MAD DOG
Capitolo 4 di 34

Scritto il 02/07/2026
da MARIKA SM


⏱ ~23 min · 4642 parole

Samanta – Inettitudine

 

Lo ammetto. La mia prima ora qui non è stata come me l’ero immaginata. E non parlo certo del fatto che sono l’ultima arrivata né che da qui ai prossimi mesi dovrò dimostrare a tutti di essere un’agente valido. Ci sono abituata e so come affrontare la situazione. Ciò che invece mi ha completamente spiazzata è Mad Dog.

Santo cielo, non me lo aspettavo. E non mi riferisco solo alla sua presenza che di per sé è già abbastanza strana, ma di tutto ciò che lo riguarda. Il rispetto di cui gode presso il Commissario e qualche poliziotto più anziano, l’aura di terrore che lo circonda nei più giovani – ho visto più d’uno sbiancare a causa di una sua occhiata di sfuggita – il suo fare presuntuoso e arrogante, per non dire da vero bastardo, che mi richiede ogni briciola di concentrazione per tenergli testa e poi… Poi…

Deglutisco mentre un brivido mi provoca la pelle d’oca.

Poi le sue mani su di me. Quel palmo che mi ha stretto il sedere in modo del tutto inaspettato tanto da paralizzarmi.

Cos’è che gli ho detto? Non faccio scenate per una pacca sul culo? Non è questione di scenate o meno, ma che sono rimasta con la bocca secca e la voce chissà dove mentre il cuore mi martellava nel petto. E ha continuato a martellare anche dopo, una volta sparita la sua mano, sotto l’esame di uno sguardo che prometteva lussuria e perdizione. E lì per un attimo mi sono persa, letteralmente. Mente vuota, neuroni bruciati, sangue in fiamme… Non ricordavo nemmeno perché fossi nel suo ufficio e soprattutto perché fossi tanto arrabbiata. Le sue pupille scure mi attiravano nelle loro profondità e le sottili iridi acquamarina, frastagliate da sfumature dorate incandescenti, mi ipnotizzavano. Più o meno come adesso il loro ricordo.

Diavolo! Se ho provato tutto ciò in cinque minuti vicino a lui, come sarebbe andarci a letto? Sicuramente un’esperienza unica.

Un leggero sfrigolio mi pizzica in mezzo alle gambe e il sussulto con il quale lo metto a tacere mi riporta alla realtà.

Unica e assolutamente fuori questione. Che cavolo mi viene in mente? Mad Dog non è un tipo da prendere in considerazione. Né per il suo ruolo qui, né tantomeno per il tipo di persona. Auspico a qualcosa di meglio di un uomo che mi tratta con disprezzo e arroganza.

Scuoto la testa per cavarmi tali pensieri ma non mi sono ancora ripresa che la mia scrivania, la mia bella scrivania appena assegnata, sobbalza sotto il peso di un potente colpo. Salto insieme a essa e alla sedia mentre sbatto gli occhi per capire cosa l’abbia colpita.

Non è necessario che io mi scervelli troppo. Una voce baritonale echeggia nella stanza così forte che all’istante tutto intorno a noi si crea il silenzio.

«Dormi già il primo giorno?», è la domanda che con molta poca gentilezza mi viene rivolta da Mad Dog.

Sì, ovviamente si tratta di lui e della sua mano grossa e forte che ancora è appoggiata sul ripiano.

Mi perdo qualche istante a fissarla non tanto perché è la stessa di cui stavo ricordando il tocco fino a un momento fa – ok un pochino anche per quello – ma perché ho quasi paura abbia lasciato il segno.

Senza pensarci mi abbasso a controllare, tastando persino la superficie intorno a quelle cinque dita ancora ferme lì, sulla mia proprietà e che schiaffeggio seccata.

«Volevi romperla?», domando mentre lui si ritrae.

«No. Volevo infrangere i tuoi sogni a occhi aperti. Sei in servizio, ricordi?», mi sbeffeggia.

Sì, come ricordo che lui non è il mio capo.

«E sto lavorando infatti».

Più o meno.

«Devi dirmi qualcosa?», taglio corto.

«Sì. Alzati e vieni con me».

Andare con lui dove? Ripeto: non è il mio capo.

«Ti portiamo a fare un giro per la città».

