NATALE AD ASHCOMBE CASTLE
Capitolo 1 di 7

Scritto il 06/09/2026
da FEDERICA LEVA


RACCONTO SPIN- OFF DELLA DILOGIA  DEI ROCKRAVEN

 

⏱ ~18 min · 3618 parole

Ancor prima di aprire gli occhi, Annabelle sentì un sapore metallico impastarle la bocca. Avrebbe dovuto esserne infastidita e invece nelle vene le corse una gioia bruciante. Rimase immobile tra le calde lenzuola di cotone egiziano, in ascolto. Anche se spesso la testa le girava, soprattutto al mattino, quello che portava dentro di sé era un miracolo. Era vita. Si portò una mano sopra l'ombelico. Presto Daisy e Becky avrebbero scoperto che custodiva in sé l'erede del contado e, pettegole com'erano, non sarebbero riuscite a mantenere il segreto per più di un'ora.

Ma nessuno doveva sapere. Non ancora.

Aprì gli occhi sul baldacchino di velluto bordeaux. La luce che filtrava dalle imposte era una carezza morbida e intensa, un abbraccio di ghiaccio e cristallo dolce come un respiro di seta. La neve degli ultimi giorni, ancora sospesa nel silenzio dei boschi e delle vallate dello Yorkshire, riempiva l'aria di un biancore immacolato e vibrante.

«Rimani nascosto ancora per qualche giorno, mio piccolo fiore» sussurrò nel silenzio della stanza. «Non rivelarti fino a Natale.»

Solo Sebastian e il dottor Harris conoscevano il suo stato; ma nessuno dei due avrebbe parlato. L'onore dell'annuncio, dopo il pranzo[1] della Vigilia, spettava solo a lei, Annabelle Montgomery, Contessa di Ashcombe e di Rockraven.

Si sollevò a sedere con cautela, ricacciando indietro la nausea. Anche se avrebbe voluto poltrire ancora un po', aveva molte cose da fare. Gli ospiti sarebbero arrivati il ventitré e la casa non era ancora pronta ad accoglierli. Suonò il campanello, ma non attese che una delle sue cameriere personali arrivasse per aiutarla. Aspetto un bambino, non sono un'invalida!

Si alzò e iniziò a spazzolarsi i lunghi capelli castani. Era ancora seduta alla toeletta, quando la porta si aprì e Becky entrò, reggendo tra le braccia una brocca di acqua fumante. L'aria fredda del corridoio la inseguì nella stanza, mescolandosi all'odore pungente del sapone che le arrossava le mani. Non c'era grazia nei suoi movimenti, solo la goffaggine frettolosa e ancora immatura dei suoi dodici anni e mezzo.

«Buongiorno, milady.» La voce della ragazzina era limpida e gioiosa. «Avete già guardato fuori dalla finestra? Il cortile è sparito.» Rovesciò l'acqua nel bacile di porcellana della toilette, schizzando gocce d'acqua sul pavimento. Il vapore caldo salì a riscaldarle riscaldare il volto di Annabelle. «È tutto bianco, fino alle valli più lontane della brughiera.»

Era vero. Il parco e le vallate, che d'estate rifulgevano del fucsia sfacciato dell'erica e del giallo vivo delle ginestre, adesso erano velati da una candida, magica purezza. Era un paesaggio silenzioso e incontaminato, che sembrava emerso da un racconto di fate. Ma non stava nevicando troppo? Annabelle si morse un labbro, a disagio. Era accaduta la stessa cosa quando lei si era trasferita ad Ashcombe Borough, due anni prima; e una bufera di neve si era abbattuta sul paese molti anni prima, quando sua zia Jane aveva occupato Crystal Rose Haven, verso il limitare del bosco. Un brivido le corse lungo la schiena. Nevicava sempre molto, quando arrivava un nuovo membro della famiglia Rosenbloom. Questo significava che il bimbo stava crescendo sano e forte, dentro di lei?

S'accorse che le dita di Becky stavano sciogliendo i nastri della camicia da notte, e s'affrettò a spogliarsi da sola, perché la ragazzina non la toccasse. Fortunatamente, Becky era troppo giovane per comprendere la causa dei suoi malesseri e ai suoi occhi era sempre snella e incantevole.

