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PRIMA PARTE
Le catene che il ferro non riuscì a spezzare, l'anello le rese eterne
1158/1159 Avvenimenti dell’autunno e dell’inverno.
Milano, Feudo di San Martino. Al castello
Stephan Deinburg, barone di Hezen, attese con impazienza che i soldati calassero il ponte levatoio; quindi, seguito da una decina di uomini, irruppe al galoppo nel grande cortile e fermò il cavallo, che sollevò nervoso le zampe anteriori a pochi passi dal soldato che era corso ad accoglierlo.
L’uomo indietreggiò un poco, ma, riprendendosi subito, s’inchinò profondamente. ― Mio signore ― disse ― non vi attendevamo così presto. Mi auguro che la vostra ferita sia guarita perfettamente.
Il barone smontò con un balzo agile da cavallo, e dopo averlo affidato al suo scudiero si tolse i guanti, fissando il soldato con uno sguardo scontento. La sua ferita era guarita, certo, ma ancora gli doleva il braccio dove era stato colpito e faticava a tenere a lungo la spada fra le mani. Inoltre era indispettito: era stato bruscamente costretto a interrompere la sua convalescenza a Lodi per occupare il suo posto al presidio di San Martino, quando suo fratello era dovuto partire d'urgenza per
Pavia. E lo era anche di più perché Hans – durante la temporanea assenza di entrambi – aveva lasciato il comando a un uomo di cui lui non si fidava e del quale intendeva liberarsi molto presto.
― Sto bene ― rispose secco. ― Che ne è del capitano Ulthdrich, Hrodgard, perché non è qui?
― È ferito, signore.
― Davvero? ― Stephan inarcò le sopracciglia. ― Credevo fosse fatto di ferro, quel bastardo. E com’è accaduto? So che non era stato colpito durante la presa del castello.
Il soldato parve imbarazzato. ― È così. Vedete... ― farfugliò, infine, cercando le parole giuste: ―
IL CAPITANO…
― Non importa, lo saprò ― lo interruppe spazientito il barone, accompagnando le parole con un gesto imperioso del braccio. L’incertezza di Hrodgard – braccio destro di Ulthdrich e altro personaggio infido che non desiderava avere al suo servizio – gli suggeriva una risposta che non aveva nulla di onorevole. Il capitano era un’ottima lama, ma in quanto al resto era solo uno stolido cinghiale senza coscienza. Era possibile, quindi, che una donna avesse cercato di ribellarsi ai suoi voleri e avesse mirato un po’ meglio di quella contadina di Hezen che – anni prima – gli aveva bucato una natica con il forcone, mentre lui si rialzava le brache dopo averla violentata. Si guardò intorno e fissò lo sguardo sulle mura. ― Non sono abbastanza sorvegliate. Provvedi, Georg ― ordinò a una delle sue guardie personali, che gli si era affiancata. ― E voglio delle pattuglie ai confini del feudo ―.
Guardò di nuovo Hrodgard. ― In che stato è il vecchio Ulthdrich per non aver provveduto? Siamo arrivati indisturbati fin qui.
― In realtà, signore, una pattuglia è fuori. Purtroppo ci sono mancati gli uomini da quando vostro fratello e i suoi sono partiti. Il capitano attendeva in ansia il vostro arrivo.
― In ansia? ― ripeté sarcastico il giovane barone, piegando le labbra in un breve sorriso che non raggiunse lo sguardo. ― Mi stupisce. In ogni caso, presto sistemeremo le cose. I miei soldati sono rimasti indietro con i carri e saranno qui in un paio d’ore. Fammi da guida, voglio visitare il castello.
― Sono ai vostri ordini. Se prima desiderate vedere il capitano Ulthdrich… lui potrà spiegarvi meglio di me quanto è accaduto.
― Non lo desidero, non per ora ― lo interruppe il barone. ― Cominciamo a dare un’occhiata al corpo di guardia e alle prigioni. Hilda ― aggiunse poi, rivolgendosi all’unica donna del suo seguito, una domestica sui quarant’anni dallo sguardo timido. ― Fatti indicare dove si trova la prigioniera di cui devi occuparti e raggiungila.
La donna annuì, facendo un inchino ossequioso, mentre il barone tornava a posare lo sguardo su
Hrodgard, che pareva paralizzato.
― Ebbene, che hai?
― Mio signore, devo purtroppo informarvi che la ragazza è morta.