Forse ha dimenticato un particolare o forse nemmeno lo sa.

«Io sono nata qui. Conosco questa città come…»

«Le tue tasche?», mi anticipa in una smorfia. «Forse una decina di anni fa e comunque non la conosci come agente. Devi vedere un paio di cose».

Su questo non posso dargli torto ma non mi piace comunque che mi dia ordini come io fossi al suo servizio. Dubito tuttavia di avere scelta. Mad Dog dà l’idea di avere poca pazienza.

Mi alzo dalla sedia mezza sbuffando e siamo già a un passo dalla porta, quando un agente fa il suo ingresso nella stanza. Non è uno qualsiasi, ma il ragazzo di questa mattina, quello che è stato tanto gentile e di cui non conosco nemmeno il nome – sono una gran maleducata – nonché lo stesso che mi ha messa in guardia su cane pazzo e che ora si ferma davanti a me con un sorriso raggiante che muore nell’esatto momento in cui si accorge della sua presenza.

«Scu… Scusa», esita con due occhi sgranati che paiono lanterne fisse su di lui. «Pensavo fossi sola».

Poverino! Ha proprio paura. È persino sbiancato e balbetta come avesse commesso chissà quale reato.

«Sto uscendo», lo informo con tono gentile. «Ti serviva qualcosa?»

Sto cercando di riportare la sua attenzione su di me, sollevandomi persino sulle punte per intercettare il suo sguardo, ma lui non smette di fissare terrorizzato Mad, il quale in realtà, non dà nemmeno segno di accorgersi della presenza dell’agente nella stanza.

L’agente! Santo cielo. Devo proprio chiedergli il nome.

Mi sposto di lato e finalmente leggo la targhetta sulla divisa.

Mi schiarisco la gola.

«Gardini», lo chiamo. «Milo Gardini».

Udire il suo nome pare risvegliarlo almeno quel tanto che basta da abbozzare un sorriso e portare gli occhi su di me.

«Sì, sono io», mormora. «Volevo chiederti se volevi un caffè».

«Sei gentile, ma non…»

Le parole mi muoiono in bocca non appena l’ombra di Mad ingloba la mia figura. Si è messo tra me e il nuovo arrivato, con i muscoli gonfi e tesi ed è così grosso che tutto ciò che posso scorgere è la sua imponente schiena. Nel mio campo visivo non c’è più nemmeno Milo tanto che, se non fosse il suo respiro a tradirne la presenza, dubiterei fosse ancora qui.

E quel respiro è anche tutto ciò che è possibile udire. Mad non parla, Milo non parla, io non parlo per non so quanti secondi, finché d’un tratto la tensione cala e Mad supera la soglia con una falcata decisa.

«Datti una mossa!», mi richiama bruscamente.

Mi guardo intorno, sbattendo gli occhi spaesata. Siamo soli, io e lui. Ma che fine ha fatto Gardini? Un secondo fa era qui e ora non ne scorgo traccia. Guardo persino lungo il corridoio su cui si affaccia il mio ufficio ma è come si fosse volatilizzato.

«Non preoccuparti. Lo vedrai dopo», grugnisce Mad. «Non te lo toglierai di torno facilmente».

Togliermelo di torno? Ma se non ho capito nemmeno che è successo? Un attimo prima Milo era lì e un attimo dopo… Mad lo ha fatto fuggire a gambe levate con una sola occhiata. Santo cielo!

«Era necessario?»

La mia non è un’accusa ma una semplice domanda eppure Mad non pare gradirla. Mi dà le spalle poi comincia a camminare veloce e io non solo mi trovo a guardare di nuovo la sua schiena, ma sono persino costretta a correre per raggiungerlo.

«Era necessario spaventarlo?», ripeto ormai al suo fianco.

Stento tuttavia a mantenere il passo visto che una falcata di questo omone sono quattro passi miei e ho il sospetto che lo stia facendo apposta.

«Voleva essere gentile», insisto.

Lui continua a stare in silenzio mentre velocemente maciniamo la strada verso il parco macchine. E ora mi sto innervosendo, se non altro perché non intendo fare una mezza maratona solo per ottenere una risposta.

Compio un balzo, mettendomi davanti a lui per fermarlo e finalmente comprendo la reazione di Milo. La faccia di Mad Dog è una maschera di pietra, talmente inespressiva da essere inquietante. Cioè, non per me, ma per uno che già ha paura di lui…

«Voleva solo essere gentile», ripeto.

