UN UOMO DA ODIARE
Capitolo 8 di 21

Scritto il 15/07/2026
da MIRIAM FORMENTI


⏱ ~26 min · 5151 parole

Al castello

Stephan Deinburg congedò il soldato che gli aveva portato il messaggio e si rivolse al fratello che, disteso su una sedia, i piedi incrociati sul tavolo, gustava lentamente l’acquavite appartenuta al conte Balestrieri.

― I milanesi hanno respinto i legati imperiali. Pare non fosse di loro gradimento il Podestà scelto da Federico. Ci sarà ancora guerra ― lo informò con quieta ironia.

― Dannati guastafeste! ― esplose Hans posando con forza il boccale sul tavolo. ― Adesso che cominciavo a star bene.

Stephan rise, divertito dall’espressione offesa che si era dipinta sul volto di suo fratello. Neppure lui, però, poteva negare che quella pausa alle ostilità fosse molto piacevole. Era febbraio, e si stava ben al caldo ― Davvero ti aspettavi che i nostri nemici se ne sarebbero stati tranquilli e avrebbero chinato il capo davanti agli ordini di Federico? Sappiamo entrambi che il nostro imperatore non è stato ai patti di resa. E non dimentichiamo che i decreti emessi a Roncaglia sono stati ingoiati a fatica anche dalle città che ci sono amiche. I genovesi hanno pagato dodicimila marche e promesso di ubbidire, ma continuano a costruire fortificazioni, e Piacenza ha rifiutato di abbattere le proprie mura.

― Sì, forse hai ragione ― replicò Hans con aria assorta.

Stephan posò sul tavolo il messaggio del barone Klein e aggiunse: ― L’amico Konrad, che mi scrive, dice che qualcuno ha sentito l’imperatore giurare che non avrebbe più messo la corona in testa fino a quando non avesse visto abbattere le torri di quella maledetta città. Vuole Milano rasa al suolo e i suoi cittadini in ginocchio, così darà prova della sua potenza ai consoli delle città che ancora ci sono nemiche e soddisferà le aspettative di quelle che si appoggiano a noi.

― E così sarà. Li annienteremo ― commentò Hans, fiero del suo imperatore e sicuro di far parte di un esercito invincibile.

Fra i due, Stephan era sempre stato quello più ragionevole e non confidava soltanto nella propria spada. Era stato certo che i decreti emessi a Roncaglia sarebbero stati difficili da attuare e non aveva sperato nella pace, anche se l’avrebbe voluta. ― Ne dubito, fratello. È troppo presto! ― dichiarò stringendo le labbra in una piega scontenta. ― I rinforzi dalla Svevia non arriveranno prima dell’estate, e se quei cani ci muovessero guerra, avrebbero il tempo di riprendersi tutti i feudi che abbiamo conquistato lo scorso anno.

― Temi per San Martino?

Stephan esitò prima di rispondere. Il feudo non era così esteso, e non era in una posizione strategica, seppure tanto vicino alla città. Le contee che dominavano le valli del nord, quelle, sì, erano importanti per la difesa nemica, poiché là i milanesi avrebbero potuto fermare la calata dei rinforzi svevi. ― Non so… ― disse infine. ― Non sarà certo il primo che attaccheranno se dovessero darci battaglia. Tuttavia potrebbe essere considerato in seguito, se mai dovessero vincere. Penso, fratello, che dovresti riaccompagnare Lieselotte a Pavia, ora che sta ancora bene per viaggiare. Tuo figlio deve nascere in un posto sicuro.

Hans si passò una mano sul viso. ― Sì… credo di sì. Ma preferirei poterla ricondurre a Hezen.

Stephan annuì. ― Anch’io vorrei portarci Regina e ricominciare una nuova vita. Sono stanco di guerre, e sono stanco di veder morire uomini con i quali ho bevuto la sera prima. Credo che i Deinburg abbiano dato a sufficienza all’Impero ―. S’interruppe, notando lo sguardo stupito del fratello.

― Che hai? Ti sorprendono i miei pensieri?

― No. A volte sono anche i miei ―. Hans bevve ancora, come se volesse prendere tempo. ―

Porterai davvero Regina a Hezen, quando torneremo?

― È la mia sposa ― ribatté il barone aspro.