Stephan Deinburg non ne fu particolarmente colpito. Non gli importava molto della nobile lombarda, se non per quanto riguardava un possibile guadagno, e aveva avuto tutte le intenzioni di cederla in cambio di un cospicuo riscatto. Nel suo messaggio, Hans l'aveva descritta di rara bellezza – con occhi d’ametista e capelli d'ebano – mite e rassegnata come un agnello al sacrificio. Una vera tentazione! Tuttavia aveva tralasciato di informarlo che i fatti cruenti avvenuti durante e dopo la presa del castello le avevano tolto la ragione. Questo si era affrettato a rivelarglielo il messaggero, un lodigiano che gli era fedele e che lui aveva strappato alla morte parecchi mesi prima. Di certo suo fratello aveva pensato di fargli un perfido scherzo, poiché entrambi – a causa del terzo dei fratelli
Deinburg – avevano orrore della pazzia.
― Non importa ― commentò con indifferenza. ― Hai sentito, Hilda? Vedi allora di trovarmi una stanza con un letto comodo.
Hrodgard parve molto sollevato e il barone si insospettì, certo che l’altro stesse cercando di giocarlo.
― Si è uccisa… ― si affrettò a informarlo il soldato, senza che gliene fosse stata fatta richiesta, mentre si dirigevano verso il corpo di guardia. E raccontò della morte della bella milanese con tale inutile dovizia di particolari, che al barone quel suicidio parve sempre più improbabile.
Sembrava che la ragazza avesse tentato di fuggire con la complicità di una serva e che – scoperta, dopo aver colpito con un pugnale il capitano Ulthdrich – si fosse gettata dalla finestra.
Deinburg strinse le labbra. Forse era stata gettata dalla finestra. Dannazione. Non avrebbe mai saputo la verità!
* * *
Il rumore di una pesante porta che cigolava scosse la figuretta rannicchiata sul pagliericcio, che subito si sollevò tendendo l'orecchio per sentire meglio.
Era troppo presto per quell'intruglio che il suo carceriere le portava una volta al giorno, e i passi che rimbombavano pesanti sul pavimento di pietra del sotterraneo erano spaventosi e sicuri come la morte.
Per un attimo la fanciulla trattenne il respiro, il corpo teso in avanti, lo sguardo fisso sulla porta della cella, spalancato sul buio che l'attendeva. Ulthdrich, maledetto! Non era troppo presto, ormai, perché lo svevo venisse a reclamarla per consumare la sua vendetta. Giorno dopo giorno aveva sentito l'ansia premerle il petto e la paura annebbiarle i pensieri. Quale sarebbe stata la sua fine per mano di quel mostro?
Tremando, nascose la testa sotto l'ala protettiva delle braccia come un povero uccello ferito. Era uscita anche troppo presto da quella confusa incoscienza che l'aveva protetta dopo la morte dei suoi parenti; la nebbia che le aveva invaso la mente si era dileguata all’improvviso – dopo un giorno soltanto – lasciandole i ricordi di ogni momento vissuto durante quell’orribile giornata: il clangore delle lame che cozzavano le une contro le altre, le urla dei feriti, il sibilo del vento che pareva portare le voci rabbiose dei morti. Aveva rivisto le corde dondolare, risentito il gelo del ferro sotto il mento e la forza delle mani che l’avevano obbligata a inchinarsi. E a quella collana di macabri ricordi se n’erano aggiunti altri, non meno terribili, quando quel lurido vecchio era entrato nella sua stanza con l’intento di violentarla.
Si era difesa. Lo aveva fatto con tutte le sue forze, vendicando le ferite che aveva subìto e cercando di proteggersi da quelle che lui voleva infliggerle.
Strinse i pugni, conficcandosi le unghie nei palmi, rammentando la prepotenza di quel corpo che la schiacciava, la violenza di quella bocca che cercava la sua, la frenesia di quelle mani callose e sudate che le stracciavano la veste per raggiungere il tepore della pelle. Aveva ancora negli orecchi quella voce rauca che le prometteva sudici momenti d'estasi, e ricordava, sgomenta, le sue spaventose minacce dopo che lo aveva colpito con il suo stesso pugnale. Sapeva che le avrebbe mantenute.
