⏱ ~18 min · 3686 parole
Al castello
Seduto con noncuranza sul bordo di un massiccio tavolo della Sala di Giustizia, il barone di Hezen fissò i nuovi venuti con aria critica.
Il primo, un uomo sui cinquant’anni di media statura con una selva di capelli bianchi e un viso pallido e scarno, avanzò fino a pochi passi da lui e si fermò a un suo cenno con un lieve inchino. Il secondo, più giovane di una ventina d’anni, molto alto, con un fisico possente, si mise di fianco all’uomo più anziano, una mano posata accanto all’impugnatura della spada. Certo sapeva che non avrebbe avuto il tempo di usarla, ma era forse una prova di coraggio.
― Chi siete, che volete? ― chiese brusco, immaginando la ragione di quella visita: due milanesi che si sforzavano di venire in pace, che venivano a chiedere una grazia.
― Sono Ulrico Bossi, barone, e quest’uomo… ― disse indicando il suo accompagnatore ― è il mio fedele servitore.
Stephan annuì, continuando a fissare l’uomo anziano.
― Siamo venuti per negoziare la liberazione di una giovinetta che tenete prigioniera da tempo.
Regina Celeste Balestrieri.
― Giovinetta? ― ripeté il barone con sarcasmo. Curiosa definizione. Sapeva che Regina aveva diciotto anni e molte altre donne della sua età erano maritate e già madri di almeno un paio di figli.
― Per chi volete riscattarla? Credevo non avesse più parenti in vita.
― E, infatti, non ne ha ― rispose pronto Bossi. ― Ma io sono il suo padrino ― mentì. ― e voglio poter fare qualcosa per lei.
― Davvero? Quella ragazza è prigioniera da un mese. Perché ve ne occupate solo ora?
― Dovete sapere che i tempi non lo consentivano. Noi milanesi abbiamo dovuto saldare dei…
debiti con l’imperatore. ― rispose Bossi a denti stretti.
Il giovane barone sentì, tangibile, il suo odio e si chiese quanto tempo sarebbe passato prima che
Milano si ribellasse di nuovo. ― Quanto credete valga, quella donna? ― chiese gelido.
― Molto. Nonostante ciò non posso offrire più di trenta marche d’argento ― ribatté con sincerità
Bossi.
― Che fareste se volessi di più?
Bossi strinse le labbra, poi emise un breve sospiro. ― Sarei costretto a chiedere prestiti a tutti i miei conoscenti, e non sarebbe facile ottenerli in momenti come questi.
― Fate molto per una ragazza che è soltanto la vostra figlioccia ―. Stephan si alzò e si avvicinò ai due uomini, dimostrando di non temere di essere colpito a tradimento. Del resto sarebbero stati pazzi ad aggredirlo; non avrebbero avuto Regina e sarebbero stati massacrati dai suoi soldati molto prima di raggiungere il cortile. ― La riscattereste a qualsiasi condizione?
― Cosa intendete?
Stephan non rispose, continuando a fissarlo.
Bossi impallidì, indignato dal significato di quello sguardo. Sapeva bene cosa poteva essere accaduto a Regina durante la sua prigionia. Lo sapeva anche Guido, ma sembrava non contasse per lui:
il suo unico desiderio, da quando aveva cominciato a rimettersi dalla febbre che lo aveva colpito
nelle prigioni di Lodi, era stato di riaverla. Ferita, offesa, forse, ma viva e pronta a rinnovare con lui la loro promessa. Non aveva mai amato una donna al punto da volerla ad ogni costo e non capiva interamente suo figlio, ma se era così che Guido desiderava, così sarebbe stato.
― A qualsiasi condizione ― ammise con riluttanza, e fissò uno sguardo risoluto sul viso aspro dello svevo, attendendo la sua risposta.
Gli parve che il barone fosse contrariato. Regina era molto bella. Aveva forse attratto, senza volerlo, anche quell’imperiale arrogante? L’aveva già posseduta e la voleva per sé? Per il bene di Guido, sperò che non fosse così.
