HEALED
Capitolo 1 di 9

Scritto il 26/08/2026
da FRANCESCA MARCELLI


Healed è una novella che racconta parte della vita dei protagonisti di Undone. 

 

 

⏱ ~13 min · 2668 parole

 

«Chi di voi vuole provare?» Lavinia si mette le mani sui fianchi e osserva i bambini seduti sul pavimento attorno ai suoi piedi. «Nessuno che sia tanto coraggioso da cantare?»

 

Fa una faccia buffa per far ridere i più piccoli e poi si siede insieme a loro, al centro del cerchio che hanno creato.

«Vi sembrerà strano, ma ad Alberto non piace mangiare i bambini.» La vedo arricciare il naso e piegarsi in avanti con il busto per cercare di coinvolgerli.

«Non sempre» puntualizzo io, battendo le dita sulla tastiera che la scuola di musica dove insegnano i nostri padri ha regalato alla casa-famiglia. Sono ormai diversi mesi che veniamo qui due volte a settimana per offrire a questi ragazzi la possibilità di imparare a suonare, o a cantare.

Lavinia è sempre stata una pessima cantante, ma da piccola ha imparato a suonare il pianoforte insieme a me, e non se la cava male neanche con la chitarra. Per cui molto spesso lei suona e io canto, o suoniamo insieme.

Ai bambini piace, soprattutto a quelli più piccoli. Non avevo idea di quante realtà diverse potessero esserci all’interno di queste strutture e, da quando vengo qui, non riesco più a staccarmene.

Per Lavinia è stato terapeutico, come per me. Ci ha aiutati a costruire di nuovo qualcosa insieme e ci ha riavvicinati.

La guardo rapportarsi con i bambini e non posso fare a meno di chiedermi che madre sarebbe stata per Noah. Sarebbe stata severa o lo avrebbe lasciato libero?

Come se l’avessi chiamata, si volta e mi guarda con un sorriso birichino sulle labbra.

«Se non volete essere assaggiati da Alberto, vi consiglio di non chiamarlo mai “Albi”.» Ecco perché sorrideva.

Anche i bambini si mettono a ridere, sono otto e vanno ancora alle elementari.

«Allora, chi vuol cantare una bella canzoncina di Natale? Avanti, bambini, siete bravissimi ormai.» Lavinia si alza di nuovo e mi viene incontro alla tastiera. «Va bene, ho capito, volete che sia io a esibirmi con Tu scendi dalle stelle.»

Mi si posiziona accanto e apre la bocca per prendere fiato, ma prima che possa intonare la prima nota, Pietro, una peste di otto anni, salta in piedi e le corre incontro.

«Nooooo, ferma!» urla, facendoci ridere tutti. «Canti troppo male!»

Lei si finge offesa e torna a sedersi in mezzo agli altri.

«Bene, allora tocca a te…forza!»

«Sei pronto, peste?» gli domando io preparandomi ad accompagnarlo con la tastiera.

«Si… Albi» risponde insolente guadagnandosi un sorriso da Lavinia e un’occhiataccia da me.

Pietro e io iniziamo il nostro piccolo concertino natalizio, e quando a metà brano alzo gli occhi, trovo Lavinia a fissare oltre la porta del refettorio.

Mi giro e nell’andito vedo Luca che parla con una delle nuove ragazze, la più grande. È arrivata qui la settimana scorsa insieme alle due sorelle piccole, una delle quali è qui con noi.

Lui sembra pavoneggiarsi come un normalissimo ragazzo di diciassette anni con la ragazza che gli piace. Torno sulla mia donna che li osserva ancora e in lei scorgo uno sguardo che non vedevo da anni.

Non ha ancora voluto affrontare con me l’argomento, e io non ho intenzione di forzarla, perché so che prima o poi lo farà.

Terminiamo l’ora con i bambini e, quando loro si alzano per andare a mangiare, noi iniziamo a sistemare le poche cose che abbiamo portato. Lavinia mi si avvicina e appoggia i gomiti sulla tastiera e le mani sotto al mento, in un atteggiamento rilassato che le fa brillare gli occhi.

«Sono andati bene, vero?» mi chiede spensierata.

«Direi di sì, domani dobbiamo lavorare con i grandi per lo spettacolo di Natale, so che alcuni genitori verranno a vederli esibirsi.» Lei accenna un sorriso e io le accarezzo una guancia.

«Credi che per loro sia una bella esperienza?»

