MAD DOG
Capitolo 16 di 34

Scritto il 13/08/2026
da MARIKA SM


⏱ ~26 min · 5195 parole

Samanta – Davanti ai miei occhi

 

«Ancora devo capire come puoi stare con quello lì», borbotta Milo.

Continua a sistemarsi la divisa nonostante sia perfettamente a posto ed è visibilmente scosso. Mad in effetti non è stato gentile con lui, tuttavia siamo reduci da una sparatoria in cui per poco non ci lasciavamo le penne. Chiunque sarebbe stato nervoso e c comunque Mad è Mad, cosa pretendeva? E, comunque per la seconda volta, mi pare che abbiamo già affrontato tale discorso.

«Mi fido di lui».

«Già, ed è proprio questo che mi sfugge. Come puoi? Per poco non mi ammazzava».

Si massaggia il collo e la spalla scuotendo la testa con espressione sconvolta e mi ritrovo a sghignazzare. Mi spiace per lui, ma non posso fare altro.

«Davvero credi che stava per ucciderti?».

Ne dubito. Reputo Milo molto più intelligente di così.

«No, forse no», ammette anche se con riluttanza. «Tuttavia tu lo segui, gli credi, lo difendi persino».

Sì e non vedo cosa ci sia di sbagliato.

«Funziona così quando si lavora insieme».

«Tra colleghi, sì», precisa Milo. «Con Mad Dog no. Sai di cosa è veramente capace? Tu sai che uomo è quando perde il controllo? Cazzo, Samanta, sei nei guai e continui a non voler conoscere il passato dell’uomo con cui stai scappando. Stai scappando, te ne rendi conto? Dalla polizia stessa addirittura. Ma che ne sai che non sia tutta una sua invenzione? Che ne sai che ti stia dicendo la verità? Magari è solo psicopatico».

Cosa sta insinuando? Che tutta questa situazione è una sua invenzione? O forse qualcosa di peggio? Che Mad è coinvolto con quanto accaduto? Nel caso parlasse chiaramente non per enigmi.

«Milo, se hai qualcosa da dirmi, dillo e basta».

Lui sbuffa, esasperato.

«Ci sto provando da stamattina, ma non ascolti. Guarda quei filmati di cui ti parlavo. Cosa ti costa? O forse hai paura di dover ammettere il tuo errore? Magari non vuoi scoprire di aver concesso tanta fiducia a un traditore».

Trattengo il fiato. Ho udito bene? No, non mi riferisco alla parola “traditore”, ma al suo vigliacco giochetto psicologico.

Odio quando vogliono impormi qualcosa, odio quando pretendono di dirmi cosa pensare, di chi avere fiducia, come agire. Odio quando sono convinti che io non sia in grado di giudicare con la mia testa e soprattutto odio, più di ogni altra cosa, quanto tentano di incastrarmi con simili raggiri. Non c’è niente che mi faccia reagire peggio.

«O magari non mi fido abbastanza di te da voler dare credito alle tue parole», replico dura.

Ecco cosa si ottiene a forzarmi la mano.

Milo sussulta offeso mentre la sua voce diventa un fievole sussurro.

«Voglio solo tu mi dia il beneficio del dubbio. Non mi pare di chiedere tanto. È a tuo vantaggio, non mio».

«Il beneficio del dubbio si dà all’accusato, non all’accusatore».

Milo sospira tra lo sconsolato e l’arrabbiato, tuttavia non demorde. È testardo il ragazzo.

«Guardalo e basta. Poi crederai ciò che vuoi e farai quello che ti pare, ma guardalo!», è il suo estremo tentativo e poteva anche funzionare se non avesse giocato sporco poco fa.

Ho preso la mia decisione da un bel pezzo e questa conversazione l’ha solo resa ferrea.

«No!»

«E invece sì. Tu ora lo guardi».

Non è stata la voce di Milo a tuonare perentoria nella stanza, ma quella di Mad. È sbucato fuori dal corridoio. Il suo passo felpato lo ha reso un fantasma e tale sembra, fermo sulla soglia con le braccia lungo il corpo e gli occhi che luccicano nella semioscurità in cui si nasconde. Un luccicore che tuttavia è offuscato da ombre sempre più intense, come se il crepuscolo che all’esterno sta scacciando gli ultimi raggi di sole, avesse avviluppano le sue spire anche intorno all’animo di Mad.