Se pur ferito, quell’uomo aveva dato prova della sua crudeltà facendo sgozzare davanti ai suoi occhi la domestica che era accorsa richiamata dalle sue grida; e aveva ordinato che quel povero corpo senza vita fosse lasciato a marcire nella stessa cella dove poi l’aveva fatta rinchiudere.
Quattro giorni. Per quattro interminabili giorni era stata costretta a dividere una cella angusta con un cadavere, provando paura, disgusto, rimorso e, persino, il desiderio di smarrirsi di nuovo; ma quell’apatia che avrebbe benedetto non l'aveva più ripresa.
Emise un gemito, congiunse le dita nell'atto di pregare e portò le punte unite alle labbra.
― Oh Signore, fa’ che quello sciagurato mi stia lontano! Dammi ancora un po' di tempo. Dammi...
― S’interruppe quando udì aprirsi la porta di una cella. Emise un lungo sospiro di sollievo e si appoggiò stancamente alla parete di pietra umida, sollevando il viso verso la feritoia che lasciava passare una striscia di luce. ― Grazie... ― bisbigliò.
Grazie a Dio non era per lei.
Ma per quanto, ancora? Oh… Se soltanto il nuovo signore del castello fosse arrivato prima che la ferita di Ulthdrich si rimarginasse.
Ricordava nei minimi dettagli la sentenza che la riguardava. Ogni parola pronunciata dall’imperiale che aveva distrutto la sua famiglia era rimasta lì – congelata in qualche anfratto della memoria – in attesa che lei riprendesse di nuovo possesso delle sue facoltà mentali. Ora era in grado di dire il nome di chi, forse, avrebbe potuto riscattarla. La sua sorte non era ancora segnata. Poteva ancora sperare.
Improvvisamente rise, in quel modo innaturale che le faceva temere la pazzia. Sperare… lei non aveva speranze! Poteva soltanto sprofondare e perdersi, per non morire d'angoscia, in inutili sogni lontanissimi dalla realtà.
Era fantasia pensare che il suo amato Guido potesse penetrare nel castello per salvarla. Era poi l’illusione di una creatura disperata immaginare lo sconosciuto barone di Hezen come un cavaliere generoso e giusto, che l’avrebbe protetta dagli artigli di Ulthdrich e lasciata libera di tornare a Milano. Forse quello svevo era anche più avido, disgustoso e crudele del capitano.
Gli svevi erano peggio degli animali. Gli svevi erano bastardi senza cuore e, quindi, lei era già morta, morta, morta!
― No… non devo perdermi d’animo ― disse a se stessa per sconfiggere la paura. Era ancora ben viva; resisteva nonostante tutto. Fino all'ultimo avrebbe pregato e sperato. Fino all'ultimo respiro.
Incrociò le braccia sotto il seno e chiuse gli occhi. Non poteva dormire, ma poteva ricordare le cose belle che avevano accompagnato la sua vita prima di quei terribili giorni. Il sorriso di Guido, le sue braccia forti, la sua tenerezza. Le corse a cavallo nella campagna, le risate sull’erba, le loro promesse. Guido... imprigionato a Lodi dopo la battaglia al guado di Cornegliano. Che ne era stato di lui dopo la resa? Se l'era chiesto decine di volte in quei giorni. Era ancora vivo? Suo padre aveva potuto riscattarlo dalla prigionia? La prova che aveva subìto lo aveva lasciato integro nel corpo e nell’anima? Lo avrebbe mai rivisto?
Ecco, lo sconforto si faceva di nuovo strada in lei. ― Non cederò! ― disse con forza, stringendo i pugni. ― Non devo… ― Poi, come svuotata, respirò a fondo e si passò una mano sul viso, ritraendola madida di sudore. Era sua quella mano? E il viso? In che stato era il viso? Infilò le dita fra i capelli tentando di ravviarli, ma ormai erano solo una massa sporca e intricata. Sapeva di essere
dimagrita in quei giorni e provò una punta di soddisfazione pensando che, forse, ora l’affamato
Ulthdrich non l’avrebbe trovata più tanto desiderabile.
Dio lo volesse! Se doveva morire, che almeno non fosse costretta a sopportare, prima, l’unione con quel mostro!
Aveva voglia di piangere, ma il rumore di passi che si avvicinavano e si fermavano davanti alla sua cella raggelò ogni sua emozione.
Vide aprirsi lo spioncino e, dopo un breve silenzio, udì delle voci maschili. Poco dopo la porta venne spalancata e un uomo si curvò per entrare.
