UN UOMO DA ODIARE
Capitolo 6 di 21

Scritto il 08/07/2026
da MIRIAM FORMENTI


⏱ ~16 min · 3124 parole

Milano, Sestiere Porta Nuova

Palazzo Bossi

 

Immobile davanti alla finestra, Guido Bossi fissò uno sguardo cupo sul cielo rosso del tramonto. Era quasi una sfida un tempo così bello in un ottobre tanto infausto, in una città che pareva morta. Tutti a Milano avevano perso qualcuno e lui… lui forse aveva perduto il suo unico amore.

Lo svevo aveva affermato che entro tre giorni avrebbe mandato un messaggero con la risposta e, anche se lui non si fidava della parola di un nemico, era rimasto in attesa. Tre giorni… ma ormai si avvicinava l’imbrunire e la speranza che aveva dominato quell’attesa stava lasciando posto a un oscuro presentimento. Di quanto tempo aveva ancora bisogno, quel maledetto bastardo, per prendere una decisione? Da San Martino, Milano era raggiungibile in un paio d’ore e persino il giorno che stava passando era stato di troppo. Era chiaro che Deinburg stava facendo un gioco al rialzo per cui lui non avrebbe potuto, né voluto, negoziare. Dio… qualsiasi cifra pur di riavere Regina. Sarebbe andato a umiliarsi da parenti e amici pur di toglierla dalle mani sporche di sangue di quei cani!

Regina… quanto l’aveva sognata, mentre languiva in quella lurida cella a Lodi, incatenato e debole per la febbre. Soltanto il pensiero di lei, soltanto immaginare che lo stava aspettando, gli aveva dato la forza di continuare a vivere. Regina… così dolce e impulsiva, innocente e provocante al tempo stesso. Bellissima, così come l’aveva vista l’ultima volta, con i lunghi capelli neri sparsi sulla schiena che sfioravano come serpenti tentatori le sue mani strette intorno ai fianchi. Come aveva desiderato farla sua in quel momento, vincere con i baci la sua riluttanza. Ma c’era la guerra. Lui poteva morire e lei restare senza onore, magari con un figlio in grembo.

Le labbra assunsero una piega amara. Era stato forte e aveva resistito, ma per cosa, poi? Per saperla prigioniera, forse ferita, offesa. L’aveva lasciata per andare alla guerra, per difendere una città che era stata offerta all’imperatore dopo un solo mese d’assedio, quando l’esercito nemico era assottigliato dalle febbri, quando si poteva ancora, con un po’ di coraggio, ricacciarlo indietro.

Con rabbia scaraventò a terra la coppa di vino che teneva fra le dita e si passò una mano nervosa sulla barba scura, in contrasto stridente con la faccia pallida, quasi cadaverica. Dio… la sua donna usata, assalita da quei bastardi! Scosse la testa come impazzito e trovò un momentaneo sfogo colpendo il muro con un pugno rabbioso. Dannazione! Se suo padre non lo avesse fatto ragionare, sarebbe montato a cavallo giorni prima, appena uscito dal delirio, e sarebbe corso a liberarla.

Il bussare leggero alla porta lo fece voltare di scatto, e con voce carica d’impazienza invitò chi lo cercava a entrare.

Ulrico Bossi entrò nella stanza con passo stanco. Teneva nella mano destra una pergamena alla quale erano stati tolti i sigilli. Il suo viso non prometteva niente di buono e Guido, con le labbra tirate e gli occhi accesi come tizzoni ardenti, fece un passo verso di lui.

― Avete notizie, padre?

L’uomo annuì con aria sconfitta. ― Sì, ma non buone.

― Il maledetto ha chiesto di più, vero? Me lo aspettavo.

Il vecchio Bossi non rispose. Non gli aveva detto dei suoi dubbi; non aveva voluto ferirlo e non aveva voluto rischiare facesse qualche pazzia. E ora che quei sospetti erano divenuti realtà, gli pareva di averlo ingannato. Soffriva a vedere suo figlio in quelle condizioni. Si era quasi rovinato per riscattarlo dagli imperiali ed era stato disposto a rinunciare fino all’ultima moneta per liberare anche

Regina, il suo amore, la sua ossessione. Dio sapeva se non avrebbe preferito morire, invece di comunicargli quella brutta notizia.