«È il momento!», esclama secco.

Il momento per vedere il filmato? No, non credo intenda questo. C’è un altro significato nascosto sotto le sue parole e mi provoca un brivido lungo la spina dorsale. A maggior ragione, la mia risposta non cambia.

«No».

«Non puoi sottrarti, Tati. Non più».

La sua voce… È diversa dal solito. Sempre glaciale eppure vi avverto delle sfumature più morbide. No, non morbide. Le definirei più che altro fragili. Che cos’è, paura? Quel filmato è tanto terribile? Per questo vuole che io lo guardi?

«Perché?», trovo la forza di chiedere. «Per rendermi conto che sei un criminale? Non mi importa visto che se non fosse stato per te io non sarei qui adesso. Mi hai salvato la vita», gli ricordo.

«Vero, ma ti ho anche detto di non fidarti di nessuno eppure lo stai facendo con me. E se il tuo amico avesse ragione? È stupido rifiutarti di sapere di cosa sono capace».

È proprio questo il punto che né Milo né lui vogliono capire.

«Ma io già lo so», rivelo. «Non mi serve sapere altro».

Mad si morde il labbro poi ringhia un ordine. Non a me ma a Milo.

«Fallo partire!»

«Cosa?», sussulta lui.

«Il mio arresto. Era quello, vero? Fallo partire».

Il video del suo arresto?

Lo schermo si illumina e con la coda dell’occhio scorgo delle immagini muoversi su di esso, ma io non guardo. Continuo invece a fissare Mad. Ostinata, irremovibile, sicura di me.

«Guarda, Tati!»

«No. Non cambierà niente».

Ne sono sicura.

Finora Mad è rimasto a distanza, sempre fermo in quel corridoio, ma ora si avvicina. Arriva in piena luce e finalmente posso scorgere il suo volto: è una maschera di pietra.

«Guarda!», ordina.

«No e puoi ripeterlo fino allo sfinimento, ma se ci tieni dovrai infilarmi degli stecchini negli occhi e obbligarmi».

La sua mascella s’irrigidisce forse prendendo davvero in considerazione l’idea poi però si arrende, o almeno così credo.

«Va bene, allora non guardare. Ma non puoi non ascoltare».

Maledizione, è vero! Posso evitare le immagini, ma non i suoni che da qualche istante hanno riempito la stanza. Arrivano forti e nitidi alle mie orecchie anche perché si tratta di una voce fin troppo familiare e non sono in grado di ignorarla, anche se… Anche se è diversa da quella che conosco. È più gentile, pacata, dolce.

«Mi ha fatto chiamare?», domanda Mad, rivolgendosi a non so chi.

«Sì, Ethan, siediti, dobbiamo parlare».

Questa invece non la identifico se non come appartenente a un uomo che usa un tono basso, ma soprattutto greve.

«Riccardo Bolle. Il Commissario capo di allora», spiega Mad come avesse capito la mia titubanza o forse ha capito che la curiosità e la tentazione di voltare la testa cominciano a pungolarmi, ora più che mai.

Il Commissario capo Bolle? Io… Io ho già incontrato quell’uomo, circa dieci anni fa. Ho un vago ricordo di lui, ma la sensazione che mi è rimasta è quella di un uomo molto serio e poco incline alle chiacchiere.

Stringo i pugni e costringo i miei muscoli a restare immobili mentre, purtroppo, continuo ad ascoltare. Tutto quanto. Dall’inizio alla fine.

«Sono obbligato a chiederti di restituire distintivo e pistola».

«Cosa?», sobbalza Mad. «E per quale motivo?».

«Sai del furto al deposito giudiziario?», chiede Bolle.

«E chi non lo sa? Da una settimana non si parla di altro. E cosa c’entra con me?»

«Distintivo e pistola, prima».

Mad non risponde subito e sinceramente anche io trattengo il fiato. Un furto al deposito? E Mad… Cosa? Coinvolto?

«Sta scherzando, vero?», è la domanda secca, rauca, furiosa di Mad e ora sì che riconosco la sua voce al cento per cento. «Sospettate di me?»

Una sedia viene sbalzata via e subito dopo sento il rumore di una porta che si spalanca.