― Nondimeno non saresti il primo a lasciare la sua compagna lombarda, al momento di levare le tende! Quasi nessuna è ansiosa di passare le Alpi. Ci considerano poco più che barbari. Regina potevi averla anche senza sposarla; sappiamo entrambi perché lo hai fatto.

― Ah sì? Illuminami ― lo sollecitò Stephan.

― La figlia di Wielber ti voleva, e, al tuo posto, io avrei trascinato davanti al prete anche la guardiana dei porci prima che l’imperatore mi ordinasse di prendermi quell’arpia. Peccato che la bella

Candida fosse già sposata.

― Non l’avrei sposata in nessun caso, e non ho pensato alla Wielber quando ho preso Regina.

Curioso e incredulo allo stesso tempo, Hans scosse la testa. ― È possibile che abbia ragione la mia Lieselotte: sei davvero innamorato di lei? ― E vedendo accendersi una luce pericolosa negli occhi di Stephan, aggiunse: ― Diavolo, non intendevo offenderti! Regina sarebbe perfetta per te se non fosse milanese e non avesse motivo di odiarti. Ricordi cosa diceva il nostro vecchio? Prendetevi tutte le femmine che desiderate, lottate per loro, se è necessario, ma rinunciate a quella che ha ragione di odiarvi. E lei ne ha ―. Esitò. ― Al diavolo… mi dispiace, ma sono tuo fratello e tuo amico, e in nome della nostra amicizia credo di avere il diritto di dirti ciò che penso.

― E allora continua ― replicò freddo Stephan.

― Che famiglia possiamo essere, per lei? Certo, tua moglie prova simpatia, forse anche affetto, per Lieselotte; ma poi… per quanto mi riguarda, credo sopporti appena la mia vista e non me ne stupisco: non sono irragionevole e ricordo bene il nostro primo incontro. E tu? L’hai mandata fra le sguattere, hai rifiutato di restituirla alla sua gente e l’hai obbligata a sposarti. Te la senti di fidarti di lei?

Stephan piegò le labbra in un sorriso amaro. ― Chi ha visto la morte in faccia, tante volte quanto l’abbiamo vista noi, non può illudersi. Ci sono uomini che si sono vendicati per offese minori di quelle che ho inflitto a Regina, e so che lei non dimenticherà mai, almeno non fino a quando resteremo qui ―. Guardò Hans dritto negli occhi. ― No, fratello, non mi fido completamente di lei, anche se… dannazione, non sai quanto vorrei farlo ―. Si versò con calma da bere e guardò distratto il liquido chiaro. ― Lieselotte ha ragione, sono pazzo della mia sposa milanese; e anche nostro padre aveva ragione. Diceva che era un inferno. Lui lo sapeva bene, aveva provato tutto prima di noi.

― E dunque, comincia a mandarla a Pavia. So bene che non lo desidera, ma se davvero dovesse esserci di nuovo una guerra…

― Ѐ vero ― riconobbe Stephan ― non vuole. Si è opposta al progetto con pianti, blandizie e piccole vendette personali. È proprio una moglie in questo, e se potessi illudermi, penserei… Oh, al diavolo! Tu accompagna Lieselotte al più presto. Per Regina deciderò quando conoscerò la risposta di Federico all’affronto dei milanesi. E se sarà come credo, temo che la baronessa dovrà rassegnarsi.

Sa farlo molto bene, qualche volta.


* * *

Dal muro merlato della torre, nella solitudine di quello spazio vicino al cielo, Regina guardò il piccolo villaggio, i campi coltivati e i frutteti adagiati sulla pianura sottostante. Più in là, di un verde brillante con macchie brune di colore, si distendeva il boschetto, e più oltre ancora, amata e odiata da migliaia di uomini, sorgeva Milano.

Per lei era più lontana della luna, perché era ancora e sempre una prigioniera, in una posizione falsa, proprio come la tregua esistente tra la città e l’Impero.

Forse ora avrebbe potuto tentare la fuga. Sarebbe stato difficile, certo, ma non impossibile. Sebbene l’attenzione delle guardie di Stephan fosse costante, da tempo era libera di cavalcare entro i confini del feudo. Pure non aveva mai osato nulla che potesse dare adito al più piccolo sospetto.

