INCATENATA A ME - Capitolo 3 di 24

Scritto il 11/06/2026
da OLIVIA BENNET


 

Michael chiuse il portello posteriore dell’auto dai vetri oscurati, sedette con un sospiro e accostò la nuca sul poggiatesta, socchiudendo gli occhi.

Era stata una lunga giornata e ancora non era finita.

«Perché la gente non sa stare al suo posto?» mormorò a fior di labbra.

«Come, capo?» domandò Billy, dal posto di guida, azzardandosi a dare una sbirciata nello specchietto retrovisore. Anche Brian, il suo braccio destro nonché suo migliore amico, che gli sedeva accanto, sul sedile posteriore, voltò la testa nella sua direzione, come in muta attesa di un altro ordine.

«Niente, pensavo ad alta voce» replicò seccamente Michael, con un tono che non ammetteva repliche né ulteriori domande. «Avanti, che aspetti? Abbiamo un altro appuntamento, stasera, a quanto mi risulta.»

L’autista non se lo fece ripetere. Pestò il piede sull’acceleratore e l’auto si immise nella carreggiata, confondendosi ben presto nel traffico serale di Chicago. Michael osservò distrattamente il chiarore dei fari attraverso il finestrino, lo scorrere dei colori psichedelici delle insegne dei negozi, le sagome scure dei grattacieli che si stagliavano contro il cielo plumbeo, come torri di Babele e sulle cui cime se ne stavano appollaiati ristorantini in o costruzioni simil-gotiche. Parodie di templi dell’Antica Grecia, a fingere un nuovo Olimpo sorto nel bel mezzo del caos dell’America.

Michael disprezzava il caos.

Durante l’adolescenza aveva imparato che il mondo si basava su rigide e ordinate gerarchie, dove c’era chi dava ordini e chi li eseguiva. E che si divideva in chi faceva parte della Famiglia e chi invece non vi faceva parte.

Trovava inconcepibile che certa gente faticasse così tanto a cogliere la semplicità di questo concetto e che, soprattutto, si ostinasse a rifiutare ordini mirati al mantenimento dell’equilibrio.

C’erano dei sacrifici da fare, ovvio. C’era sempre qualcosa da pagare, in cambio di ordine e protezione. Eppure, c’era chi si rifiutava di pagare il dovuto alla Famiglia.

Erano cose che non potevano rimanere impunite.

Si massaggiò la fronte. Avvertiva un inizio di emicrania, un fastidio strisciante lungo il collo, fino alle tempie. Aveva parlato a lungo con quel tipo, cercando di rimetterlo sulla giusta strada, di spiegargli come stavano le cose. Ma alla fine i soldi non erano comunque venuti fuori. Lacrime sì, quelle parecchie, insieme a suppliche assurde che di certo contribuivano al suo mal di testa incipiente. Era inutile piangere, dopo aver commesso l’errore di pensare di prenderlo in giro. Era da deboli. E lui sapeva bene che i deboli non duravano a lungo nei bassifondi di Chicago, come nel resto del mondo. Al suo cenno, Brian aveva premuto il grilletto, mettendo fine a quelle miserabili lagne.

Se il bastardo avesse consegnato quanto dovuto al momento giusto, invece di fare il furbo, non sarebbe finita così!, si ripeté, infastidito. Non era la prima volta che gli toccava licenziare definitivamente uno dei suoi spacciatori. Si trattava di una razza che aveva una brutta abitudine: essere i migliori clienti di se stessi. Ogni tanto era necessario mettere in chiaro le cose, anche per far rigar dritto gli altri.

Ordine contro il caos.

Una battaglia che Michael combatteva continuamente da quando, a soli venticinque anni, aveva preso il posto di suo nonno a capo della Famiglia.