Deglutisco. Lo stanno arrestando. Lo sapevo. Cioè sapevo che era finito in prigione e sapevo che questo filmato riguardava quel momento eppure mi ritrovo a deglutire con la bocca secca. Forse perché non sto vedendo le immagini di allora, ma gli occhi di Mad di adesso. Li ho fissi nei miei e sono impassibili e glaciali come se tutto questo non lo riguardasse. O forse… Forse come se lo desiderasse con tutto se stesso.

«Fermo, non fare sciocchezze!», urla un terzo uomo, immagino quello che ha fatto irruzione nell’ufficio e subito dopo tocca a un quarto. «Giù la pistola, Cooper! Giù, oppure sparo».

«Ethan», chiama anche Bolle. «Non fare cazzate».

«Cazzate?», urla Mad. «Davvero ci crede? Crede che io abbia rubato la droga confiscata? E per quale motivo?»

«Non spetta a me rivelarti le prove e le accuse».

Come Bolle avesse appena buttato benzina sul fuoco, la voce di Mad raggiunge picchi di collera che non ho mai udito prima.

«Prove? Ci sono delle prove?», ruggisce, poi uno sparo.

Potente come un tuono, lacera l’aria di quell’ufficio di dieci anni fa ma io lo sento qui, che mi fischia nelle orecchie e quasi mi butto a terra, pronta a rispondere al fuoco. Quasi, perché in realtà sento dieci dita che mi stringono le spalle. Sollevo il capo e apro gli occhi – quando li ho chiusi? – specchiandomi in due immense, intense e profonde iridi azzurre.

«Ho sparato io», mi rivela Mad con un tono che pare quello di un giornalista durante una diretta di cronaca nera. «Non loro, io. Ho sparato e ho quasi ucciso uno dei due poliziotti che erano venuti ad arrestarmi. Il secondo si è preso un pugno in faccia che gli ha rotto il naso e il Commissario… A lui ho spezzato la gamba destra in due punti».

Lo sento. Sento le urla di dolore, la colluttazione, gli ordini di Bolle, i ringhi di Mad come quelli di un vero cane rabbioso… Sento tutto e mi viene da vomitare. Finché finalmente Milo spegne il video.

E purtroppo non si limita a quello.

«Da quanto mi risulta altri due sono finiti in ospedale prima che riuscissero a fermarti», aggiunge e mai come in questo momento vorrei tappargli la bocca.

Invece sono bloccata occhi negli occhi con Mad in questo sguardo che si sta protraendo all’infinito, come se non esistesse più tempo o spazio, come se il mondo intero fosse stato risucchiato in un’altra dimensione e fossimo rimasti io, lui, i nostri sguardi e le sue dita che si posano sulle mie spalle in quello che sembra più un abbraccio che una presa ferrea. Non so quanto dura tutto ciò, so solo che quando lui torna a parlare, io fatico a tornare alla realtà.

Eppure devo perché ciò che dice Mad non può non avere risposta.

«Ora lo sai», mormora. «Ora sai perché mi hanno soprannominato Mad Dog. Sai come posso essere pericoloso».

Sì, lo so.

«E quindi?» domando, ritrovando tutta la mia sicurezza.

«Quindi smettila di credermi ciò che non sono».

Mi ritrovo a sorridere. Riconosco che non è il momento adatto, tuttavia non lo posso evitare. Non dopo tale affermazione.

«Io ti credo esattamente ciò che sei. Per questo non mi importa vedere il tuo passato. Perché quel filmato o qualunque altra cosa vorrai mostrarmi, non cambia niente. Io so cosa vedo, so chi sei».

Non ho idea di quale reazione mi aspettassi di preciso ma di certo non quella che mi ritrovo davanti. Mad impreca violentemente, mentre il suo sguardo mi trafigge come volesse che io non esistessi, poi scappa via.

Sì, esatto scappa. Lontano da me, per andare dove, non so. Lo sento allontanarsi lungo il corridoio con passi veloci e poco dopo una porta sbatte così forte che persino le pareti della sala tremano.

Che diavolo gli ha preso? Perché fa così?

«Mi sa che non ama essere contraddetto, soprattutto su se stesso», borbotta Milo.

