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Milano, al Broletto
Per riuscire a parlare con il comandante delle guardie, le giovani donne furono costrette a pagare un piccolo pedaggio a un soldato, prontissimo a farle passare quando la sua mano entrò in contatto con due monete.
Il capitano era un uomo di bassa statura, dal torace possente. Comprese immediatamente la diversa posizione delle tre donne e relegò Freda nel ruolo che era sempre stato suo, sospettando la sua origine germanica ma senza alcuna acredine particolare; le altre due erano delle signore, nonostante i loro abiti semplici e i gioielli modesti. Il suo occhio esperto non lo aveva mai tradito.
― Che cosa desiderate da me, damigelle ― chiese senza riuscire a nascondere la curiosità, mentre si sedeva di fronte a loro.
Regina si chiese quale fosse il tono migliore per convincere quell’uomo che le sue ragioni erano valide: querulo, supplice, deciso? ― Spero possiate esserci di aiuto, capitano ― disse infine con grande dignità e una punta di sfiducia.
― Sono ai vostri ordini, è mio dovere aiutarvi ― ribatté fieramente l’uomo, lasciando intendere la propria importanza.
― Sono Celeste della Valle ― mentì Regina, scegliendo il nome che era stato di sua nonna. ― Lei
― aggiunse volgendosi appena ― è mia cugina Rosetta della Valle ―. Chinò il capo, fingendo imbarazzo, prima di riprendere: ― Noi desidereremmo vedere i prigionieri che sono stati portati qui dal castello di San Martino.
L’uomo corrugò la fronte. ― È una richiesta insolita da parte di due damigelle come voi.
― Ne siamo consapevoli. Ho… abbiamo una ragione molto grave ― supplicò Regina, arrossendo un poco. ― Siamo dovute venire sole perché… ― interruppe quelle frasi spezzettate con un breve singhiozzo. ― Mia sorella, capite?
No, lui non capiva. ― Vostra sorella…?
― Oh… è molto imbarazzante per noi… Mia sorella era al castello dei Balestrieri quando fu assediato e preso dagli svevi. Era una dama di Regina Balestrieri. Conoscete il suo nome?
― Sì.
― Saprete allora che la contessina è tornata dopo la nostra vittoria del mese scorso. Non è stato così per mia sorella.
― Se volete notizie della ragazza, perché non chiedete alla Balestrieri?
― Oh… ma allora non sapete tutto ― ribatté Regina, fingendo stupore. ― Regina Balestrieri è sempre stata tenuta prigioniera dal comandante del presidio. Ha passato mesi senza incontrare nessuno che potesse darle conforto.
― Così si dice… ― commentò l’uomo. ― A me è stato detto che l’ha sposato.
― Ma certo! Che può fare una fanciulla davanti alla forza bruta? Può essere accaduto lo stesso a mia sorella. Non sapete quanto sia bella ― aggiunse con enfasi.
― Forse è morta ― azzardò il capitano.
Regina chiuse gli occhi, come a cancellare quella triste ipotesi. ― Ma noi, vedete, noi non avremo pace fino a quando non lo scopriremo. Per questo abbiamo deciso di venire da voi. Siamo sole nella nostra ricerca.
― I vostri parenti credono sia diventata l’amante di uno svevo? ― chiese lui, brutale.
Regina chinò il capo. ― Sì, è così. Mio padre intende lasciare le cose come stanno e mia madre è tanto infelice. Lei… lei vorrebbe soltanto sapere, e si sta consumando in quel tormento.
― E come potrei, io, andare contro i desideri dei vostri familiari? ― Fece una breve pausa. ―
Della Valle, avete detto? ― Gli ricordava qualcosa, quel nome. Forse era stato importante un tempo ma, ora, non lo era più. Tornò a valutare l’abbigliamento delle donne: no, decise, non dovevano contare molto i della Valle. Vide che la ragazza bruna giocherellava con un sacchettino di pelle.
