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Milano, Feudo di San Martino
Al castello
Pochi passi dall’inginocchiatoio alla porta, pochi passi dalla porta alla finestra. Due gradini per salire a guardare avidamente la vita che scorreva nel cortile, qualche sospiro e poi di nuovo verso il letto, senza poter allentare l’inquietudine che la pervadeva.
Da quasi due mesi Regina era prigioniera nella sua stanza senza la consolante compagnia di Hilda o di Lieselotte. L’unica persona che vedeva era una giovane sveva che le portava il cibo due volte al giorno, la serviva dell’acqua per lavarsi e le teneva il guardaroba pulito. Era gentile, poveretta, e sorrideva spesso; ma era sordomuta e non poteva esserle di compagnia. Stephan l’aveva completamente isolata. Non le aveva tolto nulla, neppure i gioielli, ma forse pensava di farla impazzire.
Soltanto una volta, poche settimane prima, aveva potuto vedere Lieselotte, e non perché Stephan o Hans glielo avessero permesso. Grazie alla complicità di Hilda, sua cognata era riuscita a sgattaiolare nella stanza e, dopo essersi fermata un esitante a guardarla, era corsa ad abbracciarla.
“Mi sei mancata”, aveva detto la cognata con la consueta, disarmante spontaneità. “Non riesco a credere…” Si era interrotta, stringendo le mani l’una all’altra, con imbarazzo. “Tu non avresti mai…”
“Eppure c’eri quel mattino”, aveva risposto lei, liberandosi bruscamente dal suo abbraccio. La bontà e la cecità di Lieselotte le avevano graffiato il cuore; l’avevano fatta sentire colpevole, distogliendola dalla pietà che provava per se stessa, come se non fosse più una vittima, ma l’artefice delle proprie disgrazie. “L’uomo che hai visto era il mio promesso prima che Stephan mi costringesse a sposarlo. Era lì soltanto per vedermi e per consegnarmi un messaggio. Un messaggio che Stephan ha trovato. Lui non è fiducioso come te”, aveva concluso con amarezza.
Il viso di Lieselotte non aveva mutato espressione. “Ma tu non ne sapevi nulla! Non è giusto che
Stephan ti incolpi a causa delle azioni di altri. Non è giusto che ti abbia provocato, dicendoti di aver fatto torturare e ucciso quell’uomo”. La giovane sveva aveva chinato la testa imbarazzata. “Io… io ho origliato quando lui ne stava parlando con Hans. So anche quello che gli hai detto”.
“E mi perdoni?” aveva chiesto stupita alla cognata, provando un profondo senso di vergogna.
Lieselotte aveva sospirato. “Io ti voglio bene. So che sei buona e generosa, e sono sicura che soltanto l’ira di quel momento può averti spinta a pronunciare quelle parole. Se soltanto tu cercassi di parlargli, se ti scusassi, se tentassi di fargli capire... Stephan è come un leone in gabbia, pronto ad azzannare, ed è roso dall’orgoglio e dalla gelosia. Non sarà lui a cercarti”.
Regina aveva scosso ripetutamente la testa e per un attimo le aveva stretto la mano con affetto.
“Non puoi non sapere che è troppo tardi. Quello che è detto, è detto, Lieselotte. Nessuno può far tornare indietro il tempo, e ci sono parole che non potranno mai essere ritirate. Non sarei neppure creduta”.
“Ma tu lo vorresti?”
Era una domanda che si era posta spesso, ma alla quale non aveva saputo dare risposta. Non c’era rimedio, ormai. Stephan l’avrebbe tenuta isolata in quella stanza fino a quando Guido non fosse venuto a pretenderla. Uno dei due uomini della sua vita sarebbe morto e se fosse stato Stephan a sopravvivere, per lei sarebbe stata la fine. Eppure… eppure non desiderava la sua morte.
“La tua è una domanda cui non so rispondere”, aveva detto infine.
