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Mad Dog – Sei tu!
Sto per rivelarle tutto. Riuscirò ad arrivare fino in fondo? Confessare i miei errori, le mie bugie e le mie debolezze? Anche non fosse, non ho più scampo. Samanta è venuta qui per scoprire la verità sulla morte di suo padre e nasconderle ancora ciò che so, se prima mi permetteva di tenerla al sicuro, ora significa solo impedirle di capire la portata di ciò che l’ha travolta e quindi anche di difendersi.
«Papà conosceva Guercini?», mi chiede, riportandomi al presente. «Come?»
«Il come non è l’inizio della storia», le spiego. «Ed è meglio se cominciamo dall’inizio. Da quando ero ancora un poliziotto. Il mio partner era Aron Molinetti, un ispettore e io ero stato affidato a lui in quanto ancora un pivello».
«Come me e te insomma», mi interrompe lei con un sorriso e io sono costretto a spegnere quel sorriso prima che mi distragga troppo.
«Come me e te un corno!», esclamo. «Io non sono ispettore né più un poliziotto», le ricordo seccato.
Inutile. Lei continua a sorridere e anche a distrarmi.
«Ma lo saresti se non ti avessero incastrato, dico bene? Chi meglio di te?»
No, non dice bene.
«Con i “se” e i “ma” ci si fa solo del male», ribatto più brusco e infastidito di quanto vorrei.
Non è colpa sua, ma non amo perdermi a pensare su come sarebbe stata la mia vita se fosse andato tutto diversamente. Anzi, lo odio profondamente.
«Concentrati e non perderti a fantasticare su quello che non è stato e poteva essere», la richiamo e finalmente il suo sorriso si smorza.
«Ok, scusa, vai avanti».
«Ci fu affidato un caso di ricettazione. Nulla di particolarmente complicato, almeno all’inizio. Durante un’asta erano spuntati fuori degli oggetti rubati in una villa di un riccone. Quadri, tappeti… Cominciammo a indagare e a risalire il percorso di questi oggetti. Ben presto scoprimmo che il furto era in realtà associato a molti altri. Almeno una ventina nel giro di sei mesi».
«Venti?», m’interrompe di nuovo lei.
«Sì, esatto. Se la banda era la stessa, ed era quasi sicuramente così, si erano portati via oggetti per un valore di qualche milione».
«La faccenda non era più tanto piccola né tanto semplice», mormora lei. «Una refurtiva di tale tipo non era certo gestita da delinquentelli».
Esatto, è proprio questo il punto e infatti da lì in poi si complicò tutto.
«Cercammo il resto del bottino. Setacciammo le aste, il mercato nero, interrogammo i ricettatori noti, i nostri informatori… Impiegammo mesi e tutto per cercare di capire chi guidava l’operazione, ma tutto ciò che trovammo fu Guercini… Cadavere».
«Morto?», sussulta lei che evidentemente non se lo aspettava.
E non sa ancora il resto.
«Guercini aveva una galleria d’arte molto conosciuta in città. Lui stesso era un personaggio influente, conosciuto nel settore e fu uno dei primi da cui andammo alla ricerca di qualche informazione sugli oggetti rubati».
«Era un sospettato?», domanda lei.
«No, all’inizio era solo un esperto che avevamo consultato per avere una stima della refurtiva e magari indicazioni su dove potessero essere finiti».
«E dopo?»
Serro i denti ricordando ciò che accadde dopo. Se solo avessimo saputo… Ma non eravamo dotati di preveggenza e non potevamo sapere.
«Dopo il suo nome spuntò fuori durante l’interrogatorio di un sospettato. Un ladruncolo beccato a rubare dentro un appartamento in cerca di qualcosa da vendere per comprarsi la droga. Era strafatto e tirò fuori il nome di Emilio Guercini come il principale ricettatore sul mercato. Erano solo voci che aveva sentito da uno, che lo aveva sentito da un altro e così via, sai come funziona».
«Sì, certo. Voci che non sai mai quanto siano fondate», grugnisce. «Soprattutto se a riferirle è un tossicodipendente».
