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Il freddo la avvolgeva come un manto di brina in inverno. Annabelle si ridestò sulla poltrona di velluto con le spalle indolenzite e il collo teso. Si mosse lentamente, aggrappandosi ai braccioli imbottiti. La vestaglia di lana pressata sulla schiena le tagliava la pelle come una lama. Che ore erano? Fuori era ancora buio, ma nel caminetto erano rimasti solo granelli di braci ancora accese. Doveva essere quasi l'alba. La bufera era cessata e il silenzio che invadeva la stanza era più assordante dei lamenti che avevano scosso le finestre per tutta la notte.
Il vento era caduto, ma Sebastian non era ritornato.
Si alzò e accese una candela. Portava ancora il bustino, sciolto sotto la camicia da notte, e lo allacciò da sola. «Sta' tranquillo» mormorò al suo bambino. «Stringerò poco, non ti farò del male.»
Quel mattino sarebbe uscita, ma il suo segreto sarebbe stato custodito da diversi strati di sottogonne e dalla pesante mantella di pelliccia.
Tirò il cordone di seta intrecciato che pendeva accanto alla mensola del camino e poco più tardi Becky entrò per aiutarla a lavarsi.
«Di' a Daisy di servirmi qui la colazione» le ordinò, mentre la ragazzina le districava con la spazzola i nodi nei folti capelli castani. «Non scenderò in sala da pranzo, questa mattina.»
«Milord non è rientrato questa notte?» le chiese Becky, lanciandole una rapida occhiata attraverso lo specchio.
«È rincasato ieri sera, ma è ritornato subito dagli Hawthorne con alcune medicine. Avvisa Daisy di prepararsi. Più tardi scenderò in paese, e mi dovrà accompagnare.»
«Come volete vestirvi, milady?»
«Con l'abito azzurro di lana pesante e stivali da passeggio.»
Vide Becky arricciare le labbra, dubbiosa. «Credete che Lady Eleanor approverà?» azzardò. «Milady è sempre così elegante… anche in mezzo alla tempesta!»
Oh, non ne dubitava! Ma era facile essere alla moda e curata, se non si aveva altro da fare che ricamare e intrattenersi accanto al fuoco con i giochi di carte!
«Io non sono la marchesa vedova» le ricordò. «E scenderò in paese per aiutare, non per rammentare a tutti che sono la moglie di un conte. Il vestito azzurro sarà più che confacente per un'uscita nel contado.»
Becky si affrettò a portare il vestito e l'aiutò a indossarlo. «Spero che il maltempo sia passato» mormorò, chiudendo i bottoni sulla schiena. «Il paese deve aver sofferto, in questi giorni.»
«Soffrirà di più, se resterò quassù a occuparmi di una festa che forse non ci sarà» replicò Annabelle, gli occhi fissi sul proprio riflesso. «Manda Daisy da me. Ormai è giorno e voglio accertarmi che non ci siano feriti o persone in difficoltà, in paese.»
Più tardi, dopo aver bevuto del tè bollente, scese nell'atrio, finendo di sistemarsi i guanti al polso. Daisy la stava attendendo, avvolta in uno scialle spesso. «Le carrozze non riescono a muoversi, milady» le disse, non appena la vide arrivare. «I cumuli di neve sono ghiacciati e le ruote potrebbero spezzarsi contro…»
«Cammineremo» la interruppe Annabelle, raggiungendola. «Resteremo dove la neve è soffice. Ma sii prudente, Daisy. Non vorrei portarti da tua madre in braccio, con un'altra caviglia rotta.»
Daisy accennò un sorriso, ma negli occhi le passò un’ombra d'apprensione. «Non sono ansiosa di rivivere la brutta avventura dello scorso anno» le assicurò. «E William non è più qui, a salvarmi.»
William! Il cuore di Annabelle ebbe un lieve ansito. Chissà se sarebbe riuscito a ritornare ad Ashcombe, o se sarebbe rimasto a Oxford fino all'estate successiva!
«Dove volete andate, milady?»
«Alla parrocchia. Voglio concordare con il Reverendo Wycliffe ogni dettaglio per le celebrazioni del Natale.»
