E PASSA LORENZA
Capitolo 8 di 10

LINDA LERCARI


⏱ ~3 min · 643 parole

La lettera di Giuliano arrivò dal passato in una sera di scirocco, quando l’aria sembrava appiccicarsi alle pareti e ogni cosa sull’isola diventava più lenta. Zia Elvira la portò in bottega dentro una busta vecchia, trovata in una scatola di fotografie che era appartenuta al nonno. Non fece commenti. Questo, in lei, era già un evento.

«C’era scritto il tuo nome.»

La ragazza prese la busta. La carta era ingiallita, consumata ai bordi. Sul davanti, con quella grafia che conosceva come una voce, c’era scritto: Per Lorenza, quando sarà abbastanza grande da non giudicare troppo in fretta. Sentì lo stomaco stringersi.

«L’hai letta?»

«No.»

«Strano.»

«Sono vecchia, non maleducata.»

La giovanesorrise appena, ma le mani le tremavano. Aprì la busta con attenzione. La lettera era breve. La lesse una volta, poi una seconda, poi una terza, perché certe verità non entrano subito nella mente; devono prima trovare il punto in cui far male.

Mia piccola Lorenza, se un giorno sentirai parlare di Teresa, sappi che la verità non è mai stata quella che l’isola ha raccontato. Teresa se ne andò perché aspettava un figlio, ma non da me. Credeva di avermi tradito e voleva risparmiarmi la vergogna. Io, sciocco e orgoglioso, non la cercai subito. Quando lo feci, era troppo tardi: aveva perso il bambino e aveva deciso che il dolore fosse una colpa da portare da sola. L’ho amata anche dopo. Forse male, forse da lontano, ma l’ho amata. Il mio errore non fu amarla. Fu lasciare che l’orgoglio parlasse al posto mio. Siamo stati due sciocchi e abbiamo rovinato quanto di più bello avremmo potuto vivere. Impara dai nostri errori. Tuo nonno Giuliano.

Lorenza rimase immobile. La bottega, intorno a lei, sembrò perdere contorni. Il rumore della piazza arrivava ovattato. Elvira la osservava senza invadere.

«Devo andare da lui»

«Sì.»

«Non dire niente di saggio.»

«Non ne avevo l’intenzione.»

Lorenza uscì senza chiudere bene la porta. Attraversò la piazza, salì verso il cimitero, prese il sentiero della scogliera mentre il cielo diventava viola. Camminò in fretta, poi quasi corse. Non per romanticismo, si disse, ma per urgenza morale. Era una bugia. Quando arrivò alla Casa del Corbezzolo, Andrea era sulla terrazza, seduto a un tavolo provvisorio con alcuni disegni davanti. Alzò lo sguardo.

«Lorenza?»

Lei gli porse la lettera. «Leggi.»

Andrea la prese. Mentre leggeva, il suo volto cambiò in modo quasi impercettibile. Alla fine abbassò il foglio. Il vento mosse le carte sul tavolo.

«Mia nonna non me l’ha mai detto.»

«Mio nonno sì. Ma solo quando era troppo tardi perché io potessi chiedergli perdono.»

«Perdono?»

«L’ho giudicata. Teresa. Ho giudicato lei, te, questa casa, tutto. Perché era più facile avere una storia facile da capire.»

Andrea posò la lettera sul tavolo e le si avvicinò. «Tutti facciamo questo.»

«Io ne ho fatto un mestiere.»

«No. Tu hai trasformato una ferita in scaltrezza.»

«Non assolvermi troppo in fretta. Potrei abituarmi.»

«Cosa vuoi fare adesso?»

Lei guardò il Corbezzolo, le pietre, la casa che lentamente tornava a vivere. Pensò a Giuliano, a Teresa, a tutte le parole non dette che avevano rovinato due vite.

«Voglio smettere di essere vigliacca chiamandola prudenza.»

Andrea non parlò. La ragazza lo guardò.

«Ho paura di te. Non perché tu sia pericoloso. Perché potrei crederti. Potrei aspettarti. Potrei scoprire che non sono più intelligente degli altri quando si tratta del mio cuore.»

Le prese il viso tra le mani con una delicatezza quasi dolorosa.

«Non voglio che tu sia più intelligente. Voglio che tu sia vera.»

Lei abbassò le palpebre lievemente. Il bacio che seguì non ebbe l’urgenza del primo. Fu più lento, più adulto, più difficile. Dentro c’erano scuse, memoria, desiderio, paura. Quando si separarono rimase vicina.

«Questo non risolve niente.»

«No.»

«Bene.»

«Bene?»

«Le cose troppo risolte mi insospettiscono.»

Andrea rise piano e la strinse. Lei lasciò che lo facesse. Per quella sera, bastava.

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