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INTO THE DARK
(spin-off del dark romance/college romance FEEL THE DARK)
La colpa era solo mia. Ero l'artefice della mia stessa rovina.
Mentre il tocco di Wyatt diventava più urgente, quella consapevolezza si faceva strada in me in maniera lucida e folle.
Non avrei dovuto fermarlo. Avrei fatto meglio a lasciarlo andare, a permettergli di dileguarsi nella notte e di sparire per sempre dalla mia vita.
Ci eravamo feriti abbastanza e portavo ancora addosso tutte le cicatrici che mi aveva procurato.
Eppure, non riuscivo a impedirmi di ricambiare il suo bacio con una gioia selvaggia.
Credevo di averlo perso per sempre. Temevo che non lo avrei più rivisto.
E invece eccolo lì, tra le mie braccia. Addosso a me.
Prendendogli la mano e chiedendogli di restare con me, avevo rinunciato a ogni sicurezza, era innegabile. Ma era altrettanto vero che solo quando eravamo insieme il mondo sembrava avere un senso.
Mi pareva di aver passato gli ultimi mesi senza di lui come in apnea, incapace di respirare a fondo.
Ecco perché esisteva quel modo di dire: "Mi manchi come l'aria". Ora lo capivo.
Infilai le dita tra i suoi capelli, neri come il peccato. Erano un po' più lunghi di quanto li ricordassi, però mi facevano ancora lo stesso effetto.
Wyatt mi appoggiò le mani sui fianchi e li strinse, possessivo.
«Hai paura che scappi?» ansimai sulle sue labbra.
«Sei tu che dovresti aver timore che io rimanga.»
Era vero, ma il cuore mi martellava nel petto per una ragione del tutto opposta: non avevo mai desiderato qualcuno così tanto.
La luce della luna risplendeva placida sul lago, però noi eravamo immersi nell'ombra. Il pontile su cui ci trovavamo era a pochi centimetri dall'acqua scura, che sembrava pronta a inghiottirci. Il silenzio della notte era assoluto, rotto appena dallo sciabordare delle piccole onde che si infrangevano contro i pali del molo.
Ci trovavamo in un mondo sospeso, a metà tra il sogno e la realtà.
Forse era proprio lì, dove il passato non avrebbe potuto raggiungerci e il futuro pareva perdere importanza, che noi due insieme potevamo esistere.
Feci aderire il mio corpo al suo. Era dimagrito, in quei mesi di solitudine e prove, eppure restava ancora solido, caldo e magnetico. Mi attirava a sé senza bisogno di fare nulla, gli bastava solo esistere.
Baciarlo non era più sufficiente. Decisa a impedirgli di andare via, mi sfilai la maglietta e la lasciai cadere sul legno consumato del molo.
Il respiro si più fece accelerato non appena i suoi occhi si posarono su di me.
Avevo ancora il reggiseno, un indumento banale e per niente sexy. A rigor di logica non mi sarei dovuta sentire così esposta e vulnerabile; giusto quel pomeriggio ero stata lì con Jules, Liam e le ragazze, indossando un bikini che copriva ancora meno. E non mi ero certo sentita in imbarazzo.
Ma lo sguardo di Wyatt aveva il potere di confondermi e di accendermi.
«Qui?» domandò, con una nota di divertimento nella voce.
Sembrava orgoglioso del fatto che io non potessi resistergli neppure il tempo di raggiungere la villa in cui abitava da solo.
Al diavolo, avevo ormai perso la faccia, quindi tanto valeva essere sincera, per una volta. «Ovunque, basta che sia subito.»
Fu come se le mie parole avessero rotto un argine: l'atmosfera intorno a noi cambiò di colpo e l'aria divenne elettrica.
Potevo avvertire il desiderio scorrere da me a lui con un'intensità capace di stordire.
Di nuovo, mi ghermì le anche con prepotenza. Mi piaceva, perché non chiedevo altro che sentirmi sua.
Mi rivolse un sorriso perfetto, feroce e predatorio insieme, e si inginocchiò di fronte a me con studiata lentezza.
Infilò le mani sotto la gonna leggera che indossavo e fece scorrere le dita lungo le cosce, provocandomi brividi di aspettativa.
