RICOMINCIARE A NEW YORK - Capitilo 2 di 4

CHARLOTTE LAYS


Mia nonna, dall’alto della sua saggezza quasi centenaria, mi ha detto che una delle mie caratteristiche principali è l’impulsività.

Sarebbe positiva se sapessi sempre dosarla, cosa che non credo di aver fatto scegliendo di indossare questo vestito creato appositamente per me da una stilista portoricana emergente.

Il tessuto riporta la stampa della vegetazione endemica della nostra terra, i fiori e le foglie sono in rilievo e ricamati nei punti in cui siano esaltate ognuna delle mie curve generose.

I capelli sono gli stessi che ho lavato e asciugato da sola questa mattina; il trucco è sofisticato, ma senza eccessi.

Dietro le quinte si sente il brusio degli addetti ai lavori, alcune prove del suono e i passi di Jomar che si posiziona sulla stella al centro del palco.

«In onda tra tre, due, uno…»

Mi sento innaturalmente tranquilla, come se non fossi io quella che vuole sedersi davanti a lui e cercare ogni appiglio per massacrarlo, per ripagarlo con la stessa moneta.

«Buongiorno, care amiche e cari amici del Jomar Morning. Sono molto emozionato nel presentarvi l’ospite di oggi perché appartiene alla mia vita passata, alla mia infanzia e alla mia giovinezza. È una donna che ha sempre avuto un talento incredibile e finalmente la vita ha deciso di ripagare i suoi sforzi.»

Inarco un sopracciglio, per niente impressionata dalle sue parole.

«Devo avvertirvi che molto probabilmente la prossima ora sarà abbastanza turbolenta, perché la sua bontà d’animo va cercata in mezzo a un caratterino niente male, quindi mettetevi comodi, perché tra poco ne vedrete delle belle.»

«Pubblicità!» grida qualcuno.

Chiudo gli occhi per concentrarmi su alcuni esercizi vocali, anche se ho già scaldato le corde, mi serve qualcosa per tenere occupato questo inutile minuto prima del supplizio.

«Ed eccoci di nuovo insieme» accoglie Jomar. «Spero che abbiate chiamato le vostre amiche per farle sintonizzare e abbiate messo i telefoni in modalità silenziosa, perché ho il piacere di avere con noi Lisbet Carmen Serrano, ma forse la conoscete meglio come Lisbeta» conclude imprimendo tutta la pronuncia possibile della nostra lingua d’origine.

Butto fuori l’aria e mi stampo il sorriso di scena, perché il mio caratteraccio non deve oscurare la gratitudine che provo verso il pubblico che mi ha portata al successo.

Jomar è bravissimo nel suo lavoro, quindi mi invita a sedermi su quella che è conosciuta come “la poltrona di spilli della tv”, perché lui non fa niente per metterti a proprio agio ed è la trasmissione con il più alto tasso di imbarazzo del Paese.

«Okay, Lisbet, senti, io direi di chiarire subito la nostra situazione, soprattutto dopo che sono spuntate fuori quelle immagini di noi due al parco.»

«Va bene» lo assecondo.

Rivolge alla telecamera il suo profilo migliore. «Lisbet e io veniamo dallo stesso quartiere abbiamo avuto una storia quando eravamo dei ragazzini.»

Guarda me, mostrandomi un sorriso così genuino che mi chiedo quanto abbia speso in corsi di recitazione.

«Conservo dei ricordi bellissimi.»

«Davvero? Io li ho bruciati.»

Dalla regia inviano una risata del pubblico invisibile.

«Sì, be’» tentenna Jomar in maniera calcolata. «Eravamo giovani e irrequieti. Crescendo abbiamo trovato i nostri equilibri.»

«Sul serio, Jomar? Da quel che si dice in giro la tua vita amorosa è abbastanza turbolenta e variegata.»

È bravo anche a incassare, c’è da rendergliene il merito.