«Oggi indosserete l'abito di lana blu, milady? Quello con il colletto di pizzo?»

«No. Preferisco quello di velluto verde bosco. È più pesante.» Ed è più ampio in vita.

Becky annuì e prese il corsetto posato su una sedia vicina. Era il momento che Annabelle temeva di più. Si aggrappò alla colonna del baldacchino del letto e trattenne il fiato.

Sentì le stringhe tirare. Una volta. Due. Il respiro le si mozzò, in gola.

«È strano, Milady» mormorò Becky, perplessa. «Sembra che i laccetti si siano accorciati ancora. O forse le stecche di balena si sono irrigidite con l'umidità?»

Il sudore le imperlò la fronte. «Devono essere le stecche» ansimò Annabelle. «Questo castello sembra fatto di pietra bagnata. E la cuoca mi offre troppi dolci, ultimamente.»

Becky rise, d'una risata cristallina e innocente. «Avete ragione, milady. Anch'io ho dovuto allargare il mio grembiule, ieri!»

Strattonò i nastri, ma Annabelle la fermò. «Non stringere troppo» l'ammonì. «Lasciami respirare.»

Non fare male al mio bambino!

Quando l'abito verde scivolò sopra le sottogonne, Annabelle si guardò allo specchio. Il verde bosco ravvivava il suo incarnato, un po' troppo pallido, e il turchese degli occhi. Era elegante, regale e nessuno avrebbe sospettato che fosse incinta. Non riuscì a soffocare un sorriso. Come avrebbero reagito, gli invitati per lo Yuletide, quando avesse annunciato d'essere in attesa da ormai quattro mesi?

E se avessero saputo come e quando… e dove… lo aveva concepito… Sorrise. Quello sarebbe stato per sempre un segreto tra lei e Sebastian.

Poco dopo, scese lo scalone principale, una mano che sfiorava appena il corrimano lucido. Il castello vibrava del brusio eccitato di una grande casa che si preparava al Natale. Ovunque aleggiavano fragranze di cera d’api e di rami di pino bruciati nei camini. Alcune cameriere ridevano, mentre appendevano ghirlande e rametti di vischio nel grande salone da ballo. Un ricordo le bruciò il viso di gioia e nostalgia. Era stato sotto il vischio che era stata vicina a baciare Sebastian, la prima volta. Era possibile che fosse già trascorso un anno, da allora?

Man mano che si avvicinava alla saletta della colazione, i profumi del Natale sfumarono e Annabelle fu investita dall’aroma salato delle uova cotte e del bacon.

Lo stomaco le si ribellò con violenza.

Si fermò sulla soglia, chiudendo gli occhi e inspirando attraverso il naso, cercando di isolare l'aroma balsamico dei pini, freddo e pulito, per scacciare la nausea.

Ce la puoi fare. Devi mangiare. Una fetta di pane tostato. Solo quello. Devi farlo per te e per il tuo bambino.

Nella sala, il lungo tavolo di mogano era apparecchiato solo per lei. Sebastian era partito all’alba per occuparsi dei fittavoli e dei confini della tenuta, sepolti dalla neve. Sospirò. Ebbene, presto o tardi quelle nevicate turbolente sarebbero finite, e al risveglio lui sarebbe stato al suo fianco, nel loro letto; e dopo alcune carezze e un bacio, sarebbero scesi insieme a far colazione sotto lo sguardo divertito delle servette.

Un valletto accorse e le scostò la sedia con sollecitudine.

«Buongiorno, milady.»

«Buongiorno, Thomas. Solo tè, per favore. E del pane tostato. Niente burro.»

Il valletto esitò, lo sguardo che cadeva sui vassoi d'argento colmi di uova, rognoni e aringhe affumicate.

«Nient'altro, milady? La cuoca ha preparato...»

«Solo pane, Thomas. Ho poca fame, stamattina.»

Guardò fuori dalle alte finestre. Becky aveva ragione. Il mondo era stato cancellato da un biancore accecante. La neve non cadeva, precipitava. Era un muro in movimento, che isolava Ashcombe dal resto del mondo.

Ancora una volta, un dubbio — che sembrava quasi un presagio — l'attraversò. Era quasi Natale e l'inverno era rigido, nella brughiera. Ma non era insolito che nevicasse così tanto, nello Yorkshire del Sud?