«Proprio così. Per cui quando andammo da Guercini l’intento era solo tastare il terreno».
«E invece spuntò fuori il suo cadavere».
«Pezzi del suo cadavere», preciso con una smorfia. «Era stato fatto a pezzi e i tagli sul suo corpo rivelavano che non erano stati eseguiti post mortem, così come le unghie strappate, lembi di pelle tagliati via dalle braccia, bruciature di sigaretta sui testicoli…»
Samanta sbianca e io le evito gli altri particolari. Forse sono stato troppo diretto.
«Torturato? Perché?», balbetta.
«Era quello che volevamo scoprire. Di sicuro non avevamo più per le mani un caso di ricettazione ma di omicidio e chissà che altro. Per questo provarono a metterci da parte».
«Vi tolsero il caso?», sobbalza, sgranando gli occhi.
Sorrido.
«Allora ero molto diverso da ciò che sono adesso», le rivelo. «Più giovane, più inesperto, più ingenuo, ma due cose non sono cambiate affatto di me: il fisico e la pazienza».
Anche Samanta ora sorride.
«Quante scrivanie spaccasti?»
Ha capito al volo.
«Solo una. Quella del Commissario Capo Bolle. Ma non la spaccai. Diedi un pugno e si creò un leggero affossamento al centro».
«Leggero, eh? Immagino si convinse subito».
Tati ride ancora, io invece non più. Il peso di quei giorni, di quei momenti e di quelli che seguirono che mille e mille volte ancora ho rivissuto nella mia testa, è troppo gravoso tanto che ho bisogno di qualche istante prima di poter proseguire. Istanti in cui lei mi scruta con apprensione. Ma non c’è proprio nulla di cui preoccuparsi. Il passato è passato… Almeno quel passato.
Inspiro e proseguo.
«Assolutamente no. Chi lo convinse fu Aron, il mio collega. Fece notare che stavamo lavorando da mesi a quel caso, che era complicato e pieno di sfaccettature e che più poliziotti vi stavano sopra, meglio era. Bolle non poté non concordare. Tuttavia le indagini proseguirono e non scoprimmo nulla di nuovo. Anzi più i giorni passavano più le tracce si assottigliavano, gli informatori sparivano, le prove diventavano labili. Cominciai a scavare nella vita di Guercini, in ogni più piccolo dettaglio. Ero convinto che la risposta fosse lì, da qualche parte».
«Ed era così? C’era una risposta?»
Deglutisco la poca saliva che ho in una bocca improvvisamente secca mentre mi mordo le labbra. Come glielo dico?
Maledizione! Arrivato a questo punto non posso bloccarmi eppure ho un groppo in gola. Ma più esito e più lei si agita. È troppo intelligente per non leggere cosa c’è dietro il mio tentennamento e infatti la sua fronte si corruga mentre vedo il petto alzarsi in un mezzo singulto.
«Mad?», mi richiama con voce tremolante. «C’era?»
Devo dirglielo, non posso più tenerlo nascosto.
«C’era un nome. Un uomo che pochi giorni prima della morte di Guercini si era incontrato con lui per ben due volte nell’arco di una settimana».
Samanta diventa pallida e apre la bocca per parlare ma poi ci ripensa, come se non riuscisse o non avesse il coraggio.
Ha ragione. Non spetta a lei, ma a me pronunciare quel nome.
«L’uomo era Pietro Bonetti, tuo padre».
«Mio padre era coinvolto…»
«No», la blocco prima che arrivi a conclusioni affrettate, anche se devo stare bene attento a come scegliere le parole. «Non abbiamo trovato prove che lui fosse coinvolto in qualche affare illecito».
Ma, come al solito, Samanta è molto intuitiva e io molto stupido se penso ancora di raggirarla.
«Perché lui morì, giusto? Non avete prove perché non avete avuto tempo, ma non è detto che non sarebbero saltate fuori».
Inspiro a fondo mentre lo sguardo che mi posa addosso mi trapassa da parte a parte.
Forza, Mad, fino in fondo!