Rassegnata, Lieselotte aveva chinato la testa. “Sono venuta a dirti che sto per partire. Ora è diventato necessario. I tuoi concittadini hanno attaccato e conquistato il castello di Trezzo. Hans dice che nessun presidio svevo sarà più sicuro, ormai.
Era giusto che i milanesi vincessero, che riprendessero le proprie terre; saperlo, tuttavia, non le aveva dato gioia. Al contrario, si era sentita in ansia. Se fosse rimasta nel feudo e questo fosse poi caduto in mani nemiche, Lieselotte avrebbe subìto le stesse umiliazioni che aveva subìto lei. Se non persino la morte. Senza dubbio anche tra la sua gente esistevano uomini come Hans e il capitano
Ulthdrich.
“Sì, devi partire. Devi aver cura di tuo figlio e non pensare più a me. Non eravamo destinate a essere amiche”.
Con le lacrime agli occhi, sua cognata aveva esitato, forse sperando in una parola, in un gesto affettuoso che lei aveva preferito non offrirle. Lieselotte non doveva stare in pena per lei, il suo destino era segnato.
Il giorno dopo l’aveva vista andarsene. Hans l’aveva aiutata a salire su un carro insieme a Hilda, che partiva con lei. Entrambe avevano alzato la testa verso la sua finestra, e soltanto quando il carro e i cavalieri avevano varcato il portale che conduceva al cortile esterno, quando ormai loro non potevano più vederla, aveva alzato la mano in segno di saluto.
Regina si distolse da quei brevi ricordi. Quel giorno accadeva qualcosa che rendeva la giornata diversa dalle altre. Tornò alla finestra e vide soldati che correvano verso i bastioni, mentre le loro voci e quelle dure dei loro superiori si incrociavano. Il tranquillo vivere quotidiano aveva lasciato posto all’eccitazione che prelude sempre ad avvenimenti importanti.
Si voltò di scatto quando sentì entrare Freda, la sua serva sveva, con le braccia cariche di teli di lino. Le andò incontro saltando i due gradini, la prese al braccio e la scosse appena. ― Che accade?
Oh… ti prego. Fatti capire!
― Te lo dirò io che cosa accade.
Al suono di quella voce, Regina sollevò lo sguardo dal viso angosciato della ragazza per incontrare quello del suo sposo. Sentì il cuore accelerare il suo battito, così tanto che le parve di udirlo, ma non per paura. Fece un passo avanti, fermandosi poi subito dopo. Vedere Stephan fermo sulla soglia, così alto e possente da occuparla tutta, le ricordò il giorno in cui era entrato da padrone in quella stessa stanza e si era seduto sulla sedia guardandola divertito. Ma ora lo sguardo non era più lo stesso, e la piega della bocca era dura e ostile, proprio come lo aveva visto l’ultima volta, quasi due mesi prima.
― I tuoi concittadini sono sotto le mura, Regina ― disse lui avvicinandosi e facendo fuggire Freda con una semplice occhiata. ― Li respingerò e moriranno in tanti. Moriremo in tanti ― aggiunse. ―
Prima che il sole tramonti potresti anche essere vedova.
Regina sentì il gelo imprigionarle il cuore. Poteva davvero morire un uomo che combatteva da dieci anni? Non era forse invincibile come il suo aspetto? Scosse appena la testa e rimase in silenzio, incapace di rispondere.
Lui la prese alle spalle e la scosse appena. ― Lo hai sempre desiderato, non è così? Ma credi che tu sarai ancora viva se mai il tuo innamorato supererà le mura?
Regina non provò paura per quella minaccia, ma solo una grande tristezza. Chiuse gli occhi, cercando di ricacciare le lacrime, mentre le dita maschili affondavano rabbiose nella sua carne.
― Non hai paura? Sei certa che il tuo innamorato milanese riuscirà a riprenderti?
Abbandonata in quella stretta, lei continuò a rimanere muta, consapevole che non esisteva risposta.
― Potrei strangolarti e poi gettare il tuo corpo dalle mura, in dono a quell’uomo.
― Fallo, se ti dà piacere.