* * *
Aprendo lo spioncino per dare un'occhiata alla prigioniera rinchiusa nella cella, il barone riconobbe immediatamente l'odore forte che vi aleggiava. Lo aveva sentito tante volte: era il fetore della morte.
― C’è un cadavere in questa cella! ― affermò rude, voltandosi verso Hrodgard.
Il soldato esitò. ― Si trattava di una donna colpevole di ribellione, mio signore. Ho provveduto a farla seppellire stamattina, quando ho saputo.
― E questa? ― chiese ancora il barone, accennando all’ombra che vedeva rannicchiata sul giaciglio.
― La serva di cui vi ho accennato, barone. Ha ucciso uno dei nostri uomini per aiutare la sua signora a fuggire. È pericolosa come il demonio e… non mi stupirebbe se fosse al suo servizio ―.
Esitò ancora. ― Se volete continuare…
Quella pausa e quella fretta fecero rinascere nel barone il sospetto. E se le cose non fossero andate come l’ansioso Hrodgard diceva? I piaceri che il vecchio Ulthdrich si concedeva con le giovinette, erano cosa nota; tollerati con indifferenza da suo padre, ma non da lui, che aveva appetiti sani e istinti normali e che mai avrebbe torturato una donna per costringerla ad accettarlo. Ma per quel vecchio, sadico porco erano forse più piacevoli quei turpi preliminari del momento stesso in cui le possedeva.
― Apri ― ordinò. E quando fu all’interno della cella, lanciando a Hrodgard uno sguardo penetrante, aggiunse gelido: ― Dal tanfo che c’è ancora qui dentro, direi che la tua ribelle era morta da almeno tre giorni ―. Fece roteare lentamente la torcia, che una delle guardie gli aveva dato, e la fermò per far luce sulla ragazza. Vide soltanto una massa ingarbugliata di capelli neri, che le coprivano le spalle e gran parte del viso e che si confondevano con la veste scura.
Si avvicinò e la guardò con attenzione. La ragazza aveva abbassato la testa, nascondendogli l’unica parte del viso che avrebbe potuto vedere, ma lui era certo che lo stesse osservando. Era una strega pericolosa come diceva Hrodgard? E poi… una serva? La veste che indossava era sporca e stracciata, ma non era fatta di ruvida tela di canapa. Una domestica vestita di seta?
Senza una parola passò la torcia alla guardia che lo aveva seguito e sollevò la ragazza, sentendola irrigidirsi fra le braccia. La trasportò fuori dalla cella, lontano da quel fetore, e la rimise a terra, spingendola contro la parete.
Regina alzò il viso, stupita, chiedendosi se si trattasse del nuovo signore del castello. Era alto e possente, riccamente vestito con una tunica scura, fermata ai fianchi da una cintura di pelle. Era giovane, certamente sotto i trent’anni, e chiaro di capelli, che portava lisci e lunghi fin quasi all'attaccatura delle spalle ampie. Il viso era bello, scurito dal sole dell’estate appena passata; il mento deciso, la bocca sottile e dura, proprio come gli occhi chiarissimi, sovrastati da folte sopracciglia bionde, che in quel momento la guardavano attenti.
Sì, doveva essere lui: uno straniero assassino che forse avrebbe abusato di lei. Ma, nonostante tutto, provò sollievo: il barone di Hezen poteva anche essere il diavolo in persona, ma non era Ulthdrich.
― Una creatura del demonio? Questo sacco di pulci? ― disse Stephan quasi a se stesso, ma con voce perfettamente udibile, osservando la figuretta appiattita contro la parete.
Regina sussultò per l'offesa. Lo svevo aveva parlato in germano, ma lei conosceva un poco quella lingua per averla appresa da una serva bavarese; quindi, né le parole, che l’uomo aveva scandito lentamente, né il disprezzo che queste racchiudevano, le erano sfuggiti. Il barone credeva di trovare la sua schiava odorosa di rose, dopo che era stata rinchiusa per quattro giorni nelle segrete? Avrebbe dovuto lamentarsi con il suo degno fratello per non aver lasciato chiare istruzioni: il suo regalo non era stato ben conservato. Fece uno sforzo per controllarsi, per non gridargli in viso quello che le era passato per la mente. Era troppo provata e non voleva soffrire ancora. Doveva mostrarsi umile per non offenderlo e sopportare le offese, perché lui poteva essere la sua salvezza.