Abbassai le palpebre, concentrando tutta l’attenzione sullo sciabordio ritmico dell'acqua e sul tocco caldo che mi stordiva. Avvertii i polpastrelli che mi tastavano piano attraverso gli slip, facendo crescere il mio bisogno.
Emisi un sospiro frustrato. Volevo sentirlo di più e odiavo il pizzo che si frapponeva tra noi. Spinsi in avanti il bacino per andargli incontro.
«Ti sono mancato.»
Non era una domanda e io non provai neppure a negare.
Il suo tono roco e intenso mi mandò ancora di più su di giri, ma una punta di dubbio si insinuò nella mia mente. Era assurdo che lui, al contrario, sembrasse tanto padrone di sé. «Invece tu non sembri aver avvertito troppo la mia assenza.»
Detestavo il fatto di mostrarmi debole, però non potevo farne a meno.
Wyatt, testimone chiave in un processo per corruzione che coinvolgeva importanti nomi della finanza e uomini politici di spicco, era sparito per mesi. Si era ritirato in una sorta di esilio volontario, in un luogo in cui nessuno avrebbe potuto rintracciarlo.
Fino a quel momento, mi ero immaginata il suo allontanamento dal mondo con toni cupi e difficili: un periodo fatto di interrogatori con il procuratore e di lunghi momenti di isolamento.
Ma se lui non fosse stato poi così solitario? Se ci fosse stato qualcuno a fargli compagnia?
Mi stava sfilando le mutandine, lasciandole scendere lungo le gambe.
Si fece più vicino e sussurrò contro l'interno delle mie cosce: «Non ti ho pensata neanche un giorno, Bailey Morgan.» Assestò un piccolo morso, prima di concludere: «E ti ho desiderata tutte le notti.»
Era una dichiarazione perfetta: sensuale, adatta al momento. E, in fondo, ritraeva abbastanza bene ciò che eravamo: due che si erano fatti a pezzi ma non riuscivano a starsi lontani.
Eppure non mi bastava.
«Ottimo. Sono solo una buona scopata, quindi.»
«Sei un'ottima scopata» disse, prima di affondare il viso tra le mie gambe.
La lingua lambì il mio punto più sensibile e sobbalzai.
Il corpo, traditore, non riusciva a rimanere indifferente, però mi irrigidii.
Era assurdo, mi ero mezza denudata su un pontile perché volevo fare di nuovo l'amore con Wyatt Martel. Perché adesso complicavo ogni cosa? Per quale assurda ragione avevo bisogno di sentirmi dire che ero importante?
Lui sembrò intuire il mutamento del mio umore, perché riemerse da sotto la gonna e sollevò lo sguardo per incontrare il mio.
«Morgan» sussurrò, mentre mi accarezzava le gambe, «hai ancora bisogno di prove? Ho dato fuoco al mio mondo pur di proteggerti.»
Mi si mozzò il respiro.
Wyatt aveva denunciato suo padre, il ricchissimo magnate Richard Martel, e aveva rischiato di finire in prigione pur di far cadere il suo impero costruito su mazzette, minacce e bugie. Ne ero fin troppo consapevole, dato che il compito di portare le prove agli inquirenti era stato affidato proprio a me.
Eppure, negli ultimi mesi, mentre seguivo il processo che mandava in rovina la Aurelion e l'uomo che aveva cercato di distruggere la mia famiglia, mi ero interrogata a lungo sulle ragioni che avevano spinto Wyatt a un gesto tanto estremo.
Il nostro amico Jules sosteneva che lo avesse fatto per proteggere me e lui, che eravamo finiti nel mirino della vendetta di Richard.
Io propendevo per un’altra versione della verità: il più giovane dei Martel aveva desiderato affermare una volta per tutte la propria indipendenza, liberandosi dalla prigione dorata in cui lo aveva rinchiuso il genitore. Però la frase appena pronunciata da Wyatt metteva in dubbio ogni mia certezza.
Forse dovevo solo smettere di diffidare di lui. Accettare che il principe oscuro che mi aveva dato il tormento l'anno precedente avesse lasciato il posto a un cavaliere dall'anima altrettanto nera, ma sincero.
Deglutii il nodo che mi serrava la gola, incerta su come rispondere.
Prima che io riuscissi a trovare le parole, Wyatt era di nuovo affondato tra le mie cosce e aveva ripreso da dove si era interrotto.