Mad mi supera bruscamente e riprende il cammino, ma io pretendo una risposta. Lo rincorro ancora e ancora sono al suo fianco.

«Voleva solo essere gentile», lo incalzo.

«Con te forse, non con me. A me bloccava la strada».

«Non ha fatto nulla di male», gli faccio notare e dubito che Milo, che è forse un terzo di Mad, gli bloccasse davvero la strada.

«Nemmeno io. Sono rimasto in silenzio».

Come se cambiasse qualcosa, anzi, nel suo caso è pure peggio.

«Ha paura di te».

Mai visto nessuno svanire tanto in fretta quanto lui.

«E non è il solo», preciso.

O almeno così mi ha detto proprio Milo, ma lo sto verificando io stessa con i miei occhi. Camminiamo nei corridoi del Commissariato e non mi è sfuggito il modo in cui lo guardano gli altri poliziotti. Chi fugge a gambe levate, chi afferra freneticamente documenti a caso, chi si ritrova improvvisamente molto interessato a qualcosa sul pavimento o fuori dalla finestra. Ma nessuno, proprio nessuno, lo guarda negli occhi o gli rivolge la parola. E me? Come guardano me? Come una condannata a morte. E in parte posso anche capirli visto che Mad non fa proprio nulla per apparire più gentile, anzi, pare quasi godere del timore che suscita.

«Tu non ne hai, però», afferma lui d’un tratto.

«Non ho cosa?»

Mi sono distratta e ho perso il filo del discorso.

«Paura. Non hai paura di me».

No. In queste ore ho provato vari sentimenti nei suoi confronti, ma di certo non la paura.

«Dovrei?», chiedo sorridendo.

Mad serra le labbra e accelera il passo.

Stargli dietro a questo punto per me è impossibile e, quando finalmente raggiungo la macchina, lui è già lì ad attendermi, le mani incrociate sul petto, il corpo stancamente appoggiato al cofano.

Con lui c’è anche Bonfigli e giusto mi stavo chiedendo dove fosse finito. Perché non è venuto lui a chiamarmi? Se ne sta aggrappato allo sportello del passeggero agitando una mano nella mia direzione.

«Eccoti! Temevo ti avesse già fatto scappare», ridacchia lanciando un’occhiata a Mad.

Scappare? Non è da me.

«Il primo giorno? Varrei davvero poco», rispondo a tono. «Allora, dove si va?»

Apro lo sportello per sedermi alla guida quando una mano si posa pesantemente sulla mia spalla. È come un macigno e non mi permette di muovermi.

«Di sicuro non alla guida», grugnisce Mad Dog. «Tu vai dietro».

«Dietro?», sussulto. «Come…»

Troppo tardi mi rendo conto delle implicazioni delle mie parole.

«Una criminale, sì», ringhia lui. «O vuoi che vada io?»

Sarei dispiaciuta di ciò che mi è sfuggito se non fosse che quella di Mad è una provocazione bella e buona. E vorrei anche rispondergli che è lui ad avere una cavigliera, non certo io, se non fosse che Bonfigli mette a tacere ogni mia replica.

«Mad soffre di mal d’auto. Ti dispiace per una volta?»

Mal d’auto un corno. Questo è solo un altro modo per mortificarmi – e Bonfigli gli regge pure il gioco – ma quello che non ha ancora capito è che con me non è così facile.

Sorrido allegra, mostrandomi del tutto indifferente ai loro giochetti di potere, quindi mi sistemo al mio posto, mentre il bastardo si siede soddisfatto al volante. Mi lancia persino un occhiolino attraverso lo specchietto retrovisore, ma forse me lo sono solo immaginato perché subito dopo ecco che arriva un’ulteriore frecciata.

«La cintura», tuona. «Non vorrei che con quel corpicino esile alla prima curva tu sbatta la testa contro il vetro».

Ma è solo un grandissimo stronzo oppure lo fa apposta? Credo la prima, perché nessuno, nemmeno impegnandosi al massimo, riuscirebbe così bene nell’intento. Bene! Con persone di questo tipo c’è solo un modo di reagire.