― Padre…

― No, Guido, non chiede di più. Non vuole nulla; l’ha sposata.

Guido spalancò gli occhi, incredulo. ― È impossibile, lei non avrebbe mai accettato ―. Strappò il messaggio dalle mani del padre e lo lesse con occhi febbrili. Per un attimo sembrò impietrito. Dopo parve preso da una rabbia folle e imprecando lo gettò nel fuoco. ― No, dannazione! Non lo accetterò mai!

― Devi, ragazzo. Non puoi cambiare ciò che è stato.

― Credete? Posso fare a pezzi quel bastardo, renderla vedova e portarmela via!

― È impossibile, lo sai ― disse Bossi, sospirando. ― Quel castello è una fortezza, ora. Non riusciresti nemmeno ad arrivare al boschetto. Hanno pattuglie ben organizzate e giurerei di aver visto degli arcieri sugli alberi.

― Regina non può averlo sposato! ― ripeté Guido.

― Lo svevo non ha ragione di mentire. Se l’avesse uccisa non avrebbe temuto di comunicarcelo; e, se fosse ancora sua prigioniera, avrebbe interesse a incassare il riscatto. L’ha sposata, ti dico! L’ha costretta, certamente, ma ora è la sua sposa e tu devi fartene una ragione.

― Dovrà dirlo a me, allora! Lo sfiderò e non potrà rifiutare.

― Forse no ― replicò Ulrico. ― Ma pensi davvero che se anche dovessi riuscire a batterlo, i suoi uomini, poi, ti lascerebbero andare via con Regina?

― Rolando! ― chiamò forte Guido, ignorando le parole del padre. ― Rolando, dannazione! ―

ripeté, avvicinandosi con passo ancora insicuro alla porta.

Un attimo dopo comparve sulla soglia lo stesso uomo che aveva accompagnato Ulrico Bossi a San

Martino. Aveva combattuto con Guido per la loro città ed era stato lui che, lasciato sul campo di battaglia perché creduto morto, lacero e sanguinante aveva portato alla famiglia notizie del suo giovane padrone.

― Riunisci gli uomini e fai sellare i cavalli ― gli ordinò. ― Si va a San Martino.

― Sei pazzo? ― gridò Ulrico. ― Cosa credi di poter fare, se non lasciarti ammazzare? È sposata, ormai. Sposata! Non c’è più nulla da fare, rassegnati. Pensa solo, se l’ami davvero, che per lei è stato il minore dei mali. Avendola fatta sua sposa, lo svevo la rispetterà. Rifletti: se avesse dovuto subire le…

― State zitto! ― lo interruppe Guido brutalmente. ― State zitto, padre, perché potrei colpirvi! Se anche cento uomini avessero potuto disporre di lei, continuerebbe a essere mia. Mia, capite? Rolando, fa’ come ti ho detto ― ordinò poi con più calma al suo uomo, congedandolo. ― Non avrei mai dovuto ascoltarvi, padre. Un negoziato, maledizione! Un negoziato quando quei cani conoscono soltanto il linguaggio della spada! ― Si mosse in fretta per afferrare la sua arma, ma dovette aggrapparsi al bordo del tavolo per non cadere.

Rolando e l’uomo più anziano si scambiarono uno sguardo preoccupato.

― Io non credo sia una buona cosa, signore ― si permise di dire Rolando. Aveva condiviso i dubbi di Bossi e conosceva il contenuto del messaggio giunto da San Martino, poiché il suo signore lo aveva informato prima di comunicarlo a suo figlio. ― Vi farete uccidere, fareste uccidere tutti e non avrete damigella Balestrieri. Sono assolutamente convinto che il barone svevo accetterebbe la vostra sfida – credo lo divertirebbe e, probabilmente, se doveste vincere, vi lascerebbe libero – ma

non vincereste. È più forte di voi ― aggiunse spietato e leale. ― Io l’ho visto. Suppongo che partirebbe avvantaggiato anche se voi foste nel pieno delle vostre forze e… non lo siete.

― Credi che mi spaventi quel barbaro? Anzi, mi stai dicendo che forse ho una possibilità perché può avere onore.

