Sembrava una cosa così surreale che, sebbene si sentisse sciocco, Arthur doveva chiedere: «È… è una sorpresa per me?»
«Sì, tesoro.» Il tono dolce e divertito di Leo gli scaldò la pancia molto più di qualunque tisana esistente. Era come una colata dolce e saziante. «Pazienta ancora un pochino, però.»
«Va bene,» acconsentì, e riattaccò.
Arthur aveva preso molto seriamente le indicazioni ricevute, per questo apparve come l’omino Michelin davanti al tassista che lo attendeva. Neppure per scalare l’Everest, ci avrebbe giurato, erano attrezzati meglio di lui.
Aveva comprato tutto quell’armamentario in paio di anni prima, quando i suoi amici avevano organizzato di passare il Capodanno a sciare sulle Alpi svizzere. Poi era sempre rimasto ad ammuffire nell’armadio, perché lui era un tipo troppo pigro per uscire quand’era eccessivamente freddo. E comunque non c’erano grosse montagne nei dintorni, pertanto era doppiamente curioso di capire cosa Leo avesse in serbo per lui.
In parte, fu accontentato poco dopo, perché l’auto lo portò proprio a casa del diretto interessato.
Leo si trovava già sul marciapiede, in attesa, anche lui vestito pesante.
Quando prese posto accanto a lui, anziché salutarlo, si rivolse direttamente al conducente: «Come concordato, grazie.»
Il tizio si limitò ad annuire, segno che aveva inteso, per poi immergersi nel traffico serale, mentre il suo ragazzo si voltava verso di lui.
«Ciao,» lo salutò Leonard, indirizzandogli un’espressione strana. Non si scambiavano mai baci in pubblico, neppure quando dividevano un taxi – era solo un’intimità fittizia, perché i vetri trasparenti non offrivano mai vera privacy – pertanto Arthur non si aspettava qualche romanticheria, ma sicuramente non si aspettava neppure questo.
Il suo ragazzo gli stava porgendo una mascherina nera, una di quelle che si usavano negli aerei o per dormire anche di giorno. «Potresti indossarla, per favore?»
Dopo un momento di perplessità, lui obbedì.
L’oscurità immediata lo inquietò un po’, ma fu ricompensato dalla stretta gentile della mano di Leo sulla sua. Okay, niente baci. Ma quello si poteva fare con discrezione ed era più che benaccetto.
Le loro dita intrecciate gli trasmettevano familiarità e si rilassò contro lo schienale, mentre Leonard gli accarezzava col pollice la pelle del palmo in cerchi gentili.
«Se vuoi, possiamo ascoltare un po’ di musica.»
«Sarà un viaggio lungo?» domandò di rimando, curioso.
«Nah, nah. Niente dettagli.»
Arthur sorrise suo malgrado. «D’accordo.» E si ritrovarono a condividere l’iPod di Leo, spartendosi un auricolare a ciascuno.
Fra le canzoni che si susseguivano e le lente carezze, considerando poi che non aveva riferimenti visivi, Arthur perse la cognizione del tempo. Quando il taxi si fermò, accostando, fu come rompere un piccolo incanto.
Leonard lo aiutò a scendere, rifiutando la possibilità di togliergli la benda. Probabilmente sarebbe parso sciocco per chiunque l’avesse veduto, ma non era importante.
Si lasciò guidare con passo malfermo fra il nevischio e i vari ostacoli, e non seppe dire per quanto tempo, perché tutto sembrava amplificato: i suoni, i profumi, lo scorrere dei minuti.
I guanti erano sempre rimasti in tasca, di modo che la presa fra loro fosse salda. Ma d’un tratto il piacevole calore del palmo di Leo fu sostituito dal gelido caratteristico di una sbarra di metallo.
Arthur corrugò la fronte, stupito. E finalmente la mascherina fu tolta, permettendogli di sbattere le palpebre e di guardarsi attorno, confuso.
Era aggrappato a una grande cancellata chiusa, quella di un parco, probabilmente. Ma non riconosceva la zona tutt’attorno.
A colpo d’occhio, non sembrava una parte della città che frequentava abitualmente, anche se, a dirla tutta, potevano essere finiti tranquillamente anche in un’altra città senza che lui se ne fosse reso conto. L’area non sembrava centrale, ma c’erano alti palazzi illuminati e condomini frammezzati da negozi.
«Andiamo?» si sentì chiedere, mentre Leonard faceva spuntare dal giaccone una lunga chiave e apriva la serratura della cancellata.
«Ma che…?»
«Shh… Il meglio arriva fra poco,» lo zittì il suo ragazzo, facendolo cavallerescamente passare, per poi richiudersi la porta alle loro spalle.
