PRIMA CHE FACCIA BUIO
Capitolo 9 di 34

LAURA PELLEGRINI


⏱ ~6 min · 1128 parole

SkyFall

 

Sondo attentamente lo spazio che ci circonda. Il terreno accidentato non permette una velocità costante per cui spesso dobbiamo decelerare fino quasi fermarci per superare ostacoli di varia natura come avvallamenti, rocce o arbusti. Sono nervoso perché tutto questo ci espone costantemente a eventuali linee di tiro. Per questo non stacco gli occhi da oltre il parabrezza. Ogni roccia, ogni collina, potrebbe essere il riparo adatto per un cecchino pronto a sparare. In gioco c’è la sicurezza di tutti noi.

Ho fatto il possibile per reperire le immagini dal satellite dell’intera area. Ho studiato ogni maledetto angolo nel raggio di cinque chilometri dal punto dell’ultimo avvistamento, ma nonostante l’equipaggiamento che abbiamo caricato in più sul veicolo, non mi sento tranquillo. Non abbiamo un mezzo adatto a questo genere di operazione. La Jeep in dotazione del campo non è conforme alle nostre esigenze. Non ho potuto far istallare la mitragliatrice, né renderla adatta al fuoco di supporto. Ma la cosa peggiore di tutta questa faccenda è la sua presenza qui. Lei mi distrae, mi distoglie continuamente, abbassando i miei livelli di guardia. Non parla più ora, non lo fa da quanto sono riuscito a zittirla, eppure è come se lo facesse ancora. È un finto silenzio quello che sento, perché nonostante nemmeno respiri, la sua presenza urla più di cento voci messe insieme. Non avrei dovuto permetterle di venire, non avrei dovuto nemmeno acconsentire a questa missione e non mi sono tranquillizzato neppure quando la conferma dell’avvistamento dei profughi è arrivata dalla base militare in Libano.

Butto un occhio al GPS. Non manca molto così faccio deviare il veicolo verso un piccolo altopiano. Ci darà la giusta visuale per osservare la situazione dall’alto senza essere troppo notati. Lasceremo il mezzo alle pendici.

«Lì» indico. Samurai sterza e infila parte della Jeep sotto un groviglio di arbusti.

«Perché ci siamo fermati?»

«Non faccia domande e non si muova» rispondo cupo alla domanda della Dottoressa. Guardo Samurai e gli faccio un segno con la testa. Tolgo la sicura dal fucile e apro lentamente lo sportello. La canna guizza oltre l’intelaiatura del veicolo e come la mia, quella dei miei compagni. Nessun movimento all’esterno, così avanziamo lenti con l’occhio puntato nel mirino, il fucile come fosse il prolungamento di noi stessi. Ci muoviamo in assoluto silenzio, aprendoci a ventaglio, dandoci le spalle l’un l’altro. Kill Bill e Samurai rimangono di fianco la Jeep mentre io e il Moro iniziamo a salire. Una volta arrivati sulla sommità ci sdraiamo a terra. Proseguiamo per l’ultimo tratto così, fino a superare gli arbusti e arrivare ad una roccia che si affaccia sulla pianura. Prendo il cannocchiale e osservo l’intera area. Nessun movimento, poi li vedo. Due uomini parlano tra di loro in piedi mentre le donne sono sedute a terra con in braccio i bambini. Uno di questi pende dalle braccia della madre come avesse perso i sensi mentre lei lo accarezza dolcemente. Piange sommessa. Continuo a osservarli per un po’, sondando la zona circostante, ma più il tempo passa più credo siano soli. Arretro seguito dal Moro e scendo verso la Jeep.

«La zona sembra pulita» dico, aprendo il portabagagli. «Kill Bill mi serve copertura da lassù. Spara a tutto ciò che si muove.» Lo vedo annuire e afferrare la custodia del fucile di precisione. «Dovremmo aspettare il buio» mormoro, infilando altre munizioni nelle tasche del gilet tattico, «ma non credo che i ragazzini ce la facciano ad aspettare.» Con la coda dell’occhio vedo la Dottoressa scendere e avvicinarsi a passo lento.

«Che significa? Cosa ha visto?»