Carmine Cannizzaro, Sean e altri tre uomini della scorta dell’anziano boss erano rimasti vittime di un attentato da parte di un clan rivale. Ne era seguita una cruenta rappresaglia che aveva quasi decimato la famiglia Musumeci. Ma era stato necessario: si trattava del suo primo atto come capo della Famiglia, ed era servito a dimostrare la sua forza e la ferrea volontà di portare avanti l’eredità di suo nonno. Era stato per tale motivo che lui stesso aveva guidato la spedizione punitiva. L’ultimo a vedersi piazzata una pallottola in mezzo agli occhi era stato Bastiano, il boss della famiglia ribelle.

Ora chiunque ci avrebbero pensato due volte, prima di sfidarli nuovamente. I Cannizzaro erano e restavano i padroni indiscussi di Chicago.

O quasi. Restavano i russi da sistemare.

L’auto superò uno dei tanti punti mobili sul Chicago River, lasciò la via principale e compì un altro paio di svolte, prima di andare a fermarsi nel parcheggio sul retro di un locale.

Michael controllò l’orologio da polso, un elegante Rolex da collezione con il cinturino d’oro. «A che ore abbiamo l’incontro con i russi?»

«Alle ventitré!» rispose prontamente Brian, il tono secco e sbrigativo a cui Michael era abituato da anni. Lo aveva conosciuto durante il periodo del suo addestramento al campo gestito dal Boia, insieme ad altri ragazzini più o meno della loro stessa età.

«Molto bene!» annuì, spazzando via i ricordi e spalancando la portiera: vi erano questioni più pressanti a cui pensare. Restava ancora un po’ di tempo, sempre che quei bastardi fossero puntuali. Seguì Brian fino alla porta del locale, dove l’uomo di guardia, un energumeno in smoking nero e occhiali scuri, lo fece subito passare con un cenno rispettoso. Sopra la sua testa, l’insegna luminosa sparava in ogni angolo della strada il nome del locale: Divinae Club.

Dall’interno proveniva il rumore della musica e di decine di persone accalcate insieme. Michael si mosse in mezzo a loro facendosi largo verso il fondo del locale, registrando solo distrattamente gli stravaganti costumi che gli passavano accanto, scintillando tra le luci psichedeliche. Nessuno meglio di lui sapeva che il modo migliore per passare inosservati era mostrarsi davanti agli occhi di tutti. Per questo il Divinae Club, di proprietà della Famiglia, era una copertura perfetta.

Sul palco un jazzista travestito da Orso Yoghi stava suonando il sassofono, mentre una donna di colore avvolta in lunghe vesti scintillanti cantava al microfono con voce calda e suadente. Tra gli avventori c’era gente di ogni età, considerò Michael, non senza un senso di soddisfazione, perché più clienti significavano più entrate.

All’improvviso il suo sguardo si appuntò su una ragazza e tutto parve scomparire intorno a lui. Era vestita da demonessa, con un completino attillato, di un nero lucido e intenso, che ne metteva in risalto la vita sottile. Il decolleté basso, profondo, lasciava esposta una vasta porzione di pelle candida, dalla collana di perline rosso sangue fino al seno. Dalla schiena le spuntavano due piccole ali nere dal motivo sottile, che assomigliavano a una ragnatela, e un paio di guanti in filigrana, anch’essi di un rosso cupo, le oltrepassavano i gomiti, raggiungendo le maniche a sbuffo. Un cerchietto sulla testa, con ai lati due corni, completava l’insieme, lasciandole scoperto il volto truccato in modo da mettere in risalto gli occhi violetti e le labbra, rosse e piene.

Labbra create apposta per dare piacere a un uomo.

Per dare piacere a lui.

I suoi occhi percorsero quel corpicino tentatore, senza tralasciarne nemmeno un millimetro, e la voglia di toccarla, per scoprire di persona quanto fosse morbida al tatto, gli fece formicolare le dita. Avrebbe voluto trascinare via la ragazza seduta stante e strapparle quel costume così sexy di dosso, fino ad averla nuda davanti a sé… una visione per i suoi occhi soltanto, poi l’avrebbe leccata tutta e si sarebbe attaccato ai suoi capezzoli, succhiando senza pietà, fino a fargli gridare il suo nome.