Piccolo, a dire il vero, ma era delizioso, all’orecchio, l’allegro tintinnio delle monete. Forse avrebbe potuto ignorare i desideri di una famiglia di poco conto. Se le avesse accontentate, quelle stupide ragazze non avrebbero mai osato parlare della sciocchezza fatta quel mattino, e nessun altro, se non quella madre disperata, avrebbe saputo nulla di quella visita.
― Datemi il nome del prigioniero ― disse infine, allungando, con fare indifferente, la mano. ―
Non so resistere alle preghiere di creature così giovani e belle.
― Non lo conosciamo ― mormorò Regina con autentica tristezza, mentre posava con cautela il sacchettino sul tavolo, perché più tardi lui lo prendesse. ― Ma quella donna può aiutarci a riconoscerlo ― disse accennando a Freda che, in piedi, addossata alla parete, guardava il capitano con occhi tondi di paura. ― È una serva sveva che Regina Balestrieri ha tenuto con sé come schiava e che poi ha ceduto a mia madre.
Il capitano non fece altre domande. Improvvisamente era annoiato e sospettava che il sacchetto che giaceva sul bordo del tavolo non contenesse poi tanto da fargli sopportare i lamenti di due donne illuse. E inoltre apprezzava quella giovane sconosciuta che si nascondeva anche ai familiari, vergognosa di quanto le era accaduto; al contrario della Balestrieri che era tornata – si diceva – a testa alta.
Lo svevo che aveva sposato era tra i feriti, sempre che non fosse ormai già morto, poiché ogni giorno ne portavano fuori uno da sotterrare. Non lo colse alcun sospetto che la donna bruna e la Balestrieri fossero la stessa persona. Si alzò, quindi, facendo un molto rumore nell’allontanare la sedia, e chiamò a gran voce il soldato, che poco tempo prima aveva condotto le due dame da lui, dandogli un ordine.
Questi le scortò giù per una scala, fino a una stanza in cui un uomo sonnecchiava con la schiena appoggiata contro la parete e le gambe incrociate su un sacco.
― È così che fai la guardia, razza di animale? ― sibilò il soldato, dandogli un calcio nel costato.
― Accompagna queste damigelle dagli svevi di San Martino. Sembra che la loro serva debba riconoscerne uno.
L’altro aprì il suo unico occhio e lo fissò sul compagno. Fece un commento volgare ma si alzò, e con una voce cavernosa, che sembrava venire dal più profondo dell’inferno, invitò le donne a seguirlo. Fece alcuni passi verso altri gradini in discesa, e, dopo essersi accertato che il soldato che le aveva accompagnate fosse ormai lontano, si fermò e guardò con intenzione quella delle tre che gli pareva la più ansiosa di visitare quel posto fetido. ― Sono ai vostri ordini, signora.
Regina comprese e, del resto, se lo aspettava. Dal momento che aveva dato tutto il suo denaro al capitano, lanciò un’occhiata a Rosa, che subito offrì tre delle sue monete al carceriere.
L’orbo sorrise, mostrando le gengive prive di denti. Galline facili da spennare! Il motivo per cui erano lì doveva avere grande importanza per loro, ed erano così stupide da non nascondere la loro ansia. Si chiese se lo svevo che stavano cercando non fosse stato l’amante di quella bruna, così desiderosa di trovarlo; ma, dopotutto, se anche fosse stato così, non gli sarebbe importato. A lui non interessava la politica. Per i miserabili era sempre la stessa solfa, alla fine: stracci addosso a coprire pance vuote. Non odiava nemmeno gli svevi, in fondo non era a loro che doveva la sua mutilazione; l’occhio glielo avevano cavato i lodigiani parecchi anni prima, e gli era parso con grande piacere.
Tuttavia, li avrebbe uccisi tutti senza nessuna pietà se qualcuno ricco d’oro, e disposto a cederne un poco, glielo avesse chiesto. Stringendo quindi in una mano le monete, con aria baldanzosa iniziò a scendere gli scalini di pietra, preoccupandosi persino di raccomandare alle donne di stare attente.