No, infatti non gli piace per non dire che lo odia, tanto da fuggire a gambe levate come se, credendo in lui, commettessi chissà quale peccato mortale. È ridicolo. Non può arrabbiarsi per una cosa simile né tantomeno tenermi lontana, soprattutto visto ciò che sta accadendo, quindi col cavolo che glielo permetto.

Faccio mezzo giro su me stessa e cammino forse persino più velocemente di quanto abbia fatto Mad prima, in direzione di quello che credo sia il bagno. Non perché l’abbia visto entrare lì, ma perché sento anche da qui le sue imprecazioni e i suoi borbottii.

E visto che è tanto arrabbiato, non perdo tempo nemmeno a bussare. Arrivo alla porta e gli do un calcio. Non la sfondo, ma comunque la faccio sbattere con forza contro la parete opposta.

«Porca puttana, ma si può sapere che hai nel cervello?», mi aggredisce lui prima ancora che io varchi la soglia.

«Esattamente quello che hai tu», ribatto a tono. «Stavamo parlando, perché te ne sei andato?»

«Non stavamo parlando. Tu stavi sparando cazzate».

Già è proprio questo il punto.

Balzo all’interno prima che lui possa impedirmi di entrare e mi chiudo la porta alle spalle.

«Per te sono cazzate e vorrei capire perché. Perché ti dà tanto fastidio che io mi fidi di te? Che non mi importi che cosa accadde anni fa, che errore hai commesso, perché e come sei stato arrestato, né della gente che hai spedito in ospedale? Perché odi il fatto che io non abbia paura di te?».

«Ti faccio io una domanda», è la sua risposta. «Perché secondo te sei l’unica a fregartene di tutto questo? Perché la gente mi sta lontano, mi teme o mi disprezza mentre tu, unica tra tutti, mi stai incollata?»

Incollata mi pare esagerata come definizione, ma c’è un’imprecisione ancora maggiore nelle sue parole.

«Non sono l’unica. Bonfigli, Santorini…»

«No, è diverso e lo sai», mi blocca ancora prima che io finisca. «Loro apprezzano le mie doti da poliziotto. Santorini mi ha dato una possibilità ma non ha problemi a togliermela. Così Bonfigli, si fida a lavorare con me, ma niente di più e comunque la sua fiducia me la sono guadagnata con gli anni. Tu mi conosci da pochi giorni. Cazzo, Tati. Mai, nemmeno per un istante da quando ci siamo conosciuti, tu hai dubitato di me. Mi hai persino chiesto di addestrarti e lì dentro, poco fa, hai toccato il fondo. Perché? Perché, non hai un minimo di istinto di sopravvivenza?».

Nel parlare Mad mi si è avvicinato. Lentamente, un passo alla volta, ha eliminato la distanza tra noi e ora mi sta così vicino, soverchiandomi con la sua enorme stazza, da costringermi a guardare in alto per non perdere il contatto con il suo sguardo. Ed è proprio il suo sguardo freddo, troppo freddo per non nascondere invece un incendio, a convincermi a dargli la mia risposta senza alcuna esitazione.

«Il mio istinto di sopravvivenza è proprio ciò che mi ha spinto a fidarmi ciecamente di te, contro qualsiasi parere contrario o apparenza. E puoi dire ciò che vuoi, ma finora non mi sono sbagliata su di te».

«Non ti sei sbagliata?», mi sputa in faccia.

«No», affermo decisa. «E ti sfido a trovare una sola occasione, da quando ci siamo conosciuti, in cui mi sarei dovuta pentire».

«Sempre, ogni istante. Fin da quando sei arrivata mi sono comportato con te come cazzo mi è parso. Ti ho umiliata, denigrata, sbeffeggiata, ti ho messo le mani addosso e in quel B&B, nel momento meno opportuno di tutti, anche la lingua. Come cazzo fai a volermi stare ancora vicina? Sono uno stronzo bastardo ed egoista, che si prende ciò che vuole senza guardare in faccia nessuno e prima lo capisci, meglio è».

Ma che diavolo sta dicendo? E cosa c’entra adesso quanto accaduto al B&B tra noi?

«Hai preso ciò che io ti ho dato», gli ricordo.

O pensa di avermi costretta? Pensa che sono una ragazzetta che ha perso la testa ed è caduta ai suoi piedi sconvolta dalla sua mascolinità? Oh, sì, certo, l’attrazione tra noi mi ha destabilizzato, ma in ogni istante ero consapevole e cosciente di ciò che desiderassi. Persino la prima volta in palestra.

