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Non sono nata col dono della profezia, non sono una veggente.
Mai gli dèi si sono degnati di mostrarsi nei miei sogni, né hanno parlato attraverso la mia bocca.
Eppure, i segni della fine sono dappertutto, e io, soltanto io, sembro rendermene conto. La fine di questa terra triste è così vicina che a volte, di notte, mi sveglio piangendo. Quando riacquisto completamente coscienza di me, mi sorprendo di essere ancora viva.
Ancora un altro giorno.
Ancora un altro passo verso la fine.
Zoser, l'Egiziano, mi ha parlato una volta della sua terra: l’Iteru vi scorre scuro nella pianura, tra palme e canne di papiro. Il fiume è popolato da coccodrilli, grossi serpenti con denti affilati e zampe per camminare sulla terraferma.
«Devono essere simili ai draghi» gli ho detto una volta.
Lui mi ha sorriso senza rispondermi nulla: so cosa pensava. Che non ho mai visto un drago.
Io no, avrei voluto dirgli, ma c'è chi ha perso una mano nelle fauci di un drago e adesso è ridotto a mendicare. Nella piazza dei Mendicanti si può incontrare persino chi trascina una gamba pietrificata dallo sguardo della Gorgone. Se glielo avessi detto, l'Egiziano mi avrebbe chiesto perché solo una gamba, perché non si fosse tramutato in pietra tutto il corpo.
Forse lo avrei insultato per la sua insolenza, a mettere in dubbio la mia parola...
Lui mi avrebbe sorriso.
* * *
Mentre l’uomo di fronte a me affonda i denti in una sfoglia a base di farina di sesamo e miele di timo, non resisto alla tentazione di girarmi indietro, verso Zoser. È in un angolo della sala, in piedi, come uno dei nostri servi. Ricambia il mio sguardo corrugando appena la fronte scura. Torno a guardare Sypoulos, l’uomo a cui mia madre sta sorridendo: è magro, forse troppo, malgrado il modo in cui divora i dolci che gli sono stati appena serviti suggerisca un appetito vorace. Quando ride, la sua voce melliflua riempie la stanza.
Faccio vagare gli occhi sulle scene marine affrescate sulle pareti, poi li sposto di nuovo, stavolta sul giovane servo di Sypoulos: avrà sì e no vent’anni. Anche se siede sulle ginocchia, è tanto alto che la sua testa supera quella del padrone, accomodato su uno sgabello di legno pregiato con intarsi d’avorio. Di tanto in tanto Sypoulos gli fa un cenno con la mano e il servo gli allunga uno dei dolci offerti da mia madre. L’uomo lo addenta direttamente dalle sue dita; la lingua guizza attraverso le labbra, indugia sui polpastrelli del ragazzo poco prima che il pezzo di sfoglia gli sparisca nella bocca.
Inizio a tormentare i riccioli scuri che mi incorniciano il viso e mi scendono sul collo. Mia madre mi lancia solo uno sguardo d’avvertimento senza smettere di sorridere. Sypoulos, invece, non mi degna di un’occhiata; nemmeno si accorge che ho tirato così forte una ciocca di capelli da strapparla. Stringo il pugno per nasconderla, ma appena sollevo di nuovo il viso i miei occhi incrociano quelli color nocciola del giovane servo.
Mi ha vista.
Non distolgo lo sguardo; anzi, sollevo di più il mento come se lo sfidassi a raccontare al suo padrone che la sua futura sposa si strappa i capelli come una mentecatta. Ma forse, anche se sono convinta di avere un’espressione fiera, devo apparire buffa, perché il servo mi rivolge un sorrisetto divertito. Ci fissiamo finché è lui che abbassa gli occhi per primo. Mi guarda il seno nudo, tenuto alto dal corpetto rinforzato con stecche d’osso.
In genere non mi abbiglio in questo modo: le donne aristocratiche e le sacerdotesse mostrano il seno solo in alcune occasioni formali, ma mia madre ha voluto che oggi apparissi al meglio delle mie possibilità.