― Forse qualcosa d’altro mi farà più piacere ― replicò lui con rabbia.
Regina si sentì sollevare e adagiare sul letto. Con stupore vide che le alzava la veste fino alla vita, e in un attimo fu su di lei. Voleva soltanto umiliarla, perché non vi fu tenerezza né passione in quell’amplesso; stranamente neppure violenza. E non la baciò; lei comprese che non lo avrebbe fatto mai più. Non si ribellò, non gridò, e non lo odiò per quello. Che la prendesse pure, se questo gli dava soddisfazione. Per lei era come pagare un debito.
Stephan era entrato in quella stanza dopo tanto tempo per informarla della situazione e per ribadire i suoi orgogliosi propositi, pur non essendo affatto certo di come si sarebbe risolto quell’assedio.
I nemici erano almeno il triplo e ormai sapeva che non avrebbe avuto i rinforzi che sperava. I corpi trucidati dei messaggeri che aveva cercato di mandare da suo fratello erano stati legati a due croci issate davanti alle mura. Le sue minacce a Regina erano state vuote, perché non avrebbe mai potuto ucciderla, e possederla con quella fretta e quella celata indifferenza era stato solo un gesto di spregio di cui in quel momento era pentito.
Nonostante tutto, mentre si sollevava dal letto, disse con voce roca: ― Così sarebbe dovuto essere il nostro rapporto. Qualche breve sfogo per rendere valido un matrimonio e garantire una successione che non ci sarà mai. Non saresti stata costretta a fingere di amarmi, per poi potermi ingannare.
― Non t’importava che ti amassi.
Si sbagliava, ma era meglio che continuasse a crederlo. ― Non ha più importanza ― disse secco, quasi a se stesso. E subito dopo le voltò le spalle, per andarsene.
― No, Stephan, non andartene così… io non ho mai voluto la tua morte.
Lui si voltò e le rivolse un sorriso beffardo. ― Temi per quello che ti accadrà dopo che avrò affrontato i tuoi concittadini? E hai ragione di temere, perché io li ricaccerò indietro, quei bastardi!
Le braccia tese verso lui le ricaddero lungo i fianchi. Perché lo aveva pregato? Quale demone l’aveva spinta? Lui l’aveva usata come una meretrice, e lei…
Stephan considerò che in quel momento pareva fragile e indifesa, persino dispiaciuta. Ma era solo una bugiarda. Le voltò le spalle e uscì dalla stanza.
Regina si nascose il volto fra le mani. Lo aveva lasciato andare, forse verso la morte, senza una parola. Oh, lui l’aveva umiliata, aveva voluto ferirla… eppure lei… Dio, lei lo amava!
― Lo amavo... lo amo ― disse piano, riconoscendo infine i suoi sentimenti.
Un velo invisibile era scivolato via dagli occhi, liberando anche il cuore. Non c’erano più stupide scuse a nascondere quell’amore. Ora sapeva che non sarebbe mai fuggita con Guido, anche se ne avesse avuto possibilità. Sapeva che ogni volta che aveva fatto l’amore con Stephan, non era stato il corpo a tradirla, ma il cuore. Anche se si era imposta di non pensarci, poteva contare uno ad uno i giorni in cui lui non l’aveva più toccata, e aveva rimpianto i suoi baci più della libertà perduta.
Non pensò più alle offese subite e al suo orgoglio ferito e vide se stessa come qualcuno che aveva bruciato la sua felicità per ostinazione. Una donna che aveva guardato al passato come all’unico futuro possibile e che aveva voluto tenacemente respingere un uomo che amava per rabbia e orgoglio. Forse aveva amato Stephan sin da quando l’aveva visto in quella cella; o, forse, quel sentimento era cresciuto lentamente mentre ridevano insieme, o si affrontavano o facevano l’amore, e si era alla fine rivelato nell’istante in cui capiva che gli perdonava tutto, che voleva essere perdonata di tutto.
Corse alla porta. Finalmente lo aveva compreso, ora doveva dirlo a lui. Doveva! Prima che il loro destino si compisse.