«Non dire stronzate!», sbraita.

Non le dico infatti.

«Pensi che non vorrei che succedesse ancora? Pensi che non voglio nuovamente le tue mani su di me o dentro di me? Pensi che la tua vicinanza non mi ecciti? Pensi che sono succube della tua volontà?»

«Penso che non ti rendi conto».

Oh, no, invece. Mi rendo conto benissimo. Mi rendo conto, finalmente, che alla base di tutto c’è questo: Mad allontana tutti.

Si mostra violento, egoista, fa in modo che tutti lo temano o lo disprezzino così da non dover faticare a tenerli lontani. Ma io al contrario non sono caduta nelle sue cazzate. Io non gli sto alla larga e così lui fa di tutto per tenermici, anche fisicamente, anche se tra noi c’è un’attrazione che mi fa fremere persino adesso che stiamo discutendo.

E forse il problema è proprio questo: con lui parlare è inutile.

Gli prendo le mani che lui tiene strette a pugno lungo il fianco e me le porto sul sedere. Non mi aspetto le apra e infatti non lo fa, tuttavia non le sposta e questa per me è una conferma più che sufficiente.

«Eravamo in due in quella camera», gli ricordo poggiando le mie dita sul suo petto e schiacciandomi contro di lui. «E siamo in due in tutta questa storia. Siamo in due, Mad», insisto. «E non vado da nessuna parte per quanto tu provi a spaventarmi».

«Tu dovresti essere già spaventata», mormora tra i denti.

«E se invece fossi eccitata?», gli domando con il cuore che a ogni secondo in cui lui mi tiene vicina a sé accelera il ritmo. «Se nella mia testa ora stessi ricordando proprio quella lingua che secondo te mi ha avuta senza chiedere il permesso?»

Le mie parole fanno effetto. Sento il suo cuore che accelera il ritmo sotto i miei polpastrelli e nei suoi occhi ora vedo quell’incendio di cui poco fa avevo solo immaginato la presenza. Un incendio che si sta propagando anche a me. Le mie dita formicolano, la mia bocca si riempie di saliva all’idea di saggiare il sapore della sua pelle.

Uno spasmo mi colpisce in mezzo alle gambe e un sussurro mi esce dalle labbra con un suono molto simile a un gemito.

«Mad», lo chiamo, avvicinandomi il più possibile al suo orecchio. «E se ora volessi io usare la mia lingua su di te?»

Non gli do il tempo di rispondere e lascio saettare la mia lingua sul suo collo, proprio sotto all’orecchio. Lingua e labbra in un bacio umido che trascino fino al tessuto della sua maglietta. Nel frattempo anche le mani scivolano verso il basso. Raggiungo la cintura dei suoi pantaloni ma solo per afferrare il bordo della maglietta e sollevarlo fino al petto.

Le dita di Mad si chiudono sui miei polsi, tuttavia non mi fermano. Si limitano a stringere e tremare come se in lui fosse in atto una battaglia. Una battaglia che intendo volgere a mio favore. Mi abbasso e, mano a mano che sollevo il cotone, lo accompagno con le labbra. Le passo sui suoi addominali, perlustrandone ogni dosso e incavo. Quando arrivo al petto, la leggera e morbida peluria mi fa il solletico ed è così provocante che vi affondo tutto il viso mentre ne aspiro avidamente il profumo.

Mad gonfia bruscamente i polmoni e per un attimo temo mi respinga. Temo stringa ancora di più i polsi, che non ha mai abbandonato, per scostarmi, invece fa l’esatto opposto. Appena chiudo le labbra sul suo capezzolo, lui mi abbassa la mano, premendola sulla sua erezione.

«Merda!», farfuglia, mentre un brivido lo scuote da capo a piedi.

Sì, esatto, merda, perché ora non mi fermo di sicuro. Mi libero della sua presa, slaccio bottone e zip poi glielo prendo in mano. Mi riempio tutto il palmo del suo cazzo duro, pulsante, bramoso e quando sento le dita bagnate dalle goccioline che fuoriescono dalla sua cappella…

Porca miseria! Deglutisco il fiotto di saliva che mi ha inondato la bocca e comincio a masturbarlo. Scivolo dalla punta alla base per tutta la lunghezza, godendo del calore nel mio palmo, delle vene che pulsano sul suo membro, dei guizzi con cui esso cerca il mio tocco, del suo capezzolo che tengo in bocca e sento indurirsi, ma soprattutto dei lunghi e profondi respiri di Mad.