― Lo è, mio signore! ― confermò prontamente il soldato fermo a fianco del barone, un uomo che la ragazza riconobbe come l’assassino della sua domestica: un infame che avrebbe detto tutto quello che il capitano gli aveva ordinato di dire. ― Questa donna è colpevole dell’assassinio di un soldato, mentre la sua signora colpiva il capitano Ulthdrich a tradimento.
― No! ― gridò Regina, fissando uno sguardo disperato sul barone. Non era sicura di aver compreso bene, ma se era così, Hrodgard affermava che lei era la povera Nerina, e se l’imperiale gli avesse creduto, se lei non fosse riuscita a farsi capire, allora la sua vita sarebbe valsa meno di un misero soldo. ― Quest’uomo sta mentendo. Io sono Regina Celeste Balestrieri, e non ho fatto del male a nessuno se non… ― S’interruppe, notando che il barone la guardava stupito. Certo si era espressa malissimo, e lui non poteva capirla. Gemette, e ripeté in latino – la lingua più usata fra le persone del loro ceto – il suo disperato appello.
― Una serva colta ― commentò il barone con una punta di sarcasmo, voltandosi appena a guardare Hrodgard, che era impallidito. ― Ma tu non parlare quando non sei interrogata ― continuò, poi, rivolto alla ragazza. ― Hai capito, Regina Celeste Balestrieri?
La ragazza arrossì, e senza rendersene conto gli indirizzò un'occhiata fiera e carica di disprezzo.
“Bastardo”, pensò. Avrebbe deciso a suo piacere e non l'avrebbe ascoltata, neppure se si fosse lasciata cadere in ginocchio ai suoi piedi. Era ormai condannata.
Senza staccare gli occhi da quella ragazzetta cenciosa, che osava guardarlo come avrebbe fatto con uno scarafaggio, Stephan Deinburg si chiese se fosse davvero quella la donna che gli aveva regalato Hans. Di certo non sembrava pazza, e neppure mite e rassegnata come un agnello al sacrificio.
Sembrava piuttosto una gatta randagia pronta a far scattare gli artigli. Orgoglio, cultura e seta sulla pelle; non aveva mai visto una serva come quella, prima d'ora. ― Hai sentito, soldato? ― chiese con calma, voltando appena la testa verso Hrodgard. ― Parla la nostra lingua e afferma di non essere quella che tu dici.
Subendo lo sguardo duro del suo signore, Hrodgard si schiarì la gola: ― Mente, mio signore.
Mente! Forse crede, così, di salvarsi.
― Ci sono decine di persone, qui, che potranno smentirlo! ― si ribellò Regina che, nonostante la convinzione di essere perduta, non era ancora del tutto rassegnata. Fece un passo avanti e si aggrappò alla tunica del nobile svevo. ― Vi scongiuro, mettetemi alla prova! ― implorò disperata, le labbra tremanti, la testa spinta all'indietro per incontrare lo sguardo dell’uomo. ― Non ho neppure tentato di fuggire. È stato il capitano a introdursi nella mia stanza per usarmi violenza. Io… io l’ho colpito, è vero, ma solo per difendermi!
Stephan l’allontanò brutalmente. ― Non ti ho forse detto di non parlare, quando non sei interrogata? ― sibilò. Ma poi le labbra si piegarono in un sorriso divertito. ― Asciugati le lacrime, non riuscirai a commuovermi. Rassegnata come un agnello al sacrificio… ― aggiunse beffardo, ormai sicuro della sua identità, avvertendo la furia che l’accendeva mentre lei chinava il capo per non tradire i suoi sentimenti. ― Guardala bene, soldato, sei sicuro di non sbagliarti? ― continuò con lo stesso tono, rivolgendosi di nuovo all’aiutante di Ulthdrich senza, però, staccare lo sguardo dalla
ragazza. ― È mai possibile che il fedele capitano abbia tentato di ingannarmi prendendosi una donna che sapeva appartenermi? È così magra; ma sappiamo che lui si accontenta di qualsiasi femmina, purché respiri.