Le guidò lungo un corridoio stretto, sul quale si affacciavano decine di porte con spioncini e feritoie per il passaggio del cibo, e giù per altri scalini, fino a trovarsi in uno spazio più ampio, con grandi celle a destra e sinistra dove si potevano vedere, dietro fitte sbarre di ferro incrociate, i prigionieri incatenati l’uno all’altro come bestie.
Il tanfo era insopportabile: un miasma di sangue, escrementi, sudore; e il silenzio – rotto solo da alcuni gemiti – sconvolgente.
Regina lanciò uno sguardo a Rosa. La ragazza aveva la bocca serrata e gli occhi sbarrati di sgomento. Si vergognò di averle permesso di seguirla. Forse aveva immaginato tutto quello, ma dare una forma ai propri incubi non era come trovarvisi immersa. Era peggio, molto peggio di quando lei stessa era stata rinchiusa.
Emise un lieve sospiro. Eppure, anche quel luogo era meglio del vuoto della morte.
Stephan doveva essere lì. Doveva!
Si avvicinò alla cella che la guardia le aveva indicato e fissò quelle ombre ammassate dietro le sbarre senza riuscire a distinguere alcun volto.
― Fatemi entrare! ― ordinò volgendosi di scatto.
L’orbo fece una smorfia. Ormai era certo che non spettasse alla serva il compito di identificare i prigionieri; quella dama bruna era così fuori di sé da non preoccuparsi nemmeno più di reggere la messinscena rifilata al capitano.
― Non posso farlo. Sono pericolosi.
― Come potrebbero esserlo? Sono in catene!
― Se vi si stringessero intorno, non sarebbe facile liberarvi.
Regina ebbe un gesto di disperazione. Era mai possibile che proprio ora dovesse rinunciare? Sconsolata guardò Rosa, che prontamente lasciò cadere un’altra moneta nella mano tesa dell’uomo.
L’orbo fece una smorfia. ― È davvero molto rischioso.
― Dategli tutto, Rosa, vi prego! ― esclamò Regina. Gli occhi si stavano abituando alla luce fioca che illuminava l’ambiente, e le era parso di riconoscere Stephan in un uomo semisdraiato in fondo alla cella.
Evidentemente soddisfatto di tanta generosità, quasi con sollecitudine, la guardia aprì la porta per lasciar entrare Regina; tuttavia, si fece avanti con la frusta perché nessuno osasse avvicinarsi.
Ma il prigioniero non era Stephan – sebbene avesse i capelli lunghi e biondissimi – e le aspettative della giovane donna lasciarono posto alla delusione. Si guardò attorno, cercando in quei volti disperati quello dell’uomo che amava. Nessuno parlò. Nessuno rispose alle sue domande. Molti erano feriti; uno, forse, era morto.
Comprendendo ormai che Stephan non era tra loro, pianse e si inginocchiò davanti a un soldato che, a fatica, riconobbe come uno degli uomini della guardia di suo marito. ― Che ne è stato del barone? Vi prego, rispondetemi.
― Che v’importa ― rispose l’uomo dopo un lungo silenzio. ― Vi ho visto, sapete, quando ve ne siete andata. Non vi siete certo curata di lui, allora.
Era la conferma che Matilde non le aveva mentito.
― Vi sbagliate. Credevo fosse morto. Vi scongiuro, ditemi ciò che sapete.
― Non so nulla. È stato con noi pochi giorni, dopo lo hanno portato via.
― E… in che stato era?
― Non sembrava molto grave. Da quando gli avevano cicatrizzato la ferita col ferro rovente, riusciva a stare in piedi da solo.
Regina tremò per l’orrore al pensiero di quelle sofferenze. ― Dove lo hanno portato?
― Chiedetelo al nostro carceriere. Se lo pagate abbastanza, forse lui ve lo dirà.
Regina si sollevò. ― Vorrei poter fare qualcosa per voi ― mormorò dispiaciuta.
― Davvero, baronessa? In fondo non stiamo poi così male. Peccato per i feriti, li stiamo perdendo tutti. Se potete, fate in modo che portino via in fretta quel ragazzo ― aggiunse accennando con la testa verso un corpo steso poco lontano. È morto già da molte ore.