«Merda!», ripete lui. «Smettila, Tati. Smettila di toccarmi».

Smettere? Non ci penso nemmeno. Lui sta tremando sotto il mio tocco e ciò che desidera è l’esatto opposto di ciò che la sua bocca ha proferito. Prova ne è il fatto che mi sta tenendo ancora il polso, non per fermarmi, ma per accompagnarmi nei movimenti e darmi il ritmo.

Un ritmo crescente quanto il desiderio di Mad che mi investe come le onde di un mare in burrasca.

Lo sento scaldarmi il sangue, annebbiarmi la mente, farmi perdere il controllo e d’un tratto non mi basta più masturbarlo e nemmeno leccargli i capezzoli.

Tiro fuori la mano dai suoi boxer e gli abbasso i pantaloni. La sua erezione svetta fuori e io mi ritrovo imbambolata peggio di una verginella alla sua prima volta. Mad nudo è…. È… Peccaminoso.

Un liquido caldo mi inonda in mezzo alle gambe, mentre immagino di sentirlo dentro, tuttavia non fa molta strada. Non so quando e come è successo, ma anche la mano di Mad è nei miei slip e raccoglie i miei umori prima ancora che arrivino a bagnarmi.

«Perché devo smettere?», singhiozzo presa alla sprovvista da quel tocco. «Perché ti sono troppo vicina? O perché stai abusando di me?», lo provoco.

Mad grugnisce e con un dito entra nella mia carne. Il piacere serpeggia fino al cervello e io supero la soglia del non ritorno.

Mi schiaccio contro di lui e gli sussurro tutta la mia brama.

«Ti voglio, Mad Dog. È così difficile capirlo?»

Lui si paralizza. Diventa rigido come una statua di marmo, poi accade ciò che temevo fin dall’inizio e che ormai pensavo fosse scongiurato.

Le sue mani mi bloccano per le spalle e mi scostano rudemente, mentre la sua voce, arrochita dalla lussuria ma anche dalla collera, diventa carta vetrata.

«Vuoi chi, esattamente? Dici di conoscermi, di sapere chi sono, di fidarti, ma… Tu non sai chi sono», mi sputa contro con le pupille dilatate e le unghie che scavano solchi sulle mie braccia. «Tu non sai…»

«Fammi indovinare», frustrata dalla sua ostinazione, a maggior ragione adesso. «Io non so niente? Anzi no, un cazzo. Tu usi espressioni più colorite quando vuoi tenermi alla larga».

Sento i suoi denti sbattere anche da qui, le braccia tremare per la furia che lo scuote e mi preparo alla sua replica che sono sicura sarà feroce e tagliente come la lama di un coltello.

«Esatto, non sai un cazzo. Se sapessi potresti persino odiarmi».

A cosa si sta riferendo? Probabilmente a nulla, è solo un bluff, eppure non so perché ma sento una strana pressione al centro dello stomaco.

«Che… Che stai dicendo?», mi ritrovo a chiedere contro la mia volontà.

«Solo una domanda», prosegue imperturbabile mentre si riveste con pochi gesti frenetici. «Perché sei tornata qui?»

PERCHÉ IO…

La bocca mi si secca all’improvviso mentre i polmoni si svuotano. Che… Che diavolo significa?

«Qui? Qui dove?», quasi balbetto.

«Hai capito benissimo, Tati», m’incalza con iridi gelide. «Non fare la stupida perché non lo sei, come tieni sempre a precisare. Perché non sei rimasta a Trieste? Tua madre è lì. I tuoi amici, la tua carriera… Una bella carriera a quanto mi risulta. Eri stimata, amata… Potevi fare l’esame per ispettore. Perché hai lasciato tutto per tornare qui dove non hai nessuno? È più chiaro adesso?»

Sì, molto, troppo chiaro. Perché me lo chiede? Lui sa qualcosa? No, impossibile e non posso certo scoprirmi.

«Volevo tornare a casa», mento.

