MAD DOG
Capitolo 29 di 34

Scritto il 29/09/2026
da MARIKA SM


⏱ ~20 min · 4029 parole

Mad Dog – Solo lei

 

Sbatto gli occhi, frastornato, stranito e con un mal di testa così forte che mi pare mi stiano trapanando il cranio, senza nemmeno sapere dove mi trovo e perché questo letto puzzi terribilmente di fango, urina e sangue, ma all’improvviso ricordo tutto, in ogni minimo dettaglio e la realtà mi piomba addosso più veloce di quanto io voglia. A quel punto il dolore al capo è nulla in confronto a quello che mi strazia l’anima. Le gambe mi tremano e mi rialzo a stento, tenendomi il petto come potessi strapparmi via il cuore e smettere di stare male.

Eppure dovrei essere contento. Non era quello che volevo? Non ho cercato a tutti i costi di farle vedere il peggio di me? Di veder mutare la sua fiducia in disprezzo? Be’, adesso è accaduto. Allora perché non sto facendo i salti di gioia? Perché non corro via, finalmente libero dalla sua presenza?

La risposta è semplice. È troppo tardi. Ora non voglio più se ne vada quindi col cazzo che desidero mi odi. Eppure questo è esattamente ciò che ho ottenuto.

Sospiro, appoggiandomi al muro per non cadere ancora, mentre mi chiedo dove sia andata. A trovare quel nome ovviamente. A indagare, scavare, scoprire chi è stato in parte responsabile della morte dell’uomo che più amava, con ogni mezzo disponibile, e ciò significa che molto presto sarà in guai ancora più grossi di quelli in cui già si trova. Perché sarà sola. Non ci sarò io a guardarle le spalle.

Sbatto un pugno sul muro mentre lascio emergere tutta la mia ira in un ringhio furioso.

Come ho potuto lasciarla andare? Come ho potuto lasciarmi ingannare a quel modo? Un bacio. Uno stupido bacio mi ha messo K.O. Oh, è stata brava. Una vera maestra. Mi ha colpito nel mio punto debole, e mi ha fregato. Ma ha fregato anche se stessa, è questo che non le è chiaro e se voglio impedire che accada il peggio, devo smettere di stare qui a commiserarmi e darmi da fare. Cercare di capire dove si è diretta, decifrare la sua prossima mossa e intercettarla prima che sia troppo tardi.

Inspiro a fondo e richiamo ogni goccia del mio autocontrollo per scacciare la rabbia e l’angoscia. Mi deconcentrano.

Dunque vediamo… È sola e, sebbene anche solo pensarlo mi ribalta lo stomaco, sono costretto a tenerlo bene a mente. Sola, con pochi mezzi e nessun amico.

Anzi, no, un amico lo ha, o pseudo tale. Uno che è accorso quando pensava che lei avesse bisogno, che si è impicciato, anche troppo, ma che finora è stato più o meno utile in svariati momenti. Uno, soprattutto, che può e sa accedere a svariate banche dati per avere informazioni, che sono esattamente quelle che cerca lei adesso. Uno che è perfetto da contattare in una situazione come quella di Tati.

Non perdo tempo a ragionare su ulteriori ipotesi e faccio partire la chiamata prima ancora di aver pensato il suo nome. O almeno è quello che le mie dita sono pronte a fare, in realtà, quando inquadro il display mi accorgo di una notifica tra i messaggi e il mittente è proprio Milo.

Possibile? Possibile Tati sia con lui e abbia voluto avvertirmi? Non lo so, mi pare strano visto che non è mai stato un mio sostenitore, ma voglio comunque sperare di averla trovata, che stia bene e che potrò rivederla a breve.

Apro il messaggio senza ulteriori indugi, mentre il sangue mi sfrigola nelle vene per l’ansia ma, appena comincio a leggere, le mie speranze crollano miseramente.

«Siamo in ospedale da Bonfigli. Devi correre subito qui. Samanta è in pericolo».

Da Alessandro? Perché? Cosa è andata a fare lì? E che genere di pericolo?

Provo a scrivere tutto questo ma non solo Milo non risponde, non riceve nemmeno il messaggio. Attendo e attendo ancora qualche secondo, mentre il tempo si dilata e mi pare di vivere una vita intera tra sofferenza e angoscia, ma niente. Il messaggio rimane in sospeso e io non posso più attendere oltre.