«Certo che lo credo, Lavi» la rassicuro e finisco di sistemare. «Se ti alzi la vado a mettere via, o della tastiera non rimarrà nulla.»

«Va bene, Albi.» Mi soffia un bacio e io la guardo male, più per abitudine che per un reale fastidio a essere chiamato così.

Sistemo gli strumenti nella stanza accanto al refettorio, una sorta di sgabuzzino, tallonato da lei con la chitarra in mano. Quando ci richiudiamo la porta alle spalle sentiamo dei gridolini provenire dalla tromba delle scale che portano al piano di sopra. Non ci sono mai salito, ma credo vi siano le camere dei ragazzi.

Sembrano risa e schioccare di labbra. Le sorrido e mi avvicino per sbirciare.

«Vieni via… dai… lasciali in pace» borbotta Lavinia rossa in volto, come se a essere colta sul fatto fosse stata lei.

Giro l’angolo e seduti sui gradini della prima rampa ci sono proprio Luca e la ragazza di prima, avvinghiati l’uno all’altra, con le bocche incollate.

«Cazzo!» esclama lui quando si rende conto della mia presenza. «Noi… insomma… credevamo che fossero andati tutti a cenare…»

«No, ma continuate pu…»

«Luca!» esclama Lavinia accanto a me come se lo avesse trovato a trafugare oggetti preziosi da un museo.

«Che state facendo? Andate di corsa a mangiare!»

La ragazza, Silvia credo si chiami, non si scompone neanche e le passa accanto senza dire niente, mentre Luca scende i gradini e le si ferma davanti.

«Non stavamo facendo niente di male» si difende con il tipico tono dell’adolescente sicuro di sé.

«La conosci appena, e non sai neanche se resterà o se tornerà a casa.» Niente, Lavinia è entrata in modalità ramanzina.

«Ma piantala, mica devo sposarla. Una limonata non ha mai ucciso nessuno, forse dovresti provare a farlo più spesso anche tu.» E la supera a sua volta.

«Luca, così no però…» intervengo, ma lui se n’è già andato, e io so perfettamente che toccherà a me sopportare Lavinia.

«Adolescenti…» si lamenta, portando le mani sui fianchi e continuando a fissare il corridoio lungo il quale si è allontanato il ragazzo. «Se solo mi ascoltasse…»

«Non sarebbe un adolescente» concludo per lei poggiandole le mani sulle spalle. È una sensazione bellissima poterla toccare di nuovo liberamente, senza la paura che questo contatto possa mandarla in tilt. È una libertà che mi prendo più spesso che posso, come se farlo di continuo mi ripagasse di tutti gli anni trascorsi lontano.

«Già» sussurra, ma continua a guardare da quel lato.

«Andiamo, dai, tanto non credo che tornerà indietro a chiedermi scusa, vero?»

«Fossi in te non ci spererei.»

Sorrido e insieme ci avviamo alla macchina.

Capita ancora che Lavinia si perda in momenti di silenzio che sono solo suoi, e io sto cercando di imparare a gestirli. Da un po’ di tempo abbiamo iniziato un percorso di terapia insieme, sempre seguiti da Fausto.

Non lo credevo possibile, ma questo ci sta avvicinando molto.

Guido in silenzio fino alla nostra casa; sì, mi sono trasferito anche io e abbiamo mandato a quel paese tutto il discorso dell’affitto, suo e mio. Siamo i proprietari e dentro quella casa vogliamo costruire il nostro futuro, che di sicuro sarà insieme, perché se c’è una cosa che ho imparato in questi anni è che non posso vivere senza lei.

«No! Mi sono dimenticata che dovevo passare da tua madre» esclama all’improvviso portando una mano alla fronte. «Ti dispiace se ci andiamo un attimo? Le avevo promesso che sarei passata a prendere le lasagne che ha preparato.»

«Ma di corsa ci vado!» Giro la chiave e rimetto in moto la macchina. «Mi ero rassegnato a mangiare una pizza surgelata.»

La sento ridere sotto i baffi. Le appoggio una mano sulla coscia e la stringo un po’.

«Mi fai male così» si lagna scalciando.

«Lo so benissimo che ti piace.» La infastidisco ancora e lei si volta e mi fa linguaccia. «Te la mangio quella lingua, Lavinia. Non sfidarmi.»

«Noioso» borbotta, ma la sua mano si ferma sulla mia di coscia. Poi cammina con le dita sulla stoffa dei pantaloni, fino al cavallo. Lì si ferma e inizia un massaggio lento, ma stuzzicante.