― Vi ringrazio, soldato, e… proverò a fare qualcosa.
L’uomo piegò le labbra in una smorfia che avrebbe voluto essere un sorriso. ― Non servirà a nulla che paghiate quell’uomo per migliorare le nostre condizioni. Prenderebbe i vostri denari e qui non cambierebbe nulla.
Regina sapeva che era vero. Quegli uomini aspettavano di essere riscattati o di morire. L’unica cosa che forse sarebbe riuscita ad ottenere sarebbe stata di far portare via in fretta il corpo di quel giovane.
Ma Stephan… dov’era stato condotto?
― Un paio di settimane fa, da questa cella è stato portato via un comandante svevo ― disse alla guardia quando ne fu uscita, spazzando via ogni debole speranza di Rosa.
L’orbo rise. ― Quasi ogni giorno ne portiamo fuori uno. Muoiono come mosche.
― Ma questo era ancora vivo.
― Ah…
― Sapete a chi mi riferisco? Al barone Stephan Deinburg.
― Non lo conosco ― rispose l’uomo.
― Mentite!
― Se non so chi sia è perché non ho avuto modo di occuparmene ― rispose lui, per nulla offeso.
― E non vorrei nuocere a qualcuno dei miei compagni.
Regina sperò di aver compreso. Si sfilò la catena e la mostrò all’uomo. Era solo un oggetto, in fondo, e non contava perderlo se poteva farle ritrovare Stephan. ― Ve la darò se mi porterete da quell’uomo.
L’unico occhio brillò di cupidigia. ― Volete vederlo, dite?
Regina richiuse la mano sulla collana. ― Stephan Deinburg! Il nostro patto non avrà valore se mi porterete da un altro.
― Ma non vi ci porterò mai se non avrò il gioiello. Stephan Deinburg, avete detto? ― domandò l’uomo, piegando le labbra in un sorriso torvo e tendendo il palmo di una mano verso di lei.
Regina cedette.
L’orbo emise una breve, fredda risata di scherno. Doveva essere ricca, quella donna, dal momento che per lei i gioielli non avevano alcun valore. Lui avrebbe fatto tutto per poche monete. Naturalmente non si curava dei suoi compagni e lui poteva, senza difficoltà, portarla dal prigioniero. Tanto quello straniero ne aveva ancora per poco: era in delirio, ormai, e da un paio di giorni rifiutava il cibo. ― Venite.
Risalirono le scale e si fermarono davanti a una delle celle che avevano superato poco prima.
L’uomo aprì lo spioncino e si assicurò che lo svevo fosse sdraiato sul pagliericcio.
― Entrate pure, signora.
Regina avrebbe voluto precipitarsi, ma le gambe erano rigide e pesanti come pietre, la bocca asciutta, e le pareva quasi di sentire il suo cuore battere forte nel silenzio del sotterraneo.
L’uomo sul pagliericcio non aveva fatto alcun movimento, come se il rumore del pesante catenaccio non lo avesse scosso. Era sdraiato bocconi, la testa bionda piegata di lato, un braccio inerte lungo il fianco. Era a torso nudo, e la torcia illuminò una benda sudicia, probabilmente ricavata da una tunica, che gli copriva solo in parte la ferita che risaliva maligna verso la spalla sinistra. Erano evidenti anche i segni della frusta.
Sconvolta dalla pena, la giovane donna sentì scivolare la torcia fra le mani, ma si riprese e, dopo averla sistemata febbrilmente nel gancio, si precipitò verso di lui. Gli accarezzò la spalla sana con nostalgia e chinò il volto su quello febbricitante di suo marito. Aveva le guance scavate ricoperte dalla barba ispida, gli occhi infossati, il respiro debole.
― Povero amore mio… ― bisbigliò senza riuscire a trattenere le lacrime ― quanto devi aver sofferto.
