DESERTO E PREGIUDIZIO - Capitolo 1 di 3

PAOLA GIANINETTO


Il sole era basso sulle dune, una palla di fuoco solitaria nell’immenso cielo del deserto.

Anna si asciugò il sudore dalla fronte con il dorso della mano e cominciò a risalire l’immensa duna, i piedi che affondavano nella sabbia finissima ancora bollente, nonostante il tramonto fosse ormai prossimo.

Era successo tutto così in fretta che ancora non riusciva a capacitarsi di essere davvero lì. Due giorni prima, la proprietaria dell’agenzia l’aveva chiamata per dirle che avevano trovato proprio quello che faceva al caso suo: un viaggio in un piccolo paese arabo che pochi conoscevano, una perla non ancora scoperta dal turismo di massa, a un prezzo stracciato. Queste ultime, a dire la verità, erano state le parole magiche che l’avevano convinta a preparare la valigia in fretta e furia e a salire sull’autobus che l’avrebbe portata a Fiumicino, senza nemmeno rendersi conto di quello che stava facendo.

Un paio di mesi prima, spinta da un impulso improvviso, era entrata nell’agenzia di viaggi chiedendo alla donna al bancone di avvisarla quando si fosse presentata una vera occasione. Non le interessava la destinazione e poteva partire in qualunque momento, le uniche condizioni erano che si trattasse di un posto caldo e non troppo frequentato.

In realtà, si aspettava che l’avrebbero chiamata per proporle una settimana in un villaggio turistico a Sharm el Sheikh, uno di quelli in cui passi il tempo a sfuggire ai muscolosi membri del team di animazione, che ti braccano come mastini per costringerti a fare aerobica in acqua o a partecipare all’elezione di Miss Villaggio, ed era già pronta a una lunga serie di rifiuti. Invece, dopo un silenzio durato quasi due mesi, era arrivata quella proposta che sembrava proprio quello che stava cercando. Al prezzo di un weekend lungo a Ostia in una pensione di terza categoria. Una specie di miracolo da prendere al volo, nonostante la sua situazione finanziaria, al momento, non fosse delle migliori: la famosa crisi aveva colpito anche il settore delle traduzioni e l’unico lavoro che le era stato commissionato negli ultimi due mesi non bastava neppure a pagare la rata del mutuo del bilocale che si era decisa ad acquistare un anno prima, in un quartiere vicino al Tevere.

Ma la sottile frenesia che l’aveva spinta a entrare nell’agenzia era ancora lì, più forte che mai. Il bisogno di respirare un’altra aria, di riempirsi gli occhi con una porzione di mondo che non aveva nulla a che fare con il suo. Così era partita e, la sera prima, la navetta dell’aeroporto l’aveva depositata nell’albergo che, pur essendo molto grande e relativamente anonimo, era ben lontano dall’assomigliare a un villaggio turistico. Lì ognuno si faceva i fatti propri, compresi i membri del personale, che soddisfacevano solerti le necessità dei clienti senza pretendere in cambio neppure un sorriso. Anna aveva la sensazione di essere quasi trasparente, per loro come per gli altri clienti dell’hotel, e la cosa le stava più che bene: era lì per stare sola con se stessa, una compagnia che le piaceva e della quale ultimamente aveva fatto a meno troppo spesso.

Quel pomeriggio, stava facendo una passeggiata nel coloratissimo mercato nei dintorni dell’albergo, quando un vociare multilingue aveva attirato la sua attenzione. Poco distante, una lunga fila di Jeep era parcheggiata lungo il marciapiede e un gruppo di autoctoni vestiti con abiti di tela chiara era affaccendato a distribuire la massa multicolore di turisti nei vari mezzi. Quello, si era detta, doveva essere il periodo degli impulsi improvvisi, perché senza esitare si era avvicinata a uno degli uomini col turbante e gli aveva chiesto dove fossero diretti. L’uomo, in un inglese approssimativo e grande sfoggio di sorrisi e ampi gesti delle mani, le aveva spiegato che si trattava di un tour notturno nel deserto e aveva sorriso ancora di più quando lei gli aveva chiesto se poteva unirsi alla comitiva.

«Oh, yesss! You can go, miss! It’s a beautiful, beautiful trip! The desert, the silence and a loooot of stars! We will give you all you need… a warm cape for the night, a sleeping bag… food… Don’t worry miss, go, get in the car, miss, enjoy the magic of the desert! Go!»