«Devo entrare dai miei con un’erezione?»

«Diciamo che è un’anticipazione di come vorrei che finisse la serata.» Continua così finché non arriviamo e con la macchina oltrepassiamo il cancello.

Mia madre si affaccia in giardino ancor prima di permetterci di scendere.

«Pensavo non arrivassi più.»

«Abbiamo fatto tardi, mi dispiace» si giustifica Lavinia uscendo dall’auto, e io rubo qualche istante di solitudine sperando che l’uccello torni a riposo.

Prima che inizino a chiamarmi, la imito e scendo a mia volta. Entriamo in casa e troviamo mio padre seduto sulla poltrona con un libro in mano.

«Papà.»

«Ragazzi» ci saluta lui mettendo via tutto e alzandosi.

«Restate a cena con noi?»

«Ma certo che restano!» interviene mamma senza darci modo di parlare.

«Mamma, dobbiamo andare a casa, siamo fuori da stamani.»

«Ma sì, mangiate e tornate a casa. Così non dovete nemmeno rassettare dopo.» Mia madre ha sempre la soluzione a tutto. Guardo Lavinia rassegnato e lei alza le spalle.

«Va bene, restiamo.» Si toglie il cappotto e la segue in cucina per aiutarla a preparare, mentre io preferisco rifugiarmi nella stanza della musica.

Vado subito allo strumento di cui sento di più la mancanza: il piano. Passo una mano sulla superficie liscia del legno, non c’è un granello di polvere e sorrido per la cura che gli dedica mia madre.

Mi siedo e lo apro.

Chiudo gli occhi e aspetto il momento giusto, l’attimo perfetto in cui mi sento parte dello strumento e la musica inizia a fluire da sola dalle mie mani. Resto a occhi chiusi anche mentre le prime note si diffondono nella stanza riproducendo un brano di Ligabue, Tu che conosci il cielo.

Ho suonato spesso questa canzone, sempre da solo e sempre con la chitarra. Mi dà un senso di serenità e di tranquillità, insieme alla consapevolezza di dover fare

questo viaggio che si chiama vita al meglio. Dopo un giro solo strumentale, inizio a cantare:

Mi va di ringraziare Puoi farlo tu per me?

Che io intanto sono in viaggio

Sento una mano posarsi sulla mia spalla. So che non è quella di Lavinia, questa è grande e forte e mi stringe la spalla.

Farò come potrò Starò con tanta gente Per stare solo un po’

facendo il mio viaggio.

Continuo a cantare. Mio padre si siede di fianco a me, non mi interrompe, anzi mi ascolta attento.

Non ricordo l’ultima volta che si è seduto al piano con me e che mi ha ascoltato cantare. Lo faceva spesso quando ero piccolo, poi tutto è cambiato.

«Tutto bene?» mi chiede quando ho finito.

«Certo, papà. Tutto benissimo adesso.» So a cosa si riferisce.

«Sono felice per voi.» E come per magia, inizia anche lui a suonare, non Ligabue ovviamente, ma Mozart. «La tua voce è cambiata.»

«Non fumo così tanto, papà.» Sono subito pronto a difendermi, ma quando mi giro lo vedo sorridere.

«Non mi riferivo alle sigarette. Sei solo cambiato, cresciuto, e così anche la tua voce, com’è giusto che sia.» Dopo qualche minuto, si ferma, fa scrocchiare le dita irrigidite e mi parla di nuovo. «Come vanno le cose alla casa-famiglia? So che questo progetto vi sta prendendo

molto, e credo sia un bene.»

«Lo credo anche io» confermo richiudendo il piano.

«Quei bambini devono affrontare un sacco di problemi.»

«Immagino. Vieni, andiamo dalle nostre donne, deve essere quasi pronto. Dovrebbe venire anche tua sorella a cena.»

Lo seguo in cucina, dove Lavinia e mia madre sono sedute a tavola a chiacchierare, visto che è già tutto pronto.

Mi fermo dietro di lei appoggiando le mani allo schienale della sua sedia. Lavinia solleva il viso guardandomi al rovescio. Le sorrido, me ne frego che con noi ci siano i miei genitori, mi abbasso e poso le labbra sulle sue. Lei chiude gli occhi e fa scorrere il naso sul mio collo.

«Siete tornati a fare i piccioncini» commenta mia madre sorridendoci. Lavinia si alza e mi fa sedere al suo posto. La prendo per mano e me la tiro sulle gambe.

«Recuperiamo il tempo perso, mamma.»