Il barone aprì gli occhi, senza riconoscere chi gli stava vicino. Sentiva solo che le dita che lo sfioravano erano delicate come quelle di una donna e che la voce penetrava dolcemente nella sua mente, suscitando ricordi lontani. Gli parve di respirare il profumo dell’aria fresca del mattino e che gocce di pioggia scendessero su di lui, subito assorbite dal fuoco che lo bruciava. Forse era la morte che lo stava prendendo per mano, ed era ingannevole come le cose più belle della vita. Ma lui non voleva seguirla. Voleva vivere perché aveva un compito da compiere. ― Vattene… ― alitò. ― Non verrò con te ―. E subito ricadde nel suo torpore.
― Oh… Stephan… che cosa ti hanno fatto! ― L’aveva ritrovato, ma per quanto tempo ancora?
Sembrava che il soffio della vita lo stesse abbandonando. Doveva portarlo fuori di lì, ad ogni costo.
Gli sfiorò le labbra riarse con le sue e spostò con un gesto tenero i capelli che gli ricadevano sulla fronte madida. ― Ti aiuterò, amore ― promise. ― Ti aiuterò, anche se questo dovesse costarmi la vita.
― Signora… ― la chiamò a voce bassa la guardia, affacciandosi. ― Dovete venire via.
Regina accarezzò ancora il suo uomo. Non avrebbe voluto lasciarlo più. ― Ancora un momento.
― No, subito! Vi ho già concesso troppo.
Regina lo ignorò e prese il boccale di ferro posato a terra. L’acqua aveva un odore disgustoso, ma lei se ne servì per bagnargli il viso e le labbra dandogli un po’ di sollievo. Lo baciò ancora, sentendo il cuore stringersi per l’angoscia. Come poteva lasciarlo? Eppure doveva. Straziata, si sollevò e tornò alla porta. Non c’era aria là dentro, e l’umidità penetrava nelle ossa dando i brividi. Quel luogo orribile era fatto per morirci.
― Devo farlo uscire da qui! ― disse con fermezza quando fu di nuovo fuori.
L’orbo chiuse in fretta la porta. ― Questa volta volete davvero troppo, signora. È una prigione, questa, e l’uomo là dentro, seppur già mezzo morto, è un comandante svevo.
― Sono sicura che voi potete.
― Mi date troppo credito ― replicò lui con sarcasmo. ― Ci tengo al mio collo e quell’imperiale ha un nemico potente. No, troppo rischioso ― aggiunse poi con una nota di rammarico in quella voce cavernosa. ― E poi… la guardia che lo ha in custodia potrebbe sospettare qualcosa, e per lui è una fonte di guadagno.
Regina emise un mezzo gemito che rivelò rabbia e delusione. Un guadagno che, di sicuro, era
Guido a fornirgli. Non poteva essere che lui il nemico potente di Stephan; e a causa di un folle, cieco, amore suo marito sarebbe morto in quella cella. “Maledetto Guido”, pensò la giovane baronessa con rancore. Ora sapeva che cosa significava odiare davvero qualcuno, di un odio totale, feroce, che non dissimulava altri sentimenti. ― Ma sta morendo… lo avete appena detto ― ribadì con voce tremante. ― Quando accadrà, il vostro compagno perderà la sua… fonte di guadagno, e voi il vostro compenso.
― Ecco… ― borbottò l’orbo indeciso, considerando che quel discorso non faceva una grinza. Le sue mani callose sfiorarono la tunica, proprio sopra la cintura, dove c’era il piccolo rigonfiamento creato dal gioiello ottenuto in modo così agevole. Una fortuna di cui si sarebbe dovuto accontentare, eppure si trovò a frugare il corpo sottile della donna con sguardo avido, in cerca di altro oro.
Regina comprese. ― Posseggo molti altri gioielli. Saranno vostri se mi aiuterete!