Purtroppo, Regina non riuscì a parlargli. Due soldati a guardia della porta la fermarono. Disperata rientrò nella stanza, e, presa dall’urgenza di dirgli quello che provava, decise allora di mandargli un messaggio. Messaggio che non ebbe risposta.
Come dargli torto, dopotutto? Perché lui avrebbe dovuto crederle? E in un simile momento. Non era stata lei stessa a dire a Lieselotte che quel che è detto è detto e che non sarebbe mai potuta tornare indietro perché non sarebbe stata creduta?
Il suo unico conforto era la certezza che fosse ancora vivo. Freda glielo faceva sapere con i gesti e talvolta, incidendo brevi parole sulla cera scura delle tavolette, riusciva a dirle qualcosa di più. In quei mesi di solitudine, Regina aveva trovato sollievo nell'insegnarle i tratti delle lettere; guidava la mano della domestica con lo stilo, trasformando quel tempo vuoto in un legame fatto di segni che un dito, al primo rumore di passi dietro la porta, poteva cancellare per sempre.
L’assedio durò una settimana.
Dopo aver respinto con tenacia i primi attacchi nemici, il barone di Hezen era stato costretto a ritirarsi: le mura erano cadute e i milanesi erano entrati vittoriosi nel cortile esterno. Sapeva che ormai era la fine. Erano morti molti uomini e il suo ultimo tentativo di avvertire Hans era andato ancora una volta a vuoto. Fra breve i nemici avrebbero attaccato, e Regina sarebbe stata libera. Con calma, tolse da sotto la cotta l’ultimo messaggio che lei gli aveva fatto avere: il terzo, in cui affermava di amarlo, che lo perdonava e a sua volta gli chiedeva perdono. Certamente ignorava l’andamento della battaglia e temeva che, preso da un desiderio di vendetta, davvero la uccidesse come aveva minacciato di fare. Lo amava, diceva, e soltanto in quegli ultimi giorni lo aveva compreso. Lo amava… menzogne! Con rabbia fece a pezzi il foglio e li gettò al vento; e, come un cattivo presagio, una freccia colpì l’unico pezzo rimasto ai suoi piedi.
* * *
Regina si portò le mani alle orecchie per non udire più le grida. Ormai gli uomini combattevano spada contro spada nel cortile del palazzo e le urla di guerra, confuse con quelle di dolore, erano così vicine da farla star male.
Avrebbe voluto poter vedere qualcuno, chiedere, sapere… ma neppure Freda era venuta quella mattina e lei era disperata. Aveva occhi per vedere e sapeva che la conclusione di quell’assedio avrebbe visto la sua gente vincente. Ma era ancora la sua gente? Che ne era stato di Stephan? Era ancora vivo? L’avevano imprigionato?
Corse alla finestra e cercò tra gli uomini che combattevano quello che amava. Consapevole, tuttavia, che non era possibile scorgerlo in quella mischia e dallo spazio ristretto di quella finestra, con un gemito disperato raggiunse la porta.
C’era un solo soldato di guardia: era appena un ragazzo, offeso dall’ingrato compito di dover proteggere una donna nemica che, senza dubbio, avrebbe accolto a braccia aperte i vincitori, mentre i suoi compagni morivano con le spade in pugno. Le rivolse uno sguardo ostile e mise la lancia di traverso per impedirle di passare.
― Lasciami passare!
― Non posso.
― Lasciami passare, ho detto! Voglio vedere!
Cogliendolo di sorpresa, Regina allontanò la lancia e cominciò a correre lungo il corridoio. Attraversò un altro passaggio molto più stretto e, nel punto in cui questo disegnava una curva, salì i gradini che portavano a una larga finestra più in alto e si afferrò al parapetto.
Non tardò a riconoscere Stephan: lo stemma dei Deinburg era visibile sulla sopravveste chiara sporca di sangue. Aveva perso l’elmo, il cappuccio della cotta gli era scivolato sulle spalle e i capelli biondi brillavano al sole.
