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Samanta – Una dura lezione
Non so più che fare con quest’uomo. Un attimo prima mi aiuta, addirittura mi difende, lasciandomi così di stucco che ho quasi pensato di essere in un sogno e un attimo dopo fugge dall’ufficio lanciandomi uno sguardo che sembrava volermi fare a pezzi. Tuttavia dobbiamo lavorare insieme, io e lui da soli, senza Bonfigli o altri a impedire di farci la guerra e ho appena promesso a Santorini che non ci sarebbero stati problemi. Ma un problema c’è, si chiama Mad Dog e va risolto il prima possibile.
Ecco perché sono qui. Io e lui dobbiamo parlare e questo pare anche il posto adatto. Non c’è nessuno, o meglio, sono fuggiti tutti appena lui è entrato e siamo liberi di confrontarci. O anche fare a pugni se vuole, io non mi tiro indietro. Basta chiarire una volta per tutte. Anche se lui non sembra della stessa idea. Non può non essersi accorto della mia presenza eppure continua a darmi le spalle e fare finta che io non ci sia. Ma ci sono eccome.
Inspiro a fondo e mi schiarisco la voce per attirare la sua attenzione. Una, due volte, anche tre, sempre più forte finché lui non si decide a darmi udienza, anche se con il suo solito tono arcigno e sempre senza voltarsi.
«Vattene, Tati!», ordina.
Nemmeno per idea.
«Facciamo coppia e dobbiamo trovare un modo per lavorare insieme».
«Se non ti è chiaro io non lavoro insieme a nessuno».
«Più che altro so che nessuno vuole lavorare con te», replico a tono. «Eppure stavolta devi, a meno che non vuoi tornare in prigione. E a quanto ho capito non vuoi».
«Nessuno vorrebbe», grugnisce.
No, immagino di no e proprio per questo lui ha tutto l’interesse di trovare un accordo.
«Cerchiamo un modo per collaborare».
La parola lo fa sussultare.
«Collaborare? Io e te?»
Lo crede impossibile?
«Mi hai difesa prima con il Capo», gli ricordo. «E grazie di…»
«Non hai nulla di cui ringraziarmi», mi anticipa secco. «L’ho fatto perché stavi mettendo in ridicolo non solo te stessa ma anche me e Alessandro».
Ridicolo?
«Perché? Non capisco», farfuglio.
I muscoli delle sue spalle saettano e quando finalmente lui si gira, mi accorgo che non sono solo le spalle. Petto, addominali, braccia… Ogni suo muscolo è contratto.
«Sei entrata in quell’ufficio come una bambina piagnucolante», mi accusa con tono roco. «Per poco non strisciavi ai suoi piedi. Cristo santo, Tati, sei un agente. Scelto per di più. Tu non strisci, non piagnucoli, non ti prostri. Tu ti prendi a testa alta le tue responsabilità, ammetti i tuoi errori, fai di tutto per non ripeterli più, ma mai, mai, nemmeno per un secondo, ti mostri debole, davanti a nessuno. Hai commesso una stronzata per cui ci stavi per rimettere la pelle, hai sbagliato e va bene, non sei la prima né sarai l’ultima. Per questo si agisce in squadra. Ma che cazzo credevi di fare con il Commissario? Parevi sul punto di scoppiare a piangere».
Non stavo per piangere ero solo… Serro le labbra mentre i suoi occhi mi trafiggono e mi impediscono di mentire anche a me stessa. Sì, è vero, faticavo a trattenere le lacrime. Mi sentivo male per il senso di colpa, per aver causato con il mio comportamento il ferimento di un collega e per aver messo nei guai Mad. È tutto vero così come il fatto che in quell’ufficio non mi sono comportata da poliziotta, ma da sciocca e non deve ripetersi. Non devo essere così insicura, ma continuare a credere in me e tenere la testa alta. Ed è incredibile che tale lezione, per non definirlo un vero e proprio insegnamento, sia venuto da quello che tutti chiamano Cane Pazzo. Mad in realtà sa il fatto suo e non solo sul campo.