S’incamminarono, inoltrandosi nella tenue luce dei pochi lampioni che delineavano i sentieri seminascosti dalla neve. Anche in quel momento cadevano piccoli, soffici fiocchi e Leo gli prese nuovamente la mano, guidandolo verso un punto noto solo a lui e, quando giunsero a destinazione, Arthur rimase a bocca aperta.
C’era un piccolo gazebo di forma rotonda, interamente costruito in ferro battuto. Intricati arzigogoli arricchivano la struttura, come se il metallo fosse stato un’edera rampicante che aveva prosperato in quel luogo. Ma erano le mille lucine bianche a rendere magica l’atmosfera. Cadevano a pioggia dall’alto, lungo le pareti, e illuminavano la struttura con un alone surreale, bellissimo e discreto.
Al centro del gazebo c’era un unico, piccolo tavolo rotondo accompagnato da due sedie.
La tavola era imbandita, ricoperta con una tovaglia quadrettata, con tovaglioli in tinta, piatti e calici pronti per essere usati.
Leonard lo accompagnò fino alla sedia più vicina e poi, galante, la scostò per lui.
Quando Arthur si sedette, il suo ragazzo lo imitò e con un accendino diede fuoco allo stoppino dell’unica candela presente.
«Allora… Ti piace la sorpresa?» gli chiese, speranzoso e titubante.
Artie, che doveva ancora riprendersi del tutto, si ritrovò ad annuire. «Non me lo sarei mai aspettato,» ammise sincero. «Tutto questo... è bellissimo. Grazie.»
Leo corse ad afferrare la mano dell’altro e la strinse gentilmente.
«So che ti manca la possibilità di cenare fuori assieme e che vorresti fare qualche picnic nella bella stagione… Così ho pensato a questo compromesso. Un picnic in inverno non è il massimo, ma…»
«È perfetto,» lo contraddisse Arthur, con un groppo di commozione in gola. «Semplicemente perfetto.»
Il sospiro di sollievo che sfuggì a Leo gli fece capire quanto il suo ragazzo avesse temuto di sbagliare, ma si riprese in fretta. «Mangiamo, vuoi?» suggerì allora, facendo spuntare un cesto di vimini con dentro tanti contenitori termici e del buon vino.
«Muoio di fame,» concordò Arthur, un istante prima di brindare a loro due.
Cenarono chiacchierando di tutto e niente, facendosi gli occhi dolci, imboccandosi a vicenda, dall’antipasto al dolce – Leo aveva fatto le cose in grande, bisognava ammetterlo! – mentre una piacevole musica di sottofondo riempiva l’aria dalla dock station dell’iPod.
«Non ti ho mai portato a ballare,» si rammaricò Leonard, fissando pensieroso l’amplificatore portatile. «Ti va di rimediare ora?»
«Hai una vaga idea di quanto io sia impedito?» rispose invece Arthur, scandalizzato dall’idea.
«Dai, su!» Con un incitamento gentile, il suo partner gli afferrò una mano per farlo scendere dal cuscino imbottito con cui si era riparato dal freddo.
Finirono a danzare sotto la neve che cadeva, dondolando stretti stretti, goffi e felici. Si scambiarono anche un mucchio di baci: baci lenti, baci sazi, e ancora baci affamati e possessivi.
Potevano permetterselo, lì, in quel luogo. Ai confini del mondo.
In quella bolla di perfetta realtà parallela c’erano solo loro, come se fossero arrivati davvero ai confini del mondo o il pianeta si fosse svuotato. Non c’erano problemi, curiosità, segreti e scomode verità. C’erano loro due, solo loro due.
Arthur strofinò la punta gelida del naso contro l’orecchio del suo uomo, facendolo rabbrividire col calore del proprio respiro. Cercò inutilmente di raggiungere con le dita un pezzetto di pelle sul fianco dove lo stringeva, ma strati di lana e gore tex glielo impedivano. «Vorrei che dal tuo cestino di Mary Poppins facessi sbucare anche un plaid, per fare l’amore con te, qui all’aperto, sulla neve; ma penso che con questo freddo mi si staccherebbe l’uccello come un blocco di ghiaccio e addio divertimento.»
Leonard ridacchiò concorde. «Decisamente non è il caso di rischiare parti così importanti per la felicità di tutti; sono troppo giovane per restare vedovo e inconsolabile… E poi temo che il lubrificante si solidificherebbe ancor prima di uscire dalla bustina.»
Risero un altro po’, ma il rintocco di una campana oltre gli alberi del parco ruppe l’incanto.
Leonard si staccò da Arthur, controllando con frenesia l’orologio.
«Ehi, Cenerentola, non è che il gazebo mi ritorna zucca, vero?» gli chiese Artie, ironizzando per camuffare la delusione per quell’improvviso cambio di registro. «Anche perché manca ancora parecchio a mezzanotte.»
