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Il mattino seguente alle nove in punto sono già alla villa, pronta a lavorare. In realtà non sono per niente pronta, ma fingerlo mi aiuta a sopravvivere. Ho dolori ovunque. Mi fanno male le spalle, i polsi, la faccia, senza parlare delle parti intime ancora in fiamme dopo ieri sera. Non ho chiuso occhio, in verità, ma faccio finta di niente.
Cammino tra le varie stanze della grande villa, controllando che sia tutto a posto per le riprese. Il mio copione e i miei appunti sotto al braccio, il mento alto, la schiena dritta. Apparentemente sono perfetta come sempre. I dubbi li tengo nascosti, così come l’ansia che mi azzanna la gola: che farò quando lo vedrò?
«Claudia sai dov'è Andrea?» sussulto e mi volto.
Antonio, il regista, è davanti a me.
«No» dico con un sorriso poco convinto stampato sul volto. «Dovrei saperlo?» sono agitata e lui se ne accorge. Alza un sopracciglio e mi guarda attentamente.
«Sì. Sei la mia assistente...»
«Certo... a chi dovresti chiederlo se non a me, ovvio...» rispondo nervosa. «Che sciocca! Lo cerco, ok?»
«Ti senti bene?»
«Mai stata meglio!» Sfodero uno dei miei più ampi sorrisi di circostanza. Non ci è cascato, sono sicura, ma non voglio restare qui ad appurare quanto già immagino.
Mi volto ed esco dal grande salone in stile barocco, mettendomi alla ricerca dell'uomo che ieri notte mi ha avuta per più di due ore. Faccio la disinvolta, saluto ed elargisco sorrisi a chi incontro, ma è tutta una misera montatura. In realtà sto pregando tutti i santi del Paradiso di non trovarlo, cosa assai difficile, perché lui lavora qui tanto quanto me. Non mi sento pronta a vederlo, non dopo che mi ha vista nuda in tutte le posizioni possibili.
Esco in giardino e mi infilo nel vialetto che conduce al retro della villa. Forse è in ufficio. Busso alla porta in metallo del casottino e timidamente apro. Non c'è. Espiro sollevata ma mi accorgo che mi tremano le mani. Cazzo, non posso stare così per un uomo…
Patetica.
Mi obbligo a darmi una calmata e a razionalizzare la cosa. È stata una bella, stupenda, lunghissima, irripetibile, meravigliosa scopata, ma è finita e non ce ne saranno altre. Di certo non con il re dei dominatori che, sicuramente, non vorrà più saperne di me. Mi scosto i capelli dal viso ed esco all'esterno. Proseguo lungo il vialetto per ritrovarmi nel giardino sul retro. Rientro nella villa passando dalla porta di servizio ed entro nelle sale dedicate alle cucine, ora non in funzione. C'è di tutto, attrezzature, luci, pezzi di scenografie, bancali di legno, sedie impilate, mobili di scena e un via vai di operai che vanno e vengono per la sistemazione dei set. C'è tutto in perfetto ordine-disordine, tranne lui. Sbuffo. Sta diventando una caccia all'uomo questa mattinata e io sono troppo stanca, emotivamente instabile e troppo poco paziente per portarla a termine con successo. Esco dalle cucine trascinandomi. Percorro un lungo corridoio per sbucare nella sala da pranzo. La attraverso, scavalcando i cavi sul pavimento e facendo lo slalom tra il mobilio, quando vedo un tecnico delle luci in fondo alla stanza intento a districare un groviglio i cavi colorati.
«Ehi, hai visto Andrea?» chiedo.
Quello mi guarda come se avessi due teste attaccate alle spalle.
«Perché lo chiedi a me?»
«Stai scherzando, spero! Sei un tecnico delle luci!»
«E allora?»
«Mi stai prendendo in giro?»
«Che vuoi? Vallo a chiedere a qualcun altro!»
Ora gli spacco la faccia!
«Perfetto. Parlerò di te al regista. Buona giornata.» Mi volto e faccio tre passi, quando sento il tipo chiamarmi.
«Aspetta... non so dov'è, davvero. Non vorrai andare da Robinazzi a...»
«No... non gli dirò nulla, ma la prossima volta rispondi, però.»