― Fra tre giorni manderò a Milano un messaggero con la risposta ― disse infine Stephan.
― Vi ringrazio. Potrei vederla prima di andarmene? Vorrei rassicurarla che non è stata dimenticata.
― La vostra pupilla è viva. Dovrete fidarvi della mia parola ― affermò il barone in tono aspro.
Rabbiosamente, Bossi annuì. ― Come credete. Vi prego, però, di avere pietà della sua sorte. È solo una fanciulla ―. Si inchinò, quindi, subito imitato dal suo accompagnatore, e attese che le due guardie alla porta li scortassero fuori dal castello.
Stephan li seguì con lo sguardo fino a quando non furono fuori dalla sala. Poi sedette davanti al grande tavolo e si versò da bere.
Cos’era Ulrico Bossi per Regina? Non il padrino affezionato che il milanese aveva voluto far credere di essere. Nonostante le difficoltà si sarebbe mosso prima. Probabilmente l’uomo agiva per conto di qualcun altro; qualcuno che certamente era tornato da poco in città, magari dopo essere stato riscattato. Qualcuno che bramava la ragazza ad ogni costo.
Gli sarebbe bastato farle rimettere le sue vesti e rimandarla fra la sua gente. Regina sarebbe stata felice e lui avrebbe avuto in cambio trenta marche, forse di più. Ma il solo pensiero di lasciarla libera lo faceva infuriare.
Bevve in un fiato e posò la coppa con forza. Non era riuscito a togliersela dalla mente. Aveva tenuto fra le braccia decine di donne più belle di lei, ma ogni notte quegli occhi che parevano gemme d’ametista lo tormentavano. Si ripeteva che era esile – troppo per i suoi gusti – ma non dimenticava la perfezione del suo corpo, né la morbidezza di quella pelle di seta sotto le dita. Sentiva ancora sulle labbra la dolcezza delle sue, e aveva fatto violenza a se stesso per non obbligarla a entrare nel suo letto. Sapeva di volere di più da quella donna ribelle. L’anima, forse.
* * *
Regina posò i secchi a terra e con stizza spinse indietro una ciocca ribelle, che dispettosa le oscurava un occhio. Con un sospiro, poi, prese uno dei secchi e lo attaccò al gancio per poterlo calare nel pozzo.
Sembrava una cosa molto semplice, ma non lo era, poiché, quando tirava su l’acqua dal pozzo, aveva sempre la sensazione che le braccia si staccassero dal corpo. Si fece coraggio, quindi, e dopo che il secchio ebbe raggiunto il fondo, cominciò a tirare. Lentamente, fino a quando la corda le scivolò fra le mani graffiandole i palmi e con un gemito la lasciò andare.
“Sono un’incapace” pensò coprendosi una mano con l’altra, quasi a voler cancellare il bruciore della ferita. Forse aveva ragione Matilde, quando la mortificava dicendo che era goffa, inetta, inutile.
Anche se non pigra, come le piaceva ripeterle. Faceva sempre tutto quanto le veniva detto di fare senza risparmiarsi, esattamente come le altre sguattere. Matilde diceva anche che era altera, ma – ancora – aveva torto: nessuno parlava con lei, tranne la vecchia Orsina, che cercava di proteggerla dalle cattiverie che spesso doveva subire. In cucina non era più la damigella del castello, ma non era nemmeno una compagna. Era qualcosa che stava in un limbo. Sola e… infelice.
Alzò lo sguardo e fissò con nostalgia le finestre delle stanze del primo piano. C’erano letti comodi, lassù, non miseri pagliericci, e bracieri e camini a scaldare le stanze.
Si strinse intorno al collo il pezzo di lana ruvida che portava sulle spalle e – dopo aver sollevato lo sguardo verso il sole, che brillava nel cielo terso – si trovò a ringraziare Dio che il freddo non si fosse ancora fatto sentire in tutta la sua furia. Non avrebbe mai potuto affrontare l’inverno con la veste che indossava: era troppo leggera, scollata, e ormai stracciata in più punti.