Be’, Sypoulos non ha neppure notato la tintura dorata che mi tinge i capezzoli, però il suo servo sembra avere apprezzato. Quando, di colpo, il ragazzo arrossisce e rivolge lo sguardo altrove, posso osservare con più calma la pelle abbronzata e liscia del suo volto, le onde dei capelli biondo scuro che gli sfiorano le spalle, la tunica allacciata su una sola spalla che lascia scoperto il petto dai muscoli ben definiti. Quando, però, Sypoulos appoggia con noncuranza una mano sul suo ginocchio, non riesco più a resistere.
«Madre, forse il nostro ospite avrà sete».
Lei mi fulmina con gli occhi. S’era raccomandata che non parlassi, a meno che non fossi interpellata.
«Clito, non è mai stata mia intenzione lasciar morire di sete Sypoulos» mi rimbecca, la pelle leggermente accesa sulle guance. «Il suo boccale, come vedi, è colmo del nostro vino migliore». Indica il liquido rosso e denso che profuma di uva e di resina di pino.
«Hai ragione come sempre, madre. Ma io pensavo alla dissetante acqua del nostro pozzo, qualora nemmeno il nostro vino più pregiato riuscisse a soddisfare la sua sete. A volte ciò che sembra più umile è di gran lunga più utile».
Lei apre la bocca per replicare, stavolta rossa in viso, ma io sono più veloce e mi alzo per uscire dalla stanza. Ho bisogno di respirare aria fresca.
Raggiungo in fretta il pozzo, al centro del cortile interno su cui si affacciano le stanze più importanti della casa. Mi piego sul bordo di pietra, fissando il luccichio dell’acqua.
«Clito, perché sei qui? Che cos’hai combinato?»
La voce della mia balia mi fa sobbalzare. «Akheta, sei tu…»
La donna mi fissa con le mani sui fianchi. «Certo che sono io. Cosa ci fai qui fuori? Non dovresti stare insieme a tua madre e al tuo futuro sposo?»
Fino a qualche mese fa, mia madre era cauta sul mio eventuale matrimonio, anche se una volta l’ho sentita parlare con la balia della possibilità di darmi in moglie a un influente aristocratico oppure a un ricco mercante. «Mia figlia mi preoccupa. Se solo avesse uno sposo, dei figli...»
La balia ha obiettato, la voce poco più di un sussurro: «È una bambina».
«Una bambina! Alla sua età ho avuto il mio primo figlio».
Quattordici anni. Quasi quindici, in realtà.
Mia madre si sbagliava: lei ha avuto il suo primo maschio, Thyrsos, a quasi quattordici anni, non a quindici. Ma, già… fa spesso di questi errori.
La gloria della nostra stirpe è in realtà il secondogenito, Kemet. È buffo come a volte il Fato si faccia gioco dei mortali. Prima dell’adorato Kemet, sfortunatamente, è nato un altro maschio, ma perfettamente inutile. Uno sbaglio. Come me.
Thyrsos si è sposato quando era molto giovane, anche se a nessuno piace ricordarlo. In quanto a me, comprendo la preoccupazione di mia madre: il matrimonio è un contratto, un legame, e contrarre un vincolo con me non è cosa da niente.
Mia madre teme che, se non facessi contenti il mio sposo e la sua famiglia, lei e Kemet ne farebbero le spese. E poi teme per me. È certa che non me la saprei cavare.
Nonostante il breve scambio di battute con la balia mi considera, come l'altra, una bambina.
Eppure, qualche tempo fa qualcosa è cambiato. E adesso Sypoulos, il mio futuro marito, è giunto per conoscermi. A giudicare dal suo evidente disinteresse, però, forse anche per lui sono solo ancora una ragazzina.
Quasi quindici anni.
Soltanto da poco il mio corpo ha cominciato a cambiare e si è fatto più tondo, più pieno, ma continuo a non sembrare ancora una donna.
«Indugia ancora nell'infanzia».
Le ho sentite proprio stamattina, le ancelle imprudenti, due giovani schiave appena acquistate e messe al mio servizio. Mentre mi aiutavano a prepararmi per incontrare Sypoulos, si facevano beffe di me, delle mie forme ancora acerbe, dei fianchi ancora troppo stretti.
«Chi vi ha detto che potete ridacchiare e bisbigliare mentre mi lavate?» La mia voce era gelida e le ancelle si sono zittite. Il loro silenzio mi disturbava più delle loro risate. «Andate via. Continuo a lavarmi da sola».
Non permetterò più a nessuno di aiutarmi a fare il bagno o di acconciarmi i capelli.
