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«Ha avuto buon occhio con te Giancarlo». Antonio seduto al mio stesso tavolo, finisce la sua colazione ipercalorica e mi guarda finendo di bere il suo caffè. «Ti voglio con me sul mio prossimo film» aggiunge.
Lo osservo pulirsi la bocca, chiedendomi cosa sia meglio rispondere. I complimenti mi spiazzano sempre, non so mai cosa sia giusto dire in queste circostanze. Mi limito a sorridere, mentre lui mi guarda incuriosito.
«Non ti va?»
«Cosa?»
«Di fare con me “Al di là delle nuvole”?»
«Certo» rispondo, «ma non posso decidere da sola. Sentirò Giancarlo e ti farò sapere» dico, mentre i miei occhi vagano per la sala ristorante alla ricerca di Andrea.
Non è ancora sceso per la colazione e, visto che oggi è l’ultimo giorno di lavoro, vorrei salutarlo come si deve. Non credo ci vedremo più. Questo è il brutto di questo lavoro. Per mesi vivi a contatto con delle persone che diventano il tuo unico punto di riferimento, il semplice rapporto lavorativo si trasforma in un surrogato di famiglia che impari ad apprezzare e amare, poi tutto finisce di colpo e dei legami che hai creato restano solo i ricordi. Ti ritrovi di nuovo sola nel vagone di un treno, senza uno straccio di uomo che ti aspetta a casa, senza amici, con la speranza di rincontrare di nuovo quelle persone che puntualmente non rivedrai mai. Per questo cerco Andrea, perché nonostante i ricordi che ho di lui e di quello che abbiamo vissuto, vorrei imprimere nella mente il suo viso, per l’ultima volta.
«Ci parlerò io con Giancarlo» dice Antonio alzandosi da tavola.
«Perfetto» rispondo con un filo di voce.
Non mi interessa il prossimo film. Non mi interessano nemmeno i complimenti di Antonio. Osservo le persone sedute ai tavoli mentre una strana sensazione comincia a chiudermi la bocca dello stomaco. Bevo un sorso di acqua, mi alzo. Che se ne sia già andato? Mi sistemo la gonna ed esco dalla sala. Non può essere già partito, oggi dobbiamo finire le ultime scene e la sua presenza è necessaria, mi dico, ma non credo ai miei stessi pensieri.
Arrivo alla villa poco dopo. Comincio il mio giro di ispezione mentre gli operai sono già intenti a smontare alcuni set che non serviranno più. L’ultimo giorno di riprese è sempre il più triste, almeno per me.
Vago tra le sale che ora sembrano vuote senza le apparecchiature di scena e sento una morsa al centro del petto. Non voglio andarmene. Fosse per me, rimarrei qui per sempre. Fosse per me rimarrei tra le braccia di Andrea per una vita intera. Infilo le mani nelle tasche e tiro su con naso. Che scema che sono! Mi sono invaghita dell’uomo più sbagliato che ci sia sulla faccia della terra e ora non so che fare. Non mi capacito di come sia stato possibile. Lui è il re degli stronzi, il tipico esemplare di maschio che io ho sempre detestato ed evitato come la morte, eppure eccomi qui, che piango come una scolaretta e l’unica cosa che so di volere è sentire la sua voce. Idiota…
Finito il giro, mi siedo al tavolo della regia accanto ad Antonio. Lo guardo mentre scarabocchia qualcosa sul foglio.
«Andrea non c’è?» azzardo, tentando di controllare il rossore che avanza sul mio viso.
Non ho resistito, devo sapere se la sensazione che ho in fondo allo stomaco è solo una mia impressione oppure no.
«È andato via» risponde lui senza guardami.
Mi si secca la gola improvvisamente.
«Quando?» chiedo con la voce che mi trema.
Antonio mi guarda.
«Tutto bene, Claudia?»
«Sì, certo» sorrido, distogliendo lo sguardo da lui. Non voglio veda che sto per piangere. «Quando è andato via?» chiedo fissando il giardino.
«Ieri sera, credo. Ha detto che aveva da fare. Io oggi non avevo bisogno di lui e gli ho detto che poteva andare.»