Lo vide abbattere un uomo con un terribile fendente alla spalla, e un altro con un affondo al petto; poi spostarsi di lato per affrontare altri due uomini che sembravano venuti dal nulla e abbattere senza difficoltà il primo. Stava per sopraffare anche l’altro quando alle sue spalle balzò un terzo uomo.
― Stephan! ― gridò, sebbene sapesse che lui non poteva sentirla. Con insopportabile lentezza vide il secondo uomo cadere, mentre il terzo sollevava la spada. Vide la testa bionda spinta all’indietro, e le parve di udire il suo grido di dolore mentre la spada gli cadeva dalle mani e lui si piegava sulle ginocchia.
― No, no! ― gridò ancora premendo il viso contro la parete. ― No, no, no… ― ripeté come un lamento funebre.
― Baronessa…
Lei non sollevò lo sguardo; sapeva che doveva trattarsi del giovane soldato che l’aveva seguita, ma in quell’istante pensava soltanto al suo sposo. Irresistibilmente tornò a guardare dove lui giaceva, nel cuore la speranza che si fosse rialzato. Ma questa non tardò a morire. Il braccio sembrava tendersi verso la spada che non avrebbe usato mai più, mentre una macchia rossa si allargava sulla schiena.
― Il barone è morto? ― Era un’affermazione più che una domanda. Anche il giovane soldato si era sporto, anche lui aveva visto. ― Ma allora…
Regina non parlò. Non poteva. Voltò appena la testa quando udì un mugolio penoso che conosceva bene, preceduto dal vibrare di una spada snudata. Vide la ragazza sordomuta afferrarsi al braccio del soldato e scuotere ripetutamente la testa con gli occhi grandi di terrore. Il soldato teneva fra le mani una spada a lama corta puntata contro Regina.
La pena si fece indicibile negli occhi violetti: ― È stato lui a volerlo?
Il giovane scosse la testa. Ne aveva sentito parlare al corpo di guardia: se i nemici avessero sfondato, e il barone fosse stato ucciso, la milanese doveva morire; sarebbe stato un modo giusto per vendicarlo. Tuttavia lui non ne aveva il coraggio. Non era un bruto e comprendeva che quella donna stava soffrendo. Non era neppure spaventata dalla sua lama, come se trovasse giusto fare quella fine. ― No, non lui ― disse. ― E nemmeno io lo voglio ― aggiunse piano, abbassando la spada. ―
Badate a voi, signora.
Non disse altro, voltò le spalle e corse lungo il corridoio da cui erano venuti. Andava a combattere la sua prima battaglia. L’ultima, forse.
La ragazza sveva le strinse il braccio e lo tirò piano, per farle capire che dovevano andarsene.
― Hanno dovuto colpirlo alle spalle per ucciderlo ― bisbigliò Regina, pur sapendo che la sveva non poteva sentirla. ― Si è battuto come un leone ―. Infine, singhiozzi liberatori cominciarono a scuoterla e non respinse la mano che prese la sua per guidarla verso la sua camera.
Non incontrarono nessuno lungo il corridoio, né di una fazione, né dell’altra, e quando furono al sicuro Regina non permise alla domestica di barricare la porta. Non sarebbe servito a nulla contro uomini forti e risoluti, lo sapeva sin troppo bene. Avrebbe affrontato il suo destino e, in fondo, ormai niente contava più per lei.
* * *
Non seppe mai quanto tempo rimase, con le mani che nascondevano il viso provato dalla sofferenza, inginocchiata davanti all’immagine della Vergine. Poi qualcuno spalancò la porta e due uomini entrarono con le spade sguainate. Non erano soldati germani: i milanesi avevano vinto. Regina si alzò e li guardò.
Uno dei due ripose la spada nel fodero e s’inchinò leggermente. ― Siete Regina Balestrieri, immagino ― disse. ― Non vogliamo farvi del male.
Regina annuì. E perché avrebbero dovuto? Non era forse una milanese, come loro? ― Sì. Ma ora sono Regina Deinburg ― rispose quieta.
