⏱ ~10 min · 1968 parole
Nei giorni successivi, Andrea Crimaldi divenne l’argomento principale dell’isola.
Si seppe che era architetto. O forse ingegnere, secondo Tino il barbiere, che tendeva a confondere le professioni eleganti. Si seppe che viveva a Milano, che non era sposato, che aveva venduto l’appartamento della nonna dopo la sua morte e che tra le sue carte aveva trovato documenti relativi a una casa a San Venanzio. Una casa abbandonata da anni sulla scogliera di ponente, nota come Casa del Corbezzolo.
La Casa del Corbezzolo era un edificio basso, in pietra, con il tetto mezzo crollato e una terrazza che guardava il mare aperto. Apparteneva, o era appartenuta, alla famiglia Crimaldi. Dopo la partenza di Teresa, nessuno l’aveva più abitata. I ragazzi dell’isola ci andavano per sfidare la paura, gli innamorati per promettersi eternità provvisorie, i gatti per dormire al sole.
Andrea era venuto per sistemare le pratiche di proprietà e decidere se vendere.
«Vendere?» ripeté quando lo seppe da Peppino, il postino. «A chi?»
«A certi “là”. Vogliono farci un resort piccolo, di lusso.»
“là” era l'altra parte della costa, il “continente”, il mondo al di fuori di San Venanzio. Un luogo oscuro e zeppo di pericoli di cui diffidare, diffidare sempre!
La donna sentì qualcosa irrigidirsi dentro di lei.
Non era sentimentalismo, si disse. Era semplice buon senso. San Venanzio viveva già in equilibrio fragile: poche famiglie, poche barche, qualche turista rispettoso d’estate. Un resort avrebbe cambiato tutto. Avrebbe portato soldi, certo, ma anche rumore, pretese, gente convinta che il denaro sostituisse garbo e buon senso.
Quel pomeriggio, quando Andrea entrò in bottega per comprare una ingiallita guida dell’isola, lei lo accolse con un sorriso troppo dolce per essere innocente.
«Architetto Crimaldi.»
Lui si fermò. «Questo tono promette guai.»
«Io? Mai. Mi chiedevo solo se nella guida cercasse le bellezze naturali o i luoghi più adatti a essere profanati dal cemento.»
L'uomo posò la guida sul banco. «Ho comprato una guida, non un permesso di costruzione.»
«Per ora.»
«Le voci corrono veloci.»
«Qui le voci non corrono. Volano basso, come i gabbiani prima della pioggia.»
«E lei crede a tutte?»
«Solo a quelle interessanti.»
Lui si appoggiò appena al banco. «Non ho deciso nulla.»
«Ma sta valutando.»
«È una proprietà abbandonata. Restaurarla costa. Mantenerla anche. Venderla non sarebbe un crimine.»
«No. Solo una tristezza ben legalizzata.»
Lui la guardò con maggiore attenzione. «La casa significa qualcosa per lei?»
Avrebbe potuto rispondere di no. Sarebbe stato più comodo. Invece disse: «Significa qualcosa per l’isola.»
«L’isola ha diritto di voto sulle eredità altrui?»
«No. Ma ha memoria.»
Quella parola restò tra loro.
Andrea abbassò lo sguardo sulla guida. «La memoria, a volte, racconta solo metà della storia.»
Lei capì che non parlava soltanto della casa.
«E l’altra metà?»
«A volte viene sepolta con chi avrebbe potuto spiegarla.»
La sua voce era cambiata. Lei se ne accorse e, per una volta, trattenne la battuta che le era già salita alle labbra.
Per la prima volta senza difese. E per la prima volta la ragazza sentì qualcosa che non le piacque. Non era fastidio. Non era curiosità. Era peggio. Era interesse. E l’interesse, lo sapeva bene, è sempre l’inizio del problema.
La notizia che Andrea Crimaldi stesse valutando di vendere la Casa del Corbezzolo impiegò meno di una mattina a raggiungere ogni angolo di San Venanzio. La portò Peppino, il postino, che sosteneva di non amare i pettegolezzi ma aveva il talento raro di distribuirli con puntualità amministrativa. La raccontò prima a Tino il barbiere, poi a Mafalda in farmacia, infine a don Franco, che sospirò come se la questione riguardasse direttamente il destino morale dell’isola. Lorenza la ricevette da tre fonti diverse prima di mezzogiorno e fece finta di non interessarsene. Era una finzione poco credibile, soprattutto perché per tutto il pomeriggio sistemò gli stessi barattoli di confettura almeno sei volte, sempre con più energia del necessario. Verso le cinque, Andrea entrò in bottega. Indossava una camicia chiara, le maniche arrotolate, e portava con sé una cartellina rigida piena di documenti. Sembrava stanco, ma non sconfitto. Questa caratteristica, dovette ammetterlo, gli donava parecchio.