Hrodgard rabbrividì. Dannato Ulthdrich! Perché non lo aveva ascoltato e non aveva fatto ammazzare la ragazza quando si era ribellata ai suoi voleri? Avrebbero avuto meno guai: i morti non protestano. Ma chi avrebbe mai pensato che quella donna fosse in grado di farsi capire anche nella loro lingua, e che avrebbe potuto confutare ogni accusa. Non aveva mai parlato prima. Mai, neppure una parola; e aveva soltanto gridato, proprio come una pazza, quando era stata aggredita e quando lui aveva sgozzato la serva. Aveva pianto disperata per un giorno intero dopo essere stata gettata in carcere insieme al cadavere della sua compagna, ma non aveva mai parlato! Inquieto, si passò una mano sulla gola, sentendosi addosso il gelo di una lama immaginaria, e deglutì. Rischiava di lasciarci la testa per un uomo che non aveva voluto attenersi agli ordini.
Non che se la sentisse di biasimare troppo il vecchio: Regina Balestrieri faceva venire voglia soltanto a guardarla. Magra? L’aveva palpata per bene quando l’aveva trascinata nei sotterranei: era snella – questo nessuno avrebbe potuto negarlo – ma i seni erano alti e sodi e i fianchi tondi e morbidi. Quella ragazza era bella da togliere il fiato. Nessuna possedeva quella pelle d'avorio, né capelli di seta così folti. Il viso era di un ovale quasi perfetto con un’audace fossetta sul mento. Il naso sottile e la bocca piena, quasi infantile, non erano insoliti, ma gli occhi, frangiati da lunghe ciglia scure, erano una rarità. Un uomo avrebbe potuto girare il mondo per trovare un colore così mutevole, vagante dal blu intenso al viola, come gemme d’ametista. Ma certo, in quel momento, ridotta com’era, nessuno l'avrebbe detto.
― Forse potrei… sbagliarmi ― balbettò Hrodgard dopo una lunga pausa. ― Non l’avevo mai vista prima di quella notte. Era rinchiusa in una delle stanze della torre, al sicuro per voi.
― Forse ― ripeté Stephan gelido, senza credere alla sua mal simulata innocenza. Poteva immaginare la parte che aveva avuto per compiacere il suo capitano. Se la ragazza era ancora viva, doveva essere soltanto perché il vecchio ardeva dalla smania di vendicarsi con le sue mani. E se non avesse infierito, lasciando un cadavere nella cella per chissà quanti giorni, lui non si sarebbe mai accorto di nulla. ― Com’era prima, bella? ― disse avvicinandosi per osservarla meglio.
Regina tenne la testa ostinatamente bassa, mentre l’uomo si accostava, tanto da farle sentire il suo respiro caldo sulla fronte, e lanciò un grido di dolore quando lui le tirò forte i capelli sulla nuca per farle sollevare il viso.
Il barone non era uno sciocco, e sapeva riconoscere la bellezza anche sotto una montagna di lerciume. ― Sì ― approvò ― ma sei ridotta male, molto male ―. Vide un lampo di rabbia solcare per un attimo lo sguardo della ragazza e lesse a chiare lettere il suo desiderio di vendetta. Scosse la testa e fece un mezzo sorriso divertito. ― Tu! ― ordinò poi con un cenno a una delle sue guardie personali
― accompagna la… damigella di sopra e affidala a Hilda. Poi vedrò cosa fare di lei.
― Mi rimanderete dalla mia gente? ― osò chiedere speranzosa. “Dio… se solo fosse stato così!”
― No davvero ― si degnò di rispondere il barone, sempre con quel sorriso sarcastico che Regina avrebbe voluto strappargli dalle labbra con le unghie. ― Lo speravi? Dimentica che sei Regina Celeste Balestrieri, ammettendo che tu lo sia veramente. I nobili milanesi, tutti i milanesi, sono nella polvere.
La guardia prese Regina per il braccio e le diede un leggero strattone per invitarla a seguirlo, mentre lei fissava Deinburg con uno sguardo accusatore, stranamente privo di paura. Non aveva più voglia di pregare, non sarebbe servito a niente. Se doveva morire, tanto valeva farlo con dignità.
― Dal momento che sono nella polvere, vi varrete di un diritto degno soltanto della brutale soldataglia?
― Come osi! ― s’intromise Hrodgard, subito zittito dal barone, che sembrava non voler cogliere le offese.
― Non essere così ansiosa, ragazza ― replicò lui divertito. ― Per il momento non ti trovo tanto attraente. Dovrai darti da fare per convincermi.
Regina si fece di porpora, ma comprese di essere stata sconsiderata. Che il barone continuasse a trovare desiderabili quelle sue grosse sveve dalla pelle trasparente e dalle ciglia bianche! Così non l’avrebbe mai costretta a infilarsi nel suo letto!