Dopo aver fatto colazione, si alzò, irrequieta. Non riusciva a stare seduta. La nausea si era placata, ma il corsetto, ora che aveva mangiato quel poco di pane, sembrava stringerle ancora di più, mordendole la carne.

Si avvicinò alla finestra per guardare la tormenta. La neve turbinava in vortici ipnotici, disfacendo i contorni delle querce secolari che costeggiavano il viale.

Era un paesaggio di una bellezza crudele, quasi primitiva. Ma assoluta.

Poi, scorse qualcosa.

Un’ombra.

Non era un ramo spezzato, né un animale smarrito. Era una forma squadrata e scura, che fendeva le raffiche innevate. Ma no, doveva sbagliarsi. Non aspettava nessuno, non così presto. La lista degli ospiti per Natale era chiusa, e nessuno sarebbe arrivato prima dell'Antivigilia.

Strinse gli occhi, avvicinando il viso al vetro gelido. Il respiro appannò la superficie e lei lo strofinò via con il pugno.

Un altro movimento. Nero su bianco.

Il cuore le batté con più forza. Che fosse Sebastian, di ritorno dai campi?

No, era una carrozza e stava entrando nel cortile. Si sforzò di riconoscerla. Non era quella dei Rockraven, e neppure un carretto di servizio. Era una berlina da viaggio, elegante e massiccia, dipinta di un nero lucido che sembrava assorbire la luce abbagliante del giorno. Avanzava a fatica, oscillando pericolosamente sui solchi ghiacciati, i cavalli che sbuffavano nuvole di vapore, le teste basse contro il vento. Il cocchiere, imbacuccato in spessi strati di lana, frustava l'aria, lottando per avanzare contro le raffiche taglienti.

Chi poteva essere così folle da viaggiare con quel tempo?

Forse il commesso di Rundell, Bridge & Co, con il regalo che aveva commissionato per Sebastian, e che non le era stato ancora recapitato?

Ma subito, un presentimento gelido le scivolò lungo la schiena. Quella carrozza non portava visitatori di cortesia.

Portava guai.

Rimase immobile, le dita che premevano sul davanzale fino a sbiancare le nocche.

Tra gli schizzi di neve, scorse lo stemma sullo sportello e il cuore le sobbalzò fino in gola. Guardò la carrozza fermarsi davanti al portone principale, con i cavalli esausti, tremanti di freddo e di fatica.

Oh, no…!

Che ci faceva lì, lei? Perché era arrivata ad Ashcombe Castle con così largo anticipo? L'aspettava per il ventitré, come tutti gli altri ospiti…

Non suonò il campanello per avvisare la servitù. Non sarebbe stato necessario. Tutti avrebbero saputo che era arrivata nel momento stesso in cui avesse posato il piede sul predellino della carrozza. Nell'atrio ci fu un trambusto e Annabelle udì il portone che veniva aperto, gli ordini concitati del maggiordomo e le corse affannate dei valletti.

Doveva scendere e accoglierla senza paura.

Sono io la padrona di questa casa, adesso.

Si guardò in uno specchio, controllò che lo chignon fosse in ordine e si pizzicò le guance per far affiorare un po' di colore. A testa alta, scese nel Salotto dei Cherubini. Proprio mentre si fermava davanti al camino acceso, le porte a due battenti si aprirono. Una folata gelida le aggredì il volto.

Poi, lei entrò.

Sua Eccellenza, Lady Eleanor.

La zia di Sebastian non entrava in una stanza. La occupava. Avvolta in pellicce bianche e pesanti, sembrava ancor più imponente di quanto già non fosse. Il cappello da viaggio era coperto di veli ma, attraverso la retina abbassata, gli occhi chiari scintillavano come lame d'acciaio. Annabelle le sentì saettare subito su di lei e strinse le mani l'una nell'altra, per darsi la forza di non cedere.

Dietro di lei, come un'ombra sbiadita, si mosse una figura più esile, che tremava visibilmente. Sembrava una bambola di porcellana, con folti riccioli color mogano e grandi occhi acquamarina; ma non era una bambola e nemmeno una bambina. Era una donna, Lady Clarissa, marchesa di Windramore.