Paura? Forse. La collera di Stephan sarebbe stata terribile se si fosse scoperto ingannato. Ma le vere ragioni non erano altre? Ragioni che ogni tanto la sfioravano e che lei era risoluta a non ammettere? Cominciava a piacerle il ruolo che le era stato imposto? La giovane baronessa di Hezen era tenuta come una cosa preziosa da un marito attraente e forte che sapeva, quando voleva, dimenticare di essere un soldato. Un marito che rideva con lei di cose futili; un compagno che era anche un amante esperto e appassionato.

Sfiorò la catena che lui le aveva donato e lentamente le dita scivolarono sulla pietra del pendente.

Il rubino era da sempre simbolo d’amore: rosso come il sangue che scorreva nelle vene e che pulsava con violenza quando il desiderio si faceva intenso.

Si voltò di scatto udendo dei passi alle sue spalle e arrossì, con la sensazione di essere stata colta in fallo.

A Stephan non sfuggì il colore acceso delle sue guance. Si fece cupo. A che cosa pensava? Sarebbe mai riuscito ad avere tutto di lei? A non nutrire sospetti quando rispondeva ai suoi slanci con ardore?

A fare dei momenti di gioia qualcosa di cui lei non dovesse poi pentirsi o vergognarsi?

― Hilda mi ha detto che eri qui ― osservò brusco.

― Mi piace questo luogo.

― Il giardino è più bello.

Regina esitò. ― Sì… ma qui è diverso. È un luogo di raccoglimento, e posso pensare.

― A chi?

Lei si irrigidì. Certo non gli avrebbe confessato che stava pensando proprio a lui, a quello che provava quando era tra le sue braccia. ― Pensavo a cose frivole ― rispose infine, sfuggendo al suo sguardo e fissando con aria distratta il cielo privo di nubi.

Stephan comprese che mentiva. Strinse le labbra in una piega aspra, ricordando come solo pochi mesi prima lo avesse sfidato, affermando che i suoi pensieri le sarebbero appartenuti sempre, così come i suoi sogni. Tese le braccia e la strinse brutalmente alle spalle. ― A chi? ― ripeté con rabbia.

― A nessuno! ― gridò lei, chiedendosi come poteva provare momenti di tenerezza per lui. ―

Come potrei pensare a un altro uomo, quando ho la fortuna di avere uno sposo così gentile!

― Milano è là ― sibilò Stephan, ignorando la sua ironia e costringendola a voltarsi e guardare verso ovest, verso la città che da lì non si poteva comunque vedere. ― Ne hai nostalgia?

Regina non volle negare, sebbene non fosse tanto la città che rimpiangeva, quanto quello che aveva significato. ― È forse male, Stephan? ― sussurrò girandosi e sollevando la testa per poterlo guardare in viso. ― Tu non hai nostalgia del tuo paese?

― Sì ― riconobbe lui. ― E prima di quanto tu non creda, ci tornerò. Con te! ― aggiunse stringendola a sé quasi con rancore, e baciandola ripetutamente, senza tenerezza, ma con quella passione che accendeva i sensi della giovane donna. ― Mi hai stregato ― sbottò infine, allontanandola.

― Ed è così terribile? ― chiese Regina, guardando il suo sposo curiosa, quasi timida.

Lui cambiò improvvisamente umore, scoprendo con piacere i segni che i suoi baci le avevano lasciato sul volto: occhi languidi, guance accese, labbra tumide. ― Sì. Non deve distrarmi la nostalgia quando tu sarai a Pavia. Potrebbe essermi fatale.

Regina sussultò, e un barlume di quell’odio che avrebbe voluto irriducibile le attraversò lo sguardo. Non tollerava l’idea di andare in quel covo di traditori, di essere presentata a Federico e inchinarsi davanti a lui.

― Ebbene? ― chiese Stephan con gelida calma, fissandola intensamente. ― Hai improvvisamente ricordato le mie indegnità?

― Oh, Stephan, non voglio andare a Pavia. Mi sentirò un’estranea là. Anche i pavesi odiano i milanesi. Dimmi, quindi, come sarei trattata?

― Col rispetto dovuto alla baronessa di Hezen ― replicò lui tranquillo.