«Grazie», mi scappa detto di nuovo e Mad di nuovo mostra di non gradire.
Sbuffa rumorosamente e mi indica la porta.
«Ora vattene. A quanto pare avrai molto tempo per tormentarmi per cui lasciami in pace almeno adesso».
Di nuovo? No, non me ne vado visto che non abbiamo risolto nemmeno un briciolo della tensione tra noi e comunque a questo punto voglio capire che cosa non sopporta di me.
«Ti do così fastidio?», gli domando a bruciapelo. «Ti sto così sulle palle che ogni volta che apro bocca te le faccio girare?»
Le sue labbra si piegano in una smorfia.
«Non ritenerti tanto importante. Sono così con tutti. Non odio te ma la gente».
No, non è vero. Si tratta di me, lo sento. Mad è scontroso con tutti, non è una bugia, eppure sembra che io sia in grado di suscitare tutta la sua rabbia. Che cosa ho fatto di male?
«Perché sono una donna? Perché sono nuova?», ipotizzo.
Sono abituata a questo tipo di mentalità e di accuse per cui anche lo ammettesse non mi scalfirebbe. Però appunto, voglio sentirglielo dire così avrò modo di sfatare i suoi pregiudizi su di me.
«Credi che mi importi quello che hai in mezzo alle gambe?», domanda diretto e d’un tratto mi si secca la bocca.
So qual è il senso delle sue parole eppure l’aver usato tali termini mentre i suoi occhi sono scivolati per un istante a fissare proprio quel punto fa sì che mi fissi su tale concetto. Lui è un uomo, io una donna e siamo chiusi in una stanza da soli mentre la tensione tra noi è al massimo. Per fortuna non siamo abbastanza vicini perché io senza il richiamo di un altro tipo di tensione. Almeno credo. Mano a mano che la mia mente resta incastrata su tale pensiero, l’atmosfera cambia. Il sangue comincia a scaldarsi, il cuore pompa più forte, il respiro diventa più pesante.
«Quando si è poliziotti, maschio o femmina non fa differenza», continua Mad e io faccio di tutto per focalizzarmi sulle sue parole e riprendere il controllo.
«E per il fatto che sei nuova… Siamo stati tutti nuovi».
«A… Allora cosa?», balbetto riuscendo non so come a seguire il discorso che io stessa ho iniziato. «Cosa non ti sta bene di me?»
D’istinto compio un passo avanti. Non dovrei, lo so, non nelle mie condizioni, ma è come se il corpo di Mad mi stesse chiamando. Il suo sguardo feroce, le sue mani chiuse a pugno, i muscoli delle spalle che guizzano a ogni suo respiro… Mi attirano come una fiamma ardente richiama a sé una falena e compio un secondo passo, limando ancora la distanza.
«Te l’ho detto. Non sei tu, ma le persone in generale», mormora Mad.
Un’altra menzogna.
«Con Bonfigli non eri scontroso», gli faccio notare.
«Alessandro è stato l’unico che mi ha permesso di tornare a lavorare. Ma il tuo amichetto Gardini lo hai visto. Perché credi mi tema tanto?».
Non è mio amichetto, nemmeno amico se è per questo ma non cedo alla sua provocazione. Sta solo cercando di sviare il discorso.
Compio un terzo passo per incalzarlo e finalmente scorgo una reazione in lui. Le sue pupille si dilatano più di quanto già non siano e inghiottiscono ogni cosa. Luce, suoni… Inghiottiscono anche me fino a farmi mancare il fiato.
«Perché ti do tanto fastidio?», insisto in un sussurro che è più un boccheggiare alla ricerca di ossigeno.
Mad inspira a fondo poi si decide. Compie lui stesso un passo avanti venendomi così vicino che posso sentire il suo respiro sulla faccia come fosse il mio, quindi digrigna i denti.
«Perché sei convinta di potertela cavare. Invece ti farai ammazzare».
L’ultima parola è pronunciata con tale collera che ha il potere di sottrarmi a questo strano stato di trance in cui sono caduta.
Quindi lo pensa davvero. Per lui io sono un’inetta.