― Perché non attendete momenti migliori? ― suggerì allora Rolando. ― Sarà tardi per sfidarlo, ma potreste trovare un modo diverso. Forse damigella Regina avrà bisogno di voi, in futuro, e non l’aiuterete di sicuro facendovi massacrare adesso.

Quelle parole non erano state sincere. Rolando non considerava il matrimonio un sacramento privo di significato, anche se era stato imposto. La Balestrieri era la sposa dello svevo e tale sarebbe rimasta. Ma servirono allo scopo.

Guido si accasciò sulla sedia, battendo ripetutamente un pugno sul legno opaco del tavolo. Sposata… la sua Regina era sposata. Ora comprendeva appieno la realtà e i suoi significati. Si sentì sconfitto e impotente, tanto che avrebbe voluto poter piangere come un fanciullo. Sapeva bene che suo padre e Rolando avevano ragione. A che serviva correre in quella che ormai era una tana sveva?

Come arrogarsi il diritto di un altro?

― Mi dispiace, ragazzo ― sussurrò Ulrico posandogli le mani sulle spalle. ― Aspetta… forse dimenticherai.

― Non dimenticherò mai, padre, ma aspetterò ―. Un’espressione decisa si dipinse sul bel volto scarno e gli occhi scintillarono di una luce aspra. Doveva solo trovare la forza di resistere. Gli uomini del Barbarossa non avrebbero razziato ancora per molto nella campagna milanese e, infine, sarebbe venuto il momento di ammazzare quel bastardo che si era preso la sua donna. Credeva in Regina e sapeva che il suo cuore gli sarebbe sempre appartenuto. ― Perdonatemi per ciò che ho detto… ma vi prego di lasciarmi solo, ora ― aggiunse dopo una pausa che straziò il cuore del vecchio Bossi.

― Come vuoi, Guido, ma… ― Rinunciò a dire altro e fece un cenno a Rolando perché lo seguisse.

Si chiedeva cosa avrebbe potuto fare – una volta rimasto solo – quel giovane impulsivo e innamorato.

Il richiamo di Regina poteva essere tanto più forte del raziocinio e delle promesse fatte a un padre preoccupato? Decise quindi che avrebbe lasciato un servo a ogni uscita, e ordinò a Rolando di vegliare in fondo al corridoio.

Ma Guido non si rese neppure conto di essere rimasto solo, e rimase ore e ore seduto su una sedia a chiedersi come avrebbe potuto sopportare di sapere la sua Regina amata da un altro.

Era la sua promessa da quando era nata, da quando lui aveva sette anni. Era stata la sua protetta quando i cugini si facevano beffe di lei perché voleva imitarli in tutto: correre, cavalcare, studiare e, qualche volta, colpire di spada. Era stata il suo amore da quando era sbocciata in una donna incantevole. E ora… ora apparteneva a un altro.

Qualcuno bussò e, rabbioso, Guido ordinò all’intruso di andarsene.


* * *

― Sono Rosa, Guido. Ti ho portato la cena.

― Vattene, non ho fame.

Rosa Bonfanti osservò con aria triste il vassoio carico di cibo che lei stessa aveva preparato con tanta cura.

La giovane apparteneva a quella categoria di donne dalla bellezza quieta. Si doveva guardarla due volte per scoprire che i capelli castani, che portava quasi sempre raccolti in due trecce ai lati del viso, avevano riflessi ramati e che gli occhi, grandi e innocenti come quelli di una cerbiatta, si accendevano del colore del topazio alla luce generosa del sole. Il viso era minuto e il nasino dritto e la bocca morbida lo guarnivano in perfetta armonia. Di piccola statura, era tonda e morbida come un pezzo di burro, ma i vestiti che indossava, discreti come lei, non sempre le rendevano giustizia.

Figlia di un nobile ucciso durante l’ultima crociata, Rosa era stata accolta come una figlia dal padrino, il vecchio Bossi, quando due anni prima anche la madre era venuta a mancare.

A diciassette anni era consapevole che prima o poi il padrino si sarebbe liberato del suo fardello, dandola in sposa a qualcuno che avrebbe accettato la modesta dote che lui era stato tanto generoso di assegnarle. Qualcuno non troppo importante, forse, ma di buona razza, come lo era lei. Da settimane, tuttavia, sapeva che non avrebbe potuto accettare nessun altro che Guido, ed era quindi rassegnata a entrare in convento.

