Periferia di Londra, qualche mese prima.
Era appena terminato l’anno accademico e mia madre Kate aveva insistito per venirmi a prelevare all’Università e riportarmi a casa, nel minuscolo paese dove ero nata e cresciuta.
Lì avrei trascorso l’estate con i miei, amata e coccolata all’inverosimile, essendo figlia unica.
Era una giornata particolarmente calda e umida, anche se qualche timida nuvola aveva iniziato a affacciarsi da nord, tingendo di nero una sottile fetta del cielo, ravvivato dalla luce brillante del sole di mezzogiorno.
Ma, sebbene l’afa la facesse da padrona incontrastata, io mi stavo godendo alla grande quel viaggio.
Mamma, infatti, aveva deciso di prendere in prestito da papà la sua decappottabile nera. Così, infatti, sarebbe riuscita a regalarmi una bella immersione nell’aria frizzante che si insinuava con prepotenza tra le ciocche dei miei lunghi capelli neri, facendoli danzare senza sosta.
Socchiusi gli occhi per qualche istante, assaporando quel momento di pace e di benessere. Dopo un lungo sospiro, poggiai i gomiti sul bordo della portiera, col busto piegato di lato.
Era un’abitudine che avevo fin da piccola, quando papà mi scarrozzava avanti e indietro per la campagna della periferia di Londra, cantando a squarciagola qualche brano dei Rolling Stones, mentre io, fingendomi inorridita, mi tappavo le orecchie.
Poi, lentamente, riaprii gli occhi e gustai il panorama che si allargava dinanzi a me, costituito da appezzamenti di terreni in parte liberi e in parte occupati da file di abitazioni dalle facciate simili e colorate.
Abitavamo a una cinquantina di chilometri da Londra in un paesino tranquillo, dove quasi tutti si conoscevano e il tempo pareva scorrere molto più lentamente, perché li nessuno aveva fretta né di agire, né di invecchiare.
A volte la quotidianità poteva risultare alquanto noiosa, dato che non vi erano molte possibilità di divertimento per noi giovani.
Però, quel lento incedere alla fine mi piaceva, perché mi consentiva di assaporare ogni istante della mia esistenza, senza lasciarmi sfuggire dettagli o particolari che, a volte, venivano sbranati voracemente dallo stress che tutto inghiottiva, senza concedere sconti.
Il paesino era composto da abitazioni simili, costruite con pietre generalmente di colore grigio. Si allargava a cerchio attorno alla chiesa e all’alto campanile, che si poteva scorgere da ogni angolazione della cittadina. Le vie apparivano ordinate e il Sindaco aveva imposto di abbellirle con aiuole ricche di fiori che, dalla primavera all’estate, erano davvero uno spettacolo da vedere.
Insomma, lì mi ci trovavo bene. Si trattava del paese in cui ero cresciuta.
Della mia vita.
“Sei felice?”
La voce calda e tranquilla di mamma mi distolse con rapidità da quelle riflessioni. Così mi girai di scatto e le scoccai un bacio rapido sulla guancia.
“Ehi, attenta cara, non distrarmi mentre guido.” mi rimproverò lei con dolcezza, mentre scalava la marcia per affrontare una stretta curva a gomito.
Feci spallucce. “Certo che lo sono, che razza di domande stupide mi fai?”
Lei si girò per un istante a fissarmi con la fronte corrugata, quindi scoppiò a ridere, scuotendo i lunghi e ricci capelli castani.
Mi soffermai a osservarla, mentre si dava una rapida occhiata nello specchietto retrovisore.
Mamma era una bella donna. In verità lo era sempre stata, ma ora che aveva compiuto i cinquant’anni anni, aveva acquistato un fascino più particolare e senz’altro più completo.
Non molto alta, possedeva un fisico formoso, con un seno florido che faceva invidia alle ragazzine che a stento raggiungevano la seconda, e un viso rotondo, senza rughe, che lei amava truccare con molta attenzione, abbinando il colore dell’ombretto a quello dell’abito che indossava.
I capelli, ricci e ribelli, le lambivano le spalle e erano praticamente impossibili da pettinare. Ne aveva una quantità industriale in testa, che neppure la mano della più abile delle parrucchiere poteva domare.
