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Ancora uno.
Coraggio!
Non mollare, Adaline!
Forza!
Solleva quel maledetto ginocchio ancora una volta.
Andiamo!
Ce la puoi fare!
Oh, finalmente!
Fare la cheerleader per me stessa un po’ funziona devo riconoscere.
Ma perché solo per arrivare su questo binario ci doveva essere una fila lunga una quaresima alla scala mobile?
Tutti a Kyoto devono andare oggi?
Mi appoggio al corrimano in acciaio e riprendo fiato per un momento, intanto che mi guardo attorno asciugandomi il sudore che mi cola sulla fronte.
Il cartellone al piano di sotto avvisava che su questo Shinkansen i vagoni con i posti liberi vanno dal 5 al 7. Dunque... dove mi dovrò mettere?
Osservando l’ambiente circostante, mi accorgo che sull’asfalto davanti a me ci sono dipinti dei numeri: 1-2-3... oh! Quindi basta che seguo questi, mi piazzo dove c’è uno di quelli che mi servono e aspetto. Ottimo!
Mi sistemo meglio lo zaino in spalla e mi avvio con passo claudicante lungo la banchina. Il ginocchio destro sta facendo un po’ di capricci questa mattina. Colpa dell’infinita rampa di scale ripide come il monte Fuji che mi sono appena fatta.
Attraversando una muraglia di impiegati in abiti eleganti, studenti con le tipiche uniformi alla marinaretta che tanto mi piaceva rimirare nei manga quando ero adolescente, altri turisti come me pieni di valigie, finalmente arrivo davanti al numero 5. Non c’è molta fila, così mi appresto a prendere posto.
Appoggio lo zaino sul marciapiede, mi stiracchio e massaggio le spalle e provo a sciogliere i muscoli indolenziti della schiena.
Cielo, quanto pesa! Fortuna che ora mi aspettano cinque ore e passa di treno dove potrò riposarmi, o rischio di smontarmi più di una scultura fatta di pezzi Lego da un momento all’altro.
Mi chino a recuperare una bottiglietta d’acqua da dentro una delle tasche laterali, gettando un’occhiata all’ora sull’orologio grande davanti a me. Le nove e quindici del mattino. Il treno arriverà fra dieci minuti. Menomale! Almeno non dovrò stare per troppo tempo in piedi.
Continuando a studiare l’ambiente limitrofo, mi rendo conto di essere piuttosto osservata. Parecchie persone mi fissano con cipiglio alquanto incuriosito e interdetto. So bene cosa notano. Io sembro una giapponese, anche se in realtà non sembro una giapponese.
Troppo contorto?
Intendevo che ho dei tratti somatici tipicamente giapponesi, ma poi, guardandomi con più attenzione, si capisce che non lo sono per via dei miei occhi. Sono verde chiaro.
Mezza giapponese, un quarto norvegese, un quarto hawaiana e inglese di nascita. Mica male, vero? Sono decisamente un gran frullato di etnie!
Cercando di ignorare i sorrisini un po’ troppo insistenti di un tizio di mezza età in giacca e cravatta, mi fingo interessata al baracchino che vende i bento e le bibite alla mia destra.
Come mi giro, però, i miei occhi non si posano sul menù dei sandwich.
No.
Quello che vedo in realtà è un sedere tondo da paura, il quale sembra talmente sodo, che se ci lanciassi contro una monetina, ci rimbalzerebbe contro. Fasciato in un paio di jeans chiari molto aderenti e molto calati sui fianchi, mentre il proprietario è piegato a novanta per cercare qualcosa nel suo zaino.
A novanta.
Nella mia direzione.
Ottima visione, non c’è che dire!
Nel momento in cui si rimette dritto mi obbligo a distogliere lo sguardo, perché, se mi becca, sai che bella figuraccia?
Anche se sono piuttosto tentata di sbirciare se la faccia è all’altezza di quel lato B e sto quasi per cedere quando noto lo Shinkansen Sakura fare il suo ingresso all’interno della stazione, così lascio perdere e mi preparo a salire.