Tuttavia sapevano entrambi che il motivo del suo rifiuto non era quello. Stephan poteva soltanto sospettarlo, dal momento che non si fidava completamente di lei, ma Regina a San Martino si sentiva ancora una Balestrieri. Se fosse partita, le sue radici sarebbero state strappate per sempre e lei sarebbe stata per tutti soltanto la sposa di un Deinburg. Ma c’era anche altro: l’illusione, forse, che restando al castello tutto sarebbe, prima o poi, tornato com’era un tempo.

― Io non ti voglio lasciare ― aggiunse lei per blandirlo, con un tono che parve sincero persino ai suoi orecchi.

Lui le sfiorò le braccia, lentamente. Niente desiderava di più che tenerla con sé. ― Forse diventerà necessario ― disse.

― Perché? Ci sarà ancora guerra?

― Hai mai visto un anno senza guerre? Cerca di capire, non voglio rischiare la tua vita, mi sei troppo preziosa.

Emozione. Un’emozione profonda strinse il cuore della giovane baronessa, che pure avrebbe voluto provare solo fredda soddisfazione. Chinò il capo sul petto del marito e chiuse gli occhi, illudendosi di ingannarlo e ingannando, in verità, anche se stessa. ― Non mandarmi via, ti prego… ―

sussurrò accarezzandogli la schiena con dita delicate.

― Solo se sarà necessario ― ripeté lui senza concederle niente di più. ― Tuttavia c’è ancora tempo

―. E dopo una pausa, aggiunse: ― Ho concesso ai mercanti di entrare nel villaggio. Manderò Rochus a scegliere chi fra loro possiede la merce migliore perché possa mostrartela.

Il volto di Regina si illuminò. Era bello il mercato. Era gioioso e divertente, e sarebbe stato un piacevole diversivo a giornate sempre uguali. ― Ti prego, permettimi di andare. E certo piacerà anche a Lieselotte.

Stephan la fissò. Aveva la bocca socchiusa, rossa e piena come un frutto maturo, e gli occhi splendenti, con le iridi viola che parevano schegge di pietre preziose. Dio, quanto era dolce e ansiosa di sperimentare una piccola novità. Perché non accontentarla, dopotutto? Probabilmente fra i mercanti si celavano spie alle quali lui avrebbe lasciato vedere solo quello che voleva, e nessuno avrebbe osato avvicinare Regina, che sarebbe stata ben sorvegliata.


* * *

Anche Lieselotte fu felice di quel piccolo diversivo, e né lei né Regina parvero avvertire che il mercato era povero di merce e di mercanti.

Le piazze germane facevano paura in un momento di tregua che tregua non era, e dopo i tumulti di Sant’Ambrogio bastava una parola, un gesto… un nulla, per essere arrestati e sparire per sempre.

Ciò nonostante molti commercianti osavano ancora: per avidità, per coraggio, oppure perché gli affari andavano male, e anche gli svevi, nonostante tutto, pagavano la merce che acquistavano.

― Comprate questo scrigno, signora, potrete nascondere i vostri tesori, e vi farà felice quando scoprirete i suoi spazi segreti.

Regina sussultò nell’udire quella voce. Veniva da lontano, da un mondo che temeva ormai perduto. Trattenendo il respiro, fissò la mano bruna che le porgeva un piccolo scrigno in argento e legno intarsiato, senza alzare lo sguardo sul volto del mercante che si era espresso in un lombardo veloce, dal chiaro accento milanese.

― Guardate bene, signora ― continuò l’uomo con voce suadente, bassa, che potevano sentire solo lei e Lieselotte, e questa non era in grado di comprendere. ― Sembra fatto per voi, per contenere quello che volete; forse ne avrete già tanti di scrigni, ma sono sicuro che nessuno sia come questo.

La baronessa di Hezen alzò la testa di scatto. I suoi occhi incontrarono il viso scarno e bruno dell’uomo che aveva amato e che sarebbe dovuto diventare il suo sposo, e per un momento desiderò dimenticare ogni cosa, quello che era diventata e dov’era, per potersi rifugiare fra le sue braccia.

Emise un sospiro lieve come una carezza, mentre il suo sguardo affondava in quelle ardenti iridi scure. E in quegli occhi lesse il suo stesso desiderio, la sua stessa nostalgia. Ma non poteva permettersi rimpianti. Guido le era ormai proibito, e lei avrebbe portato per sempre il marchio della vergogna e del tradimento per aver sposato uno svevo.

