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KANA
Cieca. Più di quanto lo sia realmente. È così che mi sento in questo istante: un guscio vuoto alla deriva in un oceano di oscurità. Sono stata privata della vista fin dalla nascita, ma in cambio mi è stato concesso un dono che non ho mai chiesto. Di solito il mondo mi parla; avverto il respiro di chi mi circonda, il battito dei cuori, lo spostamento dell’aria. Ma ora, qui, nel centro pulsante dell’Etere, sono nel nulla. Tutto tace, e quel silenzio si trasforma in un’angoscia che mi serra la gola. Poi, improvviso, arriva lo sprazzo. Una luce bianca, violenta, che squarcia il buio e rimanda immagini frammentate degli Ibridi che ho percepito al mio fianco. Un mezzo Demone che profuma di zolfo e desiderio. Un angelo che emana un gelo celeste. Una Strega che vibra come la terra scossa dal terremoto. Le loro vite si intrecciano alla visione che poco fa mi ha piegato le ginocchia. Le loro emozioni mi investono come una marea in piena: sento la rabbia di Malek, la delusione di Azael, il dolore di Raven per non essere mai stata accettata. Sono sentimenti che porto incisi nelle ossa. Io per prima ho patito la diffidenza del mio popolo; quegli stessi Oracoli che ora sussurrano alle mie spalle, i loro pensieri simili a serpi che strisciano sul marmo. Io, l’anomalia, né del tutto veggente, né del tutto umana, sono stata scelta, e per loro è un affronto mortale. Sento la sommossa divampare tra le file della mia stirpe, poi una serie di tonfi. Il rumore sordo della carne che impatta sul suolo sotto i colpi silenziosi dei Lethari.
«Kana». La voce della Torre dell’Ovest risuona dentro la mia testa. «Non porti domande a cui il tempo soltanto saprà dare risposte. Accetta quello che sei diventata. Accetta il vincolo. Accogli in te la scintilla del potere degli altri Ibridi. Solo allora sarai completa».
Un pensiero disperato sfiora la mia mente: riavrò i miei occhi?
«No», risponde l’Araldo, leggendo nel mio spirito come in un libro aperto. «Ciò che scaturisce dall’Occhio della Mente sopprime la vista fisica. Non possono coesistere, Kana. Troppo potere per un solo corpo mortale».
Le spalle si piegano sotto il peso di una condanna che mi accompagnerà finché avrò vita.
«Accetto», mi sento dire.
La voce non sembra nemmeno la mia, ma quella di un destino che ha finalmente deciso di reclamarmi. Quello che accade dopo è un paradosso di sensazioni: mi sento riempire e svuotare allo stesso tempo. Io adesso sono Fuoco che brucia, Aria che sibila, Terra che resiste.
Io sono loro.
E devono aver accettato anche Raven, Malek e Azael, perché li sento urlare nella mente come odo il mio stesso grido. È un coro di agonia e rinascita, smorzato da un’altra visione, troppo rapida per essere contemplata. Ne rimane solo un assaggio amaro, un presagio che mi fa tremare le dita: una lama intrisa di sangue nero, ali bianche spezzate che cadono come neve sporca e la terra che si spacca sotto i nostri piedi.
Poi sopraggiunge un silenzio diverso, carico di una elettricità che mi fa rizzare i peli sulle braccia. Increspo la fronte e sollevo le mani, cercando un appiglio nel vuoto. Il bastone mi sfugge, cade con un rumore che non sento, perché le mie dita toccano qualcosa di vivo. Anzi qualcuno.
Pelle rovente.
Brucia come brace e sono tentata di ritrarmi, spaventata da quell’energia selvaggia che emana da lui… lui che mi trattiene. Le sue dita sono una morsa di ferro e velluto.
«Non ti mollo, bellezza» la voce è roca, sporca, intrisa di quello stesso peccato che ha generato noi Ibridi.
Malek.
Sento una risata bassa vibrargli nel petto, poi una carezza audace mi sfiora il viso.
«Non sei più sola».
«Dannato demone, non risparmi nemmeno un Oracolo».
Raven… Seguo la scia della sua voce e un odore pungente di terra bagnata e muschio mi riempie le narici. Cieca, sì, ma i miei sensi sono lame affilate che tagliano il buio.
«Andiamo, Strega, sei gelosa?»
Non mi rendo conto che le mie labbra si stanno schiudendo in un sorriso, finché non è il Djinn a farmelo notare: «Vedi? Io, almeno, la faccio ridere».
La sua stretta si rafforza, trasmettendomi una sicurezza che non ho mai provato. «Ti guido io».
Avverto il calore risalire prepotente alle guance. Devo essere arrossita, ma dal demone al mio fianco non arriva nessuna punta di sarcasmo. Il bastone torna nella mia mano, il tocco che accompagna il gesto è l’esatto opposto di quello di Malek: è un brivido fatto di ghiaccio.