Come resistere a simili raffinate lusinghe? Anna gli aveva consegnato un po’ di soldi, più o meno quanto avrebbe speso per una cena nella trattoria sotto casa, e si era pigiata su una Jeep in mezzo a un gruppo di turisti che a malapena si guardavano l’un l’altro, con la sensazione di partire per una grande avventura.

Avevano fatto una prima tappa, circa mezz’ora dopo la partenza, in un’oasi che sembrava uscita dritta dalle pagine di “Le mille e una notte”; e, quando era risalita in auto, Anna si era accorta che non era la stessa di prima: altri volti, altre voci, un altro autista bruno che guidava veloce e sicuro tra le dune. Non se n’era preoccupata più di tanto, perché tutto contribuiva a creare quella strana sensazione spersonalizzante che l’aveva colta da quando aveva messo piede in quel luogo: lei lì non era nessuno, nessuno la conosceva né si preoccupava per lei. Anna lo trovava esaltante, si sentiva come se il non essere nessuno le avesse permesso di fare tutto quello che voleva. Di essere chi voleva.

Arrancando nella sabbia, riuscì a raggiungere la vetta della duna e si fermò ansimante, piegandosi con le mani appoggiate alle ginocchia. Quando alzò la testa e guardò in basso, un brivido gelido la scosse e il sudore si trasformò in un sottile strato di ghiaccio sulla pelle accaldata.

Non c’era nessuno. Niente Jeep, niente autisti col turbante vestiti di chiaro, niente turisti vocianti. Era completamente sola in mezzo al deserto.

In maniera del tutto illogica, si precipitò giù dalla duna correndo e inciampando, come se farlo avesse potuto cambiare qualcosa, far riapparire magicamente la carovana scomparsa, ma tutta quella frenesia ebbe come unico risultato quello di farla cadere rovinosamente a terra. Incapace di muoversi, Anna fissò a lungo le tracce lasciate dagli pneumatici delle auto, tentando disperatamente di mettere ordine nei propri pensieri, e a quel punto la sensazione di libertà provata fino a un attimo prima si trasformò in terrore.

Nessuno la conosceva. Nessuno sapeva che era lì, né il suo nome era scritto da qualche parte, nella lista dei partecipanti alla gita. Le coppie e i gruppi di turisti l’avevano a malapena guardata e gli autisti erano troppo impegnati a mettere ordine in quella chiassosa massa umana per accorgersi che un membro della numerosa comitiva mancava all’appello. Nessuno l’avrebbe cercata e lei sarebbe morta lì, consumata dalla sete. O punta da uno scorpione.

Oddio, questo no, ti prego!

Dopo aver imprecato contro la sua irreparabile stupidità in tutte le lingue che conosceva, decise che lasciarsi andare all’autocommiserazione – o al desiderio di picchiare e magari uccidere se stessa – non sarebbe servito a nulla. Così, si alzò faticosamente in piedi, spolverandosi la sabbia dai pantaloni di tela color cachi e dalla maglietta bianca, e si diresse nella direzione da cui erano arrivati. Se c’era una cosa su cui non aveva dubbi era che il noto era meglio dell’ignoto: non aveva idea di cosa le riservasse il deserto davanti a sé e di certo non sarebbe riuscita a raggiungere le auto a piedi. Tornando indietro, invece, aveva una seppur minima possibilità di ritrovare la strada e il villaggio in cui sorgeva l’hotel. Avrebbe seguito le tracce delle auto e, anche se sarebbe arrivata a destinazione sfinita, ce l’avrebbe fatta.

Dopo poche centinaia di metri, le sue fragili certezze crollarono miseramente. Non solo il vento del deserto aveva già cancellato ogni traccia del passaggio umano, ma persino la conformazione delle dune le pareva diversa. Come nei mutevoli quadri di Escher, il deserto si trasformava sotto i suoi occhi e lei avrebbe vagato senza meta fino a crollare a terra sfinita, e a morire. Per quanto si sforzasse di essere ottimista, alla fine quello continuava a sembrarle l’unico possibile, spaventoso epilogo.

Ormai svuotata di ogni speranza, si costrinse a proseguire, scegliendo di scalare una duna particolarmente alta, nell’illusione che dalla sommità avrebbe potuto scorgere qualcuno o qualcosa, in quell’immenso nulla. Giunse in cima e vide soltanto questo, il nulla. Un ricciolo biondo miele sfuggì dalla crocchia improvvisata in cui si era raccolta i capelli e le coprì parzialmente la vista offuscata dalle lacrime. Anna lo scostò bruscamente, furiosa non più contro se stessa, ma contro il destino. Le lacrime rigarono le guance impolverate dalla fine sabbia del deserto e lei non tentò di fermarle: anche se le accadeva molto raramente di piangere, quella era senza dubbio l’occasione giusta per farlo.