«Stronzate!», esplode lui con la stessa potenza di un vulcano. «Perché sei qui!», incalza.

Lui… Lui sa davvero. Ma come? E che c’entra questo discorso così all’improvviso? 

«Stavamo parlando di te non di me», gli ricordo pur di sviare la questione.

La sua bocca si apre in un ghigno che potrei definire sadico e, Dio, le mie gambe cominciano a tremare anche se non so perché. O forse sì, è questo il problema.

«Perché, Tati?», incalza.

Io… Io… Non riesco a dirlo. Anche volessi, anche mi decidessi a svelare la verità, non ho più voce. E tremo. Porca miseria tremo come una foglia perché sono dieci anni che aspetto. Dieci anni che ho in mente un solo pensiero, un solo obiettivo, un solo traguardo. Dieci anni che cerco di recuperare ricordi, fatti, prove, testimonianze, documenti, senza ottenere nulla se non quello che tutti sanno. E ora lui, mentre parliamo di tutt’altro, se ne esce così? Come se conoscesse la verità e la avesse celata per tutto questo tempo?

Fanculo, no!

Angoscia e dolore si mescolano in un caos devastante e d’istinto afferro la mia pistola puntandogliela contro. Non so con quale scopo, forse solo per contrastare l’impotenza che sento soffocare la mia forza di volontà.

«Dimmelo!», urlo, agitando la pistola minacciosa. «Dimmi che cazzo sai».

Mad Dog mi fissa ancora alcuni istanti, imperturbabile, poi si avvicina. Lima la distanza tra noi e appoggia il suo petto dritto sulla canna. Se sparassi lui morirebbe all’istante.

«Non lo farai», mormora tra i denti.

Non conta se lo farò o meno, conta quello che farà lui. E ciò che chiedo è solo che dica quelle maledette parole. Quelle che aspetto da tutta una vita.

«Chi è stato?», urlo. «Chi cazzo ha ucciso mio padre?»

Vedo la lotta negli occhi di Mad, l’indecisione tra l’istinto a tacere e la volontà di parlare e i secondi passano lenti, quasi infiniti per me, finché alla fine lui si decide.

«Non lo so, Tati».

Cosa? Tutto questo solo per un “non lo so”?

La mia mano trema insieme a tutto il resto di me.

«No. No. Tu devi saperlo o non mi avresti fatto quella domanda. Se non sapessi non avresti messo in mezzo papà», farfuglio.

Lui scuote il capo.

«Ti giuro che non lo so. Devi credermi ancora una volta. Se avessi un nome sarebbe tutto più facile anche per me».

Gli credo. Maledetta me, gli credo perché non posso altrimenti. Non posso dubitare della verità che gli illumina gli occhi, né del dispiacere che gli leggo dentro e ogni mia speranza crolla. Insieme alle braccia e al mio capo gravati da un peso troppo grande da sostenere.

Dopo tanto tempo per un attimo ho creduto, sperato, che finalmente vi fosse una risposta. E invece nessuna risposta solo altri quesiti che mi ronzano nella testa sempre più forti.

Che cosa ha detto Mad? Più facile anche per lui? Perché? Com’è legata a lui la morte di mio padre? E che c’entra l’attentato alla mia vita?

Gli interrogativi cominciano a girare nella mia testa. Sempre più veloci, sempre più rumorosi e pericolosi e alla fine sento il bisogno di lasciarli venire fuori. Mad non può liquidarmi con un “non lo so”. Lui deve dirmi qualcosa.

«Indagavi sulla morte di mio padre?», comincio a bruciapelo. «Eri tu a occuparti del suo caso?»

«No», è la sua risposta pronta.

Fin troppo.

«Ma lavoravi su qualcosa che aveva a che fare con lui. Emilio Guercini, forse?»

Se non erro è il nome fatto da Milo, quello del suo ultimo caso. Mad serra le labbra e comprendo di essere sulla strada giusta. Comprendo però anche che lui non intende dirmi altro su questo tale.

Non importa. Io ho altre domande.

«La polizia è corrotta», continuo imperterrita facendo una specie di sunto di ciò che ho appreso finora. «Tu lo sai per certo altrimenti non mi faresti scappare. Chi è? Il Commissario di allora? Il tuo collega, altri poliziotti, chi?»

