E' UNO SCANDALO,
VOSTRA GRAZIA
Capitolo 1 di 12

Scritto il 08/06/2026
da JULIA LEE


Un fruscio attirò la sua attenzione.

Selene fermò la mano a mezz’aria e si immobilizzò. Volse lo sguardo verso la zia Annabeth, seduta sulla panchina a pochi passi da lei, e le labbra si piegarono in un sorriso. L’anziana donna si era addormentata. Il libro, che fino a poco prima stava leggendo, era scivolato a terra e ora giaceva aperto tra l’erba, ai suoi piedi. Ecco l’origine di quel fruscio, nulla di cui preoccuparsi.

Tornò a concentrarsi sulla tela che aveva dinanzi, unico modo per impiegare il tempo in quel posto ameno ma quasi del tutto disabitato e silenzioso.

Sospirò. I genitori l’avevano inviata lì perché meditasse sul suo futuro e venisse a più miti consigli, convinti che la solitudine l’avrebbe spinta a prendere in considerazione il prossimo pretendente che si fosse fatto avanti.

Nelle due stagioni a cui aveva partecipato aveva ricevuto ben sei proposte di matrimonio e le aveva declinate tutte. Lei voleva sposarsi per amore, non per mero profitto. Ecco perché aveva rifiutato, nell’ordine e solo nella stagione appena trascorsa, la proposta del conte di Solvay, quella del conte di Pemberton e anche quella del marchese di Hawthorne senza nessun ripensamento. Tutti i suddetti gentiluomini erano stati liquidati con un semplice: No, grazie, non siete l’uomo giusto, andando anche contro le suppliche del padre e le ire della madre.

Scosse la testa, sapeva quel che desiderava e non sarebbe bastata un po’ di solitudine a farle cambiare idea. Sua madre poteva dire quel che voleva, lei non avrebbe contratto un matrimonio di convenienza nemmeno se le fosse stato imposto con la forza, e potevano farlo, ne avevano il potere. Ma lei li aveva avvisati: se mi obbligate, scapperò e di me non avrete più notizie.

A questa minaccia, solo il padre aveva tentennato, la madre, invece, aveva espresso il suo profondo rammarico per aver messo al mondo una figlia così ingrata imponendole quell’allontanamento, come castigo.

Ecco perché in quell’assolato pomeriggio di inizio giugno era seduta in un giardino, molto curato, di uno sperduto e minuscolo villaggio a pochi passi dal confine con la Scozia, accanto alla zia addormentata, a dipingere un paesaggio senza averne nessuna voglia, ma con il solo intento di far passare le ore. Diede qualche pennellata al cielo, poi alzò gli occhi in alto e fissò una nuvola bianca che veleggiava placidamente nell’azzurro cercando di catturarne l’essenza per riportarla sulla tela.

Un altro fruscio, più forte questa volta, e di nuovo Selene si immobilizzò. Voltò il capo piano, senza però notare nulla di strano, eppure l’aveva udito ancora una volta e la zia non si era mossa, quindi, a cos’era dovuto quel lieve rumore?

Scandagliò con gli occhi i cespugli dietro alla panca senza rilevare nulla di sospetto. E di nuovo lo udì: non c’erano dubbi proveniva da dentro il fogliame rigoglioso. Si alzò dalla seggiolina dov’era accomodata e vi depose sopra la tavolozza e il pennello. Forse qualcuno le stava spiando?

Ah! Se avesse scoperto di nuovo il figlio più giovane del giardiniere a origliare lo avrebbe strigliato a dovere e poi lo avrebbe trascinato per un orecchio dal padre e lo avrebbe affidato alle sue cure. Non prima di aver preteso che gli insegnasse le buone maniere, però.

Lanciò un’altra occhiata alla zia ancora profondamente addormentata. Aggirò la panca e scrutò con più attenzione gli arbusti e dopo qualche battito di ciglia finalmente vide l’intruso: una lepre!

Il muso, di un colore indefinito, spuntava tra le foglie del bosso che faceva da recinzione al giardino, aveva occhi grandi e lunghe orecchie, ma appena si accorse di lei, la lepre si ritirò.

