Anno 2030
«Sei una di loro, non è vero?», chiese il ragazzo arricciando il naso affilato. Un ciuffo di capelli gli ricadde sulla fronte, ma lo scostò immediatamente.
Nina annuì. Non aveva bisogno di sapere a chi si riferisse, lo sapeva bene. La gente li chiamava gli Incontaminati. Erano una cerchia ristretta di persone che non portavano il Marchio, e il cui sangue era considerato puro.
«Cosa vuoi da me?». Gli occhi del giovane, di una tonalità color cioccolato, si incendiarono all’istante. In essi Nina poté leggere tutto l’odio, la frustrazione e la diffidenza che i Marchiati provavano per quelli come lei.
Non si stupì. Ci era abituata, ormai.
«Posso aiutarti», gli rispose, invece.
Le labbra del giovane si incurvarono in un sorriso sprezzante. «Aiutarmi a fare che?»
«A salvarti».
Nina conosceva il destino dei Marchiati. Nel migliore dei casi una vita segnata dal dolore e dalla malattia, nel peggiore la morte. Non passava giorno in cui la TV non desse notizia di morti improvvise. La gente si accasciava al suolo all’improvviso. Uomini, donne, ragazzi. Persino i bambini. La falce della morte non risparmiava nessuno.
«E come faresti? Sentiamo…».
«Ci sono dei modi per curarvi, noi li conosciamo».
«No, grazie». I lineamenti del suo viso perfetto si indurirono, una smorfia di dolore gli arricciò le labbra.
«Stai soffrendo, è evidente». Nina si protese verso di lui, ma il ragazzo si scostò schifato; così lei lasciò ricadere le braccia sui fianchi in un gesto rassegnato. «Permettimi di aiutarti».
«Perché?»
«Perché cosa?»
«Perché vuoi aiutare proprio me».
«È la mia missione, aiutare più gente possibile. Tu sei solo capitato sul mio cammino».
Lo vide esitare, come se stesse combattendo una dura lotta con se stesso. Nina ebbe l’impressione di scorgergli sul viso tutti i dubbi e le incertezze che ancora lo trattenevano dall’accettare la sua proposta. Anche a questo era abituata. La gente non si fidava più. Di nessuno.
Dopo che medici e infermieri, in cui avevano riposto le loro speranze, li avevano traditi convincendoli a marchiarsi per il loro bene, le persone si erano chiuse a riccio, in una spirale di odio senza fine.
Nina poteva comprenderle.
Anche lei ci era passata. Aveva vissuto anni di rabbia, impotenza. Anni in cui quelli come lei erano stati relegati ai margini della società, senza poter lavorare o interagire con gli altri. In quel periodo si era sentita come dovevano essersi sentiti gli ebrei durante il nazismo: esclusi, vilipesi, braccati. Ma diversamente da loro, erano quelli come lei che si erano salvati. Proprio come dicevano le sacre scritture nell’Apocalisse.
Inoltre obbligò tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi, a farsi mettere un marchio sulla mano o sulla fronte. Nessuno poteva comprare o vendere se non portava il marchio, cioè il numero della bestia o il numero che corrisponde al suo nome. Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza, calcoli il numero della bestia, perché è un numero d’uomo; e il suo numero è seicentosessantasei.
Nessuno aveva compreso che la profezia si stava avverando. Le persone si erano fatte marchiare diventando a loro insaputa seguaci dell’Anticristo, e inimicandosi in questo modo Dio, che scelse di salvare coloro che rifiutarono il marchio e di punire chi invece aveva accolto su di sé il simbolo del demonio. Da allora pestilenze e malattie avevano colpito gli abitanti della Terra: tumori fulminanti, malesseri improvvisi… Ma Nina sapeva che esisteva un modo per salvarsi. Dio aveva concesso un’ultima possibilità agli uomini, bastava solo che rinnegassero la Bestia affidandosi a chi come lei aveva resistito.
«Credimi, io posso salvarti», affermò risoluta, specchiandosi negli occhi di quel ragazzo dalla bellezza infernale. Sembravano agli antipodi loro due. Lei incarnava il bene, lui il male. Eppure, Nina si era messa in testa di salvarlo.
Gli porse la mano. «Coraggio».
Lui deglutì a vuoto. Le lanciò un’ultima occhiata guardinga, infine tese la mano stringendo la sua. Una stretta salda e bollente. La stretta di un uomo, non di un ragazzo. Ne fu sorpresa.
«Andiamo», lo incoraggiò.
«Dove?»
«Nel nostro villaggio».
Gli Incontaminati, dopo essere stati rifiutati dalla società, scacciati dalle loro stesse famiglie e dagli amici, si erano riuniti in un’area lontana dalle città. Vivevano di caccia e coltivando la terra. Non possedevano molto, ma erano felici e in salute. Avevano riscoperto i valori semplici della vita.
«E dove si trova il vostro villaggio? È lontano da qui?».
Lei sollevò il capo per poterlo guardare dritto negli occhi. Il giovane era molto più alto di lei, la sovrastava. Avrebbe dovuto incuterle timore, ma Nina non aveva paura. Sentì di potersi fidare. Dopo tutto ciò che aveva passato, aveva riscoperto in sé una forza nuova. Totalizzante. Per tutta la vita si era sentita piccola e fragile, ma erano bastati quegli anni di privazioni, paura e solitudine a cambiarla.