«Ti era caduto».
Ho imparato a distinguere il mondo che mi circonda attraverso l’odore, il calore e il timbro delle voci. Questa è calcolata, distante, eppure percepisco una strana, inattesa premura nelle dita che sfiorano le mie per un istante di troppo
«Invece di fare il cascamorto, Angelo, spicca il volo e cerca di capire dove cazzo siamo finiti».
Paradiso contro inferno. Le Torri devono aver commesso un errore di calcolo madornale mettendo questi due nello stesso spazio vitale.
«Se questa è la vostra idea di tregua, durerà meno del mio ultimo appuntamento» interviene Raven.
«Ora sono curioso» ribatte Malek, «quanto tempo ci hai messo a fare fuori il tuo ultimo amante?»
«Malek, non vuoi saperlo davvero. Tu potresti durare anche meno».
La mia mano trema sul pomello del bastone. Odo un accenno di sghignazzo, poi la risata del Djinn esplode libera, infrangendo la tensione.
«Mi piaci, Strega».
«Beh, tu no» ribatte lei.
Mi divincolo dalla presa del demone e da quella dell’angelo. Avanzo con passo incerto, attirata dal magnetismo della Terra che emana Raven. Sollevo la mano destra e cerco il suo volto.
Mi lascia fare. Non si sottrae al mio tocco, sa bene che è il mio modo di identificare e vedere chi ho davanti. La pelle è liscia, le labbra carnose, e quando sfioro una ciocca dei suoi capelli ne percepisco il riccio elastico sotto i polpastrelli. Nella mia mente, l’oscurità si modella e prende la sua forma.
«Sei bella» sussurro assorta, rapita dalla forza primordiale che vibra in lei. La sento irrigidirsi, poi rilascia il respiro che mi accarezza il viso come un vento caldo.
«Anche tu, Oracolo».
«Ehi, anche io voglio lo stesso trattamento». Il mezzo Demone ha una vena ironica non indifferente.
Sorrido di nuovo, e non lo facevo così spesso da anni. Forse è lo stesso per Raven. Lei allontana la mia mano dal suo viso, ma la trattiene tra le sue per un istante, emettendo un sospiro pesante.
«Ci hanno gettato in mezzo al nulla, però hanno provveduto a darci una casa».
«Casa?» Volto il capo a destra e a sinistra. Assorbita dai miei nuovi compagni, ho ignorato l’ambiente circostante.
«Chiamalo con il suo nome, Strega: castello. Ci sarà abbastanza spazio da ignorarci». Azael è antipatico, o almeno è la maschera che ha scelto di indossare. Ma io so cosa nasconde. Mi allontano da Raven e vado verso di lui, un membro dei Milites Caeli. Non si allontana, non indietreggia. Rimane immobile sotto il mio palmo che lo studia. Lineamenti perfetti, scolpiti come se fossero incisi nel marmo. Le dita incontrano la seta dei suoi capelli, scivolano oltre, lungo le spalle e le braccia, fino a scontrarsi con la morbidezza soprannaturale delle piume. Azael trattiene il respiro e il mio si spezza dietro alla visione che sopraggiunge. Barcollo, è lui a sorreggermi.
«Non voglio sapere» mormora, è una supplica che nessuno deve udire.
Lo assecondo e cerco di recuperare l’equilibrio. Il vento che viene da lui porta odori di terra e sale.
Mare?
«Siamo su una scogliera. Un castello a picco sull’oceano».
«Già, bellezza». Il calore di Malek si contrappone al gelo di Azael. Li percepisco: occhi contro occhi, luce contro tenebre, eppure ciascuno porta in sé una scintilla dell’altro.
Le dita bollenti del Djinn mi sottraggono alla stretta dell’angelo. Guida la mia mano al suo volto; vuole essere studiato, un gesto di accettazione che mi stringe il cuore. Malek, come me, è sempre stato un reietto. Appena lo tocco, una nuova visione mi travolge e mi schiaccia a terra. Sento l’impatto violento con il suolo, mentre le loro voci diventano echi lontani.
Sangue, ne vedo tanto. Imbratta le pareti scure di un luogo che non riesco a definire.
«Faccio uno strano effetto alle donne, lo so». Malek mi aiuta a rialzarmi; il suo tono è leggero, ma la sua mente grida. Non vuole che io parli.
«Potresti provare a stare zitto per cinque minuti?» È Raven. Il fruscio della sua veste solletica l’erba mentre si avvicina.
«Potresti provare a essere più simpatica?»
«E una qualità che non possiedo».
Un mormorio si leva da ciò che ci circonda. Sono loro, le Torri, e stanno per darci il colpo di grazia.
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