Lui annuisce, si china e ricomincia a lavorare sulla matassa, mentre io esco dalla sala con la pazienza ormai evaporata.
Torno nell'atrio e comincio a salire la scala che porta ai piani superiori. Ogni gradino fa gemere le mie gambe doloranti e quando arrivo in cima sono stravolta.
Entro nella stanza da letto padronale e naturalmente trovo tutti fuorché lui. Proseguo con l'ispezione di tutte le altre stanze, a una a una, ma sembra davvero non esserci da nessuna parte. Quando comincio a credere che non sia ancora arrivato sul set, dietro la porta a scomparsa di uno sgabuzzino sento sghignazzare. Mi blocco e rimango in ascolto. C'è qualcuno là dentro e dalla voce che sento sembrerebbe Milena, una delle costumiste. Mi avvicino cauta, afferro il gancio per l'apertura e faccio scorrere la porta di botto. Ci metto un po' a vedere chi c'è dentro, ma quando i miei occhi si abituano alla penombra dell'ambiente, tra scopettoni, scope e stracci, vedo Milena appoggiata al muro con la camicetta aperta tra le braccia di Andrea intento toccarle i grandi seni. Si voltano all'unisono, rossa in viso lei, con la sua solita espressione arrogante da stronzo lui.
«Sei desiderato dal regista» comunico glaciale.
«Grazie Claudia, arrivo tra qualche minuto» risponde tranquillo.
Tra qualche minuto? Serro i pugni che vorrei sbattergli in faccia, ma invece mi volto, lottando contro me stessa per non prendere il primo secchio pieno d'acqua accantonato nell'angolo e rovesciarglielo addosso. Non riesco a credere a ciò che ho visto. Non è uno stronzo, è un grandissimo e stramaledetto testa di…! Serro la mascella mentre avanzo a passo di carica.
Se piangi ti disconosco.
Socchiudo gli occhi in due fessure, raggiungo la scala e inizio a scendere velocemente. Ogni santo gradino è una maledizione lanciata al suo indirizzo. Lo odio con tutta me stessa.
Il cellulare mi squilla in tasca, rispondo a denti stretti.
«L'hai trovato?» chiede Antonio con nervosismo.
«Sì, ha detto che arriverà tra qualche minuto. Era indaffarato a controllare due grosse lampade» rispondo sarcastica.
«Vieni qui subito, Claudia. Sto impazzendo con questi imbecilli!» bofonchia e attacca.
Metto via il telefono, sospiro. Mi affretto a scendere gli ultimi gradini quando mi sento tirare per un braccio. Per effetto della presa improvvisa, giro su me stessa come una trottola e manca poco non cada rovinosamente a terra. Vado a sbattere contro la balaustra in marmo con la schiena, ritrovandomi Andrea a pochi centimetri dalla bocca.
Lo spingo indietro con le mani con scarsi risultati.
Lo odio, immensamente.
«Che vuoi?»
Sorride, il maledetto, guardandomi con espressione da farabutto.
«Hai pianto?»
«Cosa?!»
Fa una smorfia.
«Ammettilo.»
«Non so di cosa stai parlando.» Cerco una via di fuga dal suo corpo che mi tiene prigioniera ma non riesco ad aprire neppure un varco.
Si avvicina ancora di più e mi schiaccia contro il marmo.
«Stasera, dopo cena, in camera tua. Sarà meglio tu sia pronta.»
«Non ci penso proprio» mi ribello.
Lui stringe la presa e si accosta al mio orecchio. Sento il suo respiro addosso, è caldo e mi fa venire i brividi.
«Fatti. Trovare. Pronta» scandisce, irritandomi ancora di più.
Deglutisco a vuoto.
«Hai il profumo di Milena addosso» sibilo nauseata.
«Non siamo fidanzati» ribatte prontamente.
«Infatti. Stasera vai da lei, allora» lo guardo negli occhi. Sostengo il suo sguardo tagliente non so nemmeno come, ma lo faccio e ne vado fiera.
«Stasera verrò da te e tu mi aprirai.»
«Altrimenti che fai, mi tiri i capelli?»