«Sì, lui morì, proprio il giorno in cui dovevamo incontrarci per fargli qualche domanda. Avevamo appuntamento in un piccolo supermercato e…»
Tati balza in piedi così velocemente che la sedia cade indietro con un gran fracasso poi me la ritrovo quasi sopra, faccia a faccia.
«Con te? Quel giorno doveva vedersi con te?»
Mi schiarisco la voce.
«Sì, Tati. Lui era lì per vedere me e Aron. Aveva scelto lui posto e orario. Era stato lui a contattarci prima ancora che lo facessimo noi», le spiego tutto d’un fiato. «E non ho mai creduto al fatto che la sua morte fosse stata un incidente. Una rapina proprio quel giorno e proprio in quel supermercato? Tuo padre che prova a disarmare il rapinatore e resta ucciso nel tentativo? Cazzate! Solo un gran mucchio di cazzate!»
«Ma allora perché?», chiede lei con gli occhi rossi e il volto stravolto. «Perché la sua morte fu archiviata come incidente? Perché se c’era un collegamento con un caso grosso come quello di Guercini nessuno ha preso in considerazione l’omicidio? Tu e il tuo collega non avete detto dell’incontro al vostro capo?»
Non è un’accusa la sua. Le sue parole sono piene di dolore ma non di rabbia, come se stesse più che altro riflettendo ad alta voce. E sono sicuro che non ci metterà più di qualche secondo per arrivare da sola alla risposta.
E infatti, le bastano solo due battiti di ciglia.
«Qualcuno nella polizia era coinvolto», afferma tornando a crollare sulla sedia. «Ecco come arrivasti a tale conclusione. Chiusero il caso troppo in fretta».
Non emetto suono, abbasso solo il capo in un segno di assenso.
«Io e Aron ci insospettimmo della cecità sul caso Bonetti inoltre, quel giorno, in quel supermercato, lui tentò di dirmi qualcosa».
«Lui chi?», sgrana gli occhi lei.
«Tuo padre, Tati», confesso prima di ripensarci. «Quando arrivai era ancora vivo. Ma le sue parole erano solo suoni sconnessi emessi con gli ultimi respiri. Incomprensibili».
Tati deglutisce mentre sul suo viso vedo passare una miriade di emozioni: dolore, angoscia, rabbia, disperazione, sorpresa… Temo possa sentirsi male e d’istinto allungo la mano intrecciando le dita alle sue.
O almeno è ciò che vorrei fare. L’ho appena sfiorata che lei si ritrae ed è come ricevere una coltellata al petto.
«Non mi hai detto nulla di tutto questo finora», afferma con un tono che è più deluso che arrabbiato. «Insomma tu, sei stato l’ultimo a vederlo vivo».
«No», ammetto. «E non me ne pento perché non potevo gettarti in pasto ai lupi. L’ho già visto accadere. Aron, il mio collega… Perse sua moglie in un incidente. Ma in realtà fu uccisa, Tati. Loro la ammazzarono per fermarlo. E minacciarono sua figlia, una bambina di pochi anni. Lo costrinsero ad abbandonare tutto, a ritirarsi, a dimenticarsi persino cosa significasse avere un distintivo. E cosa accadde a me? Quando diventai troppo invadente, mi spedirono in prigione. Non volevo accadesse anche a te. Ricordavo la ragazzina che dieci anni fa venne in Commissariato, sola contro tutti, temeraria come pochi, a urlarci in faccia che eravamo degli incapaci. Quella giovane donna, guardandomi negli occhi, promise a se stessa che non si sarebbe arresa e avrebbe scoperto la verità. Dovevo proteggerla ora, come allora».
Lei sussulta violentemente mentre la sua bocca si apre di scatto in un’espressione che oserei definire scioccata.
«Tu? Eri tu quel giovane poliziotto che mi parlò quel giorno? Ma… Ma no, eri molto…»
«Cosa? Diverso? Sai perché», sorrido amaramente. «Quello che incontrasti allora era Ethan Cooper ed è morto. Per questo ho provato in tutti i modi a mandarti via, non volevo che anche Samanta Bonetti morisse».
«Farmi chi?», sbotta lei, digrignando i denti così forte che li sento stridere. «Chi cazzo c’è dietro a tutto questo? Devi avere un sospetto, uno anche minimo e non provare a negarlo!», tuona.