«Da quel che si dice in giro sei una madre single con un recente divorzio alle spalle.»

«Pensavo che tu fossi stato sufficiente a farmi capire che gli uomini non si finiscono mai di conoscere e se ne vanno alla prima occasione propizia, ma sai come sono fatta… sono testarda e ho dovuto batterci la testa almeno un’altra volta. Per quanto riguarda l’essere madre single… onore a me e a ognuna delle donne che hanno scelto o si sono trovate a esserlo.»

Piego la testa di lato, domandandogli silenziosamente quanto voglia farsi male.

Con la coda dell’occhio un autore si sbraccia per richiamare l’attenzione di Jomar, che si accarezza il labbro inferiore con la punta della lingua, decidendo quale sia l’altro argomento scabroso da intraprendere.

«Ho saputo che hai rifiutato i primi due contratti discografici perché volevano che ti sottoponessi a degli interventi di medicina estetica.» Gli occhi neri lasciano il foglio solo per scivolare dal basso verso l’alto sul mio corpo. Ecco di nuovo quel sorrisetto. «Alla fine hai ceduto o ti sei armata di buona volontà?»

«Non ho mai avuto problemi con il mio corpo. Si trattava di un contratto che aveva altre pretese assurde e l’ho rifiutato. Avevo partorito da meno di un anno, allattavo ancora e, per la miseria, una donna ha ogni diritto di essere una fisarmonica per le gravidanze, per delle cure mediche e per qualsiasi cosa voglia, senza sentirsi sempre giudicata.» Mi rivolgo io alla telecamera. «Nei nostri giorni tristi ci tiene compagnia l’insalata? No, gente. Abbiamo bisogno di un bel bicchiere di vino e qualcosa di succulento che ci risollevi il morale.»

Ammicco alla camera e indico Jomar. «Le persone che si consolano con l’insalata si riconoscono a miglia di distanza.»

Il cartello della pubblicità si illumina, quindi siamo costretti a fermarci.

«Hai intenzione di continuare così per tutto il tempo?» mi chiede Jomar, mortalmente calmo.

Sollevo il viso verso Adamo che mi tampona la fronte con della cipria. «Sono fin troppo brava.»

«Ji-Min sembra la figlia di Kim Jong-un da quanto è incazzata» bisbiglia il mio truccatore.

«Ho appena cominciato.»

«Bene così, perché invece dietro le quinte stanno tipo impazzendo per lo share alle stelle.»

«Dieci secondi!» grida qualcuno dal fondo.

«Se vi siete sintonizzati adesso, dovrete andare a recuperare la prima parte di quest’intervista. La mia ospite Lisbeta mi sta dando del filo da torcere.» Jomar mi sorride. «Ma noi non molliamo mai, non è vero?»

«Mai. È anche un punto di principio, no?» Alterno l’attenzione tra lui e la telecamera che mi sta inquadrando. «La percentuale di persone che ti piantano in asso per le tue domande imbarazzanti è inspiegabilmente alta, Jomar.» Apro le mani. «Io non ho niente da perdere, quindi possiamo procedere senza intoppi.»

«Sto cominciando a sospettare che quello che uscirà malconcio da questo studio oggi, sarò proprio io.»

La mia espressione si fa melliflua. «Vorrei mentirti, ma la verità è che la mia intenzione è proprio questa.»

«Aiutatemi! Questa donna è senza cuore!» recita in camera.

«Solo per colpa tua.»

Il disagio nello studio è palpabile.

La tensione del corpo di Jomar è visibile solo a me, che lo vedo nella sua interezza e non il semplice primo piano sullo schermo di casa.

La risata del pubblico finto arriva in differita, come se anche dalla regia non sapessero come interpretare le mie parole.

«I tuoi costumi di scena sono famigerati in tutto l’ambiente musicale e, per altri motivi, nella maggior parte della popolazione maschile mondiale.»