Sola, disperata, probabilmente quasi morta. Non c’era proprio nulla da stare allegri.

All’improvviso, tra le lacrime, avvertì un fugace movimento ai margini del suo campo visivo. Tirando su col naso, si affrettò ad asciugarsi gli occhi e vide sbucare da dietro una duna un uomo a cavallo. O meglio, supponeva si trattasse di un uomo, perché da quella distanza poteva vedere soltanto una massa scura indistinta. La gioia profonda che provò nell’avvertire la presenza di un altro essere umano fu così potente da asciugarle gli occhi all’istante e Anna si mise ad agitare freneticamente le braccia, con un sorriso enorme stampato sul viso. Chiunque fosse, quell’uomo era il suo salvatore, colui che l’avrebbe sottratta al suo crudele destino, restituendole il resto della vita cui si stava preparando a rinunciare.

Schermandosi gli occhi con la mano, guardò il cavallo fare una brusca virata, quando il cavaliere si accorse di lei. Rimase immobile per un istante e il cuore di Anna si fermò, poi ripartì nella sua direzione, galoppando più veloce di prima. La sabbia sollevata dagli zoccoli avvolgeva la figura di un alone irreale, quasi fiabesco.

Quando cominciò a salire la duna, riuscì a scorgere l’uomo a cavallo: era enorme e possente, stringeva le redini in una sola mano e con l’altra impugnava qualcosa che lei non riusciva ancora a vedere con chiarezza. Il turbante che gli avvolgeva il capo lasciava scoperti soltanto gli occhi, che anche a quella distanza apparivano profondi e magnetici. Anna sorrideva così tanto che la mascella cominciò a dolerle: quell’uomo era magnifico, imponente, regale.

Era un vero eroe. Il suo eroe.

L’uomo piantò i tacchi nei fianchi del cavallo nero come la notte, che scalava la duna a grande velocità. A quel punto, Anna riuscì a vederlo meglio, a distinguere i particolari della figura che stava per piombare su di lei. Quell’uomo era davvero enorme e possente. Il suo sguardo, più che magnetico, ora le sembrava solo crudele. E l’oggetto che poco prima non aveva identificato era una lunga frusta di cuoio, che il cavaliere brandiva minacciosamente, come se avesse tutte le intenzioni di usarla.

Per l’ennesima volta in quella giornata maledetta, Anna si diede della stupida. Quel tizio era tale e quale al protagonista di un romanzo rosa che le era capitato di tradurre, nel quale il predone/sceicco/principe del deserto rapiva la fanciulla sola e sperduta, per poi portarla nel suo cavolo di palazzo e rinchiuderla nell’harem.

Sulla realtà non era così esperta, ma supponeva che un predone in carne e ossa fosse dedito a fare appunto questo, predare. Il che significava che quel tizio gigantesco si sarebbe preso i quattro soldi che le erano rimasti nel portafogli dopo aver pagato per quel tour dell’orrore e, frustrato per il magro bottino, l’avrebbe di sicuro stuprata brutalmente, per poi ucciderla. O abbandonarla moribonda in mezzo al nulla, il che era più o meno la stessa cosa.

Qualunque fosse la scelta tra fantasia e realtà, era comunque fottuta, visto che essere rinchiusa in un harem non rientrava neanche lontanamente tra le sue ambizioni.

Quando il cavallo frenò bruscamente, impennandosi a pochi metri da lei, l’eroe si era ormai trasformato nel cattivo della storia e, terrorizzata, Anna gli voltò le spalle e prese a correre più forte che poteva, lanciandosi giù dalla duna. Sentì vagamente la potente voce dell’uomo che urlava qualcosa, ma la paura che le rombava nelle orecchie non le permise di distinguere le parole, che comunque non avrebbe compreso, essendo senza dubbio pronunciate in una lingua barbara che non conosceva.