Mi punta un dito contro e mi preme con forza sul petto.
«Lo so, ti hanno incastrato con finte accuse sull’aver rubato la droga sequestrata dal magazzino, questo l’ho capito. Ti hanno murato vivo in quella prigione, provando anche a farti fuori, ma poi sei uscito, giusto? E ti conosco. Merda, se ti conosco ormai. Tu sei come me, non ti sei arreso. Tu sei diventato un cane rabbioso e in questi anni hai continuato a cercare i responsabili per farli fuori uno a uno. Quindi non provare a dirmi che non hai sospetti, non prendermi per il culo. Dammi un cazzo di nome, Mad e, se non parli… Be’, il nome me lo troverò da sola a costo di andare a chiederlo a mio padre nell’aldilà».
Sì, è vero, mi conosce e sì, è ancora più vero, siamo uguali. Negare non serve a nulla.
«Domenico Furlan», dico tutto d’un fiato. «È lui il mio principale sospettato».
Tati sbatte gli occhi non una o due volta, ma quattro o cinque e so cosa sta pensando per questo riprendo la parola prima che lo faccia lei, magari per insultarmi.
«Non ero al B&B per cercare prove dei traffici di Dicenta. Quella era solo la versione ufficiale. Sapevo che forse ci sarebbe stato anche Furlan e speravo di trovare qualcosa che mi aiutasse a scoprire la verità. Solo che ho commesso una cazzata a sottovalutare la situazione e portarti con me. Non prevedevo scoppiasse quel casino. Nessuno avrebbe dovuto sapere di te lì, nemmeno di me se è per questo. Nessuno doveva sentirci, vederci o ricordarci».
Non è una nuova accusa nei suoi confronti, ma nei miei perché è il momento di guardarmi allo specchio. Ho fatto di tutto per tenerla al sicuro e poi l’ho gettata in pasto ai lupi. E non contento me la sono presa con lei. Con lei, con Milo, con tutti tranne con chi era davvero responsabile: io.
«Non che tu non fossi un probabile bersaglio», continuo in quello che è più un mea culpa che un resoconto mentre lo stomaco mi si accartoccia. «Ma sicuramente io ho accelerato le cose. Ti hanno vista con me, tu, la figlia di Bonetti, nel luogo in cui c’era Furlan, il mio principale sospettato come mandante di tutti gli omicidi e hanno decretato la tua condanna a morte immediata. E…».
«E basta», mi azzitta lei, mettendomi una mano sulle labbra.
Me le sfiora con delicatezza, la sua rabbia sparita chissà dove, per poi ritirare lentamente la mano.
«Ho chiesto un nome non che tu prendessi sulle tue spalle tutte le colpe dell’Universo».
No, non tutte, solo quelle che mi spettano.
«Non era previsto che tu arrivassi qui», spiego come mia parziale giustificazione. «Dovevo agire da solo ed espormi da solo. Io solo dovevo rischiare», ruggisco.
«E per tale motivo hai cercato in tutti i modi di cacciarmi. Sì, il tuo pensiero ormai mi è chiaro», mi sfotte. «Ma sono qui, insieme a te e non me ne vado. Direi quindi di passare oltre, magari lavorando per beccare quei bastardi».
Le sue labbra tornano ad aprirsi in quel sorriso gentile che mi destabilizza, almeno tanto quanto le parole che ha appena pronunciato.
Questo discorso non è servito a niente allora?
Le prendo le mani e le stringo forte non so se perché ho paura che fugga e commetta qualche sciocchezza oppure perché ho bisogno di sentire che è ancora qui.
«L’unico “oltre” che abbiamo la possibilità di vedere, è l’oltretomba», preciso tra l’esasperato e l’angosciato. «Non ti ho raccontato tutto questo per cominciare la caccia a Furlan».
«Non vuoi beccarlo?», sussulta lei.
Non ho detto questo.