Uscirono a piedi sotto un cielo coperto da nuvole chiare, e discesero la mulattiera che portava in paese. Avanzando con prudenza, giunsero alla Parrocchia. Il portone principale era chiuso, ma scivolò sui cardini non appena Annabelle lo spinse. Il silenzio della navata quasi l'aggredì. Non era quello solenne e sospeso della preghiera, ma un vuoto gelido, che l'azzannava alla gola. Un attimo dopo, però, udì qualcosa, nella sagrestia. Uno scalpiccio di piedi, un fruscio di carte e il tonfo di un libro che veniva richiuso di scatto.
«Reverendo Wycliffe?» chiamò Annabelle, avanzando di qualche passo, e la sua voce riecheggiò contro l'altare.
Il Reverendo Simon Wycliffe apparve subito sulla soglia della sagrestia. Indossava abiti scuri da viaggio e, alle sue spalle, Mrs. Potts, la governante della canonica, riponeva una stola viola in una valigia di cuoio.
«Milady! Non vi aspettavo, questa mattina.» Il reverendo scese verso di lei, e il suo volto si tese. «È accaduto qualcosa al castello? Il signor conte, forse…»
«Milord è alla fattoria degli Hawthorne da ieri sera» disse Annabelle, raggiungendolo con passo svelto. «Ma voi, ministro… Siete in partenza?»
Il reverendo Wycliffe tormentò tra le mani un piccolo breviario. «Mi rincresce, milady, ma questa mattina è arrivato un ordine urgente del vescovo» disse. «Il Reverendo Carstone di Eastwilde è morto, e io sono stato incaricato di celebrare il funerale.»
«Com'è possibile, se le strade sono chiuse?»
«Il fiume e i canali non sono ghiacciati, milady, e ho ricevuto un messaggio da un barcaiolo di Chesterfield.»
«E a Chesterfield come sanno che il povero reverendo è morto?»
«Il telegrafo elettrico, milady. Eastwilde sorge vicino alla linea ferroviaria.»
Ma certo! Era in funzione da meno di un anno, e aveva reso possibile che il vescovo venisse avvertito tempestivamente della morte del vecchio Carstone e che da Euston partisse l'ordine per il reverendo Wycliffe di sostituirlo.
Annabelle aveva la bocca arida. «E vi tratterrete a Eastwilde fino a quando il vescovo non avrà inviato un sostituto?»
Il reverendo aprì le braccia, in difficoltà. «Lo scoprirò quando arriverò, milady.»
«E la Messa di Natale?» Un nodo le strinse la gola. Eastwilde non era lontano, ma con le strade sepolte di neve sarebbero stati necessari due giorni di viaggio, per raggiungerlo. «Chi la celebrerà?»
«Potrebbe officiare il parroco di Willowbrook, milady. Il vescovo non lascerebbe mai voi e milord senza la benedizione divina. Non a Natale.»
Alle sue spalle, la governante richiuse di scatto la valigia, e Annabelle sobbalzò. Avrebbe voluto protestare e costringerlo a rimanere ad Ashcombe ma, se il vescovo aveva impartito un ordine, il reverendo era tenuto a obbedire.
«Adempite al vostro dovere, dunque» cedette, soffocando un velo d'amarezza. «Vi auguro di fare un buon viaggio e di ritornare presto. Che Dio vi accompagni.»
Lasciò la chiesa con il cuore pesante. Non erano bastati il gelo e la neve incessante, a sconvolgere i preparativi per il Natale. Ora avrebbero perso anche il pastore, e chissà quando ne avrebbero avuto un altro!
Camminò sulla strada con la mente invasa dai pensieri, e quasi non s'accorse d'essere vicina alla scuola di carità.
«Guardate, milady» la richiamò Daisy, indicando la porta d'ingresso. «È socchiusa.»
Annabelle si fermò. Era vero, la porta era aperta. Strano. Non c'erano lezioni, in quei giorni. Chi si era introdotto nella scuola e che intenzioni aveva?
Annabelle si avvicinò e spinse leggermente la porta. Vide Mr. Langley, il maestro di scuola, muoversi tra i banchi, scrutando il soffitto attraverso le lenti degli occhiali.
«Mr. Langley» lo chiamò, e il maestro si voltò di scatto, spaventato. «Milady!»