Mi appoggio allo schienale della sedia, porto una mano davanti la bocca. Devo trattenermi, ma il petto mi scoppia e le lacrime mi bruciano la gola.
Se ne è andato ieri sera, ecco il perché di quel saluto. Ecco il motivo di quel bacio sotto l’orecchio, era il suo modo di salutarmi. Ora lo odio ancora di più perché non ha avuto il coraggio di dirmelo in faccia e perché non mi ha dato modo di salutarlo come avrei voluto. Bastardo!
Mi alzo dalla sedia e corro in bagno. Mi chiudo dentro. Appoggio le spalle al muro e resto così per qualche minuto, ferma, a fissare la parete sulla quale mi ha spinta per baciarmi. La prima lacrima scende lenta, funesta. La odio tanto quanto detesto questa situazione. La seconda arriva subito dopo, seguita da tutte le altre. Piango come una stupida ragazzina romantica infatuata di qualcosa che non è mai esistito. Sbatto un pugno sul lavandino. Sto piangendo per uno stronzo che non merita nemmeno un attimo del mio tempo. Incommentabile. Che diavolo sto facendo? Mi scollo dal muro, cammino avanti e indietro, poi afferro una salvietta e mi soffio il naso. Come ho fatto a dargli tutto questo potere? Come ho fatto ad aprirgli il mio cuore? Cretina, sono solo una cretina!
Mi sciacquo la faccia e mi guardo nello specchio. L’odio e la rabbia che provo per me stessa non hanno confini e mi prenderei molto volentieri a schiaffi se la cosa potesse farmi sentire meglio.
Prendo un lungo e profondo respiro. La giornata è ancora lunga e non ho tempo da perdere per queste sciocchezze. Mi lego i capelli con un elastico, mi rassetto la maglietta, chiudo in cassaforte il mio cuore ed esco. Ho ben altro da fare che piangere per un cazzone qualsiasi.
**
«Mi ha chiamato Robinazzi, dice che sei stata impagabile.» Giancarlo dall’altra parte della linea, mi parla con la sua solita voce arrochita dal tabacco.
«Già» rispondo distaccata, buttando un occhio fuori dal finestrino.
Sono quasi arrivata a Roma. Tra poco più di un’ora sarò a casa e nonostante senta il cuore sotto le scarpe, sono contenta.
«Vuoi lavorare al suo prossimo film?» chiede.
«Non lo so, devo dirtelo ora?» Smanio sulla poltrona cambiando di continuo posizione. Non ho voglia di pensarci adesso.
«Si gira ai Caraibi. Due mesi interi di riprese. Cast stellare. Hai qualcosa che non va altrimenti avresti già fatto i salti di gioia» un tono sospettoso nella voce, la mia pazienza finita.
«Non ho nulla che non vada. Sono solo stanca.»
«Non vuoi nemmeno sapere quando è prevista la partenza?»
Cavolo no! Non voglio sapere nulla di questo stramaledetto film. Voglio solo sapere dov’è Andrea, ma è inutile chiedere, Giancarlo non me lo direbbe. Sospiro.
«Sì, dimmi. Quando è prevista la partenza?» domando con voce incolore.
«Tra due settimane.»
«Uhm…»
«Allora?»
«Allora, cosa?»
«Ci vai o no?»
«Cazzo Giancarlo! Non lo so! E poi da quando in qua sono libera di scegliere se seguire un film o no? Sei sempre tu che decidi!»
«Lo sei da quando Robinazzi mi ha tenuto più di mezz’ora al telefono a elencare tutte le tue capacità.»
«Ah.»
«Per me ci devi andare.»
Sospiro.
«Va bene, lo farò» mormoro, ma il mio tono sembra più rassegnato che felice.
Mi stringo nelle spalle. Chissene frega, non ho l’umore adatto per essere contenta e Giancarlo deve farsene una ragione.
«Perfetto! Ci vediamo domani. Vieni presto in ufficio che devo darti un po’ di materiale» dice e attacca la comunicazione ancora prima che io lo saluti.
Sprofondo nella poltrona e chiudo gli occhi.
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