Comincio a correre dirigendomi all’ospedale. Non ho alternative. Non posso telefonare, non ho idea in quale guaio sia o siano finiti o se sto per finirci io. Sì, perché una vocina mi sta urlando nella testa.

“Dove vai? E se fosse una trappola?”

Se fosse una trappola, ma avessi modo di salvarla, non me ne fregherebbe un cazzo. Quindi vado da lei, ecco dove.

La vocina urla ancora.

«Dieci anni a ingoiare merda per restare vivo e ora mandi tutto a puttane per lei?»

Esatto e senza esitazione.

“Non ha senso”, insiste sempre più fuori di sé.

Esatto di nuovo. Non ha senso. Fanculo! Senza di lei non ha senso niente. Io la amo.

Ecco, l’ho detto. Ciò che ho evitato per tutto il tempo anche solo di ammettere per paura che mi venisse portata via, che soffrissi ancora, che la usassero contro di me, ma il fatto è proprio questo: mi è stata già portata via e il responsabile sono solo io. Io e il mio egoismo di merda.

Quindi ora non lo nasconderò più. Lo dirò ancora e ancora e ancora e non solo nella mia testa.

«Io la amo», urlo mentre corro tra i vicoli e le strade. «La amo, la amo, la amo».

Alcuni passanti mi squadrano curiosi, altri sorridenti, altri infastiditi, ma io me ne fotto di ciò che pensano. Io amo Tati ed è una verità scolpita talmente in profondità dentro di me che non solo continuo a correre, ma accelero anche il passo, verso quella che sì, con molta probabilità è una trappola, ma è la trappola dove si trova lei.

Non so quanto impiego a raggiungere l’ospedale, ma quando supero la soglia ho i polmoni che mi scoppiano e mi viene da vomitare. Eppure nemmeno adesso mi fermo, né rallento. Salgo le scale due a due incapace di attendere l’ascensore e mi precipito a testa bassa fino alla camera di Alessandro.

Solo davanti alla porta leggermente aperta mi blocco. Dalla fessura esce oscurità e silenzio. Un silenzio carico di tensione e tutti i miei sensi entrano in allarme.

L’adrenalina mi si riversa nel sangue e quando allungo la mano per spingere quella porta, ho i muscoli così contratti che tremano.

«Tati», chiamo, facendo un passo verso il buio. «Milo».

«Lei non c’è», è la risposta di una voce che purtroppo ho imparato a conoscere nelle ultime ore.

La luce si accende all’improvviso e ciò che vedono i miei occhi quando le pupille si restringono, è esattamente chi mi aspettavo..

«Furlan», ringhio.

«Quanto tempo, eh?», mi sfotte con quella sua aria arrogante e altezzosa che mi diventa di secondo in secondo più antipatica. «Se mi aveste dato retta non saremmo a questo punto».

Se gli avessimo dato retta forse saremmo sottoterra, ma vediamo di stare al suo gioco, almeno riuscirò a capire cosa sta succedendo. Perché ci sono molti particolari che mi sfuggono e non parlo di Tati. Dove sta Alessandro? Il letto è vuoto. Lo hanno rapito? È in un’altra camera? Dove? E Milo? Hanno preso anche lui? O forse lui sta con loro?

«Quale punto?», domando, mentre mi studio intorno.

Studio soprattutto l’arma che Furlan mi punta addosso. Non la stringe come se volesse uccidermi, ma non si sa mai.

«Il punto in cui la tua ragazza è nei guai fino al collo», m’informa.

«Dove sta? Dove l’hai portata?».

Spero per lui che sia sana e salva. Se non lo fosse… Non mi frega un cazzo se può spararmi da un momento all’altro. Io gli spacco la faccia. Ho già le mani pronte, chiuse a pugno.

«Io da nessuna parte è questo che sto cercando di dirti. Io in tutto questo gioco sono una pedina, esattamente come te e lei. Ti avevo detto di aiutarmi a liberarci di chi ci manovra, ma non mi hai creduto».

No e continuerò a non farlo. Non mi fido di lui. Eppure ho bisogno di informazioni.

«Parli del Burattinaio, vero?»

Lui abbassa il capo ridacchiando.

«Bel soprannome. Sì, lui. E per inciso è lui che ha ordinato di uccidere Samanta al B&B probabilmente sperando di far ricadere la colpa su me e i miei colleghi».