A quel pensiero gli venne duro nei pantaloni, soprattutto perché subito dopo immaginò la ragazza inginocchiata ai suoi piedi, pronta ad assaporare il suo uccello.

Continuò a studiarla da lontano, mentre lei, facendosi largo tra la calca, si dirigeva verso il bancone del locale: sembrava cercare qualcuno.

Un uomo?

Una cocente gelosia, mista a un feroce senso di possesso, lo sopraffece, cogliendolo alla sprovvista. Razionalmente sapeva che era assurdo, visto che non aveva mai visto quella ragazza in vita sua - cazzo, ignorava ancora quale fosse il suo nome! -, ma al suo membro, che premeva dietro la patta dei pantaloni, sembrava non fregargliene nulla di ciò che blaterava la sua parte più sensata.

Quella ragazza aveva mandato a puttane il suo autocontrollo e il suo mondo perfettamente ordinato e prestabilito in un nanosecondo. Avrebbe dovuto girare i tacchi e lasciarsela alle spalle, fingere che non l’avesse mai vista, invece poggiò la mano sulla spalla di Brian e: «Mi fermo a bere qualcosa al banco» disse. «Chiamami quando arrivano, d’accordo?»

Il suo braccio destro si limitò ad annuire, senza una parola. Un attimo dopo si dileguò attraverso la porticina sulla quale era stampigliato, a caratteri enormi, l’avviso PRIVATO, che conduceva nel cuore più intimo e segreto del Divinae Club.

Il più pericoloso.

 

Lizzie alternava momenti di euforia a un frustrante senso di colpa. Era dentro al Divinae Club e stava per incontrare il suo fratellastro!

E per disobbedire per la prima volta alla sua matrigna.

Cioè, non che non le avesse mai disobbedito in passato, come quando da piccola guardava la TV in camera di nascosto, invece di andare a letto, o come quella volta che aveva mangiato un sacchetto intero di patatine, si era sentita male e aveva vomitato sul prezioso tappeto del salotto... ma adesso era un’adulta e Rose le aveva chiesto, per non dire implorata, di non immischiarsi con il fratellastro per nessun motivo.

Invece era esattamente quello che stava facendo.

Lo faccio per lei!, si disse, cercando di rincuorarsi. Lei gli vuole bene e lui deve rendersene conto e chiederle scusa per averla fatta soffrire.

Immersa in questi pensieri, sobbalzò quando Justin, vestito da detective con tanto di cappello floscio, occhiali sulla punta del naso e pipa finta, le si accostò sfiorandole il braccio. «Okay, siamo dentro» bisbigliò con fare cospiratorio. «Adesso qual è il piano, Watson?»

«Smettere di fare i cretini, tanto per cominciare» lo rimbeccò Megan. Indossava un completino aderente da Wonder Woman, i capelli morbidamente sciolti sulle spalle, e si era già guadagnata fischi di apprezzamento dall’energumeno all’ingresso e da un paio di avventori seduti al tavolinetto accanto al loro. «E piantala di ficcarti in bocca quella pipa, secondo me non è igienico.»

«Era di mio nonno, e l’ho lavata prima di prenderla in prestito, che credi?» ribatté Justin, piccato. «Con un giorno di preavviso, mi sono dovuto arrangiare. Scusate se non ho trovato dei vestiti appariscenti come i vostri. E tu, Lizzie, com’è che hai scelto quel bel completino da demonessa?»

Lei si strinse nelle spalle, imbarazzata. «Ieri sera in negozio erano rimasti pochi costumi della mia taglia. La scelta era tra questo e uno da gorilla, perciò...»

Megan si esibì in un sorrisetto ironico. «Ma non avevi pensato proprio a tutto?» la prese in giro.

