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SkyFall
Febbraio 2007
Non ho un preciso momento che mi sia rimasto impresso di questi ultimi due mesi passati in questa terra. Non ho un profumo che sia stato abbastanza persistente da rimanere nelle narici, o un attimo che abbia segnato, anche solo per una frazione di secondo, il barlume di un cambiamento.
La vita qui si estende dritta. Come una retta attraversa i minuti, i giorni, i mesi, senza variazioni, senza sobbalzi, senza cambi di rotta e tutto assume lo stesso sapore, lo stesso odore.
Guardo il sole levarsi da dietro le montagne che si stagliano oltre la pianura. La luce brilla sulle vette innevate colorando di rosso il bianco candido e perdo il conto delle volte che ho visto questo paesaggio. Stringo i pugni sulle cosce e il tendersi dei muscoli mi ricorda l'allenamento quotidiano che mi attende. Cinque chilometri di corsa attorno al campo e poi piegamenti ed esercizi mirati a tenere sempre in forma ogni più piccolo muscolo del corpo. Infilo le scarpe da corsa ed esco dall'alloggio respirando a pieni polmoni l'aria fresca di questo inverno libanese.
Il campo è pressoché deserto a quest'ora; quando svolto verso l'area di raccolta, inizio a correre. Un piede dopo l'altro esattamente come i giorni che se ne sono andati da quando sono qui. Un passo dopo l'altro, un respiro dopo l'altro mentre mi calo meglio sulla testa il cappuccio della felpa blu che indosso.
Sono già immerso nei miei pensieri quando sento qualcuno affiancarsi. Mi volto e incrocio gli occhi sorridenti di Lucio. Non parla. Accenna un sorriso che nasconde mille parole. Lo saluto con una lieve alzata di testa e torno a fissare la ghiaia che scorre sotto i miei piedi.
Correre mi svuota la mente, mi dona calma, allevia almeno in parte quel senso del dovere che a volte sento pesarmi sulla schiena. È una sensazione di essere sempre all'altezza, pronto, esperto, mai in difetto, quella che sento. Come per Lucio che ora mi corre a fianco e adatta il suo ritmo al mio. Siamo cresciuti insieme, io e lui, in questa grande famiglia allargata che è il nostro reggimento. Siamo stati plasmati dalla stessa sorte, dalle stesse scelte, dallo stesso addestramento e insieme alle risate da camerata, quelle che ti fanno sentire vivo nonostante ore intensissime d’esercitazione, il freddo, il dolore, abbiamo condiviso perdite, gioie e missioni come questa. Quando sono stato convocato nell'ufficio del Generale non ho avuto nemmeno un attimo di esitazione nel fare i nomi di chi mi avrebbe seguito qui giù. I miei uomini, i miei amici, la mia famiglia.
Sono al quarto giro del campo e sento dietro di me altri passi. Mi volto. Sandro, detto Kill Bill per la sua passione per le armi da taglio, corre a suo solito a braccia scoperte. Sui polsi ha delle fascette nere contenenti dei pesi. Al movimento delle gambe alterna quello delle braccia e i bicipiti si gonfiano sotto lo sforzo del sollevamento. Di fianco c'è Ettore, detto il Moro per i suoi tratti arabi marcati nonostante sia italianissimo e qualche passo indietro vedo la testa rasata già lucida di sudore di Michele, per tutti Gatling, mitragliatrice. Uomini, la cui forma fisica farebbe impallidire qualunque personal trainer. Ragazzi grandi e grossi, macchine d’assalto specializzate per le missioni più difficili.
La ghiaia scricchiola sotto le suole delle scarpe da corsa mentre il passo dei miei compagni è diventato il mio. In sincrono perfetto corriamo intorno al piazzale, costeggiando i container, tende da campo, strutture prefabbricate che ospitano militari di diverse nazioni. Lingue differenti, compiti diversi, concentrati in un solo posto per un unico scopo: missione di pace.
La voce del Generale Ripano mi risuona nella mente: «L’efficienza, le capacità, l’elevata preparazione del nostro gruppo d’élite sarà la chiave di volta di questa missione. Le vostre conoscenze diventeranno lo strumento per arginare gli insurrezionalisti al confine ovest. Insegnerete a uomini scelti della polizia libanese come intervenire, come agire, come difendere la libertà di questo paese. Sarete i loro mentori per il bene comune.»
Mentori. In realtà non credevo di avere velleità all’insegnamento. La mia pazienza, sempre troppo scarsa, è sempre stata soffocata da un’irrequietezza a volte disarmante. Non sono mai stato un tipo tranquillo io. Non sono mai stato nemmeno il figlio perfetto se è per questo e troppe volte mio padre, durante la mia adolescenza, è dovuto ricorrere alle maniere forti. Diceva sempre che un figlio come me o gli avrebbe dato delle grandissime delusioni o enormi soddisfazioni. E in effetti a me le vie di mezzo non sono mai piaciute. Ma so anche che sapermi qui, nel corpo speciale d’assalto più specializzato, lo ha reso un uomo fiero.
Una pacca sulla spalla è stato il suo saluto la mattina della partenza. Si è voltato senza nemmeno dire una parola e io l’ho lasciato andare. Non volevo si sforzasse ancora di più nel nascondere la commozione che gli aveva già reso gli occhi lucidi.
Mio padre: Colonnello dell’Esercito ormai in pensione. Uomo duro, dall’aspetto altero, rigido, dal polso fermo e lo sguardo tagliente. Non credevo l’avrei mai visto piangere.
Mi sono arruolato quando avevo solo diciotto anni. Ma sono dovuti passare anni prima che la mia vita e la mia carriera si indirizzassero verso la giusta direzione. Entrare nei corpi speciali credo sia stata la scelta più giusta che potessi fare. Ricordo la selezione durissima, le lunghe ore di addestramento, il dolore che sconquassava ogni centimetro del corpo. E poi i giacigli duri, il freddo penetrante della caserma e ancora, le volte che ho pensato di mollare, quelle che ho creduto di morire e quelle in cui sono andato avanti solo grazie alla mia forza di volontà, indomita, ferrea. Ho voluto con tutto me stesso un obiettivo, una meta che ho trovato esattamente in questo reparto, spalla a spalla con i miei compagni.
Mi chiamo Gianluca, detto SkyFall per la passione smodata che ho per il paracadutismo. Ho trentacinque anni e sono una testa di cuoio.
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