita a dimostrare a quel maschio invincibile che dietro l’apparente debolezza può nascondersi più forza di quanta uno come lui avrebbe mai potuto immaginare.
Il duca assorbì l’attacco senza nemmeno vacillare, lo respinse con la consueta, gelida calma, silenzioso ed elegante come la più pericolosa delle fiere. Un assalto, e poi un altro. Lui si scostava appena, o parava i suoi colpi con un’economia di movimenti che era pura, sovrumana perfezione. La costrinse all’angolo e poi le permise di uscirne e raggiungere il centro della sala, solo per spingerla di nuovo contro il muro; lentamente, senza fretta. Yvaine inciampò più volte, cadde e si rialzò, perse la spada e la raccolse, senza che lui tentasse in alcun modo di approfittare dei momenti in cui era più esposta, più indifesa.
Ma lei non si faceva illusioni: quella non era clemenza, né tanto meno una qualche forma di galanteria. Il Diavolo Nero si stava divertendo a giocare con lei come un grosso gatto con il minuscolo topolino di campagna, la tratteneva per la coda e poi la lasciava andare soltanto per il piacere di intrappolarla di nuovo. Quella sadica danza era il suo modo di dimostrarle chi era il più forte e Yvaine fu assalita dall’atroce dubbio che non si sarebbe fermato finché lei non fosse più riuscita a muoversi o, peggio, avesse implorato pietà. Il velo rosso che le scese davanti agli occhi a quel pensiero le diede la forza di attaccare di nuovo, con rinnovata energia, ma dopo l’ennesima caduta, quando si rialzò a fatica appoggiandosi al muro e provò a sollevare la spada, il braccio non le obbedì, rimanendo inerte lungo il fianco. Yvaine lo fissò per qualche istante, poi alzò lo sguardo sull’uomo a pochi passi da lei.
Il duca era immobile, la spada abbassata, e negli occhi fissi su di lei c’era qualcosa che andava oltre la sfida, oltre il dominio. Lui sapeva. Sapeva come si sentiva e stava lasciando a lei la scelta. Yvaine si rese conto che si era spinta troppo oltre, aprì le dita intorpidite e l’arma cadde a terra con un forte rumore metallico.
«Sappiamo entrambi che avreste potuto finirmi col vostro primo colpo di spada» disse piano, sfidandolo con gli occhi a negare. «Quindi fatelo ora, o lasciatemi in pace.»
Una luce si accese in fondo agli occhi neri, mentre lui le si avvicinava lentamente. Quando parlò, era così vicino che lei sentì il fiato caldo sfiorarle il viso e il battito del suo cuore accelerò ancora, fino a farle quasi male.
«Se volete combattere, milady, dovete imparare innanzitutto che in battaglia non è mai il più debole, a dettare le condizioni.»
Ogni centimetro della pelle di Yvaine prese fuoco, quando gli occhi di lui le scivolarono addosso, carichi di un desiderio così violento da rasentare la fame. Il duca le posò la mano sulla curva di un fianco, lasciando un’impronta rovente, e le labbra dure si avvicinarono al suo volto, sfiorarono la guancia morbida e arrossata per la fatica dello scontro.
«Non puoi farne a meno, vero?»
La mano salì verso l’alto, lenta e inesorabile. Le sfiorò distrattamente un seno, facendola sussultare, ma poi passò oltre, cominciando a slacciare uno per uno i nastri del corsetto.
«Ti piace troppo giocare alla guerra.»
La voce profonda le graffiò la pelle insieme alle dita ruvide che allargarono i lacci e aprirono il bustino, denudandola. Quando avvertì la carezza dell’aria sulla pelle, Yvaine inspirò con forza, ma non si mosse. Lottare contro di lui era inutile e non gli avrebbe mai dato la soddisfazione di catturarla di nuovo, provandole ancora una volta che poteva fare quello che voleva, di lei.
«Non ti importa nulla di quante vite metti a rischio» disse lui, duro, raccogliendo un seno nel palmo della grande mano. Poi la voce si trasformò in un sibilo rabbioso e le dita si chiusero su di lei, strinsero la carne sensibile. «Prima fra tutte la tua.»