Non una parola uscì dalla sua bocca: un nodo doloroso le stringeva la gola e il terrore la colse al pensiero di quello che lui stava rischiando.

Guido avrebbe voluto prenderla tra le braccia, metterla in sella al suo cavallo e rapirla. La sua

Regina… anche più bella che nel ricordo; ancora più desiderabile che nei suoi sogni. Era felice in quella tomba sveva? Il bastardo che gliel’aveva rubata era riuscito a conquistare il suo cuore? Se soltanto avesse potuto parlarle, toccarla; sentire ancora la dolcezza delle sue labbra sulle sue. Ma non era possibile. Tutto doveva avvenire nella più assoluta segretezza se non voleva che anche Regina rischiasse la vita.

“Quel castello è una fortezza” lo aveva avvertito la sua spia, un ometto che viveva ai margini del bosco e si considerava sempre un servo dei Balestrieri. “E i confini del feudo sono battuti da decine di uomini. Tuttavia, se la signora partirà per Pavia insieme all’altra Deinburg, forse vi sarà più facile rapirla”.

“Se?”, aveva chiesto perplesso.

“La cognata se ne andrà di sicuro, poiché aspetta un figlio, ma una delle serve mi ha riferito che il barone non ha ancora deciso se manderà via la baronessa, senza contare che pare che lei non voglia allontanarsi dal feudo. Forse, povera signora, crede di avere più speranze restando qui, così vicina a Milano, anziché in un covo imperiale lontano quasi trenta miglia”.

Guido aveva quindi pagato generosamente un mercante per prendere il suo posto ed era entrato a San Martino soltanto sperando di poterla vedere, per farle sapere, attraverso il messaggio contenuto nello scrigno, che lui sarebbe stato sulla strada per Pavia per portarla via con sé e che, quindi, doveva partire per quella città. Ma ora che la vedeva lì, insieme a quella che immaginava fosse la cognata, con la scorta di due donne sveve, che rispettose si tenevano a debita distanza, le parole scritte su un foglio, nascosto in quello scrigno, gli parevano vaghe e lontane, perché legate ai capricci di un altro uomo.

Un istante, un minuto, un’eternità.

Guido si riprese per primo e, lasciando in fretta tra le mani di Regina lo scrigno, si dedicò alla sua compagna.

― E per voi, biondissima signora… ― disse parlando più lentamente, e mescolando alla sua lingua qualche parola germana ― un bracciale in filigrana d’argento. Viene dalle terre d’oriente, dove il sole splende sempre come nei vostri capelli.

Lieselotte arrossì e rise. Non si era accorta di nulla, distratta dai monili esposti sul banco, ma guardando Regina si rattristò un poco notando il pallore della cognata. ― Oh… ma sei pallida come uno spettro!

― Non è nulla ― disse in fretta Regina, cercando di sorridere, e riprendendo, forse per l’imbarazzo, un po’ di colore. Lottò con se stessa per non guardare ancora Guido, e fissò lo sguardo sullo scrigno che teneva fra le mani. ― Mi ricorda quello che possedeva mia madre quando io ero bambina. Era…

Ammutolì all’improvviso, stringendolo nervosamente fra le dita. Era incredibilmente somigliante… no, era lo stesso! Sua madre lo aveva regalato anni prima alla nonna di Guido, ed entrambi ne conoscevano il segreto: uno scomparto che si rivelava premendo un particolare rilievo sulla parte dorsale nell’istante stesso in cui si sollevava il coperchio.

― E allora acquistalo ― disse Lieselotte, subito riprendendo interesse per il bracciale.

― Provate ad aprirlo, signora ― la invitò Guido. Era impaziente: lei avrebbe visto il messaggio, e bastava un cenno perché gli desse risposta. Tuttavia, a malincuore, per non creare sospetti, tornò a occuparsi della sveva esaltando il valore del bracciale e la magnifica cesellatura.

Con uno scatto deciso, la baronessa alzò il coperchio e sfiorò con le dita il rilievo. Un sottilissimo rettangolo sul fondo, nascosto dai drappeggi della fodera, si sollevò, rivelando il messaggio.

Regina trattenne il respiro. Guido sapeva cosa accadeva al castello. Qualcuno che non si era mai rivelato vegliava per lui. Bastava soltanto che alzasse lo sguardo e facesse un cenno di assenso, per essere presto libera di tornare con lui, fra la loro gente.