― Lo so. Volete che vi chiami baronessa? ― ribatté l’uomo, con una nota di sarcasmo nella voce.
La stava mettendo alla prova. Lo sguardo si accese per un attimo, e subito si spense.
― Regina…
Quel richiamo sembrava una supplica; Regina dimenticò il soldato e la sua arroganza per guardare l’uomo che aveva parlato. Era ritto sulla soglia, e nel viso, sporco di terra e di sangue, brillavano occhi scuri carichi d’attesa. Indossava una tunica rossa, come l’uomo che aveva ucciso Stephan, e le parve di odiarlo per questo. Diede un breve sospiro. No… non era giusto. Non doveva odiare il braccio che aveva vibrato il colpo, ma quel mostro spaventoso che era la guerra.
― Guido ― mormorò infine, con una punta di dolcezza nella voce tremante.
Quasi avesse pronunciato una parola magica, in un attimo l’uomo le fu accanto e la prese fra le braccia.
Quanto aveva atteso quel momento, e ora che la teneva stretta a sé sapeva di non essersi ingannato.
― Amore mio ― le sussurrò tra i capelli ― ho creduto di impazzire quando mio padre mi disse che quello svevo ti aveva sposato; e al mercato, quando ho dovuto lasciarti, ho provato rabbia e rimorso insieme.
Il dolore per la perdita di Stephan vinceva nel suo cuore ogni sentimento, ogni emozione. Quello svevo giaceva riverso nel cortile. Quello svevo non era tornato come aveva promesso, non sarebbe tornato mai più. Regina si liberò da quell’abbraccio, che all’improvviso le parve sacrilego, e fissò l’amico con occhi colmi di pena.
― Stephan è morto ― sussurrò. ― Ho visto un soldato colpirlo alle spalle.
Una strana luce guizzò nello sguardo scuro. Era lui l’uomo che aveva sferrato il colpo, ma non era così che le cose sarebbero dovute andare. A quanto pareva, la sorte non gli concedeva di vincere.
Aveva desiderato affrontare Deinburg fin da quando il bastardo era entrato brutalmente nella sua vita, derubandolo del suo bene più prezioso. Avrebbe voluto guardarlo in viso mentre gli affondava una lama nel petto, e invece lo aveva colpito alle spalle, come un vigliacco, anche se per salvare un compagno che stava per soccombergli. Era stato un colpo veloce, non calcolato, che aveva ferito il suo nemico senza ucciderlo; e non aveva potuto finirlo perché un altro germano era giunto rapido ad affrontarlo.
Osservò il viso pallido di Regina, lo sguardo sofferente. Era possibile che avesse amato quel cane?
Tese una mano per sfiorarle il braccio, ma la ritrasse subito: lei lo aveva appena respinto. Ma se aveva amato davvero lo svevo, che avrebbe fatto se avesse saputo che era ancora vivo? Si sarebbe schierata al suo fianco, rischiando di essere portata a Milano in catene come una nemica? Regina prigioniera della sua stessa gente? No, era follia! Credeva Deinburg morto, lei stessa lo aveva visto cadere, e non doveva neppure convincerla di questo. Non le avrebbe, quindi, dato una possibilità di scelta. Un tempo non avrebbe mentito; ma la sofferenza gli aveva mutato il carattere: era più duro, spietato, sleale.
― È guerra, Regina! ― disse soltanto.
Regina annuì. Anche Stephan lo aveva detto una volta. Gli uomini sembravano accettare il destino che quel mostro riservava loro, ma non lei. Non lei.
― Ora è finita. Dimentica i mesi passati e torna a Milano con me.
Regina gli sollevò in viso uno sguardo tagliente. Anche lei era mutata. Mutata nel corpo e nell’anima, per sempre.
― Non chiedermi di dimenticare! È stato tutto troppo terribile, ed io… ― S’interruppe. Non avrebbe detto a Guido di aver amato Stephan. Era un sentimento che aveva assaporato da poco, lo avrebbe custodito nel suo cuore come un tributo prezioso alla sua memoria. ― Voglio soltanto vederlo, poi partirò con te.