Wow!
È la prima volta che ne vedo uno e mi sembra quasi un siluro! Ha la forma del muso molto arrotondata ed è di un bianco brillante. Tutto tirato a lucido. Né un graffito, né un segno di sporco. Bello!
Salgo e come noto che i posti proprio sul fondo del vagone sono vuoti ne prendo possesso. È perfetto perché dietro al sedile c’è un po’ di spazio così ci posso appoggiare il mega zaino verde che mi porto appresso e sentirmi più libera nei movimenti durante il viaggio.
Finalmente mi metto tutta comoda sul sedile lato finestrino, prendo dalla borsa il mio tablet, la guida di Kyoto insieme alle cuffie e sistemo la borsa nello scomparto sopra la testa.
Infilandomi le cuffiette bianche nelle orecchie, prendo a scrutare la carrozza con occhi pieni di luminosa curiosità. Un po’ come un bambino quando vede per la prima volta qualcosa che lo affascina.
Diamine, se è pulita! È proprio tirata a lucido. Niente polvere. Niente cartacce buttate in giro. Niente gomme appiccicate ai sedili. Niente scritte di PINCO che ama tanto PALLINO. È uno specchio qui dentro.
I giapponesi devono proprio essere fissati con la pulizia. Forse è per questo che lo sono tanto anche io. È per il mio sangue nipponico che mi scorre nelle vene.
Almeno finalmente c’è una spiegazione del perché pulisco casa sei volte la settimana e passo l’aspirapolvere all’incirca tre volte al giorno.
Ero convinta di essere una maniaco compulsiva.
Lascio partire la mia playlist su Spotify di quando voglio rilassarmi e mentre le prime note di Listen To Your Heart dei Roxette mi risuona nella testa, prendo a scorrere le foto che ho scattato nei giorni scorsi, immergendomi in qualche caldo ricordo.
Sono in viaggio da quasi due settimane oramai.
Da sola.
Avevo bisogno di evadere dalla mia quotidianità, noiosa e vuota. E da mia madre, soprattutto.
Non è che io e lei non andiamo d’accordo. L’adoro! Ma è sempre stata molto asfissiante con me. Sarà forse perché sono figlia unica, non lo so, ma è un po’ troppo ansiosa e nell’ultimo anno è anche peggiorata.
Immagino che un po’ c’entri il fatto che mi ha praticamente cresciuta da sola. Mio padre lavora per una compagnia petrolifera e non c’è mai a casa. Torna solo ogni due mesi per due misere settimane e sarà così fino a quando non andrà in pensione. Sono stati pochi i momenti passati in famiglia per noi tre e solitamente nei periodi di pausa tra un incarico e l’altro.
Ricordo che qualche anno fa è rimasto a casa per più di quattro mesi. Uno dei periodi più belli. Era estate e siamo andati a fare l’America coast to coast. New York fino a San Francisco, fermandoci in ogni singola cittadina che ci ispirava e incuriosiva, per immergerci appieno nella vera America. Quella meno turistica. Una delle vacanze migliori. E anche l’ultima.
Spero tanto che il progetto che segue ora a Dubai finisca presto, così potrà stare un po’ con la mamma. Lei ne avrebbe tanto bisogno.
Ho provato a convincerla ad andare con lui come faceva i primi tempi che si sono sposati, o fino a due anni fa, ma lei sostiene che non vuole lasciarmi sola. Manco fossi ancora una bambina. Ma purtroppo da quell’orecchio non ci sente proprio. Che testarda!
Apro la cartella del mio soggiorno a Honolulu e mi rituffo in quei primi sette giorni di vacanza a tutto relax.
Sono andata a trovare i miei nonni materni, i quali vivono lì da dieci anni. Mia nonna è originaria dell’isola. Mio nonno, che è norvegese, era andato in vacanza alle Hawaii con alcuni amici per provare a fare surf e come ha visto mia nonna ha avuto un vero e proprio colpo di fulmine. Si sono sposati nel giro di una settimana e poi insieme si sono trasferiti a Cambridge per via del lavoro di lui. Era un ricercatore scientifico. Da che è in pensione sono tornati a vivere nella città della nonna e si godono la vita fra sole, bagni e pesca.