Il respiro mi si spezzò e mi ritrovai a reclinare la testa all'indietro, scossa da un desiderio che cresceva, veloce e vorace. Mi morsi un labbro per evitare di lasciarmi scappare un gemito, ma non potei impedirmi di muovere i fianchi in cerca di soddisfazione.
La lingua mi torturava con movimenti ritmici e ben studiati, le labbra succhiavano e accarezzavano, portandomi sempre più in alto.
Sentivo le ginocchia cedere. Dio, la sua bravura era illegale!
Conosceva i miei bisogni e riusciva ad anticipare i miei desideri. O forse era lui a guidarli? A renderli urgenti e peccaminosi per poi soddisfarli?
Quando le dita si aggiunsero alla bocca, venni avvolta da una spirale di piacere.
Resistere oltre era impossibile e fui scossa dai fremiti di un orgasmo luminoso e travolgente. Vibravo di eccitazione e di godimento e non esisteva altro al mondo che noi due. Di nuovo insieme.
Mentre cercavo di riprendere fiato, appoggiai le mani sulle spalle di Martel. Mi girava la testa, per la situazione e per la felicità.
Lui mi sorrise, poi mi tenne per la vita mentre si rialzava.
Gli infilai le dita sotto alla camicia di lino e lo avvertii tremare. Non era superiore alla situazione come voleva far credere. Nemmeno lui poteva aspettare oltre.
Lasciai scorrere le dita lungo i suoi fianchi, fino ai pantaloni. Indugiai nella zona dei bottoni, in una carezza che era al tempo stesso un invito e una richiesta.
Slacciai la patta, facendo scivolare i polpastrelli oltre il bordo dei boxer. Lo trovai caldo e duro, perfetto. Pronto per me.
Era proprio come lo ricordavo, meraviglioso.
Ma non riuscii a evitare di pensare che, dopo l'ultima volta, mi aveva congedata in malo modo. Mi aveva spezzato il cuore in due.
«Domattina... mi vorrai ancora?» sussurrai, intanto che lo avvolgevo con le dita.
«Il problema è sempre stato che ti volevo troppo, Bailey» rispose, chiudendo gli occhi e assaporando il mio tocco. «Troppo per il bene di entrambi.»
Aderii a lui, le mie curve appena coperte da un reggiseno striminzito e da una gonna sotto cui non portavo più l'intimo. Con il pollice sfregai il punto sensibile della sua erezione..
«Non è una risposta» insistetti.
«È l'unica risposta onesta, invece» ansimò, stringendomi il sedere con entrambe le mani. «Se io potessi starti lontano, non sarei qui questa notte. Se tu sapessi evitarmi, non mi avresti chiesto di restare.»
«Stai dicendo che siamo troppo deboli per resistere ai nostri istinti?»
Mi guardò per un lungo istante. I suoi occhi scuri brillavano di una luce tenebrosa. «Sto affermando che siamo inevitabili, Bailey Morgan.»
Cazzo, era vero.
Così vero che lasciai perdere le schermaglie e i discorsi e mi sollevai sulle punte per baciarlo di nuovo. Il seno gli sfregò contro il petto e non ci fu altro da aggiungere: in un istante, eravamo nudi.
Le nostre lingue si cercavano, si intrecciavano con una furia disperata e rovente. Il bisogno di diventare una sola cosa si era fatto insopportabile.
Non riuscivo a capacitarmi di come fossi sopravvissuta per tutti quei mesi senza di lui. Nonostante non fossi davvero credente, mi ritrovai a pregare che quello a cui stavamo dando inizio potesse durare per sempre.
Non sapevo dove ci avrebbe condotti il futuro, ma ero certa di volerlo affrontare con Wyatt al mio fianco.
La sua bocca mi divorò il collo, le spalle, il seno. Si fermò a stuzzicare prima un capezzolo e poi l'altro, in un crescendo di lussuria e necessità.
Inarcai la schiena, decisa a offrirmi a lui completamente. Non avevo più freni né dubbi.
«Prendimi. Ora» ordinai, mentre mi aggrappavo alle sue spalle con il fiato spezzato e il cuore che rimbombava nel petto.
Non esitò. Non si fermò neppure per rivolgermi il solito sorriso trionfante. Catturò di nuovo le mie labbra, invitandomi a sdraiarmi con lui sul pontile.