«Sarhermosa era la mia vicina di casa, ricordi?» Accentuo la domanda. «Cuciva i miei abiti quando cantavo per i matrimoni o le feste di quartiere. Usava di tutto… cercando nei negozi dell’usato e rimettendo insieme i pezzi creando capolavori che indosso ancora. Se sono sensuale è solo merito suo.»

«Indossi biancheria intima sotto quei costumi, Lisbeta?» domanda con una certa soddisfazione, forse convinto di cogliermi in fallo.

Mi gratto la tempia con l’unghia dell’indice. «Sei la quinta persona che me lo chiede, Jomar, io non capisco davvero perché la gente abbia iniziato a chiedere se e cosa si indossi sotto i vestiti, no?»

Ancora una volta la risata arriva in ritardo.

«Quanti anni ha tua figlia?»

Questo mi coglie alla sprovvista, non solo perché non voglio che lei sia menzionata nel mio mondo lavorativo, ma perché non pensavo che cadesse così in basso.

«Cinque» rispondo asciutta.

«E cosa le stai insegnando? A cantare, a ballare, a truccarsi?»

Schiarisco la voce, stavolta terribilmente delusa dal nulla cosmico che è diventato l’uomo che ho davanti.

Il ragazzo che amavo aveva sentimenti, anima e una morale che ha sacrificato piantandomi in asso senza uno straccio di motivazione.

Ha fatto le sue scelte, deprecabili, ma non immaginavo che avesse annientato tutto se stesso per creare un personaggio.

«Canta, balla, si trucca, gioca a calcio e dice di voler diventare una dottoressa. Mia madre non mi ha insegnato a cantare. Non aveva tempo… lavorava sedici ore al giorno in tre posti diversi per metterci qualcosa in tavola e un tetto sulla testa. Mi ha insegnato cosa è importante: la salute, la famiglia, gli amici; il lavorare sodo e l’essere corretti. A mia figlia sto insegnando a essere la bambina spensierata che io non sono mai stata e questo è un privilegio, soprattutto per me. Per il resto… sarò ben lieta di invitarti a cena per mostrarti come sa già difendersi dalle persone come te.»

«Grazie per il tuo contributo, Lisbeta. Appena avrò finito me ne andrò a casa a leccarmi le ferite.»

«Prego. Ogni tanto serve qualcuno che ci rimetta sulla retta via.»

Mi alzo dalla poltrona e cammino fino alle quinte, con tutta l’intenzione di indossare di nuovo la mia tuta scolorita e deforme, prendere un taxi e chiudermi nel mio studio a scrivere testi e arrangiamenti finché non è l’ora di andare a prendere Maribel.

Mi sono presa la mia soddisfazione, ma ha un sapore dolce amaro che non mi aspettavo.

«Lilie!» Jomar mi chiama mentre sono a metà corridoio.

Sarei ingenua se non sapessi che molti occhi curiosi ci stanno spiando.

«Che c’è?» gli chiedo esausta.

«Ti sei comportata da stronza.»

«Io?» Mi punto un dito sullo sterno, senza contenere l’incredulità.

«Mi hai fatto fare la figura del…»

«Coglione? Sessista? Superficiale? Aiutami, al momento mi sfuggono altri complimenti per lo scempio a cui mi hai appena sottoposto.»

«È il mio marchio di fabbrica.»

«È l’emblema dell’imbarazzo, Jomar. C’è una vena di sadismo nelle domande che fai, davvero. Sono cattive e a tratti demenziali.»

«Non le scrivo io.»

«Non è una giustificazione, cariño. Tu le fai, quindi le avalli perché è dalla tua bocca che esce quella merda.»

«Mi stai giudicando?»

«No. Non ce n’è bisogno. Lo stai già facendo da solo e chissà da quanto tempo non hai il coraggio di ammettere quanto ti fa schifo tutto questo.»

 



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