«Soffro di asma. Ho l’esenzione medica oltre al fatto che sono un’agente in servizio… Io», preciso con arroganza. «Parti e guida abbastanza decentemente da non farmi sbattere la testa o ti denuncio per aggressione a pubblico ufficiale».

Vedo il volto di Mad diventare rosso d’ira mentre io gongolo vittoriosa, e ancora di più quando è lui a essere costretto a ingoiare qualsiasi cosa stesse per ribattere.

Bonfigli scoppia a ridere, battendogli una mano sulla spalla.

«Parti, Mad, vai. Ho la sensazione che oggi mi divertirò molto».

La mia sensazione invece è diversa soprattutto perché Mad obbedisce, ma a modo suo. Imbocca la strada a tutta velocità con una grande sgassata subito seguita da una derapata. Vengo sbalzata senza preavviso prima a destra, poi a sinistra e ci manca davvero poco che mi spacchi il cranio sullo sportello. Riesco a evitarlo solo grazie ai miei riflessi. Afferro al volo la maniglia sopra lo sportello e mi reggo a essa con tutte le forze e non solo per quella curva ma anche per le due successive.

«Brutto figlio di puttana!», mi sfugge in un’imprecazione violenta.

Mad non batte ciglio. Mi scruta attraverso lo specchietto con gli occhi stretti come lame.

«Pensavi io stessi scherzando?»

No, pensavo avesse solo più decenza. Persino Bonfigli ha afferrato la cintura al volo per mettersi in sicurezza e non pare più tanto divertito. Eppure non protesta, come se questa fosse una questione tra me e Mad. E forse lo è davvero.

Cos’è che vuole, la guerra? Se devo fare la stronza sono brava anche io, anche se non ne capisco il motivo. Insomma, non sarebbe meglio collaborare? Evidentemente no perché per tutto il tempo, il viaggio attraverso la città non è altro che un tentativo di farmi crollare. Curve strette rasenti il marciapiede, altre larghe con cui invade la corsia opposta, accelerazioni degne di un gran premio di Formula Uno, inchiodate ai semafori al limite del vaffanculo dalle macchine retrostanti e infine un parcheggio fatto in derapata e quasi sulle due ruote.

Quando finalmente la macchina si ferma l’ispettore Bonfigli è il primo a catapultarsi fuori della vettura e inspirare a fondo per non vomitare. Io al contrario sto troppo male anche per quello.

«Cristo, Mad!», protesta l’ispettore. «Se me lo dicevi rimanevo a digiuno».

Sta piegato su se stesso con una mano appoggiata alla macchina e l’altra a tenersi la pancia, ma Mad pare nemmeno accorgersi di lui. È fisso su di me in attesa che io mostri il mio disagio. Disagio che faccio di tutto per seppellire dietro i conati di vomito che mi squassano da cima a fondo. Uno è più potente degli altri, mi risale in gola veloce e impietoso ed è inutile che provi a fermarlo.

Cerco a casaccio la maniglia che, grazie a Dio trovo all’istante, quindi rotolo fuori e in ginocchio sull’asfalto ricaccio tutti i succhi gastrici.

«Come immaginavo», sento borbottare poco lontano da me.

Un’ombra si allunga sull’asfalto e non ho bisogno di alzare gli occhi per sapere a chi appartiene. Mi pulisco la bocca e mi raddrizzo già pronta alla battaglia.

«Come immaginavi cosa? Che se guidi come un ubriaco i passeggeri si sentiranno male?»

«E se fosse stato un inseguimento?», mi riprende lui, le braccia incrociate al petto, i muscoli gonfi. «Se fossi dovuta scendere velocemente per bloccare e arrestare un fuggiasco? Lo avresti fermato vomitandogli addosso?»

«L’ispettore non sta meglio di me».

Ecco, questo non dovevo dirlo. Non è corretto giustificarsi facendo notare la debolezza altrui soprattutto se si tratta di un superiore. Per fortuna Bonfigli non si offende, al contrario di Mad.

I muscoli degli avambracci saettano veloci mentre stringe i pugni portando le braccia lungo i fianchi.

«Alessandro avrebbe svolto il suo dovere al meglio. Non vedo tracce dei suoi succhi gastrici o della sua colazione per terra. Era perfettamente in grado di impugnare una pistola o correre».