«Secondo me dovresti indossarlo anche per il ballo del diploma» sogghignò Justin. «Sono sicuro che Larry Quanto-Sono-Macho apprezzerebbe moltissimo.»

«Cretino!» sbottò Lizzie. «Se avete finito di prendermi in giro, possiamo cominciare a cercare il mio fratellastro? Siamo qui per questo, no?»

«Dovremmo chiedere informazioni ai camerieri» propose Megan, lanciando un’occhiata verso il banco gremito di gente, dove servivano da bere. «Se lavora qui, devono conoscerlo per forza.»

Justin accennò un gesto verso il palco sul quale si stavano esibendo il sassofonista e la cantante. «Ormai che siamo qui, possiamo anche goderci un po’ di musica, no? Dai, ragazze, questo posto è così figo, quando ci ricapita un’occasione simile!?»

Lizzie sospirò. «D’accordo, voi tenete il tavolo. Io vado a prendere da bere e ne approfitto per fare qualche domanda.»

Detto questo, si mosse tra le colonne del locale, zigzagando tra i tavolinetti e i divani su cui avevano preso posto gli altri avventori - una distesa colorata di supereroi, imperatori romani, divinità greche, personaggi del cinema e dello spettacolo intenti a bere, ascoltare musica e flirtare in varia misura -. Sbuffi di fumo colorato si levavano di tanto in tanto sotto il palco e si diffondevano nell’aria, conferendole un odore vagamente dolciastro.

Il bancone era una lunga striscia di materiale sintetico quasi trasparente, lucido fino ad accecare. Incastonati tutt’intorno erano stati sistemati dei fari, che illuminavano le file di bottiglie con i colori dell’arcobaleno. Oltre di esso, due barman riempivano un bicchiere dopo l’altro con estrema velocità e perizia.

Lizzie si accostò a uno sgabello di metallo e si sporse verso il barman più vicino. «Scusi?» provò a chiamarlo, ma tra l’acuto della cantante e le richieste degli altri avventori, la sua voce poteva ben poco. «Scusi, avrei bisogno di un’informazione. Sto cercando...»

«Un attimo!» fu la secca risposta dell’uomo, che si allontanò per consegnare dei bicchieri pieni di cocktail.

Si morse le labbra, contrariata, ma non poté far altro che aspettare il proprio turno.

In quel momento qualcuno si sedette sullo sgabello accanto al suo.

«Ciao!» disse una voce bassa e profonda.

Lizzie si voltò, trovandosi accanto un uomo vestito di tutto punto, con giacca e cravatta e dei pantaloni eleganti che pareva gli fossero stati cuciti addosso, tanto gli scendevano alla perfezione. E non era escluso che fosse proprio così. Dimostrava poco meno di trent’anni, aveva i capelli scuri, tagliati corti, la mascella decisa e virile e la barba perfettamente rasata. Ma quello che balzava più all’attenzione erano gli occhi, due pozze d’ambra liquida che brillavano ardenti tra i fumi del locale.

«C-ciao...» rispose Lizzie, esitante, piegando la testa di lato per studiarlo con più attenzione. Quel tipo, oltre a essere incredibilmente affascinante, aveva qualcosa di familiare, ma non riusciva a identificare esattamente cosa. «Ci conosciamo?»

«Non credo» rispose lui. La stava studiando a sua volta, comprese lei, e quando quello sguardo intenso si abbassò per osservarle sfacciatamente i seni, le venne la pelle d’oca e i capezzoli le si inturgidirono, sotto il costume, perché sembrava la stesse spogliando. Desiderò afferrare qualcosa, qualsiasi cosa, per coprirsi il petto.

«Non ti ho mai visto qui» continuò l’uomo.

«È la prima volta che vengo» asserì Lizzie.

«Vuoi qualcosa da bere?» Lo sconosciuto fece un cenno e immediatamente il barman interruppe quello che stava facendo per accorrere da loro. «Per me una pina colada, con poco cocco e molto rum. Per la signorina...»