«No, è che…» Leo si morse il labbro inferiore, di colpo ansioso. «Devo portarti in un altro posto. Tipo… Adesso.»
Beh, d’accordo. Chi era lui per negarsi?
Raccolsero in fretta le vettovaglie, spensero la musica e la candela, ma Leo disse di lasciare tutto lì, che avrebbero ripreso le cose andandosene. Poi gli afferrò una mano e lo trascinò lungo un sentiero completamente immacolato. Le uniche impronte erano le loro, tutt’attorno. La neve continuava a cadere, lenta e lieve, e presto avrebbe nascosto anche il loro passaggio.
Arthur si fidava ciecamente di lui, perciò non fece domande e si limitò a seguirlo. Attraversarono il parco e il boschetto, percorrendo i sentieri meno battuti. Alla fine sbucarono verso la destinazione, cominciando a sentire sempre più vicini i rumori della città, le auto che passavano, i clacson, la gente che camminava chiacchierando. Ma quando giunsero di fronte a una recinzione chiusa – un lato della cancellata perimetrale – Artie osò pensare che forse avevano sbagliato strada. Si sentiva come quando, da piccolo, andava allo zoo con sua sorella e i nonni, solo che stavolta si trovava dalla parte sbagliata della gabbia.
Leonard lo staccò gentilmente dalle sbarre e se lo strinse contro, trascinandolo nuovamente, almeno un po’, tra le fronde dei cespugli gelati e all’ombra degli alberi che offrivano discrezione. Ai confini del mondo che era stato solo loro, a un passo da quello della civiltà.
Arthur rilassò la schiena contro il busto del suo compagno e lasciò che l’altro lo abbracciasse, intrecciando le dita assieme.
«So di non meritare un uomo splendido come te, Artie.» Leo spinse le labbra contro i suoi capelli, mormorandogli quell’accorata confessione. «So che negli ultimi mesi mi sono fatto assorbire da altro, perché è il primo ruolo da protagonista che mi offrono e avevo qualcosa da dimostrare a tutti, a me stesso e anche a te; so che il mio lavoro ci costringe a scelte che ti fanno soffrire, so che sono delle imposizioni che tu accetti per amor mio, ma una parte di me è certa che prima o poi ti stancherai di me, ti stancherai di aspettare e troverai qualcuno di migliore, qualcuno che ti ami alla luce del sole, che non si nasconda come faccio io…»
«Leo…»
«No, aspetta. Lasciami finire, ti prego,» lo supplicò l’altro, mentre la voce gli si incrinava. «Non posso darti quello che vuoi oggi, e neppure domani. Non ti porterò a sfilare al Gay Pride fra qualche mese… Ma se saprai aspettare, ti giuro che accadrà. Non c’è giorno che io non ringrazi la mia buona stella per averti messo sulla mia strada. E scusami se non te lo dico spesso, ma spero tu capisca una volta per tutte i miei sentimenti per te.»
Leonard sollevò le loro mani unite e indicò il maxi cartellone pubblicitario, al di là della strada, che mandava in loop le stesse immagini, mentre spot pubblicitari scorrevano come sottotesto. D’improvviso, lo schermo divenne nero e l’istante successivo un gigantesco «Ti amo, Artie!» esplose in tutto il suo rosso sfavillio, con tanto di cuoricini e micro fuochi d’artificio che esplodevano festosi attorno alla scritta.
«Ehm,» Leo si schiarì la gola, imbarazzato. «Quando ho affittato lo spazio e mi hanno fatto vedere il promo, sembrava molto meno pacchiano, te lo giuro.»
«Sta’ zitto, testone. È la cosa più romantica che qualcuno abbia mai fatto per me. E per la cronaca,» precisò, ruotando nell’abbraccio per essere uno di fronte all’altro. «Ti amo anch’io. Alla follia. E ti aspetterò, dovessi farlo per altri cent’anni.»
«Oh, bene. Bene.» Leonard sospirò di sollievo.
«Andiamo a casa?» suggerì Arthur, ammiccando malizioso. «Così potrò dimostrarti quanto ho gradito l’intera sorpresa in molti, molti modi.» E per cominciare adeguatamente, le sue mani corsero a stringere le natiche del compagno, mentre la sua bocca si tuffava bramosa sulle sue labbra. Le divorò con passione, leccandole e mordendole, facendolo mugolare di aspettativa, mentre i loro corpi si strusciavano uno contro l’altro, in cerca di maggior attrito. Lo ricompensò con un lungo bacio appassionato, preludio di quello che sarebbe avvenuto di lì a poco.
E poi lo avrebbe amato, ancora e ancora, portandolo ai confini del mondo.
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