Raddrizzo il busto, ritrovando tutta la mia sicurezza.
«Sono sicura di farcela perché è così. So difendermi», ribadisco.
Lui sbatte gli occhi poi accade qualcosa. Si scosta all’improvviso e solleva il mento in un cenno di sfida.
«Allora attaccami, Tati. Senza scrupoli e senza trattenerti. Con tutte le tue forze. Fammi vedere come puoi cavartela. Come eviterai la morte».
Vuole che io lo attacchi? Qui e adesso?
«Che c’è? Quale posto migliore?», sghignazza leggendo la domanda sul mio viso.
In effetti lo avevo preso in considerazione io stessa. E allora va bene. Mi tolgo il distintivo e slaccio la fondina, con tanto di pistola, ma lui mi blocca.
«No, quelle tienile».
«Ma tu non sei armato», protesto.
«Esatto. La simulazione sarà reale e questo ti farà capire fino in fondo».
Brutto stronzo arrogante! Sarà lui a capire l’errore commesso nel sottovalutarmi.
Mi riallaccio saldamente la fondina mentre arretro di qualche passo quindi allargo leggermente le gambe e tendo i muscoli. Per un attimo mi sento come un pistolero nel vecchio West e di conseguenza anche molto ridicola – mancano solo le dita che si muovono leggermente vicino alla pistola, le sterpaglie che rotolano nella polvere e la musichetta in sottofondo – ma non c’è nulla di ridicolo nello sguardo di Mad e la sensazione passa velocemente come è venuta. Lui fa sul serio, quindi anche io.
«Sei pronto?», gli chiedo.
Lui sbuffa, infastidito.
«È così che diresti a un criminale? Fatti sotto e basta, Tati. Niente parole se non quelle necessarie. Ma ricorda. Sarà reale».
«E questo ora che significa?»
Non so perché, ma d’un tratto sa di trappola.
«Dovrai essere pronta alle conseguenze».
Conseguenze?
«Quali?»
«Non avrò pietà, Tati. Io mi comporterò esattamente come uno di quei criminali che pensi di poter affrontare, quindi valuta bene perché poi non si accettano lamentele o piagnistei».
I suoi occhi baluginano come un fulmine in un cielo sereno e un brivido gelido mi scende lungo la spina dorsale. Una piccola parte di me vorrebbe tirarsi indietro, presentendo un pericolo, ma l’altra… L’altra non lo permetterebbe mai. Le minacce e le intimidazioni con me ottengono l’effetto opposto.
Ora sì che sono davvero carica e determinata a fargli il culo.
Sorrido e rispondo alla sua sfida.
«Allora anche io non avrò pietà».
E per dargliene dimostrazione non faccio passare un solo secondo. Sto ancora parlando ed estraggo la pistola. Eppure non so come né perché, ma sono troppo lenta. La mano di Mad mi colpisce al gomito e, mentre la mia arma cade in terra con un tonfo metallico, il mio braccio crolla lungo il corpo senza forze e senza che io ne abbia più il controllo.
I miei pensieri vengono spezzati da un secondo colpo e anche l’altro braccio segue la stessa sorte. Tuttavia non provo dolore. Sono solo incapace di comandare i miei arti, come se non mi appartenessero più. Non posso nemmeno alzarli per arrendermi. Dita, mani, polsi, gomiti… Tutto inerte.
Che mi ha fatto?
«Che mi hai fatto?», ripeto in un mezzo urlo stridulo.
Mad non risponde né mi dà modo di capire. Non ho tempo nemmeno di pensare in realtà. In un lampo mi è di nuovo addosso e la mia faccia sbatte contro il Tatami. Sento il freddo del tappeto sulla guancia insieme alla polvere che mi entra in naso e bocca e starnutisco violentemente.
«Non dirmi che sei allergica, agente», mi sfotte lui un istante prima che la mia bocca venga tappata e il mio cuore salta un battito.
Non per il suo palmo che mi preme con forza sulla bocca, ma per l’altra sua mano che corre al mio sedere. Ne percorre le curve poi lo strizza con forza.