Sospirò e riprese la corda fra le mani, cercando di ignorare il dolore ai palmi, ma una mano maschile le prese la corda e senza fatica tirò su il secchio.
Regina rimase a capo chino, evitando di guardare l’uomo che le aveva fatto quella cortesia: non voleva avere nulla a che fare con i soldati svevi. Non che avesse da lamentarsi del loro comportamento; con lei non si erano mai permessi le confidenze che osavano con le altre sguattere, ma neppure li aveva mai incoraggiati con sguardi maliziosi e sorrisi invitanti.
Mormorò quindi un breve ringraziamento e, decisa a non concedere al soldato una parola in più, sollevò il secchio che lui aveva messo a terra, voltandosi per andarsene.
― E l’altro? ― chiese l’uomo, scostandosi un poco per bloccarle il passaggio.
La ragazza sussultò. Non la sentiva da settimane quella voce dai toni aspri e profondi, ma non l’aveva scordata.
Aveva pregato di non incontrare mai più il barone e, ora che lo aveva davanti, non capiva perché il cuore dovesse batterle così frenetico in petto, proprio com’era accaduto in passato con Guido. È paura, si disse. Soltanto paura di un nemico che poteva rivelarsi implacabile. O, forse, era la vergogna che provava al ricordo dell’intimità che c’era stata fra loro.
― Avete ragione, signore… ― rispose, posando di nuovo il secchio. ― Ma non disturbatevi, farò da sola. Mi… sono abituata, ormai.
― Davvero? Sembri così fragile. E ti sei ferita ― replicò Stephan prendendole una mano e sfiorandola con dita leggere.
Regina sentì un brivido percorrerle la schiena e ritrasse in fretta la mano per nasconderla dietro la schiena.
― Non è nulla e… non sono fragile ― sussurrò, ricordando con fastidio le parole offensive che lui aveva pronunciato quel giorno. L’aveva giudicata troppo magra, insignificante e insoddisfacente; e di certo lo pensava, poiché l’aveva respinta. ― Riesco a fare tutto discretamente ― aggiunse con dignità.
― Non ti manca la convinzione di essere perfetta… hai paura di guardarmi, Regina?
La ragazza alzò la testa di scatto e incontrò gli occhi grigi, in quel momento canzonatori. ― Non ho questa paura, signore. Se permettete, dovrei portare il secchio in cucina.
― Continui a dimenticare l’altro ― ribatté lui divertito. ― Che senso ha portarne fuori due, se poi ne riporti dentro uno solo.
Con stizza, Regina si voltò, e appeso il secchio vuoto al gancio lo calò nel pozzo. Quando lo sollevò, lui non si offrì di aiutarla e Regina fu costretta a sopportare il suo sguardo sfrontato mentre prendeva entrambi i secchi. Sapeva di essere goffa quando ne riportava in cucina due alla volta, e rovesciava sempre molta acqua, ma… al diavolo, non gli avrebbe mostrato la sua debolezza.
Quando ebbe fatto pochi passi, lui la fermò di nuovo.
― Ti trovi bene in cucina?
Il tono provocatorio la esasperò. Doveva immaginare che nessuno poteva essere felice di lavorare in schiavitù dall’alba al tramonto! E nonostante sapesse bene di dover ignorare il suo sarcasmo, sbottò: ― Appena un po’ meglio di come mi sono trovata nei sotterranei.
Stephan rise. ― È una lamentela, la tua?
Regina si morse il labbro inferiore. Avrebbe avuto di che lamentarsi, certo: le umiliazioni, le offese, gli scherzi, cui era sottoposta ogni giorno, orditi da chi sembrava volersi vendicare di qualcosa che lei non aveva mai fatto, o, forse, soltanto per quello che era stata. Ogni giorno che passava, la schiera delle sue nemiche si ingrossava e gli scherzi innocui erano ormai diventati vere e proprie
cattiverie. Le avevano bruciato la veste di lana pesante che Hilda le aveva fatto avere e avevano tagliato a pezzi la coperta con la quale si scaldava la notte. Ma che avrebbe fatto il barone nell’apprendere queste cose, se non ridere di lei?