È stato molto bello rivederli dopo tanto tempo e con loro ho passato una settimana all’insegna della tintarella e del dolce far niente.
Mentre scorro le foto che mi ritraggono in compagnia di mia nonna Kaimi, non posso fare a meno di sorridere felice. Abbiamo sempre avuto un bellissimo rapporto... dovuto anche al fatto che non è tanto grande visto che è rimasta incinta della mamma che aveva solo diciannove anni, e che mia madre ha avuto me quando ne aveva venticinque... e nonna Kaimi è un vero portento! Uno spirito libero amante dell’arte e della musica. Dipinge, scolpisce e suona la chitarra. Non ci si annoia mai in sua compagnia.
Osservo attentamente la foto che ci ritrae a Mamala Bay, a Waikiki Beach con in mano una gigantesca fetta di papaya, e non posso fare a meno di ammirare che favolosa abbronzatura mi sono fatta. Uno spettacolo!
Dopo le Hawaii ho passato tre giorni a Tokyo, dove mi trovo ancora per pochi minuti. Ho visitato i giardini del palazzo reale, lo zoo di Ueno, Shibuya, la Tokyo Tower e l’isola di Odaiba, dove ci sono centri commerciali, il Gundam a grandezza reale e una versione più piccola della Statua Della Libertà. Senza contare che da lì si gode di una fantastica vista sullo skyline della capitale nipponica.
Davvero molto bella come metropoli, ma decisamente un sacco caotica.
A Shibuya, per scattare una foto alla statua del cane Hachiko, sono stata in fila venti minuti. Roba da non crederci! Ma, in fondo, se solo Tokyo conta una cosa come quattordici milioni di abitanti, credo che oltre la metà si raduni ogni sera proprio nel vivacissimo quartiere pieno di negozi, luci, locali e vita notturna.
All’improvviso sento qualcosa sbattermi sul piede destro.
Abbasso lo sguardo e scopro che si tratta di un grosso e pesante borsone nero.
Confusa e pure un po’ irritata, metto in pausa la musica e alzo lo sguardo per vedere chi è il proprietario di questo mattone da mezzo quintale e chiedergli “gentilmente” di levarmelo di dosso. Ma quello che i miei occhi incontrano non è la faccia di un tizio qualunque, ma bensì la patta dei suoi jeans.
Sgrano gli occhi.
Jeans chiari molto aderenti e molto calati su fianchi stretti.
Il tizio del bel culo di prima?
E si sta sedendo proprio accanto a me?
Oh, ma che gustosa coincidenza!
Siccome sono almeno due minuti che gli fisso la zip dei jeans con talmente tanta attenzione da poter dire con certezza che ha un filo bianco dell’impuntura scucito, decido di sollevare i miei occhi per cercare di scoprire finalmente se il proprietario di questa zona pelvica sia altrettanto interessante come le sue parti basse.
Mannaggia, non lo vedo in faccia!
Sta ancora sistemando le sue cose, comunque, grazie alla maglietta a righe bordeaux e grigie lievemente sollevata, noto una fetta di pelle dorata piatta e piacevolmente definita.
Sempre più interessante...
Torno a concentrarmi sulle mie foto, spostando da sola il borsone, mentre giocherello ansiosa con una ciocca dei miei capelli. Faccio per rischiacciare play, quando una voce alla mia destra mi accarezza delicata.
«Shitsureishimashita[1]!», dice con pronuncia sicura e con accento quasi perfetto.
Grazie a mio padre me la cavo piuttosto bene con il giapponese parlato, pertanto capisco che il mio vicino mi ha appena chiesto scusa.
Deve avermi scambiata per un’autoctona.
Mi volto verso di lui per dirgli che non importa, ma nell’esatto istante in cui i nostri sguardi si incontrano, è come se il tempo intorno a noi si fermasse.
I miei e i suoi occhi sono all’improvviso incatenati, avvinti, completamente imprigionati.