Yvaine non ebbe nemmeno il tempo di preoccuparsi per la nuova intensità di quella rabbia, che lui la fece girare, costringendola ad appoggiare le mani al freddo muro di pietra.
«È il pericolo, che ti attrae?» le chiese in tono crudele, mentre abbassava il corsetto scoprendole la schiena. Yvaine sentì la veste scivolarle lungo i fianchi e rabbrividì nell’aria fredda dei sotterranei, quando rimase con addosso soltanto la camiciola di lino, abbassata fino alla vita.
«La paura?»
Il duca le infilò una mano tra le gambe, le forzò ad aprirsi e raggiunse il suo calore senza alcun preavviso, in un gesto colmo di rude possesso. Yvaine ansimò, il suo corpo si tese e per istinto cercò di sollevarsi, ma la mano di lui non glielo permise. Il suo tocco era gentile, quasi delicato, ma opporvisi sarebbe stato come tentare di spostare una montagna.
«Perché se è questo, che vuoi» sussurrò, chinandosi su di lei, «posso fartene provare così tanta che quando avrò finito non chiederai di meglio che passare il resto della tua vita a ricamare, chiusa nelle tue stanze.»
Nonostante il piacere violento che le serrava la gola e rendeva liquidi i muscoli delle sue gambe, Yvaine aprì la bocca per ribattere a quelle parole arroganti, ma quando sentì il gelido metallo della spada accarezzarle la schiena riuscì soltanto a emettere un lungo gemito.
Mentre lui faceva scorrere la lama di piatto sulla sua pelle sottile, le dita dell’altra mano non smettevano di accarezzarla, di entrare dentro di lei per poi lasciarla vuota e dolorante e sempre più frustrata. Quando lo sentì aprirsi i pantaloni, il contrasto tra la fredda durezza letale di quell’arma affilata e l’incendio che lui sapeva fin troppo bene come scatenare in lei, la portò al limite.
Con un suono a metà fra un lamento e un grido di battaglia, riuscì a voltarsi verso di lui, gli gettò le braccia al collo e lo baciò con forza, senza sapere bene se stava punendo lui o se stessa. Il duca accettò di buon grado quell’invasione, ma, quando gli allacciò le gambe attorno alla vita e cominciò a dimenarsi con movimenti incontrollati, la tenne ferma per i fianchi e si spinse contro di lei, dandole un assaggio di quello che desiderava e non poteva avere. Non ancora.
«Mi vuoi, milady?»
Yvaine tremò al suono vellutato della voce che la accarezzava, la seduceva, promettendo innominabili delizie.
«Sì» mormorò, tentando di attirarlo a sé, più vicino. Lui le imprigionò i polsi con una mano sola e li inchiodò al muro dietro di lei, impedendole ogni movimento.
«Voglio sentirtelo urlare.»
Parole dure, pericolose come una frusta rivestita di seta. Come la lingua che le leccò il lato del collo, le labbra che scesero a sfiorarle il seno, la bocca che la succhiava, esigendo la sua completa resa. Un singhiozzo le scosse il petto e Yvaine gettò la testa all’indietro, ormai in preda al delirio, del tutto incapace di qualunque pensiero razionale.
«Ti voglio…»
«Più forte.»
Lui infilò una mano sotto la sua gamba, divaricandola, e Yvaine insinuò le dita tra i folti capelli neri, avvicinando il volto al suo.
«Ti voglio. Adesso» sibilò contro le sue labbra. Era un ordine, il suo. Una preghiera. Un appello disperato.
Il duca rispose.
Con un unico movimento, le coprì la schiena con il suo mantello, la spinse contro il muro ed entrò in lei, senza alcuna delicatezza. Poi si fermò, osservò le sue guance arrossate, i riccioli umidi sfuggiti alla treccia, le lentiggini appena visibili sulla pelle candida, il seno delicato che si alzava e si abbassava al ritmo concitato del suo respiro.
Un attimo prima di cominciare a muoversi dentro di lei, il Diavolo Nero la guardò negli occhi dilatati dal piacere, e sorrise.
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