Colleghi? Vorrei obiettare, ma soprassiedo, curioso di sentire il resto.

«Lui che vi ha dato la caccia», continua senza interruzioni. «Lui che sta cercando di togliervi di mezzo. Lui che ora ha la ragazza e la tiene in vita solo per far uscire te allo scoperto, ma che quando vi avrà per le mani, vi farà fuori come animali. Come mio cognato, per intenderci».

«Il burattinaio ha ucciso Guercini?», sussulto mentre davanti a me si stanno svelando tutti i nodi di questa intricata vicenda.

«Sì, lui e non ha ucciso anche me solo perché gli servivo».

O forse solo perché è un vigliacco e ha deciso di collaborare.

«Perché?»

«Perché gli servivo?»

No, quello posso immaginarlo e me lo ha già detto. Per avere una pedina da usare a piacimento, anche solo come capro espiatorio. Ciò che mi interessa è altro.

«Perché uccise Guercini? Perché lo torturò. Che cosa avevate fatto voi due durante i vostri traffici illeciti con la casa d’arte? E tanto che ci sei potresti anche dirmi come Pietro Bonetti finì in mezzo a tutto questo. Che cosa doveva decriptare per voi due?».

Sul viso di Furlan compare un’espressione strana, tra il sorpreso e il nervoso. Cosa credeva, che fossi all’oscuro di tutto?

«Sì, anche io ho le mie informazioni», sogghigno. «Allora?»

«È vero», confessa in un sospiro e finalmente si decide a raccontare. «Io e mio cognato eravamo in affari. Ricettavamo qualche oggetto rubato, di tanto in tanto, giusto per arrotondare lo stipendio».

Buffo come Furlan tenda sempre a sminuire i suoi crimini.

«Ma un giorno ci capitò per le mani qualcosa che non avremmo mai dovuto nemmeno sfiorare. Uno dei nostri clienti aveva saccheggiato la villa di un noto e ricco avvocato e in uno dei quadri rubati, nascosto dentro la cornice, mio cognato trovò un microchip. Non sapevamo cosa fosse e i file all’interno era criptati così cercammo qualcuno che potesse aiutarci».

«Fammi indovinare», lo interrompo sapendo molto bene che genere di persona ho davanti. «Pensavate di fare il colpaccio, vero? Di avere tra le mani materiale sporco su qualcuno. Un politico magari e campare per il resto della vostra schifosa vita ricattando il malcapitato di turno. Ma avevate fatto i conti senza l’oste. Non avevate idea di chi vi eravate messi contro».

Furlan non replica ma la smorfia che gli piega le labbra è una risposta sufficiente.

Scoppio a ridere, figurandomi alla perfezione ciò che accadde dopo.

«Quella fu anche l’inizio della tua rovina», mi sputa in faccia lui. «Forse faresti meglio a evitare tanta allegria».

Pensa che non lo sappia? Ma non posso tornare indietro. Non posso cancellare il passato e, vedere finalmente in faccia i volti dei fantasmi che hanno popolato i miei incubi, dare una spiegazione a ciò che in quei giorni si mosse alle mie spalle per colpirmi e annientarmi, mi rende più felice di quanto chiunque possa immaginare. E non ho ancora finito.

«Quindi Guercini fu torturato per questo. Per rivelare dove era finito il microchip e ci andò di mezzo Pietro Bonetti».

«Ci andarono di mezzo tutti, come ben sai. Bonetti, io, la tua ragazza, il tuo collega, sua moglie… Tutti quanti».

Sta cercando davvero di paragonare la sua situazione alla mia o a quella dei miei amici?

«Non ci provare», sbotto senza più alcuna traccia di ilarità. «Non fare il disgraziato con me. Da quel giorno la tua carriera andò alle stelle. Commissioni, appalti, soldi, prestigio… Hai fatto la bella vita e immagino tutto grazie all’uomo di cui ti vuoi liberare».

«La bella vita?», sobbalza lui. «Chi credi mi abbia costretto a denunciare il sistema di tangenti che finivano nelle mani dei miei colleghi ingegneri? A mettermi contro la malavita e finire sotto scorta per non venire ammazzato? Chi credi mi abbia usato per eliminare la concorrenza e avere campo libero nel mercato immobiliare senza rischiare nemmeno un capello sulla sua nuca? Per poi mettermi a capo di quegli stessi progetti che servivano a finanziare i suoi affari sporchi: ricettazione, droga, mercato clandestino, tratta di schiavi… Chi cazzo credi si sia arricchito? Non certo io».