«Vero» conferma lei, bloccandosi all’istante quando sente la porta di casa richiudersi. «Fede? Sto morendo di fame. Stiamo aspettando te.»

«Arrivo.» La voce di mia sorella è strana, impastata, diversa dal solito.

Si affaccia alla porta della cucina e ne capiamo tutti il motivo al volo. Ha gli occhi lucidi, rossi e gonfi e le guance hanno la stessa tonalità. Tira su con il naso e si toglie il cappotto.

«Stai bene?» le domanda subito Lavinia.

«Sì, sto bene. Adesso mi passa.» Inspira e si allontana. Quando torna è evidente a tutti che ha provato a lavarsi il viso per riprendersi.

«Devo aver preso un’influenza, niente di grave.»

«Perché non ti fai vedere da Marco?» le propone mamma guardandola sedersi al suo posto. Non fatico a notare come si irrigidisce quando sente quel nome e capisco subito che deve essere lui la causa della sua infelicità.

«Perché non mi sono rotta un braccio, mamma.» Taglia un pezzo di lasagna fumante e la trasferisce nel suo piatto. «Sto bene, ho solo bisogno di riposo. Adesso

mangio e corro a casa. Anzi, temo di dovervi scroccare un passaggio. Mi ha accompagnato un amico.»

Lavinia si alza e va a sedersi accanto a lei, mentre io la osservo in silenzio. Da qualche mese tra lei e Marco non corre buon sangue. Non fanno che battibeccare quando ci vediamo, o passano intere serate senza rivolgersi la parola. Non ho mai capito cosa ci fosse tra loro, e nessuno dei due me ne ha mai parlato, ma una cosa la so: dovrebbero darsi una chance. Potrei sbagliarmi, ma con buona probabilità Marco è andato a prenderla a casa, hanno discusso e si sono separati.

Abbozzo e mi metto a mangiare in silenzio, non sarebbe né il luogo né il momento giusto per domandarle cos’è successo.

«Come sta andando alla casa-famiglia?» chiede a Lavinia, tentativo evidentissimo di distogliere l’attenzione da lei.

«Bene. A parte Luca, che oggi si sbaciucchiava con una ragazza sulle scale.» Mi viene da ridere quando la sento rispondere così.

«Di tutto il pomeriggio ti viene in mente solo questo?» le domando io scuotendo la testa. Quel ragazzo le è entrato nel cuore e lei non lo ha ancora ammesso, ma io sono paziente.

«Be’, sì. Non può rischiare di soffrire per una ragazza che non sa neanche se resterà.»

«Lavi, si stavano baciando, non sposando.»

«Fa lo stesso.» Chiude il discorso e si rimette a mangiare. «È delizioso.»

«Sì, mamma, ti sei superata stasera» confermo io godendomi la serata tutti insieme.

A fine cena riaccompagniamo Federica a casa. Lavinia sale davanti insieme a me, e Fede dietro. Vedo mia sorella stringersi il cappotto addosso e accostarsi allo sportello, fino ad appoggiare la testa sul finestrino. Guarda fuori,

persa nei suoi pensieri. Mi dispiace vederla così, ma non posso intervenire se uno dei due non me ne parla.

«Sicura che sia influenza e non un uomo ad averti ridotta così?»

«Tombola. Uno a zero per la Lavi» scherza socchiudendo gli occhi, da quel poco che vedo dallo specchietto retrovisore.

«Nome?»

«Marco.» Mi fermo al rosso di un semaforo e la fisso ancora, tiene gli occhi chiusi, non so se spera che Lavinia afferri al volo. Non so neanche se Lavinia si sia mai resa conto di quello che c’è, o non c’è, tra i nostri fratelli.

«Il nome è tutto un programma. Lo conosco?» No, Lavinia non ha capito una sega.

«No, non lo conosci, Lavi.» Sta mentendo, lo so, ne sono sicuro. «È solo un vecchio amore di gioventù che è tornato a bussare alla porta.»

Lavi si gira a guardarla.

«Non ricordo un Marco nella tua vita, a parte mio fratello.» Forse ricollega. «Ero in Spagna?» Sospiro io al posto di Federica. Davvero Lavinia e la perspicacia sono lontane anni luce.

«Volevamo riprovarci, ma altre questioni si sono messe in mezzo…» Federica parla con un filo di voce, come se la voglia di sfogarsi facesse a cazzotti con la paura di aprirsi. «Comunque, possiamo non parlarne per favore?»

«Certo.»

 

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