La luna, che si era nascosta per qualche istante dietro le nuvole, tornò a splendere luminosa, investendoci con un bagliore latteo e morbido.
«È tutto così irreale» mormorai.
Una parte di me, quella che aveva continuato a incontrare Wyatt nei propri sogni, prima per punirlo, poi perdonarlo, temeva che non fosse vero.
«A me pare estremamente concreto, invece» rispose, facendo aderire il proprio petto al mio. «Senti?»
La sua erezione sfregò contro di me, tentatrice, e decisi di lasciare da parte i ragionamenti e qualsiasi tipo di pensiero. Mi feci guidare dall'istinto e montai a cavalcioni sopra di lui.
«Selvatica» lo udii commentare in un soffio, mentre mi stringeva i fianchi con le mani in un gesto di possesso.
«Sei tu a rendermi così» risposi, in un impeto di sincerità.
Solo lui riusciva a farmi perdere ogni inibizione. Era come se ci fosse impossibile stare lontani, quasi che i nostri corpi smaniassero di ritrovarsi uniti.
Mi sollevai sulle ginocchia e mi posizionai sopra la sua erezione. Il luccichio che scorsi negli occhi di Wyatt, mentre scendevo per accoglierlo, mi accese ancora di più. C'era qualcosa di prezioso, in quello sguardo. Una scintilla calda che avrei conservato gelosamente nel mio cuore.
Serrai le palpebre e mi morsi un labbro, decisa a tenere per me fino a che punto mi sentissi esaltata dal fatto di sentirlo ancora una volta dentro di me.
C'era stato un tempo in cui avevo giurato che non sarebbe mai più successo. E poi erano venute interminabili settimane in cui ero stata certa che il mondo ci avesse separati per sempre.
Invece, neppure gli inganni, gli intrighi o le bugie erano stati capaci di creare una frattura abbastanza profonda da dividerci.
Lo sentii affondare le dita nei miei fianchi, guidare i miei movimenti e assecondarli con il bacino. Reclinai la testa all'indietro, inebriata dalla cavalcata selvaggia, e fui travolta da un'ondata di euforia.
Dio, era tutto così assurdo! Io, che ero sempre stata controllata e discreta, stavo facendo sesso all'aperto, sotto la luce delle stelle.
Avrebbe potuto vederci qualcuno, eppure non mi importava.
Volevo soltanto sentirmi di nuovo unita a Wyatt. Desideravo essere completa, dopo mesi in cui avevo vissuto con un buco nel petto.
Mi chinai verso di lui, per sentirlo ancora più vicino. Ne approfittò per prendere in bocca la punta di uno dei miei seni, succhiando e leccando con una passione che mi tolse il fiato.
Sapeva essere di ghiaccio, se voleva, però in quell'istante era pura fiamma. E ardeva per me.
Mi sentivo bella, desiderata come non mi era mai capitato. Fu questo a farmi raggiungere un orgasmo glorioso e perfetto: la vista si oscurò ed ebbi l'impressione che tutte le stelle che splendevano sopra di noi fossero, di colpo, dentro di me.
Wyatt si sollevò per catturare la mia bocca. Mi baciò con impeto, come se volesse bere i miei sussulti di piacere.
Ero sopraffatta dalla bellezza di tutto quanto. Il rumore dolce dell'acqua sotto di noi ci circondava come una carezza, la luce della luna ammorbidiva i contorni dei nostri corpi. E il ragazzo che mi stava divorando era così incredibile da farmi tremare.
Attese che l'onda del godimento scendesse dal picco, poi mi fece girare sulla schiena e salì sopra di me. Spinse più a fondo, quasi a dichiarare che gli appartenevo.
Io incrociai le gambe dietro la sua schiena, per affermare che era mio.
«Inevitabili» ripeté in un soffio, gli occhi profondi che scavavano dentro la mia anima.
Poi mi prese con un bisogno violento, le spinte che diventavano più forti e veloci.
«Inevitabili» risposi, il fiato che si rompeva in ansiti di desiderio.
Era una constatazione, ma anche una promessa che stavamo facendo l'uno all'altra. Fanculo ai nostri padri, fanculo a tutti quelli che ci volevano nemici. Noi avevamo scelto di non partecipare al loro gioco.