Ho sentito spesso storie sui colpi di fulmine, specie nella mia famiglia. Da noi a quanto pare è la norma.
Infatti, oltre ai miei nonni materni, è successo anche ai miei genitori.
Mio padre Joji era a Londra per un colloquio con la ditta per la quale lavora tuttora, mentre mia madre era lì per studiare al college. Una sera si sono incontrati in un pub e... BAM! Colpo di fulmine! Cupido li ha colpiti con le sue frecce e da allora sono stati innamorati persi.
Non si sono sposati nel giro di una settimana come i nonni, però. Hanno aspettato ben più di un anno.
A ogni modo, io credevo di essere immune a certe cose. In ventun anni di vita ho avuto qualche relazione, ma nulla di che. Ero più presa dai miei sogni, dai miei obbiettivi.
Dalla danza.
Ero una ballerina e pure piuttosto brava.
Pertanto non ho mai avuto molto tempo ed energie da spendere in certe cose.
Eppure ora... ora non riesco a distogliere i miei occhi da queste pozze di cacao al latte che mi ricambiano rapite, intanto che una colonia di farfalle di taglia preistorica prende improvvisamente residenza all’interno del mio stomaco.
Devo voltarmi.
Io so che devo.
Ma non riesco a smettere dal fissare come inebetita questo viso degno di un proprietario di un sedere da favola!
Ha i capelli di un castano molto scuro. Sembrano quasi neri. Sono tagliati corti ai lati e più lunghi al centro, i quali lui porta gettati un po’ all’indietro in soffici onde. Possiede quel look che sembra pettinato con le dita e che ti fa salire l’irrefrenabile voglia di fare altrettanto.
Gli occhi hanno un taglio sottile e sono decorati da piccolissime e sottilissime rughette di espressione. Segno evidente di uno che sorride spesso e di cuore.
Il naso è a patata e un po’ prominente, ma ci sta benissimo con l’insieme del suo viso disegnato con tratti sottili e precisi.
Una leggera barbetta scura di un paio di giorni gli colora la mandibola e gli contorna anche la bocca, la quale è composta da un labbro superiore un po’ sottile e da uno inferiore più carnoso. Tutto da mordere.
Non è uno di quei ragazzi che come vedi inizi a strapparti le mutandine pronta a farti possedere dovunque ti trovi, ma è davvero bello. Ha un fascino caloroso, magnetico, irresistibile. E poi il fatto che sono certa che sia un tipo allegro me lo fa piacere ancora di più. I musoni tutto mistero, tutto lato oscuro, proprio non fanno per me.
Comunque... ora basta così, Adaline, o rischi di far annegare tutti nella tua bava!
A fatica mi ridesto da questo strano stato di trance e ritorno con la testa alla realtà.
Ma quando siamo partiti?
Non mi sono proprio accorta che il treno si è messo in movimento.
Con un colpo di tosse mitigo la strana arsura che mi invade e secca la gola. «Ahm... non fa niente! Per... per il borsone intendo. Non fa niente. Sì... ecco.» Ottimo lavoro, Adaline. Bella figura del cavolo!
Un piccolo sorrisetto gli incurva la bocca verso destra, mentre le iridi color cacao gli prendono a brillare di una curiosa luce. «Meglio così!», esclama con uno strano accento che mi causa brividi di piacere lungo la schiena.
Forse è di origine spagnola. Ciò spiegherebbe molto il suo incarnato color caramello, sul quale quel sorriso bianco risalta tantissimo.
Ma non ho intrapreso questo viaggio per conoscere qualcuno, o flirtare, o altro. Per quanto lui e il suo fondoschiena siano carini, non è proprio il caso di continuare su questo sentiero.
Di conseguenza gli elargisco un cordiale sorriso e con grande fatica riporto l’attenzione al mio tablet, togliendo la pausa alla musica e cercando di ordinare ai miei ormoni improvvisamente svegli di ritornarsene da bravi a cuccia.
Durante il viaggio non faccio che lanciare fugaci occhiate alla mia destra.