«Furlan è nel mio mirino da così tanto tempo che prima o poi non sfuggirà alle mie grinfie», preciso. «Il fatto è che mi avevi posto una domanda precisa e sto cercando di risponderti, ma tu senti solo ciò che vuoi sentire e non capisci mai».
«Sono coerente», continua a scherzare.
Ma come fa? Come fa a essere allegra in un momento come questo? E più lei sorride più io vedo danzare davanti ai miei occhi le lapidi delle persone cadute in questa storia insieme ad altre lapidi, nuove e terrificanti. E ho paura. Ho una paura fottuta tanto che ora sento il bisogno di stringere Tati ancora più forte. Non solo le mani, ma tutta. Tutta lei. E prima che possa fermarmi le incornicio il viso tra i palmi, attirandola verso di me, sopra al letto. Le punte dei nasi si sfiorano, le labbra sono a pochi centimetri.
«Sei tu, Tati», ruggisco. «Porca puttana, sei tu».
Lei corruga le sopracciglia, confusa quanto sorpresa.
«Io? Io cosa?»
«Hai detto che non permetto a nessuno di avvicinarmi perché non mi fido. No, non è la verità. La verità è che alla morte di Diana feci un giuramento. Non avrei dato ai miei nemici un modo per colpirmi e rendermi inerme. Non sarei diventato debole».
Cazzo! Così debole che sto tremando mentre la guardo negli occhi e sprofondo in acque placide e accoglienti. Acque in cui vorrei restare addormentato per sempre. E la paura aumenta, mi rende folle.
«E quindi, vuoi sapere cosa mi spaventa e mi crea problemi? Sei tu», continuo senza freni. «Tu e il sole che ogni volta porti con i tuoi sorrisi. Tu e il calore delle tue dichiarazioni di fiducia contro qualsiasi logica. Tu e le fiamme che lambiscono la mia carne quando mi sei vicina. Tu sei tutto ciò a cui mi sono costretto a rinunciare».
Ed era così semplice. Cristo! Prima che arrivasse lei era tutto lineare, perfetto. Avevo la mia vendetta da compiere, il mio obiettivo, senza alcuna distrazione o dubbio. Dieci anni vissuti con un unico scopo e quanto ci ha messo lei a spazzare via tutto quanto? Nulla di più di quanto ci mette un soffio di vento a disperdere un refolo di fumo. Ed ecco cosa è rimasto di me: cenere nelle sue mani.
Cenere e braci ardenti perché quando torna a parlare con il suo respiro che mi colpisce il viso, le sento prendere fuoco.
«Io… Io sono…», sussurra.
«Sì», ripeto ormai al limite. «E sei anche tutto ciò di cui non riesco più a privarmi».
E non solo non ci riesco. Non voglio. Non più. E non importa ciò che lei sta per dire con quelle labbra che si aprono tremolando, la attiro verso di me e la bacio.
Bacio…. Questo in realtà è qualcosa di molto diverso. È fame, possesso, dominanza. È un ordine perentorio di appartenere a me e me soltanto. È un reclamare e pretendere, è un non concedere nulla che non sia ciò che io desidero. E ciò che desidero è averla, adesso, all’istante, in ogni modo possibile e inimmaginabile.
Cristo, se la voglio!
La sollevo fino a metterla stesa su di me, con tutto il corpo poi la ingabbio in un abbraccio che non lascia scampo, con le mani bloccate dietro la schiena e le gambe incastrate nelle mie mentre continuo a baciarla e non solo sulla bocca. Guance, mento, collo, spalle, seno. La bacio in ogni luogo che riesco a raggiungere e nonostante i vestiti che in parte la coprono. Già, i vestiti! Sono di troppo e non solo perché mi impediscono di saggiare la sua pelle, ma perché li ha presi a Milo.
Al solo pensiero di quel ragazzetto insignificante che ci provava con lei un ruggito mi esce dalla gola.
«Toglili!», le ordino.
Ma non può toglierli, non se continuo a immobilizzarla e di lasciarla non ci penso nemmeno. Non perché lei voglia scappare. Oh, no. Samanta è una bambola di pezza nelle mie mani. Si piega a ogni mio gesto e ogni mio sguardo e lo trovo così eccitante che per tale motivo preferisco spogliarla io stesso.