Avremmo scritto nuove regole per la partita. Insieme.
*
Ci eravamo rivestiti senza una parola. Forse i corpi avevano già spiegato tutto. La nostra non era stata una semplice scopata, aveva sancito un accordo: non avremmo più finto.
Di non attrarci, di poter fare a meno l'uno dell'altra. Ma anche di non avere segreti da nascondere.
«Quindi Jules mi ha mentito» affermai, mentre sistemavo la blusa dentro la gonna leggera. «Per tutto questo tempo ha negato di sapere dove tu ti fossi rintanato a leccarti le ferite.»
«Gli avevo chiesto io di non parlarne a nessuno.»
«Io, però, non sono esattamente "nessuno", no?»
«Vero. Tu sei l'ultima persona con cui dovrei avere dei contatti.»
«Perché ci troviamo sui due schieramenti opposti di un processo?»
«Per quello» rispose, con un sorriso che sapeva di peccato, «e perché quando sono con te perdo lucidità. Ciò che è appena successo lo dimostra.»
Una fitta mi attraversò il petto. Si era pentito? Avevo appena finito di pensare che eravamo a un punto di svolta, che avevamo messo da parte le incomprensioni. Possibile che mi fossi sbagliata ancora?
«Non fare quella faccia offesa. Non sto dicendo che sia stato un errore in senso assoluto. Però avremmo dovuto essere più discreti.»
Mi sentivo punta sul vivo da un rimprovero che poteva anche essere giusto, in linea teorica, ma che stava rovinando l'atmosfera.
Decisi di contrattaccare: «Sì, be', e dove la lasci l'avventura? Abbiamo seguito l'istinto. So che tu pianifichi sempre tutto, però ogni tanto non fa male essere spontanei.»
«Siamo all'interno di una partita di scacchi con giocatori molto esperti, Morgan. La spontaneità è l'ultima cosa di cui abbiamo bisogno.»
Mi voltò le spalle e iniziò a camminare lungo il pontile. La discussione, tuttavia, era ben lontana dall'essere conclusa. Non lo avrei lasciato andare via così.
Lo seguii, riuscendo a raggiungerlo solo quando fummo in vista della sua auto.
La Porsche era magnetica e seducente come la ricordavo, nera e lucida, perfetta. Del tutto fuori luogo nel contesto del lago, dove la natura dominava incontrastata.
«Come è possibile che tu sia sparito dai radar, se continui a girare con una macchina tanto appariscente?» borbottai.
«Ho disdetto i servizi di localizzazione e chiesto la disattivazione dei dati condivisi. Vista la delicata situazione legale in cui mi trovo coinvolto, mi è stato concesso senza problemi.» Fece spallucce. «Per il resto... non esco molto, negli ultimi tempi, quindi non è un problema non farmi notare. Ho scelto un esilio dorato, ma pur sempre un esilio.»
Iniziavo a capire l'irritazione per aver ceduto alla passione in un luogo pubblico. Aveva fatto tanto per non farsi rintracciare…
«Temi che qualcuno ti stia cercando?»
«Tu stessa volevi trovarmi» sentenziò, cercando di stemperare la tensione. Mi si fece vicino, così tanto che pensai stesse per baciarmi di nuovo. Invece, si limitò ad aprire la portiera e a farmi cenno di salire.
Non gli avrei permesso di ignorare la domanda. «Sai cosa intendo. Credi che un socio di tuo padre possa volere vendetta perché hai mandato in rovina l'Aurelion? O che qualche ministro…»
Wyatt gettò un'occhiata verso i pini che circondavano lo specchio d'acqua. Quindi scosse la testa: «Non qui.»
Capivo le sue ragioni e non lo consideravo paranoico, ma quella frase da film di spionaggio mi spinse ad accennare un sorrisino.
Lui se ne accorse e mi guardò storto.
Salii a bordo della Porsche, buttando lì un: «Potrai punirmi una volta che saremo alla residenza estiva dei Tremblay, che è diventata il tuo rifugio sicuro.»
La sua occhiataccia mutò in uno sguardo d'intesa. Compresi che, forse, avevo trovato la strada giusta per comunicare con lui: era stato solo troppo a lungo e il suo carattere, già freddo e controllato, si era chiuso ancora di più. Aveva bisogno di qualcuno che gli tenesse testa.