Era ormai arrivata in fondo alla duna, quando di nuovo i piedi affondarono nell’infida sabbia e lei cadde a terra a faccia in giù. Girò su se stessa tossendo e sputando, e appena si fu tolta un po’ di sabbia dagli occhi vide l’uomo che, smontato da cavallo, procedeva lentamente verso di lei. Le mani che teneva aperte davanti a sé le parvero artigli pronti a ghermirla. Indietreggiò di scatto, trascinandosi nella sabbia, cieca e sorda a qualunque cosa non fosse la sua paura, comprese le parole che ora l’uomo mormorava e che alle sue orecchie suonavano come insidiose minacce. Rendendosi conto che ormai l’aveva quasi raggiunta, cedette del tutto al panico, e iniziò a urlare.

«Non ti avvicinare, stammi lontano!»

Tentando istintivamente di riuscire a comunicare con lui, parlò in inglese, lingua che conosceva quasi quanto la propria, ma lui non diede segno di aver compreso e continuò ad avanzare.

«Non osare toccarmi, maledetto selvaggio!»

Questa volta, l’uomo si fermò. Gli occhi, l’unica parte visibile del suo volto, si incupirono pericolosamente, mentre ricominciava ad avvicinarsi, questa volta con le braccia lungo il corpo e le mani strette a pugno.

Quando si chinò su di lei, Anna tentò disperatamente di sfuggirgli, scalciando e artigliando la stoffa della sua tunica, ma lui parve non accorgersene nemmeno. L’afferrò saldamente per la vita e se la caricò in spalla, per poi gettarla brutalmente a pancia in giù sulla sella e salire dietro di lei, spronando lo stallone al galoppo.

Costretta in quella scomoda posizione, Anna continuò a urlare istericamente per qualche minuto, finché la stanchezza e l’oppressione al torace schiacciato contro la sella ebbero la meglio e lei tacque, sfinita. Il dolore al petto le strappò un gemito e l’attimo successivo le mani dell’uomo la sollevarono, sistemandola seduta di fronte a lui. Anna sospirò, affrettandosi a immettere nei polmoni quanta più aria poteva, ma il sollievo fisico fu solo una goccia nel mare di terrore che la possedeva.

Cosa voleva quell’uomo da lei? Dove la stava portando? Che cosa le avrebbe fatto?

All’improvviso, un’oasi di delineò all’orizzonte. All’inizio, Anna si chiese se fosse un miraggio causato dalla sete e dalla spossatezza fisica e mentale; ma, a mano a mano che si avvicinavano, i contorni dell’immagine si fecero più definiti, finché lei riuscì a distinguere chiaramente, nella fioca luce del tramonto, i tronchi delle palme e le grandi chiome mosse dal vento.

Il predone scese da cavallo, prendendola in braccio per farla smontare a sua volta; e, proprio in quel momento, dagli alberi emersero tre uomini. Due di essi erano vestiti come lui, con gli abiti tradizionali dei beduini del deserto, mentre il terzo, pur avendo i tratti somatici degli abitanti del luogo, portava dei pantaloni di tela verde militare e una semplice T-shirt bianca. Tutti fissavano il suo rapitore con uno sguardo colmo di stupore, ma, quando quello vestito all’occidentale aprì la bocca per parlare, l’uomo che la teneva in braccio lo zittì con un cenno della mano e disse qualcosa in arabo.

Mentre parlava, l’espressione sul volto degli uomini passò dalla sorpresa al divertimento e infine a un truce cipiglio, che provocò in Anna un nuovo brivido. Barbari, ecco che cos’erano. Selvaggi senza pietà né morale, e lei era completamente nelle loro mani. Un pensiero agghiacciante le serrò lo stomaco in una gelida morsa: probabilmente, il suo rapitore aveva intenzione di dividerla con loro. Quattro uomini violenti e crudeli avrebbero approfittato di lei, quella notte. Le lacrime si affacciarono di nuovo ai suoi occhi e lei le ricacciò indietro con un gemito, rimpiangendo amaramente di non essere morta di sete, o per il veleno di uno scorpione.

Tutto era meglio di quello.

L’uomo smise di parlare e la portò fino all’ingresso di una tenda con il soffitto a punta, decorata con festoni dorati. Si chinò per attraversarne l’apertura, entrò e la depose su un morbido materasso ricoperto di stoffa azzurra cangiante. Rialzandosi, la sovrastò per qualche istante, poi le lanciò un ultimo sguardo cupo che la costrinse a rannicchiarsi tremante contro la parete della tenda e uscì, lasciandola sola.