Il carceriere emise uno strano grugnito. Se lo svevo fosse stato creduto morto? C’era già un cadavere da portare fuori. Uno di più o di meno non faceva grande differenza. Si passò una mano sulle
guance ispide, continuando a riflettere. E poi era una fortuna che, proprio in quel momento, il compagno che si occupava del barone stesse su una branda a smaltire una sbornia e a riprendersi dalle botte che si era preso alla taverna la notte precedente. Nessuno da convincere, nessuno con cui dividere, infine. Se poi lo svevo fosse crepato prima, la bella signora non avrebbe potuto fare proprio niente trovandosi un morto fra le braccia.
― Si può fare stanotte ― disse infine. ― Ma voglio subito la mia ricompensa, altrimenti potete scordarvi il vostro uomo.
Regina si portò le mani al collo, cercando d’istinto la sua catena, che ormai non possedeva più. ―
Non vi basta quello che vi ho dato? ― chiese. ― Vi prometto che vi porterò altri gioielli quando mi affiderete mio… il barone.
― No di certo, bella dama.
― Per il momento dovrete accontentarvi di quello che vi abbiamo dato e… di questa ― intervenne Rosa con fare deciso. Con un gesto rapido, mise nelle mani della guardia una lunga catena d’argento a grana sottile. Provò un brivido di disgusto nel sentire il contatto con quella pelle callosa, ma non ritrasse la mano. In quella prigione aveva imparato più di quanto avesse fatto in tutta la sua vita: aveva compreso che i persecutori potevano mutarsi in vittime, che gli uomini d’onore potevano smarrirsi lungo i sentieri del disonore e che ogni cosa, persino la libertà di un nemico, aveva un prezzo che si poteva pagare.
― Il rischio è grande ― ribatté il carceriere, valutando il gioiello.
― Fatevi bastare quello che avete avuto ― replicò la ragazza con fermezza. E guardando Regina, che stava per parlare, bisbigliò: ― Se farete il suo gioco vi ridarà Deinburg morto.
― Solo se morirà durante il tragitto ― si difese l’uomo, fingendosi offeso.
― Ve lo ridarà morto perché per lui è più facile ― insistette lei, sentendo la propria voce quasi estranea, bugiarda. Era ormai certa che Regina avrebbe dato anche se stessa pur di liberare il suo sposo; non era quindi nelle condizioni migliori per trattare la sua scarcerazione. Ma lei ne era capace?
Tornò a fissare quell’essere rivoltante. Deglutì, cercando di farsi coraggio: ― Noi vogliamo lo svevo, e sarà molto meglio per voi che sia ancora vivo quando ce lo affiderete… allora avrete un tesoro che vi permetterà di poter vivere tranquillo per tutta la vita lontano da questo… posto. Altrimenti, non avrete altro.
Esitò. Un tremito le scosse le spalle.
― Non avrete altro ― ripeté infine. La voce era un soffio flebile, che sembrava perdersi in quei muri, eppure vibrò nell’aria come una scelta già scritta.
L’orbo annuì. ― Questa notte, appena dopo la mezzanotte ― disse ruvido ― troverete il carro dei becchini sul retro della prigione. I morti vanno al camposanto oltre San Lorenzo; voi seguiteci.
Non è strano che delle donne accompagnino i defunti: spesso sono mogli o madri dei prigionieri.
Arrivati lì, ne chiederete il corpo. Altrimenti, finirà nella fossa comune.
Regina provò un improvviso sollievo, subito spento dal sospetto. Sembrava troppo facile. E se le stava ingannando? Quell’uomo sembrava pronto a uccidere per la moneta, e a morire per una di più. Ma lei non aveva scelta! Stephan si stava spegnendo; poteva solo pregare e sperare. ― Sarò lì
― disse piano ― e voi… sarete soddisfatto.
― Ne sono certo ― rispose l’orbo. E a entrambe parve di sentirgli nella voce una vaga minaccia.
* * *
Uscite all’aperto, la luce del giorno sembrò troppo violenta dopo quella tetra che dominava nella prigione. Dovevano essere le dieci, le undici forse. Era sembrata un’eternità, ma non poteva essere passata più di un’ora da quando erano state ricevute dal capitano.