«Anche io!», esclamo più con stizza che con vera convinzione.

La verità è che sono così debole che davanti agli occhi vedo tanti puntini luminosi che si rincorrono spostandosi lungo il mio campo visivo. Ma non posso certo svenire, non adesso che mi si accusa di essere inadeguata.

Stringo i denti per restare lucida e mi mordo persino l’interno delle guance quando Mad si china leggermente, avvicinando il suo viso al mio. Mi studia con attenzione e nei suoi occhi leggo fame. Fame di vittoria.

«Anche tu?», ripete quasi sillabando. «Allora dovrai dimostrarlo».

Dimostrare cosa, dove e quando? Che sta dicendo? È pazzo davvero?

Sbatto le palpebre per capire se stia scherzando o meno ma è impossibile decifrare la sua espressione arcigna. Sempre la stessa, sempre identica. E nemmeno cercando aiuto nell’ispettore trovo una risposta. Bonfigli è interdetto quanto me e ancora pallido.

Altro che svolgere il suo lavoro. Regge l’anima con i denti e forse solo per non far cadere tutto il castello di accuse del suo amico.

«Ci stai?», mi sfida Mad.

Sto a fare cosa, maledizione? Che intende?

La mia confusione deve essere palese.

«A dimostrare di poter guardare le spalle ai tuoi compagni. Di poter estrarre e sparare anche in condizioni difficili. Di non essere un pericolo per te stessa e per noi.

Aspetta un attimo. Io un pericolo per loro?

«Che cazzo dici?», sbotto con la collera che mi aiuta a ritrovare un po’ di forze. «Sono un agente scelto e ciò significa che altri hanno valutato le mie capacità ritenendomi degna di questa divisa», affermo battendomi una mano sulla mia uniforme. «E soprattutto mai e poi mai ho messo in pericolo un collega».

«Altri non erano me», tuona lui.

No, per fortuna nessuno è come lui, ma nessuno è nemmeno come me. Cosa crede, che io sia Milo o qualcun altro di quelli che hanno paura di lui? Come detto, non ho paura nemmeno se fa il duro o mostra i denti. Io non cedo alle minacce, né ai ricatti, né alle intimidazioni.

Sollevo il mento, piantando le iridi nelle sue, petto in fuori, muscoli tesi e cuore che batte tutta la mia indignazione.

«Non me ne frega un cazzo se ti fidi o meno», gli sputo quasi in faccia. «Questo è il mio lavoro e sono brava a svolgerlo per cui no, non ci sto a dimostrare le mie capacità al primo idiota che si crede chissà chi. E se vuoi protestare vai dal Commissario, ma non rompere le palle a me».

Ho parlato con così tanta foga che ho quasi il fiatone. Almeno però l’adrenalina ha cancellato ogni traccia di debolezza e, se quello che ho davanti è un cane rabbioso che morde, io ora potrei sbranare.

«Santo cielo», mugugna Bonfigli. «Voi due insieme siete da panico».

Panico è quello che scatenerò in Mad se non si sposta. Mi sta praticamente bloccando contro la vettura con la sua stazza e non pare avere intenzione di lasciarmi il passaggio libero.

«E togliti dai piedi!», urlo.

Lui compie un passo di lato, uno solo, poi il suo corpo, che fino a un secondo fa mi ostacolava senza tuttavia toccarmi, mi si getta contro. La testa mi sbatte contro il suo petto e, mentre il colpo mi rimbomba nella testa, le sue mani mi avvinghiano le spalle e mi strattonano di lato. Ma più che strattonarmi direi che mi lanciano. Mi sento proiettare con forza lontano dall’auto, con il vuoto come unico sostegno, mentre l’aria mi comprime il petto e i polmoni. Mi manca il fiato, ma non è nulla in confronto a ciò che avviene dopo l’impatto con il suolo.

Il mio corpo cade come quello di una marionetta senza fili e tutto ciò che i miei sensi percepiscono è la terra in bocca e una zaffata di gomma bruciata nelle narici. Solo i primi istanti però, perché quelli successivi la situazione cambia drasticamente. Rumori. Tanti rumori mi inondano le orecchie.

Un clacson che suona, bisbigli, singulti, poi un urlo. Di Mad.

«È armato!»