Selene prese le gonne nel pugno e si avvicinò. Era conscia che l’animaletto sarebbe scappato, ma sperava di riuscire a vederlo più da vicino, solo che appena si accostò di più, quella sgusciò fuori dal cespuglio e saltellò verso il boschetto a lato.

E lei, incantata, lo seguì. Prese a rincorrerlo con il sorriso stampato in viso e le gote arrossate per l’emozione. A Londra gli unici animali che le capitava di vedere erano le anatre che nuotavano nel Serpentine e i tanti uccellini che abitavano gli alberi del parco. Quando le sarebbe ricapitata l’occasione di vedere un’altra lepre?

Osservandola meglio si rese conto che doveva essere ferita, dato che si muoveva con lentezza e in modo strano, quasi trascinava una zampa. Doveva aiutarla, in qualche modo.

Si inoltrò nel boschetto, lo sguardo sempre puntato sulla bestiola che saltellava malamente davanti a lei. La proprietà degli zii, i baroni di Colloden, era molto grande e bella, anche se lei non era mai riuscita a vederla tutta. Non amava passeggiare nei boschi, preferiva di gran lunga i bei salotti dell’alta società londinese.

Era arrivata una quindicina di giorni prima, la scusa era quella di far compagnia alla zia che si stava riprendendo da una lunga e brutta infreddatura che l’aveva tenuta a letto per svariati giorni e che, inizialmente, aveva fatto temere a tutti che la dipartita dell’anziana donna fosse vicina, ma la verità era un’altra. Selene era stata spedita lassù nella speranza che l’allontanamento da ogni invito mondano e dalla vita comoda e lussuosa che conduceva ad Ashcroft Manor la costringesse a ritornare sulle sue posizioni e a decidere di dar retta ai genitori.

Le sue uscite erano state poche, fino a quel pomeriggio, complice il tempo incerto e la lenta guarigione dell’attempata parente, ma quel giorno il sole splendeva in un cielo terso e l’aria era calda, così si erano arrischiate ad andare in giardino. Ed ora lei stava rincorrendo un leprotto ferito!

Il cuore della giovane lady si strinse, a quel pensiero, e la voglia di aiutare la povera bestiola si fece prepotente. Affrettò i passi, gli stivaletti che indossava affondavano nel soffice sottobosco e non facevano rumore, solo le sue voluminose gonne frusciavano mentre si muoveva. Si addentrò sempre di più all’interno del boschetto dove i raggi del sole faticavano a filtrare, trattenuti dalle fronde.

La lepre si fermò e si guardò attorno, sollevò in aria il muso e annusò l’aria, poi si infilò dentro a un cespuglio di felci.

Selene si nascose dietro il grosso tronco di un acero e rimase in attesa, lo sguardo che frugava tra la vegetazione e il cuore che le batteva forte sotto al corpetto.

Ferma contro il nodoso fusto, non prestò attenzione a ciò che la circondava. La sua mente rimuginava su come costringere l’animale a uscire dal nascondiglio in cui si era rintanato e catturarlo. Fece un piccolo passo avanti, poi un altro, muovendosi con cautela e cercando di non fare rumore e quando finalmente vide il suo musetto spuntare tra le felci fece un balzo, incespicò, cadde faccia a terra, ma allungò le braccia di scatto e riuscì ad afferrarlo.

Se lo strinse al petto e si tirò a sedere, poi scoppiò a ridere. Si sistemò le gonne con la mano libera mentre le gote le si imporporavano, tenendo ben saldo contro di sé l’animale spaventato. La situazione era al limite del ridicolo, doveva ammetterlo, ma mai si era divertita come in quel momento. E ora avrebbe potuto prendersi cura di quell’esserino.

Per un attimo pensò a ciò che le avrebbe detto sua madre se l’avesse vista in quel momento e la risata si spense. Di certo le avrebbe fatto notare che una lady non si comportava così, che mai e poi mai si sarebbe gettata a terra per recuperare una qualsivoglia bestia e soprattutto si sarebbe vergognata nel mostrare le caviglie, come aveva di certo fatto lei, visto che si era ritrovata a gambe all’aria. Scacciò quei pensieri, sua madre non c’era e lei era in un bosco, lontana da occhi indiscreti e sola, bastò questo per farla tornare a ridere, contenta di quell’attimo di innocua, ma piacevole felicità.

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