* * *
«Clito, vuoi rispondermi?» Akheta mi fissa con apprensione. «Perché sei qui fuori?»
Scuoto la testa, stringendo di più il bordo del pozzo. «Quel ragazzo… Il servo di Sypoulos» biascico, un sapore amaro sulla lingua.
«Sì?»
«Qual è il suo nome?»
Lei assume un’espressione di sdegno. «Cosa vuoi che ne sappia? Perché dovrebbe avere importanza conoscere il nome di un servo, sempre se ne ha uno?»
Faccio una smorfia. Che sciocchezza. Tutti abbiamo un nome.
«Non è affatto il suo servo. È evidente».
Lei si sfiora lo scollo della camiciola di lino che copre il seno generoso. «Clito…»
Dal modo in cui pronuncia il mio nome comprendo che non è affatto stupita da quella che doveva essere una rivelazione.
«Perché non mi chiedi chi sia, se non è il suo servo?» Mi avvicino stringendo i pugni. «La risposta è che lo sai già. Dico bene?»
Lei sospira, poi mi tende le braccia, le fa cadere lungo i fianchi. È incerta su cosa fare o dire. E io mi sento tradita dalla sola persona di cui mi sia sempre fidata.
«È il suo amante» dico, al posto suo. «Mi ero giusto domandata perché un uomo ricco come Sypoulos volesse sposare una come me… Una lamia come me».
Sentendo quella parola, lamia, Akheta soffoca un gridolino premendosi le mani sulla bocca. Poi scuote la testa. «Non dirlo. Non dirlo mai più».
Ho la nausea, lo stomaco contratto. Mi giro in fretta per andarmene, per allontanarmi da lei, ma finisco per sbattere contro qualcuno. Alzo la testa incrociando lo sguardo del servo di Sypoulos. È così alto che dovrebbe curvare un po’ le spalle per guardarmi negli occhi. Ma resta dritto, con le mani sulle mie braccia e il mio seno nudo premuto contro il suo torace. Quando cerco di scostarmi, mi trattiene.
«Come osi?» mi scandalizzo. «Toglimi subito le mani di dosso».
Nonostante il mio tono indignato, continua a tenermi per le braccia. «Il mio padrone chiede di te e dell’acqua che avresti dovuto portargli». Ha una voce bassa, le parole sono appena sussurrate.
«Bugiardo. Scommetto che non ha chiesto di me né dell’acqua». Non so perché l’ho detto. Per quale motivo un servo dovrebbe mentire su una cosa del genere? Deglutisco e faccio di nuovo per staccarmi; stavolta me lo lascia fare.
«Sei il suo servo. Fa’ il tuo dovere e portagliela tu». Il mio tono è freddo, ma mi sento avvampare notando che sul suo pettorale, quello lasciato scoperto dalla tunica, è rimasta un po’ della tinta dorata con cui mi è stato dipinto il seno. Seguendo l’istinto, allungo in fretta una mano per cancellare la prova del nostro involontario abbraccio. Ma quando tocco la sua pelle nuda lui sussulta emettendo un breve mugolio e io mi paralizzo. Dopo un lunghissimo attimo in cui non so che dire né cosa fare, cerco di riprendermi. «Immagino che tu sia abituato a servire Sypoulos in molti modi».
Avrei voluto usare un tono tagliente, invece la mia voce è stata percorsa da un intollerabile tremolio. E questo mi fa inalberare. Mi mordo la lingua per non dirgliene di tutti i colori. Anche se è un impudente, non dovrei sfogare la mia rabbia su di lui. È l’amante del mio promesso sposo, questo è vero, ma resta un servo senza nome. Dovrei prendermela con mia madre e con Sypoulos. Eppure, sono così furiosa che non sono riuscita a stare zitta.
Il ragazzo accenna un irritante sorriso. «Quando sarai la sposa del padrone, servirò in molti modi anche te. Credo che sia questo il suo desiderio. Sarà divertente».
Boccheggio senza poter rispondere. Rivolgo uno sguardo scioccato ad Akheta, più sconvolta di me, quindi oltrepasso il servo prima di mettermi a urlare per la rabbia.
«Il mio nome è Rakis, giovane padrona». Sento la sua voce arrogante alle spalle. «Ricordalo».
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