«Sembrate preoccupato. Ci sono infiltrazioni?»
Mr. Langley scosse il capo. «Il tetto ha retto, e il comignolo della stufa è rimasto intatto.»
«I bambini saranno felici di saperlo. Verrete qui, nel pomeriggio, per provare i canti di Natale o andrete in canonica?»
Il maestro la fissò, stupefatto. «Non lo sapete, milady? Molti bambini del coro si sono ammalati, in questi giorni. Alcuni sono a letto con la febbre.»
«Ammalati?» Annabelle si aggrappò alla sedia più vicina. «Con la febbre?»
No, Signore, fa' che non si ripeta quello che è accaduto a William, lo scorso inverno…
«In alcune case sono finite le scorte di carbone e i più piccoli hanno sofferto il freddo.»
«Sono gravi?»
«No, milady, perlopiù sono raffreddati. Ma non potranno cantare, alla messa di Natale.»
Annabelle trattenne a stento un gemito di sconforto. Se il coro delle voci bianche non avesse cantato, durante la messa del mattino, i festeggiamenti avrebbero perduto gran parte del loro spirito sacro.
Il Natale era la festa dei bambini. Che ricorrenza sarebbe stata, se i piccoli del paese non avessero cantato, riso e mangiato dolciumi fino a star male?
«Qualcuno li ha visitati?» volle sapere. «Hanno abbastanza medicine e coperte di lana? Se ci fosse qualcosa che posso fare… Mandare del carbone o legna per le stufe, o infusi e tisane …»
Non terminò. Le parole le si impastavano in bocca e d'improvviso la stanza le vorticò, tutt'attorno. Scorse un banco, al suo fianco, fece un passo e si lasciò cadere pesantemente sul legno gelido della panca. Respirò a fondo, sentendo gocce di sudore freddo raggrumarsi sulla fronte.
«Milady!»
Daisy le corse accanto, angosciata.
Anche il maestro si avvicinò, turbato. «Miss Annabelle!» la chiamò, dimenticandosi, per un istante, che non era più l'istitutrice Annabelle Rosenbloom, ma la consorte del conte di Rockraven. «Siete pallida, miss. Vi sentite male? È questo freddo… Forse sareste dovuta restare al castello.»
«No, sto bene» mentì Annabelle, deglutendo. Sentiva lo sguardo di Daisy su di sé, e pregò che non comprendesse che cosa le stava succedendo. «È stato solo… il turbamento e… e il dispiacere per i nostri bambini. Mr. Langley, fatemi sapere se posso fare qualcosa per loro. Ricordate che so occuparmi dei malati, all'occorrenza.»
«Milady, vostro marito mi farebbe sbranare dai lupi, se vi permettessi di avvicinarvi a un ammalato, ora che siete la sua contessa.»
Annabelle riuscì ad abbozzare un debole sorriso. «Non ci sono lupi da secoli, quassù» lo contraddisse. «Ma avete la mia parola che non correrò alcun rischio.»
Non per me, ma per il bimbo che mi è stato affidato.
Si alzò lentamente, afferrando il bordo del banco. «Fatemi sapere come stanno i bimbi e se necessitano di assistenza medica.» Porse una mano a Daisy, e le fu grata per averla accompagnata e per essere abbastanza robusta da sostenere il suo peso. «Temo di non aver riposato bene, questa notte» disse con un sussurro rauco. «Riportami a casa, per favore.»
Mr. Langley si voltò verso Daisy e annuì. «Accompagna la Contessa al castello. E state serena, milady. Se occorrerà l'intervento del dottor Harris, non esiterò a farvelo sapere.»
La camminata verso il castello spazzò via la vertigine e la nausea che l'avevano assalita. L'aria fresca era corroborante e presto si sentì meglio. Ma non appena varcò la soglia del castello, il calore le tolse il respiro. Oh, no! Non ancora! Congedò Daisy e la mandò a riscaldarsi nelle cucine; poi, sforzandosi di dominare la vertigine, si diresse verso la propria stanza. Aveva bisogno di distendersi e magari anche di dormire. Non era niente, si disse, poteva salire le scale, poteva farcela anche da sola…
Si mosse nel corridoio e s'accorse che si stava avvicinando al Salotto dei Cherubini. Sentiva qualcuno… Clarissa… suonare il pianoforte, evocando una lenta e malinconica melodia di Bach. Non avrebbe voluto disturbarla, ma non era più sicura di poter risalire fino alle sue stanze. Non subito, quanto meno. Pregò che la giovane marchesa fosse sola e che non le facesse troppe domande. Ma non appena varcò la soglia, scorse Lady Eleanor seduta su un divano, con un libro tra le mani.