― No. Non ho lamentele da fare ―. Tossì, anche se non avrebbe mai voluto accadesse al suo cospetto, e voltò la testa di lato. ― Potrei andare? Ho… freddo.
― Non hai altro da metterti addosso? ― chiese il barone bruscamente, facendo scorrere lo sguardo dal bel viso arrossato al pezzo di stoffa che le proteggeva le spalle; dal vestito lacero, ai piedi nudi.
Regina lo guardò stupita. Provava pietà? Doveva essere ben miserevole per ispirargliela. ― Sì ―
mentì con fierezza.
Stephan pensò che i suoi occhi, al riflesso del sole, diventavano decisamente viola; e che era bellissima con quella pelle d’avorio e le guance accese. Nonostante la miseria dell’abito, lei era pulita, e i capelli, neri come quelli dei saraceni, erano ben raccolti in due trecce verginali ai lati del viso.
Desiderò poterla trattenere, ma sapeva che vi sarebbe riuscito soltanto costringendola.
― E così… ― disse gelido, sfogando la sua frustrazione con le parole ― ti trovi bene. Fare la serva è meglio dei sotterranei, della morte e… di me!
Regina trattenne il respiro, consapevole che l’umore del barone era cambiato e che lei ne era la causa. Non era dunque ancora soddisfatto? Voleva vederla strisciare ai suoi piedi? ― Posso… ritirarmi? ― chiese con voce atona.
― Che aspetti, dannazione! Che li porti io i tuoi secchi?
La fanciulla arrossì e s’inchinò appena prima di prenderli. E col cuore che batteva disordinatamente, camminò rigida verso la cucina, sentendosi addosso per tutto il tempo lo sguardo furioso dello svevo.
* * *
― Che voleva il barone?
Regina posò a terra i secchi, facendo un lago ai suoi piedi, e osservò con impazienza Matilde che, con le mani spavaldamente appoggiate ai fianchi, la guardava quasi fosse stata la sua padrona.
― E a te che importa?
La ragazza si passò una mano fra i capelli, con fare civettuolo. ― L’altra notte sono stata a letto col barone. Che uomo stupendo! Lui sa come soddisfare una donna fra le coltri. E ha un corpo perfetto: forte, muscoloso… e poi fa cose…
― Basta! Non m’interessano i particolari sudici dei vostri amplessi! ― la interruppe Regina, sdegnata. Che il barone fosse bello lo sapeva; aveva occhi per vedere e memoria per ricordare con chiarezza i suoi baci.
― Sei gelosa ― disse Matilde fra i denti, con un mezzo sorriso soddisfatto che le dava un aspetto malvagio. ― Sei gelosa perché non ti ha voluto. Eri viva soltanto per scaldargli il letto e lui ti ha condannata a fare la serva! Non vuoi sentire? Ma io te lo dirò lo stesso ―. E, ridendo, continuò a vomitarle addosso il racconto spudorato di quella loro notte di passione. ― Molto presto mi rimanderà a chiamare. È un vero uomo; ha bisogno spesso di una donna e forse farà di me la sua donna.
― Forse. Se ti rende felice, te lo auguro.
Considerato chiuso l’argomento, Regina prese uno straccio e si inginocchiò a terra per asciugare dov’era bagnato. Non vide la furia brillare negli occhi scuri della ragazza; sentì un colpo fortissimo alla schiena e cadde a terra bocconi, trascinando con sé uno dei secchi.
― Non ci credi, vero, sgualdrina nobile? Pensi che il bel barone non si prenderebbe mai una come me? ― E mentre inveiva, la colpiva ripetutamente con il piede nudo.
Gemendo, Regina cercò di risollevarsi. ― Per quel che m’importa, può anche sposarti!
― Ma non ci credi! Immagini che un uomo sia attratto soltanto dai bei modi? Quando è a letto, vuole il fuoco sotto di sé; vuole risposte appassionate, non ritrosie verginali! Tu non saresti mai capace di soddisfare il barone e non farai certo colpo su di lui con quella tua arietta sdegnosa.
