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Prologo
“Corri! Sbrigati!” sibilo.
Nel buio sento solo il nostro respiro affannato e il tonfo dei passi pesanti che ci inseguono.
“Non vedo niente!” si lamenta Rebecca, incespicando dietro di me.
Rallento un po’, attenuando l’ondeggiare del fascio di luce della mia torcia per illuminare meglio il sentiero invaso dalle erbacce che a una decina di metri da noi curva verso destra, in direzione dell’acqua di cui inizio a sentire lo scorrere tra le rive sassose.
Superata la curva mi fermo di colpo, il mio petto che si alza e si abbassa rapido, gli occhi fissi sul vecchio ponte a schiena d’asino dove inizia il lastrico che con le sue grandi, sconnesse lastre di pietra conduce ai ruderi.
“Ci siamo, la sento! È qui!” mormoro.
La luna splende grande e alta nel cielo alle spalle dell’imponente frassino oltre il torrente, proiettando la sua ombra netta esattamente a metà dell’arcata e dando l’impressione che appena al di là si apra un baratro, un abisso di oscurità.
“Dove? Dov’è?!” chiede Rebecca aggrappandosi al mio braccio, stringendo tanto che sento la pressione delle sue unghie anche attraverso il tessuto della felpa.
Rimango in ascolto.
Il vento si solleva facendo stormire le foglie nel silenzio della notte e scompigliando l’erba, che mi solletica la pelle nuda della caviglia, tra l’orlo dei jeans e la scarpa. Mi sforzo di non grattarmi e di non scostarmi.
“Appena prima del ponte, sulla destra…” sussurro. Poi, tremando leggermente, punto la luce nel punto in cui la balaustra in pietra si erge da un disordinato groviglio di rose. “Proprio là, accanto a quel cespuglio. Fu lei a piantarlo, il giorno in cui venne a vivere qui con il marito. Era benaugurante, le avevano detto.”
Taccio di nuovo, ascoltando.
Un gufo lancia un richiamo da qualche parte nel bosco che ammanta la collina alla nostra destra. Una goccia di sudore mi scivola dalla tempia lungo la guancia. Non la asciugo.
“Cosa le successe?”
“Stava tornando a casa, a cavallo, in una giornata tempestosa. Era sul punto di attraversare il ponte quando un lampo squarciò il cielo, seguito immediatamente da un fortissimo tuono. La bestia si spaventò, la disarcionò e la ragazza cadde, battendo la testa sulle pietre del lastrico. In quel punto esatto.” Esito. “Non era passato neppure un anno dal suo arrivo, da quando aveva piantato la rosa. Non aveva nemmeno vent’anni.”
Rebecca mormora qualcosa, premendosi una mano sulla bocca.
“Si chiamava Beatrice…”
Mi irrigidisco sentendo il rumore di quei passi avvicinarsi alle nostre spalle. Mi impongo di non voltarmi, ma all’improvviso sento un fruscio alla nostra sinistra: i passi hanno abbandonato il sentiero, si stanno avventurando nel terreno erboso.
Vicini, sempre più vicini…
Lentamente, molto lentamente, volto la testa di qualche grado. Con la coda dell’occhio vedo due ombre. Avanzano ancora, praticamente sono al nostro fianco. Dal modo in cui Rebecca si tende accanto a me so che se n’è accorta anche lei.
Serro i denti, pronta a scattare, ma è Rebecca a voltarsi di scatto.
“Ma siete deficienti?” sbotta, a voce nettamente più alta.
Mi giro completamente anche io, tirandomi giù il cappuccio.
“Quante volte ve lo abbiamo detto prima di iniziare?” mi lamento. “Siete troppo vicini così!”
Matteo sbuffa, abbassando la telecamera.
“Non si vedrà niente, sono sicuro!” esclama, esasperato.
“Eri praticamente di fianco a me! Mi hai ripreso sicuramente il profilo e con la luna che c’è stanotte si vedranno anche i miei piercing!” sbraito, gesticolando verso il cielo.
“Lena ha ragione…” dice Rebecca.
“Non mi si deve vedere in faccia, mai! Erano questi gli accordi!”
“Non si sarebbe visto niente, se non ti fossi girata verso di noi” puntualizza Teo.
Gli punto la torcia sul viso, godendo intimamente quando lo vedo sbattere le palpebre, abbagliato. Prima che possa dirgli esattamente quello che sto pensando di lui e della sua idea interviene Nicola, accomodante come al suo solito: “Controllo tutto io prima della pubblicazione.” Si appoggia alla lunga asta che sorregge il microfono. “Non ti si vedrà, promesso.”
Sbuffo, non troppo convinta.
“Che senso hanno le felpe con tanto di cappuccio alzato se poi ci riprendete in faccia? Ci fanno morire di caldo e basta!” borbotto slacciandomela e facendomela scivolare dalle spalle.
“Le felpe sono meravigliose e hanno il nostro logo sulla schiena” risponde Nico, orgoglioso. “Dobbiamo richiamare in qualche modo il significato del nostro nome, no? Altrimenti perché ci chiameremmo Hooded Shadows?” ripete forse per la trecentesima volta. Gli piace proprio da morire il nome che abbiamo scelto per questo nuovo, assurdo progetto in cui mai al mondo avrei pensato di imbarcarmi.
“Giusto, senz’altro non perché si vedranno davvero ombre incappucciate nei nostri video…”
Sogghigno di fronte alle espressioni offese dei miei due nuovi soci, appassionati promotori e sostenitori dell’idea.
“I nostri video saranno tutti autentici!” dichiara Matteo.
“Senz’altro” replico. So bene che lo saranno: ci sono io… “Ma resta il fatto che non si vedrà assolutamente niente.”
“Ricordati bene le mie parole” dice in tono profetico Nico. “Riusciremo a catturare i fantasmi nelle nostre immagini.”
Prendo un respiro profondissimo, ma Rebecca mi anticipa:
“Presenze Nico. Presenze, non fantasmi” ripete per l’ennesima volta. “Dei testi di presentazione mi occuperò io” stabilisce, posandomi una mano sul braccio con intento rassicurante. “Andrà bene. E ci divertiremo” aggiunge persuasiva, sfoderando il suo enorme sorriso.
Nel buio scuoto appena la testa, gli occhi di tutti e tre puntati su di me, in attesa.
“E va bene…” cedo alla fine. “Proviamo a caricare questo primo video e vediamo cosa succede. Senza - che mi si veda - in faccia” scandisco.
Intanto, mi dico, nella peggiore delle ipotesi nessuno lo guarderà. O forse sarebbe la migliore…
“Per gli Hooded Shadows!” dichiara Nico, allungando la mano a palmo in giù di fronte a noi, chiaramente aspettandosi che tutti facciamo altrettanto.
Rebecca gli scoppia a ridere in faccia e Matteo gli rifila un insulto mentre io, dandogli la schiena e avviandomi verso