«Pina colada anche per me» dichiarò subito Lizzie, anche perché non era una grande esperta di cocktail e non voleva rischiare di far brutta figura chiedendo qualcosa di sciocco. «Ma più cocco, grazie.»

«Subito!»

In un attimo ebbe davanti il bicchiere colmo fino all’orlo.

«Grazie, George.» L’uomo in giacca e cravatta sollevò il calice verso il barman, che si affrettò ad allontanarsi, e bevve un lungo sorso. «Allora, ti piace il locale?»

«Sì, è molto carino.»

«Anche il tuo completo…» ammiccò l’altro.

Lizzie si schiarì la voce. «È per la festa a tema» replicò, piccata, anche perché a lei il barman non l’aveva considerata di striscio e invece sembrava così servizievole nei confronti di quel tipo. «Il costume sarebbe obbligatorio, a quello che so… tu sei vestito da poliziotto in borghese?»

L’uomo scoppiò a ridere. Aveva una bella risata, potente e cristallina.

«Più o meno» concesse. «Anche se non mi piacciono i poliziotti. Sei venuta da sola?»

«No, con due miei amici.» Lizzie indicò la direzione del tavolo a cui sedevano Justin e Megan. L’uomo strinse le palpebre per scorgerli in mezzo agli altri avventori, individuandoli quasi immediatamente.

«Lui è il tuo ragazzo?» domandò, la voce improvvisamente dura.

«Non ce l’ho il ragazzo» rispose Lizzie con franchezza, per poi rammentarsi dell’invito di Larry al ballo studentesco del diploma. Ma non era niente di ufficiale, per il momento, e comunque non erano affari di quel tizio. «E tu invece, sei sposato? Hai figli?» insinuò.

«Ehi, guarda che ho solo venticinque anni!» commentò lui, prendendo un altro sorso. Continuava a fissarla, le iridi scintillanti tra i fumi del locale, e Lizzie avvertì un lieve giramento di testa. Era già il cocktail che faceva effetto, anche se ne aveva preso un sorso piccolo piccolo?

O la vicinanza di quello sconosciuto così affascinante?

Certo, non aveva il faccino disegnato di Larry, ma tutto di lui trasudava una sicurezza e un fascino che per la prima volta le fece comprendere la differenza tra ragazzo e uomo. Per mascherare l’imbarazzo, abbassò il volto sul bicchiere, cercando qualcosa di intelligente da dire.

L’uomo parve consapevole dei suoi pensieri, a giudicare dal sorrisetto soddisfatto che gli curvò le labbra. Aprì la bocca per continuare la conversazione, ma in quel momento un altro tipo in giacca e cravatta comparve alle sue spalle, silenzioso come un fantasma. E come un fantasma era pallido, il volto dai lineamenti marcati, la fronte ampia e occhi scuri e freddi. Lizzie provò immediatamente un’istintiva paura nei suoi confronti.

Il nuovo venuto si accostò, mormorando all’orecchio dell’altro: «Sono arrivati!»

Il sorriso dell’uomo affascinante svaporò sulle sue labbra come neve al sole. Si limitò ad annuire una volta, deciso, e si alzò dalla sgabello. Poi tornò a concentrarsi su Lizzie: «Scusami, ho degli affari urgenti da sbrigare. Posso sapere il tuo nome?»

«Elizabeth» rispose lei, quasi in automatico. «Ma tutti mi chiamano Lizzie.»

«Elizabeth...» ripeté l’altro, e il modo in cui lo pronunciò, quasi assaporando ogni singola lettera, la fece rabbrividire. «Bene, spero di rivederti presto. Buona serata.»

Lizzie lo osservò allontanarsi a passo svelto con il tipo stempiato, fino a scomparire dietro una porticina su cui era scritto PRIVATO e guardata a vista da un tipo che sembrava un enorme buttafuori, solo più incazzato. Solo allora il suo cuore sembrò tornare a battere a una velocità normale.