È inevitabile.
I miei occhi ci vanno praticamente da soli, come sospinti da un potere superiore!
Il mio compagno di sedile è immerso nella lettura di... mmm... inclino lievemente la testa, senza farmi notare, per cercare di leggere il titolo: Samuel Bjork, La Stagione Degli Innocenti. Non lo conosco e la copertina mi inquieta un po’. È nei toni del nero e del grigio, con molti ombrelli aperti sotto un cielo in tempesta e su uno di questi c’è del sangue.
Non è il mio genere di lettura, però almeno è uno che legge. Il che, purtroppo, gli conferisce molti punti per quanto mi riguarda.
Okay, Adaline, ora smettila di guardarlo! Da brava bambina torna a concentrarti sul tuo tablet e smettila di fargli lastre, radiografie e tac! Ho detto di guardare davanti a te, scema, e non di fissare lui che si mordicchia un pollice mentre è assorto nella lettura, creandoti dei flash assurdi su cos’altro potrebbero mordere quei denti perlacei!
Con uno sforzo sovrumano decido di concentrarmi sul mio piano viaggio, prendendo infiniti e silenziosi respiri profondi. Avrei bisogno di una boccata d’aria fresca.
Abbasso il tavolinetto grigio, ci appoggio sopra la guida di Kyoto, poi ributto il tablet nella mia tracolla in similpelle nera e ne estraggo il blocco delle vacanze con la penna nera e l’evidenziatore. Scarto e addento uno dei miei classici lecca-lecca all’arancia (non vado mai in giro senza queste esplosioni di zucchero e sciroppo in borsa, è una sorta di tic nervoso credo) e mi metto al lavoro sul mio progetto per le due settimane in giro per il Kansai.
Quando ho deciso di intraprendere questo viaggio, all’inizio mi era balenata l’idea di girare molte più città, ma poi avrei potuto dedicare pochi giorni a Kyoto ed era la meta che più mi premeva vedere, perché è lì che è nato e cresciuto mio padre.
Quando gli ho riferito che venivo qui in Giappone, lui mi ha suggerito due-tre posti da visitare, dove andare a mangiare, i suoi luoghi d’infanzia...
«Sempre se esistono ancora!», ha aggiunto con una punta di rammarico nella voce che come sempre ha tentato di celare dietro a una mezza risata.
Papà non è mai più tornato a casa.
Da dopo il matrimonio con la mamma per la precisione, il quale i suoi genitori non presero bene. Anzi! Dissero a mio padre di non tornare mai più, che per loro era morto.
E lui così ha fatto. Non è tornato nemmeno per i loro funerali.
Io non so molto dei miei nonni, né di questa storia. È un argomento del quale non parla volentieri e posso in parte immaginare perché. Mentre se lo chiedo alla mamma, lei risponde con un semplice: «Mi odiavano perché non sono giapponese.» Anche se l’ho sempre trovata una cosa difficile da credere.
Una volta, avevo circa quindici anni, mi sono nascosta dietro la porta della loro camera perché li avevo sentiti discutere. Non mi piaceva quando litigavano, poiché già vedevamo papà così poco ed era brutto sprecare il tempo con futili litigi. Ma quello che più mi ha tenuta appiccicata con l’orecchio alla porta era il fatto che la mamma aveva nominato i genitori di papà. E da quello che ho carpito, il vero motivo era che papà avrebbe dovuto sposare la figlia di un qualche ricco amico di famiglia. Pertanto non è proprio che ce l’avevano con la mamma per via delle sue origini non nipponiche, ma solo perché si era, diciamo, “intromessa” nei loro piani matrimoniali.
In ogni caso non ho scoperto per quale motivo i nonni li avevano ricontattati dopo tutti quegli anni e credo che mai lo saprò. Ho provato a chiederlo ai miei genitori, ma niente. Sono muti come tombe su questo argomento.
A me dispiace molto non averli conosciuti affatto. E mi dispiace che ora che mi posso permettere questo viaggio da sola, non ci sono più.
È... è triste!
A ogni modo, ora sono qui.