«Annabelle, mia cara» esordì Lady Eleanor. La sua voce non tradiva alcuna fatica del viaggio. Era chiara, sonora, imperiosa. Come sempre. Si sfilò i guanti di pelle di capretto con gesti lenti. «Perdonateci per il nostro arrivo inatteso e intempestivo. O forse dovrei dire... disperato.»

Annabelle fece un passo avanti, la gonna che frusciava sul largo tappeto Axminster, intessuto di volute d'oro e cremisi.

«Vostre Eccellenze» disse, accennando un breve, formale inchino. «Lady Eleanor. Lady Clarissa.» Strinse le mani davanti allo stomaco. «Credevo che foste ancora in Scozia, dai vostri parenti. Viaggiare con questo maltempo è...» Esitò un istante. «…imprudente.» Una follia.

Si era sforzata di mantenere la voce ferma ma, dentro di sé, l'istinto le urlava di scappare. La marchesa vedova di Windramore non doveva essere lì. Non in quel momento. Non quando il suo corpo stava cambiando e le sue forze erano così instabili.

Lady Eleanor spazzò via un fiocco di neve dalla spalla con un gesto infastidito.

«Non era nostra intenzione disturbare la vostra quiete, mia cara nipote. Clarissa ed io abbiamo lasciato la Scozia due giorni fa, per rientrare a Londra prima dello Yuletide. Clarissa desiderava trascorrere il Natale con la sua famiglia, ma la tempesta ci ha sorpreso subito dopo aver superato Sheffield. Le strade più a sud, dicono, sono chiuse. I ponti sono ghiacciati. Non ho saputo pensare ad altro rifugio che non fosse Ashcombe.»

Si avvicinò al fuoco per scaldarsi le mani. Gli anelli alle sue dita brillarono al bagliore del fuoco.

«Spero che la nostra venuta non vi sia d'impiccio, Lady Annabelle. O devo dedurre dal vostro pallore che la nostra presenza vi sia sgradita?»

Annabelle le rivolse un sorriso teso. Lady Eleanor non era cambiata dall'ultima volta che l'aveva incontrata, in ottobre. L'aveva scrutata, soppesata e giudicata nello spazio di pochi istanti.

«Siete in errore, milady» rispose, in tono soave. «Sono onorata che abbiate scelto Ashcombe come ricetto. Siate la benvenuta anche voi, Lady Clarissa. Accostatevi al fuoco, vi prego. Siete congelata!»

Clarissa si mosse verso il camino, le mani avvolte da un pesante manicotto di pelliccia. «Vi ringrazio, Lady Rockraven» sussurrò. La sua voce era rotta, fragile come porcellana incrinata. «Ho solo un po' di freddo. Il viaggio dalla Scozia è stato... impegnativo.»

Lady Eleanor si scostò, e Annabelle avvertì i suoi occhi scendere su di lei.

Lenti e inesorabili.

Le scrutarono il collo, il seno e, per un istante che le parve infinito, si posarono sulla vita stretta nel velluto verde.

Annabelle smise di respirare e i muscoli del ventre le si contrassero in una vana difesa. Lo sapeva? Con quegli occhi glaciali, lady Eleanor poteva scorgere il piccolo fiore che stava crescendo dentro di lei?

La marchesa rialzò lo sguardo, il volto impassibile.

«Vi siamo enormemente grate, nipote» disse, e nella sua voce c'era una sfumatura che la fece rabbrividire più del gelo che era entrato dalla porta. «Se ce lo consentirete, ci tratterremo fino a quando il tempo non ci permetterà di ripartire in sicurezza.»

La frase risuonò nella mente di Annabelle come la chiusura di una cella. Era intrappolata. In casa sua, con la donna che più di ogni altra aveva sempre desiderato distruggerla.

Oh, certo, era stata gentile con lei, quando si era sposata con Sebastian; ma il suo unico figlio maschio, Theodore, era stato esiliato alle isole Falkland per colpa sua. Poteva, una madre, amare la donna che aveva quasi distrutto la sua famiglia?

Si costrinse a sorridere. «Sarà un piacere, milady» mentì. «Ashcombe sarà sempre come una casa, per voi.»