Lui si rabbuia improvvisamente e serra la mascella. Ecco, adesso è più complicato guardarlo e per quanto mi sforzi, i miei occhi scivolano via dai suoi focalizzandosi, codardi, sulla sua bocca.
«Mi aprirai, perché farò in modo che ciò accada.» Mi lascia le braccia e si allontana di un passo. Soppesa la mia figura per qualche secondo prima di allontanarsi voltandomi le spalle. Vorrei gridare che mai e poi mai accadrà di nuovo, ma la lingua rimane attaccata al palato, le gambe mi tremano. Sono un sacco vuoto, l'involucro di una me stessa che è scappata via urlando.
**
«Guarda! Guarda quegli idioti che hanno combinato! Dovrei licenziare tutti e mandare questa mandria di incapaci al diavolo! Cazzo!» Antonio al centro del giardino grida come un ossesso rivolgendosi a me che lo sto raggiungendo.
«Che dovevamo girare stamattina, Claudia? Le scene in esterno giusto? Giusto?»
Io annuisco. È fuori di sé e fa avanti e indietro gesticolando nervosamente.
«Chi cazzo vi ha detto allora di dare la precedenza alle scene in interna? Chi? Il set non è pronto, non posso crederci e sono già le dieci!» Prende fiato e si mette le mani tra i capelli. «Abbiamo sì e no un'ora di luce buona...un'ora!!»
«Possiamo girarle domani» azzardo, tentando di calmarlo. Lui si volta di scatto e mi fissa.
«Domani? Dovevamo girarle oggi quelle dannate scene! Oggi! Domani il tempo sarà variabile e sarà un casino avere una luce uniforme!»
Già, il meteo…
«Ce la facciamo Michele, tranquillo. Se muovono il culo nel giro di venti minuti il set sarà pronto» dice Andrea avvicinandosi. Poi mi guarda.
«Gli attori sono pronti?» chiede.
«Sì» rispondo asciutta.
«Sicura?» chiede il bastardo.
«Che stai insinuando, Andrea? So che sono pronti perché so fare il mio lavoro.»
«Nessun problema ai costumi?» Dubita l'arrogante! Dio, se lo odio.
Lo fisso con livore. Le mani mi formicolano, prima o poi gli darò una sberla, lo so. Andrea continua a guardarmi con quel sorriso sghembo che cancellerei molto volentieri dalla sua faccia, e gli rispondo fissandolo a mia volta.
«Nessun problema ai costumi. Tu piuttosto, con quelle grosse lampade hai risolto?»
«Che lampade?» chiede Antonio, guardando prima Andrea e poi me.
«Quelle del reparto costumi» dico io senza smettere di guardare il re degli stronzi.
«Avanti ragazzi, non ho tempo per queste stronzate! Voglio chiudere questo dannato film! Possiamo lavorare? Dai, dai, dai!!!» incita allontanandosi.
Lancio un'ultima occhiata ad Andrea, alzo un sopracciglio fiera del mio comportamento e mi volto, raggiungendo il tavolo della regia.
Dopo circa mezz'ora è tutto pronto. Mi siedo accanto al regista e comincio a prendere appunti. Sono stranamente tranquilla e concentrata. La vittoria verbale che ho avuto su Andrea mi ha dato una buona dose di adrenalina decisamente proficua. Non so dove sia, forse a scoparsi la truccatrice o l'arredatrice. Non mi importa. Sono impegnata a osservare il time-code scorrere sul monitor e gli attori scambiarsi le battute, quando qualcosa mi tocca la gamba destra. Mi volto e trovo lui, lo stronzo arrogante, seduto accanto a me. Ha la mano appoggiata sulla coscia e volutamente mi sfiora la pelle nuda con le dita. Fa finta di niente, guarda la scena con assoluta tranquillità. Mi pento all'istante di aver indossato gli short. Mi sposto abbastanza per porre fine a quel contatto non richiesto, ma lui mi segue, avvicinandosi con la sedia. Le sue dita scivolano sul mio ginocchio e cominciano una lenta e inesorabile salita verso l'alto. Provo a spostarmi ancora, ma lui mi afferra la gamba e stringe. Sussulto.
Antonio si volta e mi guarda irritato.
«Ti dispiace?!» indica con un cenno della mano la scena che si svolge davanti ai nostri occhi.