Aveva creduto di impazzire nel periodo in cui di Guido non si sapeva più nulla. Non aveva alcun peso, per lei, essere prigioniera, con tutti gli altri cittadini dentro la città assediata. Alla resa si era sentita felice, non perché lo spettro della fame fosse stato scacciato, ma soltanto perché si era saputo che lui era vivo e che poteva essere riscattato. Mai, neppure per un momento, aveva voluto credere che fosse morto, e aveva sofferto con lui per le sue ferite del corpo e dell’anima, perché lo amava così tanto da accettare tutto, anche il suo amore per un’altra donna, se questo poteva renderlo felice.

Ma ora era tutto cambiato. Guido era solo e la sua sofferenza era vuota di speranza. Avrebbe potuto cedere, lasciarsi morire, e toccava a chi lo amava fare qualcosa, dargli una ragione per vivere.

Allontanò da una guancia i capelli, che quella sera aveva sciolto e che da sotto il cerchio che le fasciava la fronte si allargavano vaporosi fino alla schiena. Risplendevano di un rosso acceso al riverbero della luce della lucerna agganciata alla parete, e gli occhi brillavano come stelle. Si guardò la veste, che scendeva liscia fasciando appena la tonda figuretta, e con un sospiro spinse la porta, trattenendosi dal fuggire quando udì la cupa imprecazione dell’uomo.

Era buio nella stanza, e dopo aver posato il vassoio sul tavolo, vicino alla porta, Rosa prese il candeliere e accese ciò che era rimasto della candela di sego con il lume del corridoio. Faceva freddo; senza una parola corse vicino al camino, smosse la cenere fra le braci del fuoco morente e aggiunse un paio di ceppi.

― Rosa, ti ho detto di andartene ― ripeté Guido con voce spenta.

― Ho sentito ― sussurrò lei, trovando il coraggio di avvicinarsi e di posargli la mano fresca sulla fronte ardente.

― Hai ancora la febbre. Qui fa freddo e devi mangiare. È un giorno intero che non tocchi cibo.

Lui le allontanò la mano, infastidito. ― Sto bene, Rosa. È un’altra la febbre che mi divora.

― Lo so, Guido, lo so. E soffro tanto per voi due ― disse sincera. ― Vorrei che…

― Va’ via, Rosa. Va’ via… ― la interruppe lui, che non voleva consolazione.

Lei lo guardava con occhi lucidi di lacrime. Era l’ombra dell’uomo che era stato: il sorriso che sempre gli aveva acceso lo sguardo era svanito da tempo; gli occhi erano infossati come quelli di un vecchio e la bocca era piegata in una smorfia amara. Aveva necessità di cibo per riprendere vigore, ma anche di tenerezza per ritrovare il desiderio di vivere. Si chiese se il calore del corpo di una donna, una qualsiasi, gli avrebbe fatto scordare, anche se per breve tempo, il dolore che lo assillava.

Se questo era possibile, lei era pronta, e non si curava di abbassarsi, con l’offerta del suo corpo, al livello di una meretrice.

― Per favore… ― insistette lui.

Rosa scosse appena la testa. “Non ora”, pensò. “Non ora”.

Senza più riflettere sciolse i lacci del vestito e con un movimento lento, esitante, se lo lasciò scivolare ai piedi. Rabbrividì per il freddo, ma restò immobile, tenera figuretta avvolta solo dalla luce rossastra della fiamma del camino, in attesa che lui si ricordasse che lei esisteva.

Guido sollevò lo sguardo e la fissò incredulo ― Oh… mio Dio ― bisbigliò con voce sorda. ―

Rivestiti, ti prego ―. Era come se la vedesse per la prima volta; quella ragazzetta silenziosa che girava per casa da due anni. Ai suoi occhi era sempre stata come la sorella che era morta tanti anni prima: una bambina. Ora la vedeva per la donna che era, una giovane donna innamorata, e ne fu turbato.

Si alzò di scatto e si chinò per raccogliere il vestito e coprirla, ma le sue mani indugiarono sui fianchi e lentamente accompagnarono la veste fino a sfiorarle i seni.