Prese dai loro pensieri, in silenzio le giovani donne camminarono in fretta verso l’unica casa che conoscevano e nella quale non sarebbero mai più volute tornare. Soltanto quando giunsero nei pressi
della piazza del mercato, chiassosa e colorata come la tavolozza di un pittore, davanti a un giocoliere che si esibiva per un pubblico rapito, Regina si fermò.
― Ho bisogno di trovare un carretto e… anche la bottega di uno speziale. Mi servirà un unguento per prestare le prime cure a Stephan. Gesù… abbiamo trattato la sua fuga e non so neppure a chi rivolgermi per trovare un cavallo!
― Non esponetevi con uno speziale, in casa abbiamo un unguento adatto a dare sollievo alle ferite e mi sarà facile prenderlo. In quanto al carretto, so io come fare senza che nessuno venga a saperlo.
― E come?
― Mi rivolgerò a una persona di cui ho grande fiducia. È un maniscalco e lavora in una piccola bottega a pochi passi da qui. Lui saprà trovare ciò che vi serve. Andrò immediatamente, poiché non credo che, una volta tornata a palazzo, potrò uscire di nuovo senza essere accompagnata da un servitore dei Bossi. Penso, tuttavia, sia opportuno che lo veda da sola.
― Resterò in disparte, Rosa, non preoccupatevi ― la rassicurò Regina. ― Ma mi chiedo come una richiesta simile da parte vostra non possa suscitare curiosità.
― Bertuccio era al seguito di mio padre durante l’ultima crociata e avrebbe fatto qualsiasi cosa per lui. Non mi negherà il suo aiuto. Mia madre gli era stata vicina dopo la morte – a causa di un’epidemia di colera – della figlia e di sua moglie, che era una delle nostre domestiche, e gli aveva anche trovato una casa prima che entrambe fossimo accolte da messer Ulrico.
― Si ricorderà di voi?
Regina aveva sentito che il padre di Rosa era morto parecchi anni prima, e che anche la madre era mancata quando lei aveva solo quattordici o quindici anni.
La ragazza sorrise. ― Certo. Con Tullia sono passata spesso a salutarlo.
― Vi sarò doppiamente debitrice, allora. Vi ringrazio per quello che state facendo per me e Stephan. Vorrei darvi qualcosa di mio, prima di andarmene, poiché non riuscirò mai a restituirvi la collana che avete sacrificato.
Rosa si strinse nelle spalle. ― Consideratela una sorta di risarcimento, era un dono dei Bossi ―.
Lo sguardo si incupì. ― Non l’avrei più indossata.
Regina avrebbe desiderato confortarla, ma non sopportava di parlare di Guido. Avrebbe voluto poter cancellare dalla mente la sua stessa esistenza, e non soltanto il sentimento tenero che aveva provato per lui.
― Non lo odio, però ― continuò Rosa con aria triste. ― Lo compatisco invece, perché l’amore grande che ha provato e che prova per voi non lascia spazio a nient’altro, e non ne trarrà che male.
― Non credo di poter fare lo stesso ― ribatté Regina. ― Non ora che devo pensare a sfuggirgli.
Quando domattina scoprirà che ho lasciato la sua casa, e quando i suoi leccapiedi prezzolati gli comunicheranno la morte del prigioniero, capirà ogni cosa. Indovinerà la mia identità dietro quella di
Celeste della Valle.
― Abbiate fiducia ― la interruppe piano Rosa, posandole una mano gentile sul braccio. ―
Quando Guido scoprirà della vostra fuga, voi sarete già lontana, al sicuro.
― Devo sforzarmi di averne! Mi sembra di impazzire. Fino a un’ora fa pensavo che il mio sposo fosse morto, e sebbene soffrissi profondamente ero rassegnata all’ineluttabilità di quel fatto. Ora che lo so vivo, sono più disperata di prima e sto male sapendolo così indifeso in quell’orribile cella. Mi chiedo se quell’uomo non mi ingannerà, se riuscirò a portare Stephan fuori dalla città… se non mi morirà fra le braccia.