«Dovrei mettermi a piangere?», lo derido, fissandolo con spregio.

Ha davvero il coraggio di lamentarsi? Ha avuto solo ciò che si meritava. Comunque sia mi interessa molto poco dei suoi sogni infranti. Ciò che voglio sapere è altro.

«Chi è?», domando a bruciapelo. «Qual è il nome del Burattinaio?»

È tutto ciò che mi serve. Poi farò esattamente ciò che Furlan desidera ma, soprattutto, che desidero io: andrò a prenderlo e lo farò fuori.

Furlan però scuote la testa.

«No, non te lo dirò perché se lo facessi ti faresti ammazzare».

Ammazzare?

«Non sarò io a finire all’altro mondo», tuono. «Quindi sputa il nome o ti farò sputare tutti i denti», lo minaccio.

Furlan tuttavia è irremovibile e per nulla impressionato dalle mie minacce. Perde però tutta la sua arroganza per piombare in uno stato di desolazione.

«Non puoi, Mad Dog. Non puoi prenderlo», mormora scuotendo ancora la testa. «Non puoi fermarlo, incastrarlo o ammazzarlo. Non puoi nulla, come non posso io, o credi che non ci abbia mai pensato e provato? Lui è troppo potente e senza quel microchip non lo fermeremo».

Il microchip? Che diavolo significa?

«A quest’ora lo avrà distrutto. Dopo la morte di Bonetti tutte le prove saranno sparite», farfuglio.

«No, non è così, o almeno non credo. Quando Bonetti fu ucciso io ero lì e non lo aveva con sé. Non lo aveva nemmeno in casa, al lavoro, da nessuna parte. Non lo aveva sua moglie o sua figlia o i suoi amici. Era sparito».

Moglie, figlia… Vuol dire…

«Avete cercato anche in casa sua?», sbotto.

Furlan fa una faccia strana, la definirei sorniona, ma non ne comprendo il senso e men che meno quello delle parole che pronuncia subito dopo.

«Dappertutto e senza insospettire nessuno. Ti ho detto che il Burattinaio è potente».

Questo è chiaro, tuttavia mi sfugge il senso del discorso. Insomma, cosa cerca esattamente da me?

«Cosa vuoi quindi? Devo trovare qualcosa che nessuno sa dove sia? Che magari è andato perso o distrutto?»

«No, esiste ancora, e credo di aver scoperto chi lo ha».

Mi sta prendendo in giro?

«Se sai dove si trova, allora perché diavolo non te lo sei recuperato da solo?»

Furlan sospira.

«So chi lo ha, ma non posso avvicinarmi senza rischiare che lui lo distrugga. Ecco perché mi servi tu. Tu sei l’unico a poterlo avvicinare e convincere. Solo tu, Ethan Cooper».

Trattengo il fiato mentre le sue parole fanno lentamente breccia nel mio cervello e quando il loro esatto significato mi diventa chiaro, mi ritrovo a boccheggiare in cerca di aria.

«No», sussurro. «Non è vero».

«Non lo è? Allora perché sei sbiancato?», mi provoca. «Te lo dico io. Perché i pezzi del puzzle si stanno rimettendo a posto uno dopo l’altro. Perché tu sai di chi stiamo parlando. Aron Molinetti, il tuo partner di allora. Sai che fu lui quel giorno ad avvertirmi».

Avverto un colpo al cuore quando lui pronuncia quel nome, allo stesso modo di quando scoprii la verità su Aron.

Sì è vero. Fu il mio partner di allora l’uomo che fece quella telefonata. Lui a mentire e tradirmi, ma le cose non stanno come sta insinuando Furlan.

«Mi ha detto tutto. Fu costretto», lo difendo con tutta la forza che mi rimane. «Lo minacciarono di uccidere Diana, sua moglie e lui fu costretto a obbedire. Ma lui sapeva solo di dover avvertire te dell’incontro. Non sapeva che cosa avesse con sé Bonetti né tantomeno che lo avreste ucciso. E poi, per non farlo parlare, sua moglie fu uccisa comunque».

Questo è ciò che scoprii poco prima che mi arrestassero, ciò che lui mi confessò quando lo affrontai e in cui ho creduto finora. Ma Furlan mi squadra con spregio e un sorriso storto sulle labbra sottili.