No, no, no!
Un improvviso conato di nausea le tolse il fiato. Si portò una mano alla tempia, ma la stanza iniziò a ondeggiare. Il corpo le divenne pesante come pietra e vacillò. Un'altra volta… no! Riuscì a muovere un passo incerto verso la poltrona più vicina, ma le gambe le cedettero e dovette aggrapparsi allo schienale per non scivolare a terra. La musica s'interruppe bruscamente, riecheggiando in un silenzio teso e innaturale. Clarissa, seduta al pianoforte, la fissava con gli occhi sgranati. Dall'altro lato della stanza, Lady Eleanor chiuse il libro con un colpo secco. La vecchia marchesa si alzò e la gonna di seta frusciò nel silenzio del salotto. Attraverso gli occhi appannati, Annabelle la vide avvicinarsi. Sbagliava, o il suo sguardo, solitamente tagliente, era preoccupato?
«Lady Annabelle!» Anche la voce sembrava più delicata del consueto. «Cosa vi succede? Siete inciampata? O…»
Attraversò la stanza con passi rapidi, quasi di corsa, e raggiunse Annabelle proprio mentre le ginocchia le cedevano. Ma non riuscì a prenderla. Clarissa fu più veloce e la precedette. Si alzò dallo sgabello e, con un movimento fluido, si parò tra lei e la suocera, offrendole il braccio come sostegno.
«Appoggiatevi a me, contessa» mormorò; poi si rivolse a Lady Eleanor, con voce sottile, ma ferma. «Lady Annabelle ha camminato al freddo troppo a lungo. Ha bisogno di scaldarsi e di riposare.»
Annabelle si aggrappò al braccio di Clarissa. Il cuore le batteva all'impazzata e la nausea le saliva alla gola, un'onda amara e inarrestabile. Ma non doveva cedere, non davanti a Lady Eleanor, o la marchesa avrebbe compreso ogni cosa. E non voleva… era sciocco, forse, ma non voleva che la marchesa vedova di Windramore fosse la prima persona a sapere che in lei stava germogliando l'erede dei Rockraven.
Sua Eccellenza la scrutò in viso, gli occhi ridotti a due fessure. «Siete pallida come un fantasma, madam» osservò, asciutta. «Non avrete la febbre, mi auguro.»
«No, milady.» Annabelle si sforzò di respirare a fondo. «Sento solo… un po' di debolezza. La passeggiata… è stata più faticosa del previsto.»
Perché Lady Eleanor non sembrava convinta? Attraverso le ciglia abbassate, vide il suo sguardo indugiare sulla stretta del corsetto e poi risalire al viso, scrutandola con un'intensità che la fece rabbrividire. No, non poteva aver compreso ogni cosa… non lei! Non lei, che aveva fatto di tutto per tenerla lontana da Sebastian e per distruggere il loro amore!
La marchesa strinse le labbra e per un attimo parve indugiare. «Non dovreste uscire, con questo freddo» sentenziò infine. «Siete la contessa di Rockraven, non una contadina. Il vostro dovere è…» Una lieve esitazione. «Dovete riguardarvi, non correre per il paese come una ragazzina.»
Annabelle abbassò lo sguardo, sfinita. «Mi dispiace d'avervi spaventata, milady.»
«Non si tratta di me» ribatté Eleanor, rigida. «Si tratta di voi, e delle vostre responsabilità. Se vi ammalerete, chi si occuperà del castello? Chi farà gli onori di casa a Natale?»
«Non si ammalerà» intervenne Clarissa, stringendo Annabelle per la vita. «Ha solo bisogno di riposo. Venite, contessa, lasciate che vi accompagni nelle vostre stanze.»