― Non tentarmi così, Rosa, non posso farti questo. Va’ via, prima che sia troppo tardi.

Non doveva, non poteva farla sua, ma sentiva di desiderarla, nonostante il dolore che provava per la perdita di Regina, nonostante tutto. Da troppo tempo non accarezzava il corpo di una donna, e lei gli appariva bella e innocente nella sua silenziosa offerta di sé. Aveva un profumo dolcissimo, irresistibile, e quando, ignorando la sua preghiera, Rosa sollevò le braccia per cingergli la nuca,

Guido si sorprese a stringerla a sé. ― Non posso farti questo ― ripeté, consapevole, tuttavia, di essere ormai vinto, mentre avvicinava le labbra a quella bocca pronta a lasciarsi assaporare.

― Rosa… ― mormorò mentre la veste scivolava nuovamente a terra. ― Rosa… ― Poi non pensò più al male che le stava facendo ma soltanto a stringerla, a baciarla, a farla sua, ricordando, grazie a quegli istanti preziosi, che era ancora un uomo.


* * *

Rosa non aveva mai immaginato quanto potesse essere esaltante concedersi all’uomo amato. Era partita con l’intento di consolare Guido, non certo di trarne piacere. La balia descriveva sempre gli uomini come animali da monta; non avrebbe mai creduto che mani così possenti nel maneggiare il ferro potessero farsi tanto gentili sulla pelle di una donna. Ne aveva goduto e non provava alcun rimorso. Donando ogni cosa all’uomo che ancora la stringeva a sé, aveva scoperto che lui aveva ancora molto da offrirle: non solo passione, ma una inaspettata tenerezza, se non amore.

Guido la liberò dal suo abbraccio e fissò lo sguardo nel vuoto davanti a sé. ― Ti ho fatto una cosa tremenda, Rosa.

― No. Non è vero ― rispose lei senza osare toccarlo. ― Io l’ho voluto, e sono felice se ti ha dato un po’ di gioia.

Lui si voltò a guardarla, improvvisamente infuriato. La prese per le spalle e la scosse. ― Ma non capisci? Ti ho rovinata! Chi vorrà sposarti dopo questo e… che Dio mi perdoni, neppure io lo voglio.

Non ho perduto la speranza di riavere Regina, perché prima o poi ucciderò lo svevo che me l’ha rubata!

Quelle parole furono come una frustata per lei. Le lacrime le velarono gli occhi e abbassò il viso perché lui non potesse vederle, nonostante il buio. ― Non mortificarmi ― mormorò. ― Non mi sono data a te per catturarti.

Con un’esclamazione dolorosa, il giovane la prese di nuovo fra le braccia, stringendola forte. Era un animale! L’esperienza con lei era stata stupenda e pulita, come mai gli era accaduto. Tenerla fra le braccia era un miracolo, e lui la umiliava come avrebbe potuto fare con una meretrice.

― Perdonami. Sono uno stupido, un pazzo. Non volevo essere così duro. Vedi… io vorrei…

Rosa gli posò delicatamente una mano sulle labbra. ― Non dire niente. Dimentica ciò che è accaduto, se vuoi.

Con la stessa dolcezza si sciolse dal suo abbraccio, scese dal letto e si vestì in fretta. Aveva voglia di fuggire, rifugiarsi nella sua camera per sfogare il suo dolore.

Era entrata in quella stanza per dargli conforto, ad ogni costo, senza rendersi conto che, in un angolo riposto del suo cuore, aveva avuto la speranza che appartenergli fisicamente lo avrebbe fatto innamorare di lei. Che stupida!

Gli lanciò un ultimo timido sguardo prima di uscire, e il cuore si gonfiò di tenerezza. Nonostante tutto, ancora non era pentita di avergli offerto il suo amore. Non se ne sarebbe pentita mai.

 

FINE CAPITOLO
LA LETTURA CONTINUA SEGUENDO LA FRECCIA
SE IL LINK NON È ATTIVO IL CAPITOLO È IN ARRIVO

 




 


Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.

i commenti sono soggetti a moderazione

Tutti i diritti riservati. I contenuti presenti su questa pagina sono di proprietà esclusiva dell'autrice/autore e non possono essere riprodotti, diffusi o copiati.