Regina sfuggì a un altro colpo e, ansante, appoggiò la schiena contro la parete, le braccia in avanti, per tenerla lontana. ― Non è quello che voglio. Smettila, ti prego!
― Mi hai preso per una stupida? Maria… Esperia! ― chiamò forte Matilde. E quando le due sguattere misero piede nella stanza, continuò: ― Che ne dite di far capire alla contessina che deve lasciar stare gli uomini che non le appartengono?
Maria, una ragazza sui sedici anni con una faccia lunga come quella di un cavallo e la pelle grigiastra, si avvicinò con fare nervoso. ― Lasciala stare. Orsina ha detto che se l’avessimo infastidita ancora, lo avrebbe riferito alla sveva.
― Quella vecchia farà bene a tenere la sua boccaccia chiusa ― replicò Matilde con spregio. ― Ma cosa vuoi che faccia la sveva? È una serva come noi, e non andrà certo a piagnucolare dal barone per far piacere a lei ― continuò accennando col mento a Regina. ― E poi io sono quella che gli piace. È con me che ha fatto l’amore l’altra notte.
― Oh… per una volta… ― borbottò Esperia, pulendosi le mani sporche di grasso nel grembiule.
Matilde sollevò il mento con sfida. ― Mi cercherà ancora. Io so come piacere a un uomo.
― Oh mio Dio… basta! ― gridò Regina disgustata.
― Basta cosa, inutile puttana? ― sibilò Matilde, voltandosi di scatto, come una serpe.
― Ma via, lasciala stare ― insistette Maria. ― Sono stanca di questa storia.
― Lo faccio per te, stupida! Io ho visto tutto: civettava vicino al pozzo con quel bel soldato che ti piace tanto. E dovevi vedere come la guardava lui… si capiva che moriva dalla voglia di sollevarle la veste.
Regina scosse la testa incredula. Anche questo! Quella dannata bugiarda si sarebbe inventata qualsiasi cosa per renderla odiosa anche a chi ancora la tollerava. ― Smettila, smettila di mentire!
C’era soltanto il barone al pozzo e io non faccio la civetta con nessuno. Come puoi essere così meschina e crudele! Cosa mai ti ho fatto?
― E poi ha preso l’acqua… ― continuò Matilde senza ascoltarla. ― L’ha mai fatto con te? No, vero? Ma lei è una signora da servire. Oh… ― aggiunse quasi se ne stesse scordando ― le ha anche accarezzato la mano. Che gesto gentile ―. Si strinse nelle spalle e aggiunse con fare affettuoso: ―
Ho paura che tu non abbia speranze.
Maria provò i morsi della gelosia e dell’invidia. La contessina era molto bella, come avrebbe potuto competere con lei? Anche sporca e stracciata la Balestrieri restava sempre la più attraente di tutte. Quasi che il Signore avesse voluto regalare ai potenti anche il dono della bellezza.
― Perché non le diamo una bella lezione? Qualcosa di più che bruciarle il vestito e farle a pezzi la coperta ― incalzò Matilde. ― Mi domando se gli uomini la vorrebbero ancora senza quei suoi bei capelli lucidi e la testa liscia come quella di un maiale. Magari potremmo anche tagliuzzarle un po’
quella faccina pallida da cagnetta nobile, oppure toglierle un occhio, perché i capelli ricrescono ―
aggiunse poi ridendo, come se le ultime minacce fossero solo uno scherzo.
Regina si appiattì contro la parete, cercando di strisciare verso la porta. Non le importava dei capelli, ciò che temeva era che quella ragazza potesse farle davvero del male prima che le altre sguattere si rendessero conto che forse non si trattava di uno scherzo. ― Maria… ― gemette ― non ho mai visto il tuo uomo.
― La prossima volta le porterà anche i secchi ― continuò Matilde, rigirando il coltello nella piaga.
Maria fece una risata aspra. ― Va bene, tagliamole i capelli, così non ci darà fastidio per un po’.