Rosa scosse la testa. ― È sopravvissuto per tante settimane, deve essere un uomo forte. Anche
Guido… ― Stava per dire che anche lui aveva superato settimane difficili in prigione, prima di essere riscattato, ma s’interruppe. Regina, ormai, lo odiava e, probabilmente, non le importava sapere delle sue sofferenze.
Regina le prese le mani e tentò un sorriso. ― Siete buona. Non saprò mai come ringraziarvi.
― Potreste, se mi portaste con voi ― rispose Rosa timidamente, imbarazzata nel fare una richiesta che, in quel momento, poteva sembrare un ricatto.
Regina la guardò stupita. Doveva esserci molto più di quanto le era parso di intuire, se quella ragazza voleva lasciare la casa dei Bossi. ― È una pazzia! Condurrò il mio sposo a Pavia e non sarebbe facile, per voi, adattarvi a vivere là.
Rosa sospirò. ― Certo, non pretendo di essere accolta con simpatia ma…
― No, non si tratta di questo! Sareste accolta con gioia, con amicizia. Mia cognata è una donna dolcissima e vi vorrebbe bene soltanto per avermi aiutata a salvare Stephan; ma Pavia è una città nemica, e vi trovereste a vivere fra stranieri. Vi chiedo di riflettere. Col tempo tutto questo passerà e voi dimenticherete quello che abbiamo saputo oggi o, quantomeno, lo accetterete.
Rosa non lo credeva. Quando Guido fosse andato a fondo riguardo la morte dello svevo – ed era tale la sua ossessione che era sicura lo avrebbe fatto – avrebbe forse scoperto che delle donne avevano fatto visita ai prigionieri e compreso chi fossero. Erano stati dati altri nomi al capitano, ma
Guido non era uno sciocco. Non pensava che le avrebbe denunciate, tuttavia niente sarebbe tornato come prima. ― Io non lo credo. Se anche non mi permetterete di accompagnarvi, vi giuro che vi aiuterò ugualmente; ma vi prego di pensarci. Vi sarò d’aiuto con un uomo in quelle condizioni, ben più di Freda ― sussurrò lanciando una breve, significativa occhiata alla sveva, che con le mani tremanti strette l’una nell’altra, teneva lo sguardo fisso a terra.
In quanto a questo, Regina ne era certa. In quelle poche ore Rosa si era rivelata molto diversa dalla ragazza che aveva creduto fosse. Ma sarebbe stato egoistico coinvolgerla in quell’avventura.
― Rosa, quello che intendo fare è tradimento!
― Lo so ― rispose lei, e per un istante i suoi occhi brillarono di una luce amara. Tradimento, certo; ma della famiglia che l’aveva ospitata. Tuttavia non poteva restare accanto a un uomo che non la vedeva, che amava un’altra e che l’avrebbe presa in sposa soltanto a una condizione. Un uomo che non era più lo stesso di cui si era innamorata.
― Per me, restare qui sarebbe un tradimento peggiore... quello verso me stessa. Perdonatemi, ma non posso dirvi cosa mi spinge ad andarmene ― aggiunse poi con un gemito, rossa in viso per la vergogna.
― No, se vi fa male ―. Né era certa di voler conoscere a fondo quello che tormentava la fanciulla, anche se poteva intuirlo. Emise un breve sospiro carico di rassegnazione e annuì. ― Come volete.
Vi prometto che a Pavia sarete accolta con rispetto. Lo meritate. Ma come farete con Tullia? Dorme con voi, credo.
― Sarà facile. Fatica ogni notte ad addormentarsi, ma poi non sente più nulla ―. E si trovò a sorridere fra sé pensando alla balia, che non la lasciava mai sola quando in casa c’era Guido, e poi si perdeva nel sonno non appena sfiorato il cuscino. Se lei avesse voluto, avrebbe potuto raggiungere
Guido ogni notte. ― Non siate in ansia, andrà tutto bene.
― Sì, andrà tutto bene ― ripeté Regina. Doveva andare tutto bene!
― Allora andiamo. La bottega di Bertuccio è qui, svoltato l’angolo ― sussurrò Rosa prendendole la mano.
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