Mentre guidava con il solito briciolo di spericolatezza, mi persi a osservare il paesaggio di Muskoka che sfrecciava fuori dal finestrino.
«Se stai venendo alla villa perché sei preoccupata per me, sappi che non è necessario.»
La sua affermazione mi sorprese, perché avevo appena finito di pensare che non volevo si chiudesse ancora di più. Solo in quell'istante mi resi conto che, però, il mio timore era molto diverso da quello che avrebbe potuto provare una qualsiasi ragazza per il proprio boyfriend.
«Tranquillo, so che non sei il tipo che ha bisogno di essere consolato o compatito. Non sono qui perché mi dispiace che tu sia troppo solo.»
Cambiò la marcia con una certa ferocia. Lo vidi stringere la mascella, però sapevo che era incuriosito.
Decisi di continuare: «Anche prima, quando frequentavi la Winters University, tu eri al centro dell'attenzione senza però dare confidenza a nessuno. Sei abituato a non condividere i tuoi pensieri.» Mi morsi un labbro. «Solo che questa volta stai sperimentando un tipo diverso di solitudine.»
«Te lo ripeto: sapevo a cosa sarei andato incontro. Ho detronizzato un re, non potevo pretendere di restare il principe ereditario.»
Era vero.
Wyatt era consapevole che, denunciando gli intrighi di suo padre, avrebbe perso tutto. Non soltanto gran parte del denaro, ma anche la posizione privilegiata che ricopriva all'interno della società. E la fedeltà dei membri della Cerchia, la società segreta di cui era stato a capo.
Era ovvio che molti avessero visto nel suo gesto un tradimento al sistema che aveva garantito all'élite di dominare sull'economia e sulla società. Non soltanto i soci di Richard Martel o i suoi investitori erano stati danneggiati dalle prove che lui mi aveva consegnato e che io avevo portato agli inquirenti. Anche gli altri membri del circolo, e gli ex alunni che appoggiavano il meccanismo di ricatti e segreti condivisi come metodo per garantire la scalata sociale a chi decidevano loro, avrebbero avuto motivi di rancore.
«E io ribadisco a te che non mi preoccupa il tuo isolamento in sé. Quello che mi turba è il fatto che sono i legami con me e con Jules ad averti reso più umano. Senza avere vicino le persone che ti vogliono bene...»
«Divento pericoloso?»
Era compiaciuto che io avessi colto il punto. Io, al contrario, non ero sicura di cosa provare.
Eravamo arrivati a destinazione. La casa che apparteneva al genitori di Jules era davvero vicinissima a quella della mia vecchia amica Lilli, di cui ero ospite al momento.
Se non avessi deciso di fare una passeggiata notturna fino al molo, io e Wyatt saremmo stati a poche centinaia di metri di distanza senza neppure incontrarci.
«È surreale» mormorai, mentre lo seguivo nel portico che conduceva all'ingresso, «giusto ieri mi stavo lamentando con le ragazze perché non avevo idea di dove tu fossi. E tu ti trovavi praticamente dietro l'angolo.»
Lui non rispose, però mi prese la mano.
Mi condusse all'interno, accese delle luci basse e calde e mi fece segno di prendere posto sul divano ampio e comodo che dominava l'ambiente.
C'era un profumo leggero di legno, tessuti puliti e di qualcosa di indefinibile che metteva a proprio agio. Eppure, non avevo voglia di sedermi tranquilla.
«Ora vuoi deciderti a rispondere alla domanda che ti ho fatto sul pontile? I tuoi sono sospetti generici o temi davvero che ci sia qualcuno intenzionato a farti del male?»
Non rispose subito. Prese il tempo di sistemarsi con agio sul sofà e accavallò le gambe con una certa spavalderia. «Hai intenzione di restare lì in piedi?»
«Finché non avremo chiarito questo punto, sì.» Feci una smorfia. «Se ora mi siedo al tuo fianco, mi distrarrai.»
Una risata bassa. «Ti ho trasformata in una donna preda dei propri istinti, Morgan.»
«Wyatt!» sbottai, pestando un piede a terra. «Sei stato minacciato, sì o no?»