― Non mi piace, non voglio entrarci! ― sbottò Esperia, scuotendo ripetutamente la testa. Si era lasciata trascinare troppo spesso da Matilde, e, in fondo, lei non aveva rancori da sfogare sulla contessina. E se poi un giorno avesse ripreso il suo posto? Le fortune erano alterne, e suo padre era
convinto che prima o poi i milanesi si sarebbero battuti per riavere i loro territori. Che sarebbe stato di lei, allora?
― E chi ti trattiene, bastiamo noi due per far bella questa sgualdrina nobile. Non è così, Maria?
― rise Matilde.
Esperia incontrò lo sguardo disperato di Regina e provò pietà.
― L’avete spaventata abbastanza. Smettetela, adesso, altrimenti chiamerò la sveva! ― Ma le sue parole caddero nel vuoto, e quando vide Matilde prendere dal tavolo un grosso coltello da cucina e impugnarlo con un’espressione maligna, temette che non sarebbero stati tagliati soltanto i capelli.
Cominciò quindi a gridare, chiedendo aiuto.
* * *
Frustrato per quanto era accaduto al pozzo, Deinburg aveva deciso di scaricare la collera esercitandosi alla quintana; e stava per dirigersi verso lo spazio apposito con il suo scudiero quando udì gridare.
Il giovane Rochus rise, borbottando un insulto all’indirizzo delle sguattere che, al solito, stavano litigando.
― Quando quelle cornacchie discutono, signore, fanno sempre un chiasso infernale e si ammazzano di botte. L’altro giorno una ragazza è uscita dalla cucina con una guancia grondante sangue:
pareva fosse stata attaccata da un falcone ―. Fece una smorfia. ― Francamente non mi piacerebbe vedere una femmina della mia casa fra loro.
Il barone annuì. Già… nemmeno a lui. Ma la bella milanese c’era, e non era meno fragile e neppure più amata di quanto lo sarebbe stata sua cognata Lieselotte a Hezen, alle stesse condizioni.
Un altro grido si levò forte e disperato.
― Credete debba andare a vedere, signore?
― No davvero, Rochus ― rispose Stephan ironico. Lasciale sfogare, saranno più concilianti al calar del sole.
Ma quando una giovinetta uscì in cortile, gridando che stavano uccidendo damigella Regina, fu tutta un’altra cosa. In pochi attimi il barone raggiunse la cucina e, dopo aver spalancato la porta con un calcio rabbioso, entrò come una furia.
Quando lo vide, una ragazza dai capelli ricci si fece da parte spontaneamente e cadde in ginocchio con un gemito strozzato. L’altra, una sgualdrinella che si era portato a letto un paio di sere prima, lasciò cadere il coltello che teneva fra le mani, guardandolo con un misto di timore e di sfida. Ai suoi piedi era rannicchiata Regina, le braccia strette intorno al capo a proteggere il viso, mentre le sue lunghe trecce ormai recise parevano serpentelli privi di vita sul pavimento di pietra.
Con violenza, Stephan scansò Matilde gettandola a terra. ― Toglimi dalla vista queste due cagne!
― ordinò al suo scudiero. ― Penserò più tardi cosa fare di loro ―. Si chinò su Regina e, dopo averla fatta alzare, le abbassò delicatamente le braccia. “Povero uccellino ferito”, pensò guardandola con dispiaciuta tenerezza. Era colpa sua se le avevano fatto del male, perché aveva voluto umiliarla, spezzare le sue ali.
Solcò con la punta delle dita la lieve ferita che le segnava il collo sotto la guancia destra e le sfiorò appena i capelli neri, lunghi ormai solo un dito sotto gli orecchi.
Senza parlare la sollevò fra le braccia e lei fece qualcosa che non aveva mai sperato di vederle fare: gli si abbandonò contro e con un sospiro affondò il volto nel suo petto.
Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.
i commenti sono soggetti a moderazione
Tutti i diritti riservati. I contenuti presenti su questa pagina sono di proprietà esclusiva dell'autrice/autore e non possono essere riprodotti, diffusi o copiati.