«Be', era la mia casa, un tempo» precisò Lady Eleanor, e Annabelle rabbrividì. Tutto quello che la marchesa aveva fatto, nell'anno precedente, lo aveva fatto per il contado in cui era cresciuta, a costo di distruggere Sebastian. E adesso era giunta ad Ashcombe prima degli altri invitati, e si sarebbe chiusa in casa, con lei, in attesa che giungesse il Natale. Perché siete arrivata proprio adesso, marchesa?

Lady Eleanor si tolse il cappello, e i suoi occhi, d'un azzurro quasi trasparente, brillarono alla luce del fuoco. «Clarissa e io ci sdebiteremo aiutandovi a organizzare i festeggiamenti per lo Yuletide» disse. «Se la tormenta si placherà e i vostri ospiti riusciranno a raggiungere Ashcombe, tutti elogeranno il rigoglio degli addobbi e la vostra squisita ospitalità. Sempre che le vostre maniere si ammorbidiscano, contessa. Oserei troppo, se sperassi in una tazza di tè?»

Annabelle strinse con forza le mani l'una nell'altra. Il tè! Lady Eleanor aveva ragione. Nessuna padrona di casa rispettabile avrebbe scordato di servire del tè caldo ai suoi ospiti, in un freddo giorno d'inverno.

«Chiedo venia per avervi fatto attendere» disse, e tirò il cordone di velluto accanto al camino. Il maggiordomo apparve un attimo più tardi, come se fosse stato in attesa in corridoio.

«Geoffrey, fate portare il necessario per il té» gli ordinò. «E qualche spuntino per le nostre ospiti, se possibile.»

Il maggiordomo si scostò di lato. «Sono costernato che abbiate dovuto suonare, milady» disse, e si volse a mezzo, accennando a qualcuno di entrare. «Thomas, posa il tea tray sul tavolino.» Poi fermò una giovane cameriera, che stava entrando con un'alzata per dolci. Esaminò i biscotti e le tartine e annuì con un cenno del capo. «Posa il portadolci e ritorna alle tue mansioni.»

Ad Annabelle non sfuggì il modo in cui Lady Eleanor strinse le labbra. Era infastidita? Delusa per non averla colta in fallo? Stropicciò la veste di velluto verde tra le dita. Ma ci sarebbe riuscita, se Geoffrey, che Dio lo benedicesse, non le fosse venuto in soccorso!

«Vi ringrazio, Geoffrey» disse. «Siete stato impeccabile, come sempre.»

«Dovere, milady.»

Mentre i servitori disponevano tazze, piattini e tovagliolini, Geoffrey versò l’acqua bollente nella teiera e aprì il caddy. «Milady» le disse, porgendole il cucchiaino per dosare le foglie. Poi, con un lieve inchino del capo, uscì con i domestici e richiuse la porta alle sue spalle.

Annabelle s'accostò al tavolino e iniziò a preparare il tè. Lady Clarissa accennò a sedersi su una poltrona, ma la marchesa vedova si era spostata lungo la parete centrale del salotto e la chiamò.

«Clarissa, guarda» Indicò un grande ritratto, contornato da un'elaborata cornice di mogano. «La riconosci? È Lady Rosamund, mia cognata.»

«La defunta contessa di Rockraven» disse Clarissa. «Era molto elegante, milady.»

«Ho conosciuto raramente donne più raffinate di lei.»

Annabelle si bloccò, con la mano stretta attorno al manico aggraziato della teiera. Anche se non l'aveva guardata e il suo tono sembrava leggero, a lei parve di cogliere un rimprovero, nel suo tono. Lady Rosamund era nata figlia di un duca tedesco ed era stata una donna efficiente e regale. Non avrebbe commesso errori d'ospitalità così grossolani, come scordare di offrire del tè bollente e qualche pasticcino, in una giornata inospitale come quella.

«Il bimbo che porta in braccio deve essere Lord Sebastian» riprese Clarissa, con voce dolce, flautata.

«Naturalmente. Non ha avuto altri figli, dopo di lui. Non noti qualcosa di speciale, su di lei?»

Annabelle posò la teiera e vide Lady Clarissa chinare la testa di lato per scrutare il quadro con attenzione.

«L'abito che indossa?» suppose. «O la tiara tra i capelli?»

«Guarda meglio.»