Mad sgrana gli occhi.

«Davvero mi stai chiedendo dei nomi? Qui, adesso?»

«Chi, Mad?»

«Nessuno! Nessuno era coinvolto», esclama secco.

L’occhiataccia che segue spingerebbe chiunque a tacere o per lo meno a desistere, ma io non sono chiunque e, più lui si nasconde dietro il silenzio, più io mi metto a scavare. E così ragiono, rifletto, ipotizzo.

«Impossibile», insisto. «Altrimenti non saresti andato a colpo sicuro quando hanno cercato di uccidermi. Chi era? Qualcuno di cui ti fidavi? Qualcuno che ti ha tradito? Qualcuno che…»

Sussulto, trattenendo il fiato mentre vengo colpita da un’illuminazione. Ma certo.

«È per questo che non dai confidenza a nessuno e lavori da solo. Tutto torna», esulto, compiaciuta dalla mia intuizione. «E anche perché mi hai detto di non fidarmi di nessuno. Non vuoi ripetere lo stesso errore né farlo ripetere a me».

Penso con questo di averlo colpito in un punto vitale, di indurlo a scoprirsi e invece…

Mad incrocia le braccia al petto poi mima il gesto delle labbra cucite.

Maledizione! Non può fare così.

«Insomma, Mad!», sbotto seccata. «Hai cominciato tu. Si può sapere perché non vuoi dirmi nulla?»

Finalmente una reazione, anche se non quella sperata.

«E me lo chiedi? Hanno tentato di ucciderti. Ti ho coinvolta fin troppo».

«Mi stai proteggendo, ho capito, ma…»

«No», mi blocca. «E lo so che odi sentirtelo dire, ma è solo colpa tua se sono costretto a ripeterti ancora una volta che non hai capito un cazzo. Non sto proteggendo solo te. Queste persone possono arrivare a chiunque. Chiunque e con qualsiasi mezzo, è chiaro? O pensi che ci metterebbero tanto ad accusare, che so, Milo, di sottrazione di documenti riservati?».

Mad comincia a parlare in fretta, talmente in fretta che devo concentrarmi per non perdermi il senso delle parole, ma pare quasi che non si stia più rivolgendo a me, piuttosto ai fantasmi emersi dal suo passato. «Avrebbero così la scusa per sequestrare il suo computer, trovare prove incriminanti di reati maggiori, magari mail scambiate con personaggi loschi della criminalità. Sarebbe accusato di associazione mafiosa, magari diventerebbe complice nell’attentato di oggi, forse pure il mandante e voilà! Milo sarebbe fuori per sempre dalla polizia e messo a marcire in prigione. E nessuno, nemmeno il più bravo e onesto avvocato, sarebbe in grado di salvarlo. Milo non avrebbe speranze di uscire se non per qualche miracolo solo dopo anni e anni e sempre che qualcuno non riuscisse a farlo fuori in prigione in una delle tante risse create apposta. E credi che, avverato il miracolo, una volta fuori sarebbe la stessa persona di quando è entrato? Oh, no. La sua anima sarebbe lacerata per sempre».

Mad ha il fiatone e non solo. Gli occhi rossi di collera, le vene del collo gonfie, le pupille dilatate mentre io mi sto sentendo male. Non per ciò che ha appena detto, ma per ciò che significa tutto ciò.

Come ho potuto non accorgermene prima? Come ho potuto non farmi sfiorare dal benché minimo dubbio? Eppure la verità era qui, davanti ai miei occhi. Sì, la verità, perché ora so.

«Sei innocente!», esclamo tutto d’un fiato, mentre gli prendo il viso con le mani.

Quel viso che mi è così vicino eppure così lontano.

«Non hai commesso alcun reato. Ti hanno incastrato per toglierti di mezzo dalle tue indagini. Indagini che riguardavano mio padre».

Non è una domanda e non richiede risposta, eppure la risposta arriva.

«Sì», confessa. «Mi hanno incastrato».

È solo un sussurro eppure così potente da fermarmi il cuore. Così potente da eguagliare il tuono che pochi istanti dopo scuote l’aria. Ma anche le pareti, il pavimento, tutta la casa mentre la voce di Mad torna a rimbombarmi nelle orecchie, stavolta con un vero e proprio urlo.

«Stai giù!»


 

 

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