Zoe riaprì gli occhi lentamente. Aveva le guance rigate di lacrime e un gusto amaro in fondo alla gola. Nonostante fosse piena notte, il caldo non dava tregua: saliva a ondate dall’asfalto nero e penetrava nell’auto, rendendo l’aria irrespirabile nel piccolo abitacolo. Zoe allontanò dal suo corpo la maglietta bagnata e quando la afferrò, all’altezza del petto, le sue dita si scontrarono con qualcosa di duro. Sorpresa, allargò la scollatura e vide tra i suoi seni il grosso pendente a forma di drago, che pareva fissarla. Lasciò andare la stoffa di scatto, sconvolta: la collana sarebbe dovuta essere a casa sua, al sicuro nel cassetto del comodino dove l’aveva lasciata quella mattina, non addosso a lei.
Lui era tornato. Per l’ultima volta.
Le lacrime ripresero a scorrere e Zoe non fece nulla per arrestarne il flusso. Per sette notti lui l’aveva portata nel suo mondo e ora, la settima notte da quando l’aveva abbandonata, era venuto a dirle addio. Sette, un numero magico. Un numero da fiaba. Sette come i Sette Capretti, i Sette Nani, i Sette Corvi, i Sette Figli dei genitori degeneri di quel genio di Pollicino… Sette come i secoli che ci avrebbe messo a dimenticarlo.
Zoe inspirò di scatto, trattenendo un singhiozzo, e strinse forte i denti. In quel momento lo odiava, per averle dato un assaggio del paradiso e averglielo crudelmente strappato via, per averle insegnato l’amore e anche per essere tornato, quella notte. Come se averlo visto da lontano un’ultima volta non avesse peggiorato ancora le cose, non le avesse strappato il cuore dal petto…
Un rumore sordo, in lontananza, attirò la sua attenzione. Quella era una strada poco frequentata e da quando era lì, sveglia o comunque cosciente, non erano passate più di un paio di macchine. Il rumore aumentò di intensità, trasformandosi in una specie di boato, e un istante dopo Zoe vide comparire nello specchietto retrovisore una moto che procedeva a velocità sostenuta.
Subito oltre la curva, il conducente dovette accorgersi dell’auto ferma a bordo strada, perché rallentò e, dopo averla superata, si fermò qualche decina di metri più avanti. Anche da quella distanza, Zoe poté vedere che si trattava di una moto da strada, di quelle con la sella bassa, così grosse che ti chiedevi come fosse possibile farle stare in piedi. Dal rumore che faceva, poteva essere una Harley-Davidson: Zoe aveva letto da qualche parte che quel fracasso infernale era addirittura stato brevettato. Magari il tizio che la guidava era il membro di una banda, forse persino il capo, come…
Le farneticazioni mentali dovute alla confusione e alla mancanza di sonno si interruppero di colpo, quando il tizio scese dalla moto con un movimento elegante e cominciò a camminare lentamente verso l’auto. In vita sua, Zoe non aveva mai visto dal vivo un uomo così grosso. A parte il suo guerriero, certo, ma lui apparteneva a un’altra epoca, a un mondo che ormai non esisteva più. Guardandolo avvicinarsi, si restrinse sul sedile, colpita dall’aura di minaccia che emanava dal suo corpo enorme, dagli occhi fissi su di lei, ardenti nel buio della notte. Ormai, era a pochi passi di distanza. Zoe si riscosse all’improvviso e armeggiò frenetica per chiudere le sicure e tirare su il finestrino, ma quando gli alzacristalli elettrici non accennarono a funzionare ricordò che la batteria era a terra e si scostò con un brivido di terrore, proteggendosi il corpo con le braccia.
L’uomo girò attorno all’auto senza fretta e si avvicinò alla portiera del conducente, appoggiandosi al bordo con le mani che parevano in grado di accartocciare la lamiera.
«Serve aiuto?»