«Per uno che pensa di essere tanto sveglio, sei un povero idiota. Gli hai creduto?», sbuffa. «Molinetti faceva parte della banda. Conosce tutti i nomi, tutte le decisioni prese allora compresa quella di spostare l’appuntamento di Pietro Bonetti e recarvisi da solo prima dell’agguato per recuperare quelle prove. Prove che però non consegnò al suo capo, ma che tenne per sé, forse per ricattarlo. Ed ecco perché sua moglie fu uccisa. Perché lui pensò di fregare il Burattinaio».

«No, non è vero», è tutto ciò che riesco a ripetere mentre lo stomaco mi si chiude in una morsa che mi succhia via ogni grammo di forza.

«Sì, invece, è vero o per lo meno è quello che credo sia accaduto. In questi anni ho cercato di ricostruire l’accaduto esattamente come te ed è l’unica spiegazione logica alla sparizione di quel dannato microchip. Ma se hai ancora dubbi su Aron… Quel giorno ti disse di andare da solo all’appuntamento con Bonetti perché aveva avuto un inconveniente proprio con sua moglie. È vero oppure no?»

Come… Come sa tutte queste cose?

«E tu andasti», continua impietoso, mentre io vorrei solo tapparmi le orecchie. «Aspettando e aspettando, finché lo stesso Pietro non ti chiamò per chiederti che fine avevate fatto. E mentre tu correvi per salvarlo da morte certa, il tuo collega andava da lui, prendeva il microchip e poi lo lasciava alla mercé del suo assassino».

Se prima avevo poco fiato ora le forze mi vengono meno. Barcollo e sono costretto a sorreggermi alla prima cosa che mi capita sotto mano. Mi aggrappo quindi alle sbarre del letto mentre mi piego su me stesso schiacciato dal peso di quanto Furlan mi ha appena rivelato. Sì, rivelato perché per quanto io continui a negare, in realtà torna tutto. Ogni dettaglio, ogni evento, ogni stranezza. Torna tutto e io mi chiedo come diavolo abbia fatto a non vederlo prima.

Cristo Santo! Ma ciò che più mi sconvolge non è solo la portata del tradimento di Aron nei miei confronti, ma quella del mio nei confronti di Tati

Lei mi ha chiesto di rivelarle l’identità di chi tradì suo padre e io mi sono rifiutato. In nome di cosa? Di tutte le volte che Aron mi aveva salvato la vita e guardato le spalle. Dell’amore per la moglie defunta e per la figlioletta minacciata, per il mio desiderio di credere che ciò che avevo intorno non era del tutto marcio ma che vi fosse del buono. Ma la verità è che l’unica cosa buona della mia vita è proprio Tati e io l’ho tradita.

Maledetti! Maledetti tutti, ma soprattutto maledetto io. Non avrò pace fino a quando non la avrò ritrovata.

«Dove sta?», sbotto in un mezzo ringhio balzando in piedi.

Furlan solleva le spalle.

«Ti ho detto, solo tu puoi…»

«No!», lo blocco facendo un passo verso di lui. «Intendo dove sta lei».

Furlan deve scorgere le fiamme della rabbia che improvvisamente mi è esplosa dentro e che sento premere come la lava di un vulcano pronta a eruttare, perché compie un passo per allontanarsi da me mentre la guance perdono ogni traccia di colorito.

«Ti ho detto, non puoi vincere senza…»

«So cosa mi hai detto e agirò come hai suggerito», lo blocco.

E non certo perché intendo seguire il suo piano, ma perché a questo punto ho un conto da saldare con un vecchio amico.

«Ma voglio sapere dove sta lei. Dove cazzo dovrò andare a stanare quelle merde per riportarla da me? Perché era questo il compito che ti è stato assegnato dal burattinaio, vero? Dirmi dove hanno portato Tati e mandarmi da loro con la coda tra le gambe».

Lui si morde il labbro.

«Sì, era questo e ti invierò la sua posizione fra circa mezz’ora, ma prima che tu vada è il caso di dirti chi l’ha portata via».

«Ah, adesso vuoi fare i nomi?»

«Solo uno e non quello del capo, ma di uno dei suoi principali complici. Così capirai contro chi ti stai davvero mettendo».