«Architetto Crimaldi.»
«Signorina Ruggeri.»
«Che formalità. Di solito precede una disgrazia.»
«O una conversazione civile.»
«Qui siamo sull’isola. Non chieda miracoli.»
Andrea posò la cartellina sul banco e prese una bottiglia d’acqua dal piccolo frigorifero. Lei osservò il gesto con attenzione, come se anche il modo di scegliere una bottiglia potesse rivelare un carattere. Non la prese a caso. La scelse, controllò l’etichetta, poi la rimise a posto e ne prese un’altra. Ordinato. Riflessivo. Terribile. Gli uomini impulsivi erano più facili da decifrare.
«Mi dicono che ho già venduto la casa, costruito un albergo e forse anche fatto abbattere il Corbezzolo.»
«Qui amiamo prevenire i disastri.»
«Prevenirli o inventarli?»
«Dipende dal disastro.»
«Non ho venduto nulla.»
«Ma sta valutando.»
«Sto valutando molte cose.»
«Frase da uomo colpevole.»
Andrea sorrise, ma stavolta non con leggerezza. C’era un’ombra dietro quel sorriso. Lei la vide e, come spesso le accadeva, la colse prima ancora di decidere se le importasse.
«Lei sa già cosa penso, immagino.»
«Sì. Pensa che io sia il forestiero venuto a trasformare una memoria dell’isola in una rendita.»
«Buona sintesi.»
«E lei pensa di avere diritto a giudicarmi.»
«Assolutamente.»
«Perché?»
«Perché questa non è Milano. Qui le case non sono solo proprietà. Sono pezzi di vita che restano in piedi anche quando chi le abitava non c’è più.»
Andrea non parlò. Fu un silenzio breve, ma quasi grasso come il lardo. Lorenza si accorse che aveva colpito qualcosa, anche se non sapeva esattamente cosa. Lui abbassò gli occhi sulla cartellina, poi li rialzò su di lei.
«Mia nonna non mi ha lasciato molte cose. Qualche fotografia, un appartamento pieno di mobili che non voleva nessuno, e questa casa. Una casa di cui non mi ha mai parlato. Non sono venuto qui per cancellare una memoria. Sono venuto perché non so che farmene di una memoria che non conosco.»
La risposta era troppo onesta. Lei detestava le risposte troppo oneste perché non offrivano appigli facili per una battuta.
«Poteva cominciare chiedendo.»
«A chi?»
«A chi ricorda.»
«Lei?»
«Io ricordo quello che mi hanno raccontato.»
«Non è la stessa cosa.»
«No. Ma è quello che abbiamo.»
Andrea fece scorrere un dito sul bordo della cartellina. Sembrava trattenere qualcosa, forse irritazione, forse stanchezza. Quando parlò di nuovo, la voce era più bassa.
«Domani vado alla Casa del Corbezzolo. Devo fare un primo rilievo serio. Mi hanno detto che lei conosce bene il sentiero.»
«Chi gliel’ha detto?»
«Tutti.»
«Tutti parlano troppo.»
«Ma hanno ragione?»
Lorenza avrebbe voluto dire no. Sarebbe stato più prudente, più elegante, più in linea con l’immagine di donna saggia e inafferrabile che aveva costruito con tanta cura. Invece la curiosità le tirò la manica come una bambina impaziente.
«Alle nove. Non aspetto i ritardatari.»
«Nemmeno io.»
«Lo vedremo.»
Lui prese la bottiglia e pagò. Prima di uscire, si voltò.
«Lei è sempre così combattiva?»
«Solo quando qualcuno minaccia qualcosa che mi interessa.»
La frase uscì prima che la ragazza potesse addomesticarla. Andrea la guardò un istante di troppo.
«Allora la casa le interessa davvero.»
Lei sostenne lo sguardo.
«Ho detto qualcosa. Non qualcuno.»
«Avevo capito al volo.»
Ma il modo in cui lo disse dimostrava il contrario. Quando uscì, il campanello della porta tintinnò nel silenzio della bottega. Lorenza rimase ferma dietro il banco, irritata con lui, con l’isola, con sé stessa e soprattutto con quella minuscola accelerazione del cuore che non aveva nessuna intenzione di riconoscere.
La mattina dopo San Venanzio profumava di rugiada, sale e pane appena sfornato. Il cielo era terso, ma all’orizzonte una linea più scura annunciava vento per il pomeriggio. La ragazza arrivò al punto d’incontro alle otto e cinquantacinque, perché la puntualità è una forma sottile di superiorità morale, e trovò Andrea già lì, appoggiato al muretto del cimitero con uno zaino in spalla e un taccuino in mano. Questo la infastidì. Avrebbe preferito sorprenderlo in ritardo e usarlo come prova definitiva della sua inaffidabilità continentale.