La voce era bassa e roca, pericolosa come tutto il resto di lui. La voce di un uomo che non conosceva la pietà. Zoe agì d’istinto: spalancò la portiera del passeggero e si lanciò fuori dall’auto, correndo giù dalla piccola discesa e poi in mezzo agli alberi, senza curarsi di dove stesse andando, sapendo solo che doveva fuggire via da lui, a qualunque costo. Corse a perdifiato, accecata dal buio e dalle lacrime che ancora le riempivano gli occhi, finché la radice di un albero sembrò prendere vita e le afferrò un piede, facendole perdere l’equilibrio. Zoe protese le mani in avanti per attutire la caduta e subito rotolò su se stessa, guardandosi attorno ansimante.
Si trovava al limitare di una piccola radura e sul fondo, a pochi metri da lei, l’enorme sagoma dell’uomo era in piedi, immobile.
«Fai così con tutti quelli che vogliono aiutarti?» le chiese, con una lieve traccia di ironia nella voce gelida e dura come il marmo. «O solo con gli uomini grossi e cattivi?»
Sembrava vagamente divertito, ma il tono tagliente non conteneva la minima sorpresa, come se fosse abituato al fatto che tutti fuggissero, davanti a lui. Zoe non poteva distinguere i tratti del suo volto, ma dai contorni della nera figura riuscì a individuare dei pesanti stivali da motociclista e vide che aveva i capelli lunghi, sommariamente legati con un laccio, che gli conferivano un aspetto feroce. A un tratto, si mosse e avanzò piano verso di lei: un predatore sinuoso e letale.
Zoe si ritrasse, pronta a balzare in piedi, ma la sua risata bassa e agghiacciante glielo impedì, congelandola.
«Temo non ci sia un posto dove scappare.» La voce le graffiava la pelle, mentre lui continuava ad avanzare. «Né qualcun altro a cui chiedere aiuto. Dovrai accontentarti di me…»
Zoe si riscosse e scattò in piedi, ma un attimo prima che si voltasse per rimettersi a correre un raggio di luna illuminò il suo volto e lei si bloccò a metà del movimento, sconvolta. Lo fissò a lungo, incredula, poi cominciò lentamente a camminare verso di lui, che attendeva immobile. Quando fu abbastanza vicina da toccarlo, alzò la testa per guardarlo negli occhi. Senza fiato, avverti il peso della catena d’oro che la trascinava inesorabile, sempre più vicina.
«Sei tornato…» mormorò con voce strozzata, rinunciando a opporsi a un’urgenza molto più potente della sua volontà.
Vide gli occhi dell’uomo stringersi e farsi più scuri, ma non gli diede il tempo di replicare. Si alzò in punta di piedi e posò le labbra sulle sue, aggrappandosi alle spalle massicce con tutta la forza della disperazione e della speranza. Sentì le grandi mani di lui afferrarle la vita, sollevarla da terra e premerla contro la durezza del suo corpo, la lingua invase la sua bocca come se avesse tutti i diritti di rivendicarne il possesso e Zoe gli allacciò le braccia intorno al collo, mentre il fuoco esplodeva dentro di lei, bruciandola. Quando lui la lasciò libera, prese una lunga boccata d’aria che ebbe come unico effetto quello di ravvivare le fiamme e infilò le mani tra i suoi capelli, sciogliendoli dal laccio che li teneva legati. Strinse le lunghe ciocche bionde tra le dita e lo avvicinò a sé, inspirando il suo odore.
«Portami con te» lo implorò, la bocca contro il calore della sua pelle.
Lui si chinò in silenzio e la prese in braccio, tenendola stretta a sé.
«Sono qui per questo» sussurrò e Zoe rabbrividì quando le labbra dure si distesero in un accenno di sorriso. Si rannicchiò contro di lui, accarezzando timidamente con la punta delle dita il drago tatuato sul braccio muscoloso, che la stava fissando.
Il pendente d’oro sul suo petto le bruciò la pelle in risposta e Zoe incatenò gli occhi a quelli del suo guerriero, mentre la luna ne traeva bagliori d’argento.
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