Un ramo basso la colpì in pieno viso. Ava continuò a correre, incurante del sangue caldo che le rigava la guancia ferita e della fatica che iniziava a intorpidirle i muscoli delle gambe. Smise di sforzarsi di controllare il proprio respiro affannato o di attutire il rumore dei passi sulle foglie secche che coprivano il sentiero. Nascondere la propria presenza in quella foresta maledetta aveva perso ogni importanza ormai. Adesso si trattava solo di correre a perdifiato e di salvare la pelle. La notte stava facendo spazio al giorno e il suo tempo stava per scadere. Non le servivano altre prove per sapere che Magnus l’aveva ingannata. Le bastava il branco di gattastri selvatici che le alitava sul collo per essere certa di ciò che questa missione era in realtà: una trappola. Una dannatissima trappola. E lei ci era cascata in pieno come una novellina.
«Così impari a fidarti,» le sussurrò una vocina malefica.
Aveva sempre saputo che Magnus la stava usando e che si sarebbe sbarazzato di lei alla prima occasione, ma come una stupida si era fidata di lui, aveva creduto di essere essenziale. La migliore ladra della Gilda, la chiamavano. E proprio la sua bravura aveva firmato la sua condanna a morte. Era troppo abile, troppo capace. Il suo nome stava iniziando a oscurare quello di Magnus e lui aveva deciso di correre ai ripari.
La magia dell’amuleto che l’aveva mandata a rubare e che ora teneva al collo pulsava con una frequenza rassicurante sul suo petto, lenta ma costante, come il battito del cuore di una persona al sicuro tra le mura della sua casa, come se lei non stesse per essere divorata da un branco di belve feroci.
Ava saltò un tronco a terra con agilità e si lanciò tra dei cespugli. Non aveva speranze di salvarsi. Non poteva cercare rifugio su un albero perché i gattastri sapevano arrampicarsi, non poteva sperare di seminarli perché erano instancabili e il loro senso dell’olfatto era precisissimo. L’unico modo per sfuggire al suo destino sarebbe stato trovare un corso d’acqua, il loro unico punto debole, ma Ava sapeva che non c’erano fiumi né laghi nelle vicinanze. L’aveva saputo anche Magnus, che aveva ripassato il piano con lei il giorno prima.
Era spacciata.
Sbucò in una piccola radura, ancora troppo lontana dai margini della foresta per poter alimentare dubbi sulla sua morte incipiente. Le ombre della notte iniziavano ad allungarsi con il sorgere del sole e, presto, lo stregone che aveva derubato avrebbe potuto lasciare il suo castello maledetto e partire all’inseguimento. Non avrebbe trovato molto di lei, dopo il trattamento che le avrebbero riservato le sue bestie, ma quel poco sarebbe bastato per prolungare le sue sofferenze in eterno. Ava si guardò intorno, alla disperata ricerca di una via d’uscita, di un’arma più efficace del corto pugnale che portava legato in vita, ma senza successo. Lo estrasse e assunse la posizione di difesa. Se proprio doveva morire, si sarebbe assicurata di uccidere il maggior numero di mostri possibile. Poteva già sentire i loro ringhi diffondersi per la foresta. Erano vicini.
L’amuleto pulsò di nuovo e Ava ebbe un moto d’odio. Lo estrasse da sotto la casacca e lo agguantò con una mano. Emanava una sottile luce viola e una strana sensazione di conforto. Magnus le aveva detto a cosa serviva, anche se lei aveva prestato più attenzione alla sua descrizione che non all’uso al quale era destinato. D’altronde, lei doveva solo rubarlo e nient’altro. L’oggetto pulsò di nuovo, in modo più urgente questa volta.
«Si dice che sia la protezione magica più potente che esista,» aveva raccontato Magnus. «Chi lo indossa, può invocarla in ogni istante. L’amuleto garantisce sicurezza e prosperità.»
Ava scosse la testa. I miagolii sinistri dei gattastri si facevano sempre più vicini.
«Tanto vale provare.»
Chiuse gli occhi e inspirò con calma. Una volta, due volte. Si concentrò sulle sensazioni impartite dall’amuleto e sulla sua necessità di essere protetta, portata lontano da lì. L’amuleto si scaldò sotto le sue dita. Quando Ava aprì gli occhi, l’intera radura era illuminata da strisce violacee. La luce crebbe di intensità, fino a che Ava dovette chiudere di nuovo gli occhi.
«Tadadà! La giustiziera mascherata è qua!» Una voce squillante riempì lo spazio.
Ava spalancò gli occhi, puntò il pugnale in direzione della nuova arrivata e si trovò a fissarla a bocca aperta.
Una mezza troll con la pelle bluastra, zanne e un ciuffo di capelli rosa era apparsa a pochi passi da lei. Indossava un abito verde ricamato con roselline bianche e una ridicola maschera nera legata dietro la testa.
La mezza troll abbozzò un inchino. «Siete voi la donzella in difficoltà? La Maschera di Velluto Nero Abisso è venuta a salvarvi!» E ripetè: «Tadadà!»
«Chi sei? E, per gli dei, perché parli di te stessa in terza persona?» Le ci mancava solo una troll imbranata.
La mezza troll storse la bocca. «Mi sono già presentata. Sono la Maschera di Velluto Nero Abisso. Ora tocca a te. Chi sei e perché mi hai invocata?»