Tornò serio. Mi tese una mano e resistere ancora mi sembrò sciocco. Lasciai che mi attirasse tra le sue braccia e mi mormorasse tra i capelli: «No. Nessuno si è fatto avanti in modo esplicito. Rilassati.»
Stranamente, lo feci davvero. L'effetto combinato dell'ambiente, elegante ma cozy, e della stretta di Martel finì con l'avere la meglio. Tirai i piedi sul cuscino e mi sistemai contro il suo corpo caldo e invitante.
«Non credevo che sarebbe arrivato il giorno in cui ci saremmo fatti le coccole» ridacchiai, ripensando all'odio feroce e alla passione altrettanto selvaggia che aveva sempre caratterizzato il nostro rapporto.
«Se lo racconti a qualcuno, sarò costretto a ucciderti» scherzò in risposta, mentre mi accarezzava i capelli.
Sollevai lo sguardo verso le travi di rovere, della stessa tinta del legno che ricopriva il pavimento e sorrisi: «Si vede che la mamma di Lilli è passata di qui.»
Amelia Mercier era un noto architetto e, data la tenera amicizia nata tra sua figlia e Jules, era entrata abbastanza in confidenza con la signora Tremblay per convincerla a rimodernare la residenza estiva.
Quelle riflessioni innocenti condussero in fretta a un pensiero molto meno neutro. Perché anche Lilli sembrava essere passata da quella casa, e in tempi recenti.
Sul tavolino basso davanti a noi, c'era un cestino da picnic di vimini su cui era fissato uno dei post-it a cuore che la mia amica lasciava dappertutto. Come se quello non fosse stato un indizio sufficiente, una grande L firmava il messaggio che, da dove mi trovavo, non riuscivo a leggere.
Allora era vero, dopotutto: l'esilio di Wyatt non era stato poi così solitario come mi ero immaginata...
«Tutto okay?»
Annuii, cercando di risultare credibile. Non volevo rovinare il momento facendo una scenata di gelosia, però non riuscivo neppure a passare sopra al fatto che due persone a cui tenevo avessero continuato a frequentarsi tenendomi all'oscuro di tutto.
Diavolo, quante volte Lilli aveva ascoltato la mia disperazione nel non avere notizie di dove si trovasse il ragazzo per cui provavo dei sentimenti? Come aveva potuto fingere di comprendermi, consolarmi perfino, mentre continuava a mentirmi?
«Sei stanca?»
«Forse dovrei tornare dagli altri» dissi, in fretta, mentre mi tiravo dritta e mi sistemavo i capelli. «Tra poco sarà giorno e, se non mi trovassero al risveglio, potrebbero preoccuparsi.»
Mi scrutò a lungo con gli occhi che, nella penombra, erano di un blu cupo. Sembrava consapevole che ci fosse qualcosa che gli nascondevo. Be', lo stavo solo ripagando con la stessa moneta.
Certo, avevo appena finito di dire che tra noi non avrebbero più dovuto esserci silenzi e segreti. Forse stavo sbagliando e avrei soltanto dovuto parlarne apertamente.
Ma la frase successiva mi gelò e mi spinse a chiudere la bocca. «Non dire a nessuno di noi.»
Ottimo. Forse ero davvero soltanto un'ottima scopata.
«Bailey, guarda che sei un libro aperto» mi rimproverò. «Non è come pensi.»
«No? Hai appena confermato di non aver ricevuto minacce e le persone che stanno nella villa di Lilli sono i tuoi migliori amici. Jules, Liam e Kendall non tradirebbero mai il segreto di dove ti trovi. Quindi c'è una sola ragione per cui non vuoi che si sappia che siamo stati insieme.»
Sospirò. «Sei semplicistica.»
«O magari sei tu che complichi le cose inutilmente.» Mi alzai di scatto dal divano troppo comodo. «Portami a casa.»
«No.»
Lo guardai, scioccata. «Come sarebbe a dire "no"?»
Si alzò a sua volta e mi si fece vicino. Mi mise le mani sulle spalle, costringendomi a guardarlo. «Sarebbe a dire che non intendo permettere che ci siano malintesi tra noi.»
Incrociai le braccia sul petto. «Spiegati, allora. Ma fallo in fretta.»
Lo vidi contrarre la mascella, come se fosse indeciso se parlare. Eppure era stato lui a fermarmi per chiarire!