Chinò il capo, e in tono mutato mormorò: ― Mi rimetto alla vostra indulgenza, signore ―. E prima che la guardia la spingesse di nuovo, con grande dignità gli voltò le spalle e precedette il soldato verso l’uscita.
Il barone la seguì con lo sguardo lungo il tetro corridoio e su per la pietra disuguale della scaletta.
Era debole, e si vedeva; ma mentre saliva, gradino dopo gradino, senza nessun aiuto da parte dell’uomo che l’accompagnava, sembrava una regina, proprio come il nome che portava. Il sorriso svanì dal suo viso e una luce curiosa gli scintillò nello sguardo grigio. Era impulsiva e orgogliosa, quella milanese – difetti intollerabili in una femmina, per di più nemica – ma aveva coraggio, e questo la rendeva molto stimolante. Era ansioso di vederla ripulita e ben vestita. Lo attraevano davvero molto i capelli scuri.
Soltanto quando la ragazza fu sparita del tutto alla sua vista, si voltò verso Hrodgard.
― Sostieni sempre che quella non è la donna che mio fratello aveva destinato al mio piacere?
L’uomo indietreggiò, spaventato. ― Abbiate pietà. Ho ubbidito agli ordini del mio signore.
― Sono io il tuo signore.
Stephan piegò appena la testa facendo un cenno a uno dei suoi uomini. Poi si voltò e, con passo svelto, si diresse verso la scaletta, dove pochi secondi prima era salita la ragazza, mentre un grido di dolore saliva alto, rimbombando nei sotterranei fino a spegnersi lentamente.
* * *
Il capitano Ulthdrich si sollevò a fatica dal suo giaciglio e osservò con una punta di timore il barone di Hezen, fermo sulla soglia del suo alloggio.
Era ancora debole a causa di quella stupida ferita che si era infettata; tanto debole da non aver riflettuto sui suggerimenti del suo aiutante, che gli aveva consigliato di far sparire quella cagna milanese. Quale vendetta, infatti, sarebbe stata migliore che dare la morte a chi aveva osato respingerlo in modo tanto brutale? C’erano molti modi dolorosi di morire, e nemmeno Stephan Deinburg – sempre tanto più attento del fratello – avrebbe indagato a fondo sulla morte di una ribelle che non aveva mai visto. Ma lui la voleva. La voleva, disperata e tremante nel suo letto, e non aveva saputo calcolare i rischi.
― Non alzatevi, capitano ― gli concesse il barone, avanzando verso il pagliericcio. ― Il vostro uomo mi ha detto che siete stato ferito gravemente, anche se non potete vantarvi di aver subìto la ferita in battaglia.
Ulthdrich si fece pallidissimo, mentre sentiva su di sé uno sguardo inquisitore che conosceva molto bene. Era al servizio dei Deinburg da tanto tempo e il vecchio barone – al quale il figlio maggiore assomigliava molto – non era mai stato comprensivo con chi osava contravvenire agli ordini.
― No, mio signore ― ammise con voce ansante, restando rigido nella stessa posizione. “Devo stare calmo”, pensò. Non aveva niente da temere. La ragazza era in carcere e il barone – dopo aver sentito la versione dei fatti data dal suo fedele aiutante – non si sarebbe nemmeno degnato di guardare dallo spioncino quella che credeva essere una serva assassina. ― Immagino siate già stato informato delle circostanze in cui è morta la donna che vi attendeva. Fu lei a colpirmi, dopo avermi fatto entrare nella sua stanza con l'inganno.
― Mentre la sua serva uccideva un soldato… ― lo interruppe Stephan. ― E l'altra, che parte ha avuto?
― L’altra?
― Quella che non ho potuto vedere e che è morta nella cella. Lì dentro era ancora molto forte l'odore della putrefazione.
Ulthdrich deglutì, mentre un rivolo di sudore gli scendeva lungo la fronte. Il barone, quindi, aveva visto la Balestrieri. Guardò verso la porta, chiedendosi perché Hrodgard non lo avesse accompagnato. Gli sarebbe bastato uno sguardo per sapere che risposta dare.
― Non rispondete?
― L’avete… vista?
― Ne dubitavate?
― Non vi aveva detto, il mio uomo, che è pericolosa? Siamo sicuri che sia una strega. Volevo farla bruciare non appena mi fossi rimesso in piedi.