Anna si guardò attorno in quella che era a tutti gli effetti la sua prigione. Il pavimento era ricoperto da un folto tappeto nei toni dell’azzurro e del blu, su uno sfondo color avorio, e grossi cuscini foderati di seta e broccato argentato erano sparsi ovunque, sul pavimento e sul letto. Nel centro, c’era un tavolino basso, e contro una delle pareti un cassettone di legno intagliato. Dall’altra parte del letto, un paravento di stoffa finemente ricamata era posizionato di fianco a una grande tinozza smaltata con complicati decori. Non potevano esserci dubbi sulla destinazione d’uso di quel luogo: l’avevano imprigionata in un’alcova, lo scenario ideale per trascorrervi notti di sesso selvaggio o per commettervi le peggiori nefandezze, lontano da orecchie e occhi indiscreti.

Anna sobbalzò, quando i lembi dell’ingresso della tenda vennero scostati per lasciar entrare uno degli uomini, che reggeva un vassoio con sopra una grande brocca, un bicchiere di cristallo con arabeschi dorati e piatti colmi di cibo, che posò sul tavolino. Tornò all’ingresso della tenda e rimase a fissarla truce, finché lei non strisciò fino al tavolo e, vinta dalla sete, riempì d’acqua il bicchiere scolandolo fino all’ultima goccia. L’uomo indicò il cibo con il dito. Anna giudicò fosse meglio non farlo arrabbiare, prese tra le dita una piccola polpetta dalla forma allungata e se la portò alla bocca. Nonostante il sapore fosse buono, dovette masticare a lungo e fare diversi tentativi prima di riuscire a deglutire. L’uomo parve soddisfatto, fece un breve cenno del capo e, grazie al cielo, se ne andò.

Anna bevette un altro bicchiere colmo d’acqua, ma non toccò il cibo: aveva la gola chiusa per la paura e sapeva che non sarebbe riuscita a ingoiare nient’altro. Guardò dentro la tinozza e vide che era colma d’acqua limpida e tiepida. Immerse le mani a coppa e si pulì il viso, il collo e le braccia, godendo nel lavare via la sabbia fine che era penetrata nelle orecchie, negli occhi e persino nei pori della pelle. Si tolse le scarpe e lavò anche i piedi, poi si asciugò con un telo ricamato che trovò vicino alla tinozza e tornò a sedersi nel centro del materasso, in attesa.

Per quella che le parve un’eternità, non accadde nulla. Incerta, si alzò e raggiunse l’ingresso, azzardandosi a scostare appena i lembi per sbirciare all’esterno della tenda. Fuori, il sole era tramontato e il buio stava lentamente avvolgendo l’oasi e il deserto circostante. Non vedendo nessuno, Anna si fece coraggio e allargò l’apertura, finché non ebbe una visuale completa dell’area circostante la tenda. L’ingresso era rivolto verso una specie di tunnel tra gli alberi, che dava direttamente sul deserto, e attorno non c’era anima viva.

Inspirò con forza, terrorizzata all’idea di quello che stava per fare: se avesse provato a fuggire e l’avessero ripresa, sarebbero stati arrabbiati con lei e questo li avrebbe resi ancora più brutali e violenti. Ma doveva tentare.

Sforzandosi di non fare alcun rumore, uscì dalla tenda e strisciò carponi fino alla fine della stretta galleria tra gli alberi, sporgendosi appena per controllare la situazione: il deserto era davanti a lei, pieno di pericoli, ma anche della tanto agognata libertà. Anna non si fermò a riflettere. Scattò in piedi all’improvviso e si mise a correre verso il nulla e lontano dall’orrore che l’aspettava, se non fosse fuggita.

Non ebbe neppure il tempo di chiedersi se ce l’avrebbe fatta, che due braccia forti sbucarono fuori da chissà dove e si strinsero attorno a lei, bloccandola. Ansimando, alzò la testa aspettandosi di vedere gli occhi neri e minacciosi del predone che l’aveva rapita e invece incontrò lo sguardo calmo e vagamente divertito dell’altro uomo, quello con il volto scoperto e i pantaloni verde militare.

Lui non disse una parola. La sollevò di peso e la riportò nella tenda, posandola a terra quasi con gentilezza, poi aprì il cassettone intarsiato, tirò fuori qualcosa e glielo porse. Anna lo accettò per un riflesso condizionato, ma quando vide cosa aveva in mano fu così sorpresa da lasciarlo cadere. Ai suoi piedi, si raccolse un mucchietto di seta bianca e leggeri veli azzurro cielo: un abito da odalisca tempestato di una miriade di quelli che parevano minuscoli e luminosissimi diamanti.