Annabelle sentì su di sé lo sguardo glaciale di Lady Eleanor, ma non ebbe la forza di reagire. Voglio distendermi e pensare solo al mio bambino!
La marchesa annuì, riluttante. «Va bene. Ma che si metta a letto subito. E falle portare del brodo caldo.»
Clarissa guidò Annabelle fuori dal salotto, sostenendola lungo il corridoio e su per le scale. Annabelle si appoggiò a lei, sentendo le forze abbandonarla a ogni passo. La nausea non accennava a diminuire e la testa le girava vorticosamente. Chiuse gli occhi e quasi non si accorse di come raggiunse la chaise long, nel salottino adiacente alla sua camera da letto. Si distese tra i grossi cuscini, e solo vagamente si accorse che Clarissa stava chiudendo la porta che dava sul corridoio.
«Come state, Lady Annabelle?» le domandò, inginocchiandosi al suo fianco. «Non siete solo stanca… non mentitemi.»
Annabelle socchiuse gli occhi e la guardò. Non la conosceva bene, ma era certa che avesse subito troppe prepotenze e troppe umiliazioni, da parte di Theodore, per potergli essere affezionata. Non avrebbe confidato il suo segreto a una moglie devota, ma forse si poteva fidare di lei.
«No» ammise. «Non sono solo stanca.»
Clarissa le prese le mani, stringendole forte.
«Siete incinta.» Le sue parole rimasero sospese nell'aria, e Annabelle le ascoltò sciogliersi tutt'intorno, le assaporò. Poi, lentamente, sorrise.
«Ne ero certa. L'ho capito dal modo in cui vi muovete e dalla luce nei vostri occhi.» Annabelle abbassò lo sguardo, sentendosi arrossire. La sua gioia era così evidente? Allora, qualcun altro poteva aver scoperto il suo segreto, in quei mesi?
«Sarà il mio regalo di Natale per il contado» mormorò. «Lord Sebastian lo sa, naturalmente, e anche il dottor Harris… ma promettetemi che non lo rivelerete a vostra suocera, prima che dia l'annuncio.»
«Non parlerò, ma solo se giurerete di non affaticarvi troppo. È normale avere nausee e malesseri, in gravidanza ma, vi prego, non arrischiatevi inutilmente.» La voce di Clarissa si incrinò, e Annabelle vide una lacrima tremolare nei suoi splendidi occhi acquamarina. «Due anni fa sono rimasta incinta di Lord Theodore, ma ho perso il bambino attorno al quinto mese. Theodore ha incolpato me ed è stato… terribile.» Sospirò. «Giurate che vi riguarderete e che proteggerete il vostro bambino. È la cosa più importante, adesso.»
Annabelle sentì un'ondata di commozione travolgerla. «Grazie» sussurrò.
«Per qualunque cosa, potrete contare su di me. E anche su Lady Eleanor. So che i vostri rapporti sono stati difficili, in passato, ma vi assicuro che milady sarebbe felice, se Ashcombe avesse un erede. Dopotutto, ogni cosa che ha fatto, ogni intrigo che ha orchestrato, era anche per lui… per il vostro bambino.» Le sorrise, e Annabelle si accorse che era bella. Aveva il volto di una bambola, ma non era una bambina. Aveva lineamenti delicati e perfetti, la pelle bianca come il latte appena munto, e i riccioli mogano la facevano sembrare una regina dei folletti.
«Vi ringrazio per la vostra gentilezza, marchesa.»
«Chiamatemi Clarissa, vi prego. Ho quasi cinque anni in meno di voi, e siamo cugine, in fondo…»
Cugine!
Gli occhi di Annabelle si inumidirono di commozione. Non aveva quasi più contatti con la sua famiglia d'origine e non le mancavano suo fratello e quell'arpia di sua cognata. Ma adesso… adesso aveva un'altra famiglia. Quasi tutti i cugini di Sebastian vivevano in Scozia e in Germania, e non li avrebbe incontrati di frequente. Ma Clarissa viveva fuori Londra e sarebbe potuta andare a trovarla spesso, in primavera e in estate.
Clarissa si alzò e Annabelle sentì la sua mano scivolar via, morbida come la zampetta di un gatto.