Stephan lo guardò freddo. ― Oh… l’ha fatto. Dovreste sapere, però, che io non credo a queste sciocchezze. E poi… pensate davvero che mi sarei spaventato davanti a una donnetta? Ma vedo che continuate a non darmi la risposta che voglio.
― Hrodgard vi avrà detto….
― Dannazione! ― lo interruppe il barone, stanco di quel gioco. ― Hrodgard ha detto molto.
Troppo per voi.
― Che volete dire?
― Davvero non capite? So chi è la ragazza che avete fatto rinchiudere in carcere.
― Una dannata serva ribelle! ― esclamò Ulthdrich, ritrovando improvviso il suo vigore.
Stephan fece una smorfia. ― Sapevate che si esprime discretamente nella nostra lingua? Per non parlare del suo forbito latino ―. Avanzò piano verso il capitano. ― No, certo, questo non lo sapevate.
La credevate muta, altrimenti l’avreste fatta sparire subito.
― Chiunque abbia detto di essere, ha mentito!
― Regina Celeste Balestrieri ― lo informò con calma il barone.
― La Balestrieri è morta. Si è suicidata gettandosi da una finestra quando ha capito che non sarebbe riuscita a fuggire! ― ruggì Ulthdrich. ― Ma prima mi ha colpito, mentre le stavo di spalle.
― Che strano, lei sostiene che non le stavate proprio di spalle; anzi, sembra che foste nella posizione ideale per stuprarla!
Ignorando il dolore che gli martellava il fianco, il capitano cercò di alzarsi, ma ricadde con un sospiro rabbioso sul suo giaciglio.
― Voi credete a una nemica?
― Sì, se mi dà una versione più convincente della vostra. E la sua mi sembra più credibile. Mentre voi mi avete ingannato.
― Io, signore, sono sempre stato un devoto servitore dei Deinburg!
― Forse per mio padre, non per me. Ditemi, capitano, avreste mai osato toccare una donna che apparteneva a lui?
― No ... no, barone. Ma questa, questa… ― aggiunse con disprezzo ― è una preda di guerra che...
― Che mi appartiene! ― lo interruppe glaciale Stephan. ― Cosa vi ha fatto pensare che io sia tanto diverso dal vecchio da tollerare una simile trasgressione?
― Non vi sono mai piaciuto, vero? ― sibilò Ulthdrich, aggressivo.
― No! Siete un bue senza cervello e del tutto privo di coscienza.
― Non mi avete mai perdonato quel colpo di frusta ― commentò il vecchio capitano, considerando la cosa come un dato di fatto.
Il barone non doveva frugare troppo nella memoria per ricordare quel giorno lontano, quando, ancora ragazzo, aveva cercato di proteggere da quel bastardo una bambina del villaggio e ne aveva avuto quell’unica, bruciante frustata.
― Mi stupisce che ve lo siate perdonato voi. Credevate non sarei mai cresciuto e che mio padre sarebbe vissuto in eterno?
― E così, la ribelle sarà un pretesto per liberarvi di me.
― Se lo preferite, Ulthdrich ― replicò Stephan, ricambiando senza pietà lo sguardo del capitano, che da arrogante si era fatto atterrito. ― Non vi farò giustiziare, non temete. So che siete un buon soldato sui campi di battaglia. Non appena sarete in grado di montare a cavallo ve ne andrete. Non vi voglio più al mio servizio ― aggiunse, prima di voltargli le spalle.
Il volto di Ulthdrich si fece feroce. Era stato al servizio dei Deinburg per vent’anni e ora quel ragazzo… ― Dannato! ― Brandì il pugnale che teneva sempre a portata di mano e, prendendo forza dalla sua furia, lo lanciò contro il barone.
Intuendo il pericolo, Stephan si spostò in tempo per evitarlo. Dopo rimase a fissare il pugnale che aveva colpito la porta nel punto esatto in cui si sarebbe dovuto trovare lui. Con un semplice tocco lo staccò dal legno, considerando che si era trattato di un tiro debole. Lo soppesò fra le mani e fece un breve, gelido sorriso.
― È vostro da anni ― commentò osservando il manico istoriato. ― Con questo, dovete aver ucciso molti uomini a tradimento. È giusto che sia la sua lama a trapassarvi il cuore.
E lanciò con forza e precisione.
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