Quello sguardo e quel tono… Guido riprese speranze. Che idiota! Era ovvio che lei fosse sconvolta dopo quello che aveva passato in quei mesi. Perché avrebbe dovuto innamorarsi di un uomo che le aveva fatto tanto male? E non aveva forse accettato di fuggire con lui soltanto poche settimane prima? Probabilmente voleva vedere il barone morto per sua soddisfazione. Ma non poteva permetterglielo.
― Sì, è stato terribile ― disse con voce ferma. ― Per questo non devi vederlo.
Com’era accaduto a Guido, anche lei fraintese. Quando pensava a suo zio e ai suoi cugini, li rivedeva sempre appesi al ramo di un albero. L’ultimo ricordo di Stephan non doveva essere quello di un corpo vinto dalla morte. Se non lo avesse visto, nei suoi occhi, nella sua mente, lui sarebbe stato
vivo per sempre. Guido aveva ragione, lui voleva il meglio per lei. ― Sì… ― bisbigliò. ― Portami via. Portami via subito!
― Lo farò, Regina. A Milano troverai l’affetto che meriti. Porta via quella donna ― disse poi rivolgendosi a uno degli uomini che lo avevano preceduto nella stanza, accennando alla povera
Freda che, addossata a una parete, gli occhi sbarrati, aveva atteso che fosse decisa la sua sorte. ― E tu cerca Rolando e digli di preparare un carro ― ordinò all’altro. ― Io lascerò subito il castello con damigella Balestrieri.
Regina fece un passo avanti. ― Non toccatela! ― impose. ― Lei viene con me.
― È uno scherzo, signora? Nessun germano, neppure una serva, può entrare liberamente in città senza rischiare di essere linciato. Se volete, possiamo lasciarla libera. Non c’importa di lei.
Regina guardò l’uomo con amaro sarcasmo. Era sicura che non appena lei se ne fosse andata avrebbero fatto quello che volevano. Ma se anche l’avessero lasciata libera, come sarebbe sopravvissuta, da sola, incapace di sentire e parlare. E non era possibile neppure affidarla alle serve lombarde del castello.
― Perché sia linciata qui? No! ― Si avvicinò a Freda e le passò un braccio attorno alle spalle. ―
So che non puoi capire ― disse piano ― ma io ti aiuterò. ― Guardò i due uomini con una punta di sfida e si voltò per incontrare lo sguardo incerto di Guido. ― Lei viene con me!
― Come vuoi. Prendi quello che ti sembra indispensabile e andiamo ― disse Guido scontento.
Dopo fece cenno ai suoi compagni perché facessero quanto lui aveva ordinato.
Regina strinse in un gesto rassicurante il braccio di Freda e riuscì a farle comprendere che sarebbe partita con lei. Prese, quindi, lo scrigno dei suoi gioielli, tutti quelli che le aveva donato Stephan, e glielo affidò. Non aveva più un marito e non aveva denaro, le sue gioie potevano esserle utili, un giorno. Mentre si stringeva il mantello intorno alle spalle, sfiorò con le dita il pendente della catena che portava al collo. Da quella non si sarebbe separata mai. Le avrebbe sempre ricordato una notte di luna piena che sembrava fatta per l’amore.
* * *
Stephan Deinburg riaprì gli occhi; si mosse bruscamente per alzarsi, ma un dolore lancinante gli trafisse la schiena; strinse i denti e si appoggiò contro il muro. L’ultima cosa che ricordava era l’uomo che stava per colpire, insieme alle sensazioni che provava: l’odio e il desiderio di ucciderli tutti, quei dannati milanesi. Non aveva mai odiato i suoi nemici; meglio farli prigionieri che ucciderli, perché potevano essere riscattati. Ma in quell’ultima battaglia aveva combattuto per Regina, per poterla chiamare ancora sua, con la ferocia di un cane per il suo osso.