«È in anticipo
«Anche lei.»
«Io sono dell’isola. Ho privilegi geografici.»
«Io ho l’ansia da primo giorno.»
La donna lo guardò di sbieco. «Almeno lo ammette.»
«Ammettere le cose accorcia molte discussioni.»
«O le rende impossibili. Dipende da quanto uno ama discutere.»
Si incamminarono lungo il sentiero che saliva dietro il cimitero. All’inizio camminarono in silenzio. Lorenza guidava il passo con naturalezza, evitando le pietre instabili senza guardarle, sfiorando con le dita i cespugli di lentisco come vecchi conoscenti. Lui la seguiva con attenzione, ma senza far domande inutili. Questo, di nuovo, era fastidioso. Molti uomini, in sua compagnia, sentivano il bisogno di dimostrare qualcosa: forza, conoscenza, orientamento, coraggio. Lui no. Lasciava che fosse lei a conoscere il percorso. Non lo subiva, lo accettava.
«È stato qui da bambino?»
«No.»
«Mai?»
«Mai.»
«Strano.»
«Mia nonna aveva chiuso questa parte della sua vita come si chiude una stanza dopo un lutto.»
«E lei è venuto a riaprirla.»
«Forse sono venuto a capire perché fosse chiusa.»
Lei rallentò appena. Il sentiero diventava più stretto e il mare compariva a tratti tra le rocce. Sotto di loro, l’acqua si frangeva in piccole esplosioni bianche contro gli scogli.
«Mio nonno Giuliano non parlava spesso di Teresa.»
«Quando lo faceva?»
«Non lo faceva direttamente. Diceva cose laterali. Che il mare porta via solo quello che non sappiamo trattenere. Che le lettere non spedite pesano più delle pietre. Frasi così.»
«Sembra un uomo poetico.»
«Era un uomo pratico. La poesia gli scappava quando era triste, un po' come una imprecazione quando ci si schiaccia un dito col martello.»
Lui soffocò una risata, ma si pentì di aver detto quella frase. Era troppo intima, e lei non regalava intimità senza calcolo. Lei accelerò il passo, e lui la raggiunse senza difficoltà.
«Mia nonna conservava una scatola di conchiglie.» disse lui dopo un po’. «Da piccolo pensavo fossero souvenir qualsiasi. Solo dopo la sua morte ho trovato, sotto il doppio fondo, un biglietto con scritto San Venanzio. Non una data. Non un nome. Solo questo posto.»
«Forse era schifoso senso di colpa.»
«Magari forse nostalgia, e vediamo di moderare il linguaggio.»
«Le due cose spesso si somigliano, mi scuso per la brutta frase.»
L'uomo la guardò. «Parla sempre come se avesse vissuto almeno tre vite una delle quali come ironica veterana di guerra.»
«No. Ho solo ascoltato molte persone rovinare la propria.»
«E questo la mette al sicuro?»
Lorenza si fermò davanti a un tratto di sentiero interrotto da una radice. Si voltò verso di lui con un sorriso preciso.
«Mi mette in vantaggio e mi protegge.»
«Non era la domanda.»
«Era la risposta che poteva ottenere.»
Andrea sorrise, ma non insistette. Lei e disprezzò nello stesso momento quella discrezione. Superarono il tratto più ripido, poi la Casa del Corbezzolo apparve oltre una curva, bassa e chiara, con il grande albero piegato dal vento accanto al muro principale. Vista da lì sembrava meno abbandonata di quanto la giovane ricordasse. O forse era la luce del mattino a essere indulgente. Andrea si fermò. Non disse nulla. La sua faccia cambiò appena, ma Lorenza lo vide. Non era l’espressione di un uomo davanti a un bene immobiliare. Era quella di qualcuno che scopre di avere una radice in un terreno che non aveva mai calpestato.
«Eccola.» disse più piano del previsto.
Lui annuì. «Sì.»
«Deluso?»
«No.»
«Spaventato?»
«Un po’.»
Questa risposta la disarmò. Nessuno ammetteva mai di essere spaventato con tanta semplicità.
«Bene.» disse lei, riprendendo tono. «Le case vecchie rispettano di più chi arriva con paura. Gli arroganti li fanno cadere attraverso il pavimento.»
«Parla per esperienza?»
«Da bambina ci sono entrata con mio cugino. Lui disse che non aveva paura. Mise un piede su un’asse marcia e finì nel ripostiglio sotto. Niente di grave, tranne l’orgoglio.»
«Un danno irreparabile, per alcuni uomini.»
«Vedo che impara.»
⏱ ~10 min
Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.
i commenti sono soggetti a moderazione
Tutti i diritti riservati. I contenuti presenti su questa pagina sono di proprietà esclusiva dell'autrice/autore e non possono essere riprodotti, diffusi o copiati.