«Che cazzo…», mugugno contro il suo palmo.
«Che cazzo faccio?», mi anticipa con un ringhio. «Ti tocco il culo. E non solo».
Le sue dita si insinuano nel solco tra le chiappe e strisciando arrivano a palparmi in mezzo alle gambe. Deglutisco, non per l’inopportunità del suo gesto, ma per la vampata di calore che avverto. Mi sale allo stomaco, al petto e poi ancora su fino alle guance polverizzando parte della mia razionalità.
Eppure in qualche modo riesco a restare lucida se non altro perché questa è una sfida e lui sta giocando sporco.
«Non…»
«Cosa? Non toccarmi?», mi anticipa di nuovo.
La sua voce è rude, sporca, violenta e mi graffia i timpani.
«Ti sei scordata chi sono? Pensi che lì fuori gli uomini che incontrerai sono tipi che rispettano le donne?»
No. Maledizione no!
Ruggisco arrabbiata più con me stessa che con lui e provo a divincolarmi. Scalcio, mi agito e d’un tratto sono libera, ma solo perché lui si è allontanato. Riesco persino a usare nuovamente le braccia e facendo forza su di esse mi rimetto in piedi. E non so se è peggio essere stata risparmiata oppure quel sorriso di scherno che gli piega le labbra e che accende in me un desiderio di rivincita mai provato prima. E come se non bastasse continua a sbeffeggiarmi.
«Come vedi metti solo in pericolo te stessa e di conseguenza me», mi sputa in faccia.
Non è ancora finita.
Mi getto di nuovo contro di lui, con tutte le mie forze e armata del mio lungo addestramento, decisa a dimostrargli il mio valore, ma ciò che ottengo è un secondo atterramento e le sue mani nuovamente su di me.
Stavolta mi strizzano il seno e la cosa più sconvolgente è che la vampata di desiderio è più potente della precedente tanto da mangiarsi quasi totalmente la mia lucidità e da lasciarmi con le membra illanguidite.
«Pensi che assassini, drogati, stupratori, ubriachi si facciano scrupoli solo perché hai una divisa?», continua a ringhiare, mentre io resto immobile.
Non ho le braccia inerti come prima, semplicemente non trovo alcun motivo per fermarlo.
«Non se ne faranno, Tati. Loro, se non glielo impedisci, si prenderanno tutto».
La sua mano mi strappa la camicetta facendo saltare i bottoni poi si insinua nel reggiseno e mi prende un capezzolo tra due dita. Sussulto, trattenendo a stento un gemito e lui per la seconda volta si allontana bruscamente.
«Forza!», quasi urla. «Fai vedere questa tanto paventata abilità».
E io ci provo. Con fatica, disorientata dal battito frenetico del mio cuore che mi rimbomba nella testa, dal languore delle mie membra e spinta dal suo ordine perentorio, ci provo. Sollevo una gamba portando un calcio ma, nemmeno a dirlo, lui mi afferra la caviglia e mi butta con la faccia sul Tatami. Mi si stende sopra con il suo corpo massiccio e posso chiaramente sentire la sua erezione premere sulla mia fessura, come fosse pronto ad aprirsi un varco e infrangere la barriera dei vestiti che ci separano.
«Ti bloccheranno, ti spoglieranno e ti avranno… Se tu non glielo impedisci. Impediscimelo, Tati», ripete fuori di sé e d’istinto faccio scattare la testa indietro.
Riesco a colpirlo sul naso. Lui geme ma non per questo mi lascia andare. Al contrario. La sua presa diventa ferrea. Con una mano mi blocca entrambi i polsi sopra la testa, con l’altra mi gira. Mi ritrovo così a guardare i suoi occhi mentre la brama del possesso cresce in lui e resto inerme, sia mentre mi toglie la cintura e con essa mi lega le mani, sia mentre mi abbassa la zip e subito dopo i pantaloni.
Resto in slip sotto il suo sguardo di fuoco e quel fuoco me lo sento scorrere nelle vene. Non provo paura, imbarazzo o vergogna, ma solo brama e più di quanta potessi immaginare. La verità è che quest’uomo mi eccita e non lo controllo.