Si mosse di nuovo, con più cautela, e, nonostante avesse le mani legate dietro la schiena, riuscì a tastare in parte la ferita. Era lunga, ma non doveva essere profonda e il dolore era sopportabile. Il colpo non era stato forte, forse vibrato a caso, per liberarsi di lui e salvare l’uomo che stava uccidendo. Cadendo, doveva aver perso i sensi. Forse era vivo soltanto per quello.
Socchiuse gli occhi, infastidito dal colore rosso del cielo al tramonto. Dove sarebbe stata, lei, quella sera? Fra le braccia dell’uomo che aveva tentato di rapirla? Maledizione! E lui era lì, prigioniero, impotente.
Si guardò attorno. I suoi uomini erano seduti in silenzio, stanchi, laceri… sconfitti. Uno di loro gli strisciò vicino.
― Sono felice che vi siate svegliato. Sembravate morto ―. Osservò i suoi compagni. ― Mi dispiace, barone, siamo stati costretti ad arrenderci. Era finita, ormai.
― Quanti siamo?
― Diciotto, signore.
Diciotto su duecento. Era stato così anche a Trezzo?
― Credete che ci porteranno a Milano?
― Puoi starne certo.
Li avrebbero scambiati con altri prigionieri. I sopravvissuti, naturalmente, perché nelle carceri le ferite si infettavano anche troppo spesso.
Quasi avesse letto nei pensieri del suo signore, il soldato si guardò la gamba ferita. ― Chissà se rivedrò la mia donna. Avrei voluto portarla con me quando siamo venuti in Italia, ma era gravida, al settimo mese. Conoscerò mai mio figlio?
E lui avrebbe rivisto Regina, almeno un’ultima volta? Ripensò alle sue parole, ai messaggi che aveva stracciato. Mentiva? Che idiota, certo che mentiva! Non riusciva proprio a immaginarla schierata al suo fianco e, certo, non sarebbe stato auspicabile. Per lui era finita. Non era uomo da rassegnarsi facilmente, ma dubitava di uscire vivo dalla prigionia. L’uomo che voleva prendersi sua moglie non gli avrebbe concesso di restare in vita ancora a lungo. Era la legge che anche lui applicava; la legge del più forte e, in quel momento, il più forte non era davvero lui.
Regina era perduta per sempre. Ricordò quando l’aveva tenuta tra le braccia la prima volta, quando l’aveva amata la prima volta. Ricordò le loro notti insieme, le sue risposte appassionate.
L’amava, l’amava come non aveva mai amato nessuna e sapeva che se la sarebbe tolta dal cuore soltanto quando questo avrebbe cessato di battere. E lei, aveva finto sempre?
Improvvisamente sorrise. No, forse non sempre. E riflettendoci aveva avuto un po’ di felicità; forse non era stata completa, ma la sua parte l’aveva avuta.
Cercò di alzarsi per capire se era in grado di reggersi in piedi, ma cadde in ginocchio. Uno dei soldati di guardia gli gridò parole sprezzanti. Strinse i denti; avrebbe voluto ricacciargliele in gola.
Fu allora che la vide. Era appena uscita dal portone d’ingresso del palazzo e stava scendendo le scale di pietra. Era avvolta in un mantello e sembrava sofferente. Che le avevano fatto? La vide vacillare, e l’uomo bruno che le camminava a fianco sostenerla. C’era tenerezza in quel gesto, e fiducia in quello di lei, quando gli posò la testa sulla spalla.
Niente. Non le avevano fatto niente. Se ne andava, probabilmente felice, senza neppure lanciare uno sguardo ai prigionieri raggruppati a una trentina di passi da lei. Se ne andava. Si era gettata il suo scomodo passato alle spalle come non fosse mai esistito. Se ne stava andando senza neppure chiedersi se lui era ancora vivo o morto.
― Sgualdrina! ― sibilò, appoggiando con forza le spalle contro il muro, senza avvertire il dolore della ferita. ― Maledetta sgualdrina!
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