Potrò visitare la città dove è cresciuto papà e immergermi completamente in quell’atmosfera meravigliosa che regna in questo paese e potrò andare a salutare i miei nonni al cimitero. Sarà comunque meglio di niente.
Leggo la mia guida, ne sottolineo i posti più interessanti e scrivo una bozza di programma giornaliero, lasciandomi un enorme margine di tempo. Non ho idea di quanto mi ci vorrà per visitare i templi e poi, conoscendomi, ne farò come sempre la metà perché mi perdo, o trovo altro da vedere, o da fare. Tuttavia ho bisogno del mio programma. Reagisco male se lascio tutto al caso! Non sono una da vai e vivi il momento giorno per giorno.
Io sono la classica ragazza che se non sa perfettamente dove andrà e cosa le riserverà la giornata, le viene un attacco di panico.
È anche per questo che ho intrapreso questo viaggio.
Nell’ultimo anno tutte le mie certezze, tutti i miei piani e i miei progetti sono andati in fumo e a casa stavo sbarellando.
E mia madre, con il suo continuo chiedermi come sto, cosa faccio e come va il ginocchio, non aiutavano alla mia psiche a rilassarsi.
Già bastavano -e bastano- le voci nella mia testa a torturarmi ogni singolo giorni, ogni volta che mi fermo e tento di rilassarmi.
Finito il lecca-lecca mi accorgo anche che è passato un secolo da che mi sono messa a scrivere. Ho riempito cinque pagine del mio quadernino.
Recupero la mia bottiglia d’acqua e getto un occhio fuori dal finestrino. Il paesaggio della tipica campagna giapponese che ci sfreccia accanto è incantevole. Purtroppo oggi è un po’ nuvolo, di conseguenza niente Monte Fuji per me.
Che peccato!
Tuttavia riesco comunque a individuare grandi spazi verdi e scintillanti di rugiada, colline infinite, vecchie abitazioni in legno con il classico tetto a pagoda che io trovo fantastico, fiumi cristallini e due occhi castani.
No.
Aspetta.
Due occhi castani?
Guardo meglio corrucciando le labbra attorno al collo della bottiglia e mi rendo conto che è il riflesso del volto del ragazzo accanto a me che... che mi sta guardando?
No! È impossibile che stia guardando me!
Starà ammirando anche lui il favoloso paesaggio che ci sfreccia fuori dal finestrino a una velocità supersonica.
Con molta nonchalance appoggio la bottiglietta sul tavolinetto accanto alla mia guida e mentre cerco il tramezzino che mi sono comperata questa mattina, getto uno sguardo oltre la tendina creata dai miei capelli sciolti e lisci.
Mister occhi di cacao sta mangiucchiando un dorayaki, quelle merendine che sembrano due dischi di pancake con all’interno la marmellata di fagioli azuki, che è deliziosa, mentre scorre qualcosa sul suo telefonino e... sì. Mi sta decisamente guardando.
I nostri occhi si intersecano di nuovo e, proprio come prima, rimangono imprigionati.
Sento la mia faccia avvampare come la testa di un fiammifero acceso, rossore che aumenta come sul suo viso si apre un sorriso da Oscar.
Uno di quei sorrisi che non si dimenticano facilmente. Di quelli che ti riscaldano e ti fanno nascere il desiderio di sorridere a tua volta.
Ed è proprio quello che faccio io.
Sento la bocca aprirmisi e ricambiare la sua, ma subito mi obbligo a tornare a volgere la mia completa attenzione al paesaggio fuori dallo Shinkansen sulla campagna giapponese, mentre freno la mia disperata voglia di sghignazzare come una scema in preda a una tempesta ormonale.
Che forse è proprio quello che sono. Tuttavia non c’è la necessità di farlo sapere anche a lui, no?
E, come ho già ribadito, non sono qui per flirtare. O altro.
E poi chissà dove scenderà lui?
No.
È molto meglio finirla adesso.
Tanto non lo rivedrò mai più.
TRADUZIONE NOTE
1- Mi scusi!
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