E forse è proprio questa parola a risvegliare il mio addestramento da poliziotta, oppure il suono che lacera l’aria subito dopo. Un colpo di proiettile esplode a qualche metro da me e io d’istinto afferro la mia pistola. La punto verso la fonte del rumore, tenendomi acquattata sul terreno, ma ciò che inquadro è solo la nostra auto mezza distrutta da una seconda vettura che l’ha centrata in pieno in un scontro frontale. Le lamiere contorte sono incastrate le une sulle altre e, santo cielo! Se Mad non mi avesse spostata sarei rimasta schiacciata sotto di esse. Ma che è successo? Dove sta il guidatore e dove stanno i miei due compagni?

Un secondo colpo esplode e all’istante trovo una delle risposte che cercavo.

Mad mi travolge, letteralmente mentre un terzo e poi un quarto proiettile vengono sparati proprio contro di me. Colpiscono il selciato, inseguendo i nostri corpi che rotolano per qualche metro poi il mondo si capovolge. Mad mi issa sulla sua schiena come un sacco di cemento e per quanto io ne farei volentieri a meno, non posso mettermi a protestare in mezzo a una sparatoria. Tutto ciò che posso fare è coprirci la ritirata mentre lui cerca riparo, ma non è facile con il mio corpo che sobbalza al ritmo della corsa e con qualcuno che continua a spararci contro. Lo sconosciuto si nasconde dietro un vicolo buio e stretto e da lì ne approfitta per attaccarci. Ottimo riparo al contrario del nostro che ancora non esiste. Almeno finché Mad si infila dietro una fila di macchine posteggiate lungo il marciapiede. Li si acquatta quindi mi afferra per le gambe e mi ribalta. Non che mi aspettassi più riguardo ma nemmeno che, una volta a terra, la sua mano si piantasse sul mio sterno tenendomi ancorata al suolo.

«Stai giù», mi intima furioso.

Certo che sto giù, cosa crede? Ma un giù che mi permetta di compiere il mio lavoro.

«L’ispettore dov’è?», chiedo, tentando di spostare quella morsa sul mio torace.

Gli do persino uno schiaffo e un pugno, ma Mad continua a bloccarmi mentre scandaglia ciò che ci circonda. Cos’ha al posto della mano, un artiglio meccanico?

«Cazzo, Mad, mollami!», urlo.

«Così puoi farti colpire anche tu?»

«Così posso rispondere al fuoco».

La risposta è istintiva e solo in un secondo momento risento nelle orecchie le sue parole. Aspetta un secondo.

«Colpire? Che significa colpire?», sussulto con il cuore che perde un battito.

«Significa che sono riuscito a spostare te dall’impatto del veicolo contro il nostro, ma non lui. È stato sbalzato via e non si è ancora rialzato».

Mi indica un punto al di là della strada ma cosa vuole che veda se mi tiene stesa come fossi un paziente su una barella?

«È ferito? Respira? È…»

«Cosa vuoi che ne sappia se sono dovuto correre di nuovo a salvare la novellina che se ne stava in mezzo alla strada senza mettersi al riparo? Lo sapevo, merda!»

Sapeva cosa? Sta dando la colpa a me? E no, non ci sto come non ci sto a farmi trattare come l’anello debole della squadra.

Stringo nel palmo la mia pistola quindi con il calcio della stessa gli do un colpo in testa. Non troppo forte solo quel tanto che basta per fargli mollare la presa su di me. Mad geme in un sussulto e io sgattaiolo via dalle sue grinfie.

«Che cazzo fai?», protesta.

Ciò in cui sono più brava. Mi sistemo contro la vettura che ci nasconde puntellando la pistola sulla carrozzeria, vicino allo specchietto, poi mi sporgo con cautela e cerco di inquadrare il mio bersaglio. È nascosto proprio bene in quel dannato vicolo, protetto da spesse mura che mi impediscono di scorgere anche la sua ombra, ma il concetto è che, se vuole continuare a sparare, di quando in quando è costretto a tirare fuori la testa. Ed è uno di quei momenti che attendo. Me ne basta uno solo per tentare di disarmarlo.

Trattengo il fiato e aspetto. Un secondo, tre, cinque, dieci, fin quando mi manca il respiro e d’un tratto un sospetto irrompe nel mio cervello.

«Il vicolo non è cieco!», esclamo.

«Cosa?», borbotta Mad.