Furlan prende il cellulare dalla tasca e mi si accosta. Lento, puntandomi la pistola contro, come un domatore che si avvicina a una tigre nervosa, poi allunga la mano verso di me mostrandomi il display. C’è un video su di esso. Un video che quasi mi costringe a tornare su quel letto. Vedo Tati che entra in una camera, la stessa dove mi trovo io. La luce si accende all’improvviso più o meno come è successo a me, solo che non c’è Furlan davanti a lei ma altri due uomini. Uno è Milo e l’altro è…

Deglutisco.

«Alessandro?», sussulto, riconoscendo l’ispettore Bonfigli. «Ma Milo aveva detto che era…»

«In coma irreversibile, sì», mi spiega Furlan. «Era solo una balla per attirare allo scoperto due fuggiaschi».

Una balla non di Milo immagino. Nel video il pivello è seduto su una sedia, vicino alla finestra, legato e svenuto. Quindi non era suo il messaggio che mi è stato inviato poco fa e quindi, se non è lui il traditore… Ne resta solo uno.

«Bonfigli è il poliziotto coinvolto quindi?», trovo la forza di dire mentre un misto di amarezza, dolore e puro odio mi si riversa nel sangue.

«Non ti basta ciò che vedi?»

Sì, mi basta ed è anche troppo. Perché vedo un uomo disarmare Tati e spingerla nella gabbia dei leoni, poi Bonfigli avvicinarsi con un ghigno sadico sulle labbra e farle una puntura mentre lei nemmeno si ribella. E come potrebbe con quel farabutto che minaccia la vita di Milo con una pistola?

Serro i denti così forte che li sento stridere.

Sì, mi basta per decidere che nessuno di quelli che le hanno messo le mani addosso vedranno un’altra alba. Ma prima di partire per la mia personale e sanguinaria caccia c’è un’ultima cosa che mi serve sapere.

«Il ragazzo… Milo. Che ne avete fatto?»

Ho bisogno di sapere se anche lui è prigioniero oppure… Peggio.

Furlan ritrae il braccio e si avvicina all’unico armadio presente nella stanza. Ne apre uno sportello e il corpo ancora privo di sensi di Milo rotola sul pavimento.

«Lui non ci serve è solo un sempliciotto. Puoi riprendertelo, ma sappi che è stato sedato. Non si sveglierà tanto presto e quando lo farà, ricorderà più che altro una gran botta in testa da qualcuno che lo ha aggredito alle spalle. Non sa la verità».

Riprendermelo? Milo sta bene dove sta. È vivo, non vogliono ucciderlo e non devo preoccuparmi di tirarlo fuori dai guai. Soprattutto non può aiutarmi a salvare Tati. No, per quanto mi riguarda lui resta qui. Magari non sul pavimento.

Lo raccolgo e lo adagio sul letto mentre gli libero polsi e caviglie poi controllo le sue condizioni.

Il battito è regolare e anche il respiro, tuttavia siamo in ospedale e farò in modo che si occupino di lui.

Premo il pulsante per chiamare l’infermiera poi mi avvio alla porta. Non dico niente, non ce n’è bisogno. So quello che mi è necessario così come so quello che devo fare adesso.

«Quindi siamo d’accordo?», mi richiama Furlan prima che io varchi la soglia.

D’accordo?

Torno da lui, così vicino che può sentire il proverbiale fiato sul collo, ma dovrei più propriamente dire sulla faccia.

«Non siamo alleati», metto bene in chiaro. «Non siamo niente. Quando avrò preso il Burattinaio io verrò anche da te. Non faccio sconti né favori».

Non più.

«Nemmeno io», replica lui con un baluginio sinistro nelle iridi. «Noi due siamo nemici».

Esatto e ora che ci siamo chiariti…

«Allora siamo d’accordo», affermo secco, poi gli volto le spalle e esco da quella camera raggiungendo velocemente l’esterno.

Fuori è ancora buio e un vento gelido si insinua sotto i miei vestiti e mi schiaffeggia la faccia, ma non sento freddo. Non sento niente in realtà se non una feroce determinazione a far fuori tutti coloro che in questi anni si sono presi gioco di me.

A cominciare da lui: Aron. Era il mio partner, il mio amico, il mio mentore persino, un po’ come Alessandro. Ma ormai io non ho amici e non ho partner. Ho solo lei e farò di tutto per riprendermela.

 

FINE CAPITOLO
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