«Non me lo stai impedendo», ringhia, continuando a guardarmi.
Scuoto la testa.
«No e non intendo provarci più».
«Allora posso divertirmi con te, come voglio».
Finisce di strappare via la camicetta e il reggiseno poi la sua mano scorre su di me. Petto, busto, pancia. Arriva all’elastico degli slip e ci giocherella qualche istante mentre il mio corpo freme. Lo vuole, lo aspetta, si prepara per lui. Quando le sue dita superano quella piccola barriera, accarezzando il pube, un liquido caldo e vischioso mi bagna tra le gambe e stringo i denti per sopprimere un sospiro. Ma non posso nulla quando il suo volto si china su di me. Il suo profumo mascolino mi riempie le narici e io lo aspiro avidamente. Le sue labbra si avvicinano. Mi sfiorano la pelle sensibile sotto l’orecchio, mentre io giro la testa per dargli spazio. Poi gli concedo la guancia, infine le mie stesse labbra e d’un tratto il suo respiro si fonde con il mio mentre apro la bocca per accogliere un bacio che tuttavia non arriva, né adesso né dopo.
Riapro gli occhi che non sapevo nemmeno di aver chiuso e mi rendo conto che il suo peso non grava più su di me. Le sue dita non sono più nelle mie mutande ad accarezzarmi e le mie mani sono libere.
Sbatto gli occhi, risvegliandomi bruscamente dal mio sogno erotico. Cosa…
«Per tua fortuna», afferma roco in piedi davanti a me, scrutandomi dall’alto al basso. «Non voglio».
Non vuole cosa? Avermi? Perché il suo sguardo, per quanto tanto truce da farmi sentire piccola e indifesa come una bambina, dice tutto il contrario. Anzi, lo sta urlando. È così intenso che mi sento incenerire.
«Non intendo divertirmi con te, Tati», ripete forse leggendo la domanda sul mio viso. «Ma ricordarti: non ci sarò sempre io a proteggerti e se ti arrendi come hai fatto adesso, se ti arrendi per qualsiasi motivo, è la fine».
Qualcosa atterra sul mio petto, credo ciò che rimane della mia camicetta poi di lui non resta che un’ombra che sfuma, fino a scomparire.
Proteggermi? Non gli ho chiesto di proteggermi. Non gli ho chiesto niente, nemmeno questa dimostrazione né tantomeno tutto il disprezzo che mi ha appena sputato contro. Ma la colpa è mia e della mia arroganza, non sua. Perché ora che lentamente il battito si placa e il desiderio scema insieme all’adrenalina, ecco che arriva la vergogna. Un’intensa e viscerale vergogna per come mi sono comportata. Perché non mi sono ribellata fino alla fine? Perché mi sono arresa? Ero inebriata dalla sua vicinanza, ma non era forse questo che lui voleva dimostrare? Che in casi estremi sono ridicola come poliziotto? Che non sono in grado di controllare niente e nessuno, nemmeno i miei istinti? Che tutte le mie affermazioni sono solo le sciocche illusioni di una ragazzina? E io gli ho dato ragione.
L’umiliazione è come un violento pugno nello stomaco e resto così, seduta sul pavimento, mezza nuda, abbracciata alla mia camicetta rotta con le lacrime che pizzicano intorno agli occhi. Ma non commetterò un altro errore. Non resterò qui a piangermi addosso, perché non è così che si fa quando si subisce una sconfitta. Non è questo che mi è stato insegnato e non è così che troverò gli assassini di mio padre.
Ricaccio indietro le lacrime che sono ancora lì a tentare la mia debolezza quindi balzo in piedi. Il cuore riprende la sua corsa e il fuoco divampa nelle mie vene. Ma è un fuoco diverso da prima. Si chiama determinazione. Una cieca e potente determinazione.
Mi infilo la camicetta anche se malridotta e tiro su i pantaloni quindi stringo il pugno e mi preparo al contrattacco. Non è finita. Ora comincia il secondo round.
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