Al contrario, io avevo preso molto da papà. Innanzitutto l’altezza. Come lui, sfioravo il metro e ottanta e possedevo un fisico asciutto, anche se con tutte le curve al posto giusto. Se mamma amava i colori, io invece vestivo quasi sempre in nero o in viola, concedendomi, ma solo in casi rari, qualche capo di abbigliamento grigio.
Se mamma utilizzava ombretti glitterati per abbellire le palpebre, io usavo sempre toni cupi, che andavano a contrastare con le labbra, perennemente colorate di un bel rosso acceso. Inoltre, non vi era giorno in cui non passassi un velo di smalto, sempre nero o viola, sulle mie unghie lunghe e comunque ben curate.
Ma la differenza sostanziale, tra noi due, stava nel carattere.
Quelli che mi conoscevano continuavano a ripetermi che io, sebbene tentassi in ogni modo di apparire dura e scontrosa, in realtà ero una delle persone più gentili e altruiste che avessero mai incrociato lungo la loro strada.
Mamma, al contrario, era una donna sempre allegra e ottimista, con picchi, ogni tanto, di una sana e pura pazzia, che facevano sorridere chi l’amava e portavano chi non la conosceva a innamorarsene seduta stante.
Non era mai stanca, mai stufa, mai triste, ma affrontava la vita a testa ben alta e continuava a ripetere sempre la solita tiritera: io non voglio sprecare neppure un attimo della mia esistenza a compiangermi e ad affliggermi. Per tutto questo sfacelo troverò il tempo, forse, sul letto di morte.
“E’ stato un anno faticoso per te Emy, me ne rendo conto” disse all’improvviso lei. “Ma sappi che tuo padre e io siamo molto orgogliosi di te. Aprirai uno studio come psicologa e sarai una delle professioniste più abili di Londra. Su questo non vi sono dubbi.”
Le lanciai uno sguardo ansioso, grattandomi una guancia con l’indice, come ero solita fare quando i pensieri o i dubbi mi travolgevano.
“Sarà. A volte però mi sento una zuccona. Ci sono alcune mie compagne di corso che negli esami prendono il massimo dei voti con il minimo sforzo. Io, invece, devo studiare come una pazza per raggiungere un obiettivo decente.”
Mamma sorrise e mi scompigliò i capelli con una mossa repentina, che sapeva quanto mi desse fastidio. Ma in ogni caso lo faceva sempre, fin da quando ero bambina.
Era uno dei suoi modi, un po’ goffi in verità, di dimostrarmi sostegno, appoggio e affetto.
“Che importa tesoro? I tuoi bei risultati li ottieni sempre. Ricorda che, comunque, obiettivi raggiunti troppo facilmente non regalano alcuna soddisfazione. Poi tutto diventa noioso e alla fine, questa vita così semplice ti viene voglia di buttarla nel cesso e di tirarci pure l’acqua.”
Sgranai gli occhi, la fissai per un breve istante, quindi scoppiai a ridere, scuotendo la testa.
“Tu sei matta, lo sai?” esclamai, dandole un buffetto sulla guancia.
Lei fece una smorfia strana col naso, che la fece apparire una ragazzina.
“Certo che lo so, e ne vado fiera tesoro!”
Alzai gli occhi al cielo, sorridendo.
Poi restammo in silenzio per alcuni minuti, ognuna immersa nei propri pensieri. Lei era intenta a osservare la strada, che in quel punto era sempre molto trafficata.
Io, invece, ero presa dalla conta delle case con la facciata gialla, che era il colore che più spiccava nelle abitazioni della cittadina che stavamo attraversando proprio in quel momento.
Qualche minuto dopo ci fermammo a un incrocio e mamma ne approfittò per stirare i muscoli e per accarezzarmi una guancia.
“Sei stanca?” le chiesi, mentre il semaforo diventava verde.
Lei sorrise e pigiò l’acceleratore per superare l’incrocio. Aprì la bocca per rispondermi.
Ma ciò che giunse alle mie orecchie fu un frastuono terrificante di lamiere che si contorcevano.
E, pochi istanti dopo, sopraggiunse il buio.
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