Ignoro le sue domande osservando lo spazio stipato del portabagagli. «Faccia una cernita Dottoressa, non possiamo portare tutto.»

«Cosa ha visto Capitano?» incalza.

La guardo. «Ha capito cosa le ho detto?» sibilo.

Serra le labbra e avanza verso di me. «Cosa ha visto?» scandisce.

Mi fissa furiosa, infagottata nel giubbotto antiproiettile che le va largo. La tiro a me, afferrandola per il giubbetto.

«Faccia silenzio» la ammonisco.

Sgrana gli occhi, continuando a guardarmi con fermezza mentre apro le chiusure in velcro del giubbotto. Stringo con forza i passanti strattonandola.

«Mi sta togliendo il respiro» dice con voce soffocata.

«Guardi il lato positivo» sorrido sarcastico, «ora non solo non rischierà la vita, ma nemmeno parlerà.»

Distolgo lo sguardo da lei e prendo a svuotare il portabagagli aiutato dai miei uomini. Lascio all’interno delle coperte, acqua e gli strumenti di primo soccorso. Poi mi fermo. Mi volto. Kill Bill ha già preso posizione, me lo conferma lui stesso attraverso l’auricolare.

Guardo gli altri, annuisco. È ora di muoversi.

Salgo sul sedile posteriore. Dall'altra parte ho il Moro, in mezzo c’è lei, al volante il Samurai. Spalanco il finestrino e punto all’esterno la canna del fucile.

«Stia giù» le impongo, «e qualsiasi cosa accada non esca dalla Jeep se non glielo dico io, chiaro?»

Lei non risponde, ma la vedo annuire. Il fuori strada parte e in poco tempo siamo lì. Scendiamo dal veicolo e circondiamo i profughi dando loro le spalle. Ognuno ha una porzione di spazio ben precisa da controllare. Poi le faccio un segno e la vedo scendere. Inizia a parlare in arabo e non capisco una sola parola di quello che dice, ma riesce a calmare gli uomini e le donne spaventati dal nostro arrivo. I miei occhi guizzano dal paesaggio che ci circonda a lei. La vedo dare loro dell’acqua, poi avvicinarsi al piccolo tra le braccia della madre. Il tempo passa, troppo. Siamo scoperti, esposti a qualsiasi pericolo. Dobbiamo andarcene, subito.

«Dottoressa si sbrighi non possiamo rimanere qui a lungo!» urlo.

«Devo portarlo in ospedale!» risponde trafelata, «ha la febbre molto alta!»

«Faccia salire le donne e i bambini sulla Jeep!»

«Non possiamo lasciare gli uomini qui!»

«Faccia come le dico Dottoressa!»

Aiuta la donna ad alzarsi e la fa sedere all’interno del fuoristrada, la stessa cosa fa con l’altra, assicurando i bambini tra le loro braccia. Poi si volta verso gli uomini e dice loro qualcosa. Annuiscono entrambi.

Salgo nel portabagagli, lasciando il portellone aperto e la tiro verso di me per farla salire. La spingo alle mie spalle mentre il Moro e Samurai sono ai posti anteriori. Il fuori strada parte con un sobbalzo e la sento aggrapparsi a me.

«Ho detto loro che torneremo» quasi piange. «Ho dato la mia parola» prosegue.

Mi volto appena e incontro i suoi occhi. Non dovrei distrarmi così, non dovrei lasciare che la sua presenza mi influenzi fino a questo punto. Ho combattuto ovunque, sparato a nemici invisibili, di notte, di giorno, in mezzo al deserto o in territorio urbano, eppure non riesco a combattere lei.

«Tornerò a prenderli» mormoro. È l’unica cosa che riesco a dire tra le mille che mi sono passate per la testa. L’unica cosa che forse l’ha davvero tranquillizzata.

⏱ ~6 min

FINE CAPITOLO
LA LETTURA CONTINUA SEGUENDO LA FRECCIA
SE IL LINK NON È ATTIVO IL CAPITOLO È IN ARRIVO

 




 


Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.

i commenti sono soggetti a moderazione

Tutti i diritti riservati. I contenuti presenti su questa pagina sono di proprietà esclusiva dell'autrice/autore e non possono essere riprodotti, diffusi o copiati.