Chiuse il cofanetto ma esitò. Stephan… cosa avrebbe detto, cosa avrebbe fatto se fosse fuggita?

Avrebbe sofferto? Avrebbe tentato di riprenderla? Non provava paura a quel pensiero, piuttosto una strana sofferenza, consapevole che se fosse riuscita a tornare a Milano non lo avrebbe più rivisto.

Mai, mai più.

Alzò lentamente lo sguardo e lo fissò sull’uomo che era stato il suo promesso: Guido, che l’aveva rispettata e amata teneramente. Guido, che chiedeva prima di prendere, che la voleva sempre, nonostante tutto. Come poteva anche soltanto avere un dubbio? Stephan non sarebbe mai dovuto entrare nella sua vita, e i piaceri che provava fra le sue braccia erano ingiusti come il matrimonio forzato che li univa; erano qualcosa di cui incolpava il suo corpo traditore, di cui si vergognava.

― Sì ― disse piano. ― Sì ― ripeté, scacciando via la strana scontentezza che provava. Lei apparteneva a Guido e doveva cercare di tornare con lui a Milano.

Inconsapevole del tormento della sua compagna, Lieselotte mormorò: ― Lo acquisti? Io vorrei il bracciale. Per favore, chiedi al mercante quanto ne vuole.

Non visto, poco lontano dalle due dame del castello, Rochus osservava con occhio attento e le labbra strette in una piega incerta quella che sembrava un’innocua scena di mercato. Aveva avuto l’incarico di sorvegliare con discrezione la bella baronessa, ed era orgoglioso che il suo signore gli avesse rivelato la ragione. Condivideva l’opinione del barone che quel giorno, al villaggio, avrebbero potuto introdursi delle spie e che, forse, avrebbero tentato di mettersi in contatto con la baronessa.

Dopotutto lei era stata sottratta alla sua gente e qualcuno, fra i parenti, poteva non essersi rassegnato.

Sarebbe stato, tuttavia, tanto più semplice se il barone non le avesse permesso di uscire dal castello.

O forse voleva mettere alla prova la sua sposa?

In ogni caso era certo che qualcosa stesse accadendo. Mai, prima di quel momento, lei aveva mostrato tanto interesse per la merce esposta. Quando il mercante le aveva messo fra le mani quello

scrigno, lei lo aveva aperto e richiuso troppo in fretta, senza mostrarlo alla sua compagna. Perché?

E lo sguardo del mercante… Era lontano, certo, ma gli pareva di non aver mai visto un’espressione simile sul volto di un uomo. D’istinto portò la mano all’elsa della spada e fece un cenno a uno dei suoi uomini, a pochi passi da lui.

Voltandosi verso Lieselotte, Regina annuì, e con la coda dell’occhio vide il giovane Rochus fare un cenno a qualcuno. Mille pensieri solcarono la sua mente. Lo scudiero era lì per spiarla, ne era certa. Non era mai riuscita a ingannare quel maledetto svevo che aveva sposato. Si era umiliata per niente; e ora, per causa sua, Guido poteva essere preso, torturato, forse ucciso.

― Presto, vattene… ― disse in un sussurro ― o sarà la fine per entrambi.

Guido scosse la testa; non scorgeva nulla di allarmante. ― Se esiste un pericolo, non ti lascerò certo sola.

― Cercano spie ― disse allora lei con un filo di voce. ― Se te ne vai ora non sospetteranno mai di me.

Avrebbe voluto prendere il cofanetto, si sarebbe sentita più sicura; ma sapeva che non c’era tempo per inscenare un acquisto davanti a Lieselotte. Lo posò e si sforzò di sorridere alla cognata mentre le prendeva la mano, stringendogliela due volte, quasi avessero un codice segreto, costringendola a seguirla lontano dalla bancarella, nella direzione da cui stava arrivando Rochus.

Lieselotte era perplessa. ― Mi piaceva tanto quel bracciale. Se il mercante voleva troppo, potevamo trattare.

― Credimi, era troppo avido. Avremmo spuntato poco trattando ora ― disse sperando di essere credibile. ― Se quel monile ti piace più di altri, torneremo dopo.