Sconvolta, Anna fece un passo indietro, fissando negli occhi l’uomo che continuava a osservarla, impassibile. Lui sembrava diverso dagli altri, meno selvaggio, più civile. Forse…

«Ti prego» sussurrò. «Lasciami andare.»

Lui non disse nulla, la sua espressione non cambiò di una virgola. Nonostante ciò, Anna decise di fare un altro tentativo. In fondo, non aveva nulla da perdere.

«Tu non sei come lui» disse e stavolta l’uomo alzò appena un sopracciglio. «Non puoi lasciare che mi faccia questo. Ti scongiuro, liberami, non permettergli di farmi del male…»

A quel punto, incredibilmente, l’uomo sorrise. Un vero sorriso, anche se colmo d’ironia. Anna cominciò a pregare, ma le sue speranze si infransero miseramente quando lui raccolse l’abito da terra e lo distese con cura sul letto. Poi sorrise di nuovo, le voltò le spalle e lasciò la tenda.

Anna ne percorse nervosamente il perimetro, fermandosi ogni tanto a lanciare occhiate malevole al prezioso indumento che pareva fissarla, sfidandola, finché non sentì un rumore all’esterno e si allontanò di scatto dall’ingresso, rifugiandosi dalla parte opposta. Il telo venne scostato di nuovo e questa volta lui entrò nella tenda.

Più alto e possente dell’uomo che era appena stato lì, pareva riempire tutto lo spazio con la sua ingombrante e minacciosa presenza. Si era cambiato, ma i suoi vestiti erano molto simili a quelli che indossava quando l’aveva rapita, a parte il fatto che questi erano puliti e interamente bianchi. Compreso il turbante che, anche questa volta, lasciava scoperti soltanto i penetranti occhi neri, fissi su di lei come quelli di un falco sulla preda.

Anna era incapace di muoversi e persino di respirare, un topolino inchiodato dallo sguardo affamato del rapace in caccia. Tentò di abbassare gli occhi, ma non riuscì a fare nemmeno quello: lui la dominava con un solo sguardo, le impediva di fuggire, facendo schiava la sua volontà prima ancora che il suo corpo.

La voce squarciò il silenzio. Bassa, roca, insieme minacciosa e sensuale, al punto che Anna fu costretta a chiedersi se il gemito che le sfuggì dalle labbra fosse di paura o di desiderio. Lui disse poche parole in quella lingua sconosciuta, tanto aspra quanto musicale. E maledettamente virile. Mentre parlava, indicò con la mano l’abito da odalisca e con un lieve cenno del capo le ordinò di indossarlo.

Neanche morta.

Anna strinse i denti e incrociò le braccia sul petto. Lui pronunciò qualche altra parola, questa volta più aspra che musicale, e le fece un altro inequivocabile cenno, molto più deciso.

Anna si fece coraggio e scosse la testa. Lui parve lievemente sorpreso, ma si riprese in fretta: ridusse gli occhi a due strette e minacciose fessure e disse ancora una parola. Una sola. Che, seppur incomprensibile, suonava come il più lapidario degli ordini.

Anna deglutì a vuoto, sollevò il mento e lo sfidò con lo sguardo. Lui rimase immobile per alcuni interminabili secondi, poi afferrò l’impugnatura della frusta che portava arrotolata alla cintura e, con consumata abilità, la fece schioccare in mezzo a loro.

Il sibilo letale che fendette l’aria risuonò nelle orecchie di Anna, riempiendola di un terrore così grande che si sentì come se il cuoio avesse davvero morso la sua pelle. Senza esitare, corse accanto al letto, gli occhi fissi sulla frusta che giaceva lungo il fianco dell’uomo, stretta nella grande mano, e cominciò a spogliarsi con movimenti frenetici, imprecando sottovoce metà in italiano e metà in inglese.

Quando fu nuda, non se ne accorse neppure. Non vide gli occhi neri che divoravano ogni centimetro del suo corpo, non sentì le fiamme che la bruciavano. In qualche modo, riuscì a infilarsi il corpetto striminzito cosparso di abbaglianti pietre preziose, la lunga gonna fatta di veli concepiti per rivelare più che per coprire, e poi si fermò, ansimando allo stesso ritmo furioso del suo cuore. Non sapeva che cosa fare delle proprie mani. Del proprio corpo. Di tutta se stessa.

Chinò il capo e attese che il suo destino si compisse, pregando che tutto finisse il più in fretta possibile.

 




 


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