«Ora riposa» le raccomandò. «Farò portare un brodo caldo, come ha ordinato milady. E anche qualche libro dalla biblioteca, se desideri leggere qualcosa.»
«Ti ringrazio.»
Quando Clarissa uscì dalla stanza, Annabelle chiuse gli occhi. La nausea si stava ritirando e al suo posto si stava diffondendo una piacevole sensazione di pace. Aveva un segreto da custodire, un bambino da difendere. E ora sapeva di avere la forza per farlo.
Ma il riposo non durò a lungo. Più tardi, mentre leggeva una raccolta di poesie di Lord Byron, un colpo improvviso alla porta la scosse. Dal tocco, aveva riconosciuto chi era. «Entra pure, Geoffrey» disse, sollevandosi lentamente a sedere. Il maggiordomo entrò, il volto scuro e preoccupato.
«Milady» disse, con voce grave. «È arrivato un messaggero dalla fattoria degli Hawthorne.»
Annabelle sentì il cuore fermarsi. «Sebastian?» chiese, con un filo di voce.
«Il conte sta bene, milady» si affrettò a rassicurarla Geoffrey. «Ma il vecchio ponticello di legno che collega i pascoli degli Hawthorne alla strada principale è crollato sotto il peso della neve.»
«E mio marito…»
«Il conte è bloccato dall'altra parte del fiume.»
Annabelle si lasciò ricadere sul divano, stordita. Sebastian non sarebbe tornato neppure quella notte.
«Possiamo fare qualcosa? Mandare un soccorso?»
«Milord ha fatto sapere a chi è rimasto sulla nostra sponda che si riparerà in un casolare, questa notte.»
«È solo?»
«No, milady, con lui ci sono Warren e due figli del vecchio Hawthorne. Questa notte riposeranno nel fienile, e domani, a Dio piacendo, aggireranno il fiume per ritornare a casa.»
«Grazie, Geoffrey» mormorò Annabelle, con voce spenta. «Avvisatemi, se vi saranno novità. »
«Senza indugio, milady.»
Geoffrey le rivolse un lieve inchino con il capo e uscì, lasciandola sola nel silenzio della stanza. Annabelle sospirò, affranta. Aveva sperato e pregato che Sebastian tornasse. Aveva immaginato il loro Natale insieme, e ora tutto era svanito. Ma non poteva lasciarsi andare alla disperazione. Non ora. Aveva un dovere da compiere. Verso il suo bambino, innanzi tutto. Devo essere forte.
Si alzò, asciugandosi le lacrime che le avevano inumidito gli occhi. Se quel Natale era tanto sfortunato, forse c'era una cosa sola che lo poteva salvare. Una antica tradizione che le donne della famiglia Rockraven si tramandavano da generazioni.
L’Opale.
Lady Eleanor le aveva assicurato che tutelava le madri e i loro bambini, che portava fortuna e benedizione. Era senz'altro solo una superstizione, ma ora che tutto era così avverso, sentiva il bisogno di una protezione speciale. La protezione della famiglia.
Ma dove poteva trovarsi, quel ciondolo? D'improvviso ebbe una intuizione.
Il Mausoleo.
Il luogo dove riposavano gli antenati di Sebastian, dove la storia del casato era scolpita nella pietra. Forse Lady Rosamund l'aveva nascosto in qualche anfratto, lontano da occhi indiscreti, perché fosse protetto dagli spiriti dei suoi antenati.
Chiamò Becky e si fece portare il mantello e una lanterna accesa.
«Dove andate, milady?» chiese la ragazzina, con un’ombra di timore. «Fuori è già buio e l’aria è pungente.»
«Vado al cimitero. No, non farmi domande, Becky. E non dire a nessuno dove sono andata.»
Uscì dal castello con la lanterna che oscillava nella mano. Il vento mugghiava, sollevando mulinelli di neve, ma lei non aveva freddo. Una forte determinazione le bruciava dentro, vivace come la fiamma che la guidava attraverso le ombre della notte.
Verso l'Opale.
Verso quelle antenate che non aveva mai pregato come forse avrebbe dovuto.
Verso un po' di serenità — e magari anche di felicità — per suo marito, che quella notte avrebbe dormito tra balle di paglia, e per il bimbo che riposava dentro di lei.
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