Non udì la risposta di Lieselotte. Pregava silenziosamente perché Guido se ne andasse prima che

Rochus ordinasse ai soldati di fermarlo, pregava perché si salvasse. Doveva quindi trattenere lo scudiero di Stephan e riuscì a farlo col sorriso sulle labbra. ― Rochus, abbiamo proprio bisogno di voi…

― bisbigliò porgendogli la mano. ― Volete scortarci? I mercanti sono troppo avidi con le signore sole. Con voi a fianco sarà diverso.

Il giovane la fissò confuso. Guardò oltre le spalle della sua signora e vide il mercante ancora fermo dietro il suo banco. Sembrava inconsapevole del rischio che stava correndo, dal momento che due dei suoi soldati gli si stavano avvicinando, e si domandò se non si fosse sbagliato, dopotutto. Annuì cortese alle due signore, e avevano fatto insieme soltanto pochi passi quando udì uno schianto e delle grida.

Regina si volse, e trattenendo a stento un sorriso di soddisfazione vide Guido dileguarsi fra la folla mentre i due soldati svevi giacevano a terra, sepolti dalla merce e dal banco che lui aveva rovesciato loro addosso e che stava cominciando a prendere fuoco.

― È meglio che torniate al castello ― consigliò Rochus. E ordinò a due soldati di riaccompagnare immediatamente le signore.

Regina, disperando altrimenti di trattenerlo, scivolò a terra fingendo di svenire.


* * *

― Davvero molto opportuno ― osservò il barone in tono aspro, fissando il suo scudiero.

― Opportuno, signore?

Con i suoi maneggi, Regina aveva impedito allo scudiero di fare il proprio dovere, permettendo a quell’uomo di guadagnare minuti preziosi. Tutto dava credito ai suoi sospetti. Prese fra le mani il cofanetto, che Rochus aveva abilmente sottratto al fuoco, e lo aprì con uno scatto secco. Non c’era nulla dentro, naturalmente, ma lui era certo che celasse un segreto: dopotutto, quell’uomo si era dato troppa pena per distruggerlo insieme a tutto il resto.

Saggiò con le dita il drappeggio di raso della fodera e lo strappò via, scoprendo soltanto il fondo di legno. Se davvero esisteva uno scomparto segreto con un messaggio, Regina aveva fatto in tempo

a leggerlo? Per quel motivo aveva rinunciato a far suo quell’oggetto? Oppure si era soltanto spaventata alla vista di Rochus? Avrebbe voluto fare a pezzi quel maledetto legno, ma avrebbe rischiato di non scoprire mai il meccanismo segreto, se davvero esisteva, e di non trovare mai il messaggio, sempre che ve ne fosse uno.

― Vattene, ora ― ordinò allo scudiero, alzando per un attimo lo sguardo dallo scrigno. ― E…

bravo; ti sei condotto abilmente, io stesso non avrei potuto fare di meglio.


* * *

Rientrata al castello, Regina aveva continuato a fingere un malore che non sentiva per liberarsi dalla cognata.

Il suo unico pensiero era per Guido. Era riuscito a fuggire? Oppure ora giaceva in una di quelle orribili celle che anche lei aveva conosciuto? Che pazzo era stato a non ascoltarla, perdendo così momenti preziosi. Non voleva pensare a Stephan, che presto l’avrebbe raggiunta per chiederle spiegazioni. Non immaginava neppure, infatti, che, dopo il resoconto fattogli da Rochus, il suo sposo non avesse collegato a lei l’accaduto.

Quando la porta venne aperta, lei sussultò appena, lasciando cadere le braccia lungo i fianchi, rassegnata all’inevitabile. Guardando suo marito, che avanzava nella stanza, rifletté che non aveva ancora conosciuto tutto di quell’uomo. Nonostante quello che avevano passato, mai, neppure una volta, gli aveva visto sul viso un tale disprezzo.

Stephan si fermò a un passo da lei e tese la mano mostrandole il cofanetto, con il legno ormai annerito dal fuoco.

― Prendilo ― ordinò.

Lei ubbidì. Le mani le tremavano, e non cercò di nasconderlo.

― E ora aprilo.

Regina scosse la testa e fissò gli occhi violetti in quelli duri e spietati del suo sposo. Forse avrebbe dovuto giustificarsi, mentire; ma a che sarebbe servito, ormai? Era certa che lui fosse a conoscenza del messaggio nascosto nel cofanetto.