Anche Annabelle si avvicinò. Aveva ammirato molte volte il ritratto di sua suocera, ma si era sempre soffermata sul volto paffuto di Sebastian e sull'aria serena della contessa. Che cosa c'era, in quel quadro, da interessare tanto Lady Eleanor?

«Se non sono le pennellate dell'artista» riprese Clarissa, incerta. «Potrebbe essere…»

«Il ciondolo» mormorò Annabelle.

Sbattè gli occhi e le parve di vedere quel ritratto per la prima volta. Sebastian non l'aveva mai menzionato e, fino a quel momento, non si era quasi accorta che la contessa portasse al collo un meraviglioso opale su cui erano incisi una rosa e un corvo.

Il simbolo dei Rockraven.

«È... è bellissimo» sussurrò Clarissa.

«Lo è» convenne la marchesa vedova. «È un pezzo antico, che si racconta appartenesse alla prima contessa della casata. Adesso lo possedete voi, Lady Annabelle?»

«No. Non fa parte dei gioielli che mio marito mi ha donato, in occasione delle nozze.»

Lady Eleanor le lanciò un'occhiata che lei non seppe interpretare. Non le credeva, forse? «Sapete che cos'è, contessa?»

«Un opale, milady.»

«È un talismano. Tutte le donne della famiglia lo hanno portato, quando hanno dato un erede al casato. Anch'io l'ho tenuto al collo, mentre attendevo Theodore.»

«Non lo avete indossato, durante le gravidanze precedenti?» osò domandare Clarissa, timidamente.

«No. Sono stata così presuntuosa da credere di non averne bisogno, fino a quando non è nata l'ultima figlia. Dopo quattro femmine, mio marito era furioso. Allora, Lady Rosamund me lo ha prestato e, finalmente, un anno più tardi ho stretto tra le braccia l'erede dei Windramore.»

Clarissa abbassò gli occhi, a disagio, e Annabelle soffocò in gola una risposta insolente. Quel figlio, che Dio la perdonasse, forse sarebbe dovuto restare per sempre un desiderio insoddisfatto. Era stato un marito crudele, per Clarissa, e quello che aveva fatto a lei e a Becky era imperdonabile. Per tacere di come ha cercato di approfittarsi del povero William, pur sapendo che era il protetto di Sebastian!

«Dunque, sostenete di non esserne in possesso, Lady Annabelle?» incalzò Lady Eleanor e, ancora una volta, Annabelle non riuscì a comprendere la sua espressione. Credeva forse che mentisse? Che custodisse l'opale tra i gioielli di famiglia e lo negasse?

«Temo di non aver mai visto quel ciondolo, milady.»

Perché voleva saperlo? Desiderava rientrarne in possesso — e se sì… perché? Di certo, non era ansiosa di donarlo a Clarissa, giacché Lord Theodore era nelle Falkland e Dio solo sapeva se, e quando, Sua Maestà lo avrebbe riammesso in Inghilterra.

«Un vero peccato» commentò Lady Eleanor, con un lieve sospiro. «La leggenda vuole che protegga il bimbo che cresce nella donna che lo indossa.» Il suo sorriso la fece raggelare. «Ma, evidentemente, al momento non serve che operi la sua magia in questa casa. Dico bene, contessa?»

Annabelle strinse le labbra e tacque. La stava provocando? Voleva che confessasse d'essere in attesa del suo primo pronipote? Ma no, era impossibile che avesse compreso il suo stato a un solo sguardo!

Le sorrise e abbassò gli occhi, con finta modestia. «Dite bene» mentì. Poi si voltò, raccolse la veste di velluto con una mano e ritornò verso il divano e le poltrone. «Ora, signore, bevete il vostro tè, prima che si raffreddi. Ne avete senz'altro bisogno.»

Ma mentre le sue ospiti cercavano conforto nel sapore agrumato del tè, i suoi occhi tornarono a posarsi sul ritratto di Lady Rosamund. Non aveva mai sentito parlare della leggenda dell'opale, ma era chiaro che Lady Eleanor credesse fermamente nella sua magia. E se fosse stato vero? Se l'opale avesse davvero portato fortuna alle donne della famiglia? Annabelle si sentì attraversare da un brivido di eccitazione. Se davvero quel ciondolo proteggeva gli eredi del contado, allora desiderava ritrovarlo e portarlo al collo fino al giorno del parto.

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