Le afferro i lembi della camicia e con uno strattone le faccio saltare tutti i bottoni, poi è la volta della zip dei pantaloni. In pochi gesti, così pochi che probabilmente ho strappato qualche cucitura, me la ritrovo nuda alla mia mercé. Persino slip e reggiseno sono spariti e non attendo nemmeno un istante prima di tuffarmi su di lei come un affamato su un banchetto. Schiaccio il viso tra i suoi seni e comincio a succhiarli. Prima uno, poi l’altro, mordendo e leccando i capezzoli turgidi mentre con le mani le strizzo il culo così forte da lasciarle qualche segno sulle chiappe. Lei sussulta, ma non di dolore. Un gemito roco le sfugge dalle labbra e le sue gambe si allargano mentre con il bacino scatta in avanti alla ricerca del mio cazzo. Se lo schiaccia contro la carne, smaniosa e vogliosa e, se non fosse per il piccolo dettaglio degli slip che ancora indosso, lei sarebbe già mia. Ma non è affatto un piccolo dettaglio. È qualcosa a cui rimedio molto velocemente.
Mi spoglio di tutto ciò che mi impedisce di stare pelle contro pelle, anche della maglietta, poi ritorno nella stessa identica posizione da cui siamo partiti.
Lei sopra di me, le braccia bloccate dietro la schiena, i capezzoli sulla mia lingua, le gambe aperte sulla mia erezione. Solo per pochi secondi però. Il tempo che il mio uccello trovi la strada, poi si tuffa dentro. Dritto fino in fondo, senza esitazione. Una sola spinta che… Merda! Mi strappa via non il fiato, ma direttamente i polmoni dal petto.
Boccheggio, poi però prendo tutto l’ossigeno che mi serve per catturare la bocca di Samanta e quel gemito che le sta uscendo dalla gola.
Me ne cibo come fosse nettare degli dei e comincio a muoverla sopra di me per provocarne altri. La sollevo e la impalo, una, due, tre volte, con forza, sempre tenendole le braccia immobili, godendomi i suoi seni che mi sbattono addosso e la sua bocca che mi inonda di mugolii, sospiri, veri e propri strilli.
E d’un tratto vorrei riempirgliela quella bocca. Infilarci dentro il mio cazzo e schizzarle sulla lingua, ma nemmeno una tentazione simile può convincermi ora a uscire da lei. Niente potrebbe farlo. Qui è dove voglio stare: con lei sopra che gode di me. Che trema, si agita, punta sulle ginocchia per sollevarsi e poi si lascia cadere per prendermi tutto dentro. E ancora… Si morde le labbra, graffia le mani con cui la imprigiono, poi mi bacia vorace e piena di passione.
È così bella, porca puttana! Così piena di vita che riesce a far sentire vivo anche me, soprattutto quando raddrizza la schiena, irrigidendo tutti i muscoli, con i seni che ballano davanti alla mia faccia e l’orgasmo pronto a esplodere nella sua testa. I gemiti si intensificano, la voce diventa bassa e roca e io spingo con più forza e più in profondità.
Voglio sentirla urlare. Voglio vederla divincolarsi e perdere la cognizione di tempo e spazio mentre gode del mio cazzo, voglio...
I suoi occhi, che finora erano chiusi negli spasmi del piacere, si aprono di scatto, luminosi come due fari nella notte più profonda. Puntano i miei e tutto ciò che voglio non lo so più. Almeno finché anche le sue labbra non si aprono in un leggero sussurro.
«Ethan».
Sì, voglio il mio nome. Il mio vero nome sulle sue labbra e quando lei comincia a tremare, qualcosa in me trema con lei. E non è il mio corpo che subito la segue nell’orgasmo. Non è il piacere che offusca sensi e ragione. È qualcosa di più profondo e anche dannatamente più spaventoso.
È quella parte di me che da dieci anni non esisteva più. Che avevo represso con tutta la mia forza di volontà insieme alla rabbia e alla determinazione. È qualcosa che dubito ora accetterà di tornare a nascondersi ancora.
Merda! Che cosa ho combinato?
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