Non controbatto. Mi limito a guardare gli appunti che ho smesso di aggiornare da circa cinque minuti, tantissimo. Cerco di concentrarmi sul lavoro, torno a segnare il time-code sul copione, segno i passaggi chiave, ma lui è ancora lì, con la mano piantata sul mio interno coscia e non si muove. Mi obbligo a ignorarlo con pochissimi risultati e, per quanto fissi i monitor, tutti i miei sensi sono concentrati su quel lembo di pelle che sta toccando. Poi si muove e lo sento scivolare sotto i pantaloncini. Stringo le gambe per impedirgli di avanzare ancora ma prosegue comunque, facendosi largo con forza. Mi manca il respiro e sto cominciando a eccitarmi, dannazione! Mollo la penna e metto la mano sulla sua. Stringo e cerco di spingerlo via, ma sembra incollata alla mia carne. Mi guarda con quel maledetto sorriso strappa sanità mentale quando con la punta del dito mi sfiora proprio lì, una morsa al basso ventre mi fa sussultare. Sono fregata.
«Stop!» urla Antonio.
Mi alzo di scatto facendo cadere la sedia dietro di me.
«Claudia, ma che cazzo ti prende?» Antonio mi osserva sbalordito.
«Già, che hai?» fa eco Andrea. Mi guarda e sorride, ancora. Ma che ci sarà tanto da ridere!
«Nulla è che devo andare in bagno» borbotto irritata.
«Beh, allora vai!» mi incita Antonio seccato.
Mi volto e fuggo via. Raggiungo i bagni e mi chiudo dentro. Sono un disastro, quell'uomo è una maledizione e io una sciocca che non riesce a dargli un freno. Se Antonio si fosse accorto di quello che stava accadendo mi avrebbe mandato a casa seduta stante. Mi bagno i polsi sotto l'acqua fredda, ma riesco solo a pensare alla sua mano che mi tocca. Mi appoggio al lavandino. È questo quello che vuole, farmi arrivare a questa sera con un unico pensiero nella mente: lui. Beh, se davvero questo è il piano, ha già vinto e sono appena le undici e mezza di mattina.
Mi asciugo le mani cercando di studiare un piano d'attacco, quando sento aprire la porta. Mi volto e trovo Andrea appoggiato al lavandino.
«È il bagno delle donne!» mi infervoro.
Lui fa spallucce, si scosta dal lavello e si avvicina.
«Sai» dice lentamente, «dovevo assicurarmi che tu non mi dimenticassi.»
«Come potrei?» rispondo sarcastica.
Fa una smorfia.
«Dimmi, come è stato?»
«Vaffanculo!»
«So fare di meglio.»
«Ah sì? Non sono interessata, grazie.» Faccio per voltarmi, ma lui mi prende per le spalle e mi spinge contro il muro.
«Lo sento come reagisci quando ti tocco, finiscila di fare la preziosa» sibila sul mio viso ed è tremendamente serio.
Io non so cosa dire. È vero, mi turba al punto da annullare anche la mia capacità di pensare, come in questo momento.
«Stasera, da te» ordina.
«No.»
Mi guarda sorpreso.
«Benissimo» dice e mi bacia, ma non c'è nessuna gentilezza nel gesto. Mi aggredisce con il suo modo violento e possessivo di prendere le cose che desidera, avido delle mie labbra, senza remore di farmi male, ed io... beh io… mi perdo. Lo lascio fare, perché le sue mani su di me sono più esaltanti di qualsiasi afrodisiaco. Mi allarga le gambe con le sue e tocca la mia intimità senza riserbo, mentre con l'altra mano mi tiene per la gola.
Socchiudo gli occhi e piego la testa all'indietro. Lui mi respira sul volto e so che mi sta guardando e questo mi eccita ancora di più.
«Vorrei prenderti qui, addosso a questo muro» ansima sulla mia bocca. La sua voce mi fa formicolare la pelle. È ruvida, mascolina. «Ma detesto essere interrotto» aggiunge. Si allontana di botto lasciandomi ad annaspare senza il suo respiro a lambirmi e senza la sua mano ad accarezzarmi.
«E adesso vai a lavorare, ragazzina.»
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