Lo sguardo di Ava volò sull’amuleto che ancora stringeva in una mano. Aveva smesso di brillare e ora pulsava con il solito ritmo pacato e sereno.
«Sono Ava. Ho invocato la protezione dell’amuleto più potente del mondo e compari tu, la Maschera di Velluto Nero?»
«La Maschera di Velluto Nero Abisso! Non è un nome difficile da ricordare, sai?» La sua salvatrice scosse la testa come se fosse delusa da lei. «Figurarsi. Prima va in casa di sconosciuti a derubarli e poi fa pure la sostenuta quando ha bisogno di aiuto per tirarsi fuori dai guai. E, dimmi Ava, chi sei tu per decidere se sono o meno qualificata per questa impresa? Cosa ti aspettavi, un guerriero tutto muscoli e niente cervello? Ma lo sai quanto puzzano?»
Come darle torto? Ava si morse il labbro per non rispondere. Stava per morire, su questo non c’erano dubbi, ma almeno i suoi ultimi istanti erano stati interessanti.
«Vattene se non vuoi essere fatta a pezzi. Sta per arrivare un branco di gattastri inferociti.»
La mezza troll sbuffò ma non diede segno di volersi mettere al sicuro. «Voi ladri siete sempre melodrammatici.»
I ringhi aumentarono e Ava si concentrò sul pericolo imminente. Poteva sentire i rami spezzarsi sotto le zampe dei mostri e i loro sibili minacciosi. Il primo gattastro saltò nella radura con una grazia sovrannaturale, seguito da altri quattro. I suoi occhi gialli si fissarono su di lei, brillando di malizia alla vista dell’amuleto rubato che Ava esibiva sul petto. Il pelo delle belve era ispido e grigio e le loro fronti mostruose erano decorate da una corona di protuberanze ossee, appuntite e letali. Presto furono circondate. Ava inspirò, chiamando a sé gli anni di allenamento e di lotte. Aveva bisogno di mantenere la calma in questa ultima battaglia. Il silenzio della foresta era rotto solo dal brontolio bieco dei gattastri e dai passi di Ava mentre si manteneva in movimento e cercava di non perderne di vista nemmeno uno.
«Micio, micio, micio!» La voce allegra della troll esplose alla sua destra. «Guarda cosa ho qui! Micio, micio, micio!»
La troll iniziò a lanciare dei piccoli oggetti marroni verso i gattastri, che spalancarono le fauci e li divorarono in un istante.
«Per gli dei! Cosa stai facendo?» ringhiò Ava.
«Rilassati e guarda. Sono croccantini.» La sua salvatrice aveva un’espressione divertita sul volto e Ava strabuzzò gli occhi. I gattastri iniziarono a stiracchiarsi e a sdraiarsi a terra, arrotolandosi su se stessi come i loro meno pericolosi cugini domestici. In pochi attimi, erano addormentati.
«Tadadà!» Esclamò la troll a mezza voce. «La Maschera di Velluto Nero Abisso ha colpito ancora!»
Si girò sui tacchi e fece per andarsene.
«Aspetta!» La richiamò Ava, correndole dietro. «Grazie. Ti devo la vita, anche se non durerà a lungo.»
L’eroina mascherata le sorrise con dolcezza. «Lascia quella Gilda di mentecatti e rifatti una vita altrove, dai retta a me, Ava.»
Ava indicò il cielo, ormai colorato di un tenue azzurro. «Lo stregone a cui ho rubato l’amuleto è tenuto prigioniero da una maledizione e non può lasciare il suo castello di notte, ma fra qualche istante sarà libero e verrà a cercarmi.»
La troll la squadrò dalla testa ai piedi. «Sai leggere?» le domandò.
«Certo.» Ma che domande.
«Gestisco una caffetteria-libreria e ho sempre bisogno di una mano in negozio. Ti posso dare un lavoro e offrire protezione, se mi prometti di non attaccare briga con nessuno e non rubare nulla.»
Ava esplose in una risata. «Non ho mai rubato nulla per me. Ma prometto che non ti sottrarrò nulla, Maschera di Velluto Nero Abisso. Hai la mia parola. E nessuno deruberà il tuo negozio mentre sono io di turno.»
«Perfetto, allora andiamo.» La mezza troll sollevò una mano e un portale si aprì davanti a loro. «Seguimi.»
Ava contemplò le alternative e si decise. Non avrebbe avuto rimpianti ad abbandonare la sua vecchia vita. Attraversò il portale e si ritrovò nel retrobottega più ordinato che avesse mai visto. La sua salvatrice si sfilò la maschera e l’appese a un gancio, poi le andò incontro e le strinse la mano. «Il mio nome è Ilda, mia madre era una troll del Nord, mio padre uno gnomo,» si indicò le zanne e i capelli, ancora più vivaci alla luce della lampada di quanto non fossero apparsi nella radura. «Il risultato di un’unione alquanto singolare. Ecco, ora sai chi sono. Benvenuta al Tomi e Tisane, la mia libreria e il mio rifugio quando non devo salvare qualcuno. Vieni, ti presento il resto della ciurma.»
Ava sorrise. Prima o poi le avrebbe detto che i suoi capelli e le zanne rosa la rendevano riconoscibile con o senza maschera, ma non oggi.
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