«Abbastanza», rispose dopo un attimo.
«E come ci arriviamo?»
«Camminando». Nina scrollò le spalle e abbozzò un sorriso sghembo. Negli ultimi tempi nessuno si muoveva più in auto o coi mezzi pubblici. Erano stati interdetti persino aerei e navi, in quanto non accadeva di rado che i piloti venissero colti da malori improvvisi, causando incidenti mortali che mietevano un sacco di vittime.
«Tu sei pazza!». Il ragazzo le lanciò un’occhiata di sbieco, ma la seguì senza protestare.
«Così dicono», rise lei accelerando il passo. Percorsero un lungo tratto di strada allontanandosi dalla città e inoltrandosi in un bosco fitto e oscuro. La foresta era stranamente silenziosa, gli alberi sembravano incombere su di loro proiettando ombre profonde sul loro cammino.
«Perché hai rifiutato il Marchio?», chiese a un tratto lui, in quel modo brusco che – ormai lo aveva capito – lo contraddistingueva.
Nina non si voltò. Continuò a camminare spedita, chinandosi di tanto in tanto per evitare qualche ramo più basso degli altri. «E tu perché hai accettato di farti marchiare?».
Lui parve riflettere. Si grattò la sommità del capo andandole dietro. «Be’, lo facevano tutti. E se volevi studiare o lavorare, eri costretto a farlo».
«Appunto. E questo non ti è sembrato strano?»
«Cosa intendi?»
«Che dovessero arrivare a minacciarvi per apporvi un Marchio che sostenevano dovesse guarirvi dalle malattie. Fosse stato vero, la gente si sarebbe lasciata marchiare di sua spontanea volontà. Inoltre c’erano degli esperti, scienziati di fama mondiale, che si sono opposti fin da subito. Hanno cercato di mettervi in guardia».
«Non ci siamo fidati», sputò fuori lui. Il suo sguardo si rabbuiò, le spalle tremarono. «Le televisioni e i giornali raccontavano che il Marchio fosse sicuro e salvifico».
«Ebbene, neanch’io mi sono fidata. Ma dei media, a capo dei quali ci sono persone avide e corrotte».
«Ma i medici dicevano che…».
«Non tutti, alcuni si sono ribellati. Ma venivano sospesi, e chi restava era spaventato. Temeva di perdere il lavoro, esattamente come voi».
«E tu? Non hai avuto paura?». La sua domanda le causò un buco al centro del petto. Nina si fermò di scatto e si voltò.
«Certo che avevo paura», rispose in un soffio. Una nuvoletta di vapore si condensò davanti alla sua faccia, a causa delle temperature rigide di quella giornata di fine autunno. «Ero terrorizzata. E mi sentivo terribilmente sola. I miei genitori sono morti a causa del Marchio, prima mio padre e poi mia madre. Il mio fratello maggiore invece mi cacciò di casa. Diceva che ero una pazza inaffidabile. Che pretendevo di sostituirmi ai medici».
«E nonostante ciò hai resistito?». Negli occhi del ragazzo Nina lesse una profonda ammirazione che, inaspettatamente, le riscaldò il cuore.
Annuì, affondando i denti nel labbro inferiore. «Non avevo altra scelta se volevo sopravvivere».
«Ma così hai vissuto come una reietta, allontanata da tutti, derisa…».
«È vero, ma ho scoperto dentro di me una forza che non sapevo di possedere. La forza della speranza, unita a un profondo desiderio di libertà». Nina riprese a camminare, ormai la foresta iniziava a diradarsi lasciando intravvedere in lontananza una serie di campi coltivati. Si stavano avvicinando al villaggio. «C’era una cosa che mi ripeteva sempre mio padre», aggiunse Nina mentre un sorriso nostalgico le tendeva le labbra.
«Quale?»
«Che non dovevo aver paura di pensare in modo diverso dagli altri, dovevo aver paura di pensare allo stesso modo, per poi rendermi conto che avevano sbagliato tutti».
«Così è successo, infatti». Negli occhi del giovane, Nina lesse il rimpianto. Greve e dilaniante.
«Ma tu hai ancora una possibilità, molti di voi ce l’hanno. Dovete solo fidarvi di noi».
«Trovo difficile fidarmi di qualcuno, adesso».
«Ma devi!». Nina lo osservò con le lacrime agli occhi. Talvolta si sentiva impotente, schiacciata da forze più grandi di lei. Ma poi pensava ai suoi genitori, alla fine che avevano fatto, e il desiderio di salvare quante più persone potesse le incendiava il cuore. Tese di nuovo la mano al ragazzo, lui tentennò.
«Come ti chiami?», le chiese a un tratto sorprendendola.
«Nina, mi chiamo Nina».
Lui abbozzò un sorriso. «Io sono Alex». Prese la sua mano e la strinse, tra loro vibrò una strana corrente elettrica. Ripresero a camminare, mano nella mano, il petto squarciato da respiri veloci mentre una speranza nuova si depositava lenta nei loro cuori.
In quel momento Nina giurò a se stessa che si sarebbe presa cura di lui, non lo avrebbe abbandonato, a costo di donargli ogni goccia del suo sangue puro per farlo rinascere. Per trasformarlo a sua volta in un Incontaminato.
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