Il vicolo non è cieco! E il tizio non spara più.

La consapevolezza è una scossa che mi attraversa tutti i muscoli, dalle braccia alle gambe e prima di pensare, agisco. Esco con un balzo dal mio nascondiglio e mi getto all’inseguimento. Non permetterò a quell’uomo di scappare e di scomparire nel nulla tra le strade della città. Non permetterò che mi si accusi di aver fatto fuggire un criminale che ha ferito un mio collega, perché sì, ho appena inquadrato l’ispettore Bonfigli e, proprio come aveva detto Mad, è ancora riverso al suolo. Vivo, morto? In questo momento cambia poco per la mia determinazione.

I miei piedi calpestano l’asfalto come fossero braci ardenti, l’adrenalina mi scorre nelle vene come fuoco liquido e in pochi attimi macino la distanza tra me e il vicolo. Tuttavia qualcosa devo aver tralasciato. Qualcosa di importante. A mezzo metro dall’obiettivo la figura del mio nemico sbuca dal nulla e con essa la sua mano chiusa a pugno. La schivo appena in tempo per non venire colpita al viso, ma non posso nulla per evitare la ginocchiata che mi raggiunge allo stomaco. I conati di nausea di poco fa sono nulla in confronto al dolore che mi esplode nel cervello ma ancora peggio è la paura che provo nell’inquadrare la canna di una pistola puntata in mezzo ai miei occhi.

Ed è questione di un attimo, il solo che mi separa dalla vita alla morte e che è troppo breve perché io possa salvarmi.

Lo sparo squarcia l’aria e i miei sensi si azzerano. D’un tratto non ci sono più suoni, odori, colori, niente di niente nemmeno il dolore. O meglio, quello c’è ma è focalizzato sullo stomaco. Quella maledetta ginocchiata mi ha aggrovigliato le viscere e ancora non mi permette di respirare bene. Ma cosa devo respirare se mi hanno appena sparato in testa e sono morta?

FORSE PERCHÉ…

Mi arrischio ad aprire gli occhi e ciò che vedo è un cadavere. Non il mio ma quello del mio nemico. Un uomo sui quarant’anni riverso in una pozza di sangue e con un buco al posto di un occhio. La sua pistola è ancora stretta nella sua mano ma ormai non ha più possibilità di usarla come non ha più modo di fare nulla. Esattamente come sarebbe successo a me se qualcuno non fosse intervenuto. E non sono così disorientata da non sapere a chi devo la mia salvezza.

Serro i denti, con la rabbia che appanna ogni sensazione di sollievo. Rabbia verso me stessa ovviamente. Ero così concentrata a dimostrare di essere in gamba e di saper fare il mio lavoro che ho dimenticato la regola numero uno nel mio lavoro: il sangue freddo. E lo sbaglio, senza di lui, sarebbe stato anche il mio ultimo.

Mi volto alla sua ricerca, immaginandomi di trovarlo lì, in piedi dietro di me, con la pistola ancora fumante e un’espressione accusatoria quanto vittoriosa a piegargli i tratti spigolosi, invece mi rendo conto di aver appena commesso il secondo madornale errore della giornata. Mad non è in mia attesa né tantomeno soddisfatto. È accovacciato sul marciapiede con il volto tirato, intento a controllare le condizioni dell’ispettore.

Bonfigli!

Mi precipito da loro mentre in lontananza sento echeggiare sirene di polizia e ambulanze e mi getto in ginocchio. Non me ne ero accorta da lontano ma ora, da questa distanza, posso notare la mano di Mad che tiene premuta la spalla di Bonfigli. È stato colpito e non dalla macchina che ha centrato la nostra, ma da un proiettile.

«Come sta?», domando con un filo di voce.

«Meglio», ringhia Mad.

Meglio? Ma se le dita di Mad e i vestiti dell’ispettore sono zuppi di sangue. Esce copioso dalla ferita colando sull’asfalto in una macabra pozza rosso scuro.

Sbatto gli occhi confusa mentre quella vista mi strizza il petto in un moto di angoscia e Mad deve leggere la domanda sul mio volto.

«Meglio, se non ci fossi stata tu. Tutto questo è colpa della tua inettitudine».

Colpa mia? Sì, stavolta ha ragione. È colpa mia.

 

 

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