― Ebbene, non sai farlo? Eppure so che l’hai aperto davanti al mercante. Gli hai già dato la tua risposta? ― E notando il lieve, incontrollato sussulto che la tradiva, aggiunse furioso: ― Sì, maledetta strega, so cosa contiene!

Infine non gli era stato poi così difficile scoprire il segreto del cofanetto, e, fino a quando non aveva visto il messaggio, aveva sperato che nascosto non ci fosse nulla.

― Non rispondi? ― proruppe con furia. Poi per scuoterla, o forse per il solo gusto di ferire, mentì:

― Ho preso l’uomo che te l’ha offerto. L’ho fatto torturare finché non ha parlato. Dimmi, era il tuo insostituibile promesso milanese? Non sono riuscito a fargli dire il suo nome, è morto troppo presto.

Regina lasciò cadere lo scrigno, come se il fuoco che l’aveva lambito ardesse ancora. Guido torturato… ucciso.

― Maledetto… ― sibilò, stringendo le mani a pugno fino a conficcarsi le unghie nei palmi. Ma che altro poteva attendersi da lui? Non era forse l’uomo che l’aveva accettata in dono come un oggetto? Lo stesso che l’avrebbe consegnata ai suoi soldati senza un rimpianto se lei non avesse mostrato un cedimento? ― Maledetto assassino! ― ripeté colpendolo sul petto con pugni rabbiosi. ―

Ti odio. Ti odio! Ti ho sempre odiato!

Lui l’allontanò da sé con un gesto brutale che la fece cadere a terra, ma la voce era atona quando parlò: ― Mi illudevo ― disse ― che avessi imparato ad amarmi ―. La furia che aveva provato quando aveva trovato il messaggio era improvvisamente svanita, e ora sentiva, bruciante, la delusione e la sofferenza dell’uomo ingannato.

― Amarti? ― ripeté Regina con disprezzo sollevando il viso. Ormai non lo temeva più. Aveva torturato Guido fino a ucciderlo e lei… lei pazza, aveva dubitato di poterlo lasciare. Forse l’avrebbe uccisa, ma non avrebbe chiesto pietà; e avrebbe inferto un’insanabile ferita al suo orgoglio. ― Non

ti ho mai amato, svevo! ― urlò. ― Né mai avrei voluto amarti ―. Si alzò da terra e gli si avvicinò, il mento sollevato in un gesto di sfida. ― Non ero mai con te quando ero costretta ad appartenerti! Le tue mani erano le sue, il tuo corpo era il suo, i tuoi baci erano i suoi. Soltanto così sopportavo l’orrore della tua presenza. Ma tremavo al pensiero che avrei potuto portare in grembo un figlio tuo e avrei messo a rischio la mia vita per liberarmi di quel mostro!

Stephan la guardava come se la vita lo avesse abbandonato. Non estrasse il pugnale per ucciderla, come lei aveva creduto. Non fece un gesto.

― Forse è quello che hai fatto ― disse a voce spenta. ― Siamo sposati da mesi, e il tuo corpo non ha dato alcun frutto.

Lei respirò più volte, a fondo. Era sopraffatta dall’orrore che era toccato a Guido, dalla sofferenza che la dilaniava, ma anche dalle cattiverie che aveva gettato in faccia a Stephan e dall’impietrita immobilità di lui. Mai aveva pensato a Guido mentre faceva l’amore con Stephan, e mai si sarebbe liberata di un figlio, se fosse rimasta incinta.

― Io…

Lui la interruppe: ― Non una parola. Non dire più niente, o potrei ucciderti. Non andrai a Pavia.

E se quel cane ti vuole davvero, dovrà avere il coraggio di venire a prenderti qui.

Regina lo guardò, gli occhi parevano due pozze scure colme di dolore. ― Che vuoi dire? ― chiese.

― Che purtroppo ho mentito: i miei uomini non sono riusciti a catturare il tuo innamorato, che è fuggito lasciandoti sola. Ho mentito, ma non raggiungerò mai la tua abilità nell’arte della simulazione. Resterai chiusa in questa stanza, dalla quale mi escludo con molto piacere. E non illuderti, la lascerai soltanto quando, e se, quel milanese mi avrà ucciso.

 

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