Alla fine, scosse la testa e si limitò a un: «Devi fidarti di me, Morgan. So che non ti è facile, dati i nostri trascorsi, però ti prego di farlo.»
No, non era semplice. Provavo dei sentimenti fortissimi nei confronti di Martel, ma non avevo dimenticato tutte le volte in cui mi aveva pugnalata alle spalle. Il fatto che io non fossi stata da meno non cancellava nessuna delle sue colpe, semmai rendeva ancora più complicato credergli sulla parola.
Le sue mani scesero lungo le mie braccia, in una carezza lenta e languida.
«Cos'è, non sei sicuro di riuscire a convincermi e quindi tenti di sedurmi?»
Un sorriso malizioso. Avevo colto nel segno.
«Bailey, è solo per qualche tempo. Credimi, è meglio se per un po' teniamo segreta la nostra...»
Sollevai un sopracciglio. Ero davvero curiosa di scoprire come avrebbe definito quello che c'era tra noi. Io non sarei proprio stata in grado di trovare un termine adatto.
Si chinò verso di me e mi catturò le labbra.
Fui tentata di sottrarmi per non lasciargli quella facile via d'uscita, ma avevo bisogno di sentirlo vicino, di essere rassicurata.
La necessità di avere la certezza che mi desiderasse ebbe la meglio. Misi da parte l'orgoglio.
Lasciai che la sua lingua mi costringesse a schiudere le labbra, che duellasse con la mia nell'unica battaglia che avevo intenzione di portare avanti con lui quella notte.
Mi sentivo confusa, ma anche su di giri. Il legame che ci aveva uniti sin dalla prima volta si faceva di nuovo invincibile; la corrente elettrica che scorreva tra noi ogni volta che ci toccavamo mi faceva vibrare.
Avvinghiati in un bacio che sembrava capace di divorare la ragione, tornammo verso l'enorme divano dai cuscini ocra. Ci crollammo sopra e, con un gesto esperto, Wyatt mi liberò un'altra volta degli slip.
«Voltati.»
Un ordine, dato però con un tono così pieno di desiderio da risultare una preghiera.
Mi inginocchiai, le mani posate contro la spalliera del divano. Lui si posizionò in piedi alle mie spalle. Sentii il rumore dei pantaloni lasciati cadere a terra.
Poi ci fu spazio solo per le sensazioni tattili: le sue dita forti e salde che mi sollevavano la gonna e mi avvinghiavano i fianchi. La sua bocca calda che mi baciava la nuca, inviando una scarica di brividi lungo la spina dorsale.
«Mia» lo udii sussurrarmi all'orecchio, prima di assicurarsi con le dita che io fossi bagnata e pronta ad accoglierlo.
Mi accarezzò le labbra con desiderio, trovando proprio ciò che si aspettava.
Potevo immaginare la sua espressione soddisfatta nel sapermi travolta dal desiderio quanto lo era lui.
Senza aspettare oltre, mi penetrò a fondo.
Lasciai sfuggire un gemito e inarcai di più i fianchi per dargli libero accesso alla mia femminilità. Volevo che spingesse senza trattenersi, che mi facesse sua con forza.
E venni accontentata: mi prese con una disperazione che non capivo. Come se il nostro fosse un tempo rubato, troppo breve per essere assaporato e non divorato.
Mi circondò il collo con una mano, attirandomi contro di sé.
Sentivo il calore sprigionarsi dal suo petto, il profumo che aveva tormentato le mie notti con la sua assenza mi riempiva le narici.
Spinse ancora e io urlai senza ritegno.
Wyatt mi faceva uscire di testa, sconvolgeva la mia vita. Era tormento e paradiso allo stesso tempo.
Lo sentii rallentare, forse per darmi il tempo di riprendermi dall'orgasmo e tornare a respirare normalmente. Ma non volevo che fosse gentile: appoggiai la mia mano sulla sua, che ancora mi circondava il collo, e la strinsi.
Se al molo eravamo stati due persone che si ritrovavano, alla villa ci eravamo trasformati in individui che lottavano per non perdersi di nuovo. La dolcezza aveva lasciato posto a un bisogno animale.
«Fottimi» ansimai.
Mi morse una spalla. «Ho intenzione di obbedirti. Molte volte.»
E fu di parola.
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