«Ohi, chi era quel tipo?»

Megan l’aveva raggiunta al bancone del bar e sedette accanto a lei, fissandola con aria tra l’indagatrice e il divertito.

«Non lo so» dovette ammettere, dandosi della stupida per non avergli chiesto a sua volta il nome. «Mi ha offerto da bere e abbiamo fatto due chiacchiere.»

«Sì, l’ho visto che stavate flirtando alla grande. Era davvero un figo da paura.»

Lizzie incrociò le braccia al petto. «Non dovevi aspettare al tavolo con Jus?»

«Te ne stavi a tubare con Mister Affascinante, invece di portarci da bere, e noi stavamo morendo di sete…» Megan scrollò le spalle. «Così ho pensato di venire a darti manforte. Piuttosto, hai trovato qualche indizio sul tuo fratellastro?»

«No» sbottò Lizzie, sentendosi sempre più stupida. Era bastato il sorriso di quell’uomo a farle dimenticare il vero motivo per cui era lì? Per riguadagnare il tempo perduto e un briciolo di autostima, si sporse verso il barman. «Ehi!» lo chiamò.

Questa volta l’uomo accorse subito, e Lizzie non poté fare a meno di pensare che fosse soltanto perché l’aveva vista parlare con l’affascinante sconosciuto che sembrava aver tanto potere là dentro.

«Sì, signorina?»

«Altri due cocktail, per favore, per i miei amici!» affermò lei, poi si sporse ancora di più verso di lui sul bancone. «E una domanda. Sto cercando Michael Cannizzaro. Sa mica dove posso trovarlo?»

Il barman aggrottò la fronte. «Ci stava parlando pochi minuti fa» rivelò con aria compunta. «Vuole prendermi in giro?»

Lizzie ebbe l’impressione che le fosse piovuta addosso una secchiata gelata. Impiegò qualche istante per riaversi dalla sorpresa, poi strinse il pugno sul bancone.

«Quel...» sibilò.

«Che c’è adesso?» Megan le si accostò, preoccupata.

«Era lui!» proseguì Lizzie tra i denti, voltandosi verso l’amica. «Ce l’avevo proprio davanti.»

«Vuoi dire che Mister Affascinante è il tuo fratellastro?!?»

Lei annuì, in preda a un turbine di sentimenti contrastanti. Ecco perché aveva qualcosa di familiare! In qualche modo, doveva averle ricordato il bambino delle foto di Rose. Che stupida era stata a non accorgersene. Aveva avuto la fortuna di beccarlo subito e se l’era lasciato scappare.

Eh, no!

Fissò lo sguardo sulla porticina riservata da cui era sparito il fratellastro e sull’uomo che ne stava a guardia a braccia incrociate, e la sua espressione si fece più determinata.

«Devo andare a parlargli» mormorò a Megan in un soffio.

L’amica seguì la direzione del suo sguardo e si mordicchiò le labbra. «Allora dovremo appostarci e aspettare che torni qua, sempre che non ci sia un’altra uscita sul retro del locale. Dubito che quell’energumeno ti farà entrare là dentro.»

«Non ho mai pensato di chiedere il permesso!» replicò Lizzie, che non aveva la minima intenzione di rischiare di perdere la sua preda, dopo settimane di ricerche, proprio adesso che era così vicina. «Basta che non mi veda.»

Megan alzò gli occhi al soffitto. «Dato che non sei la Donna Invisibile, immagino che conti sul mio aiuto.»

«Dai, Megan, devi solo confonderlo per un minuto...» la implorò. «So che puoi farcela.»

«Su questo non ci sono dubbi. Però mi devi il prossimo compito di matematica, intesi?»

«Andata!» esultò Lizzie.

«Tanto lo sapevo che sarebbe finita così…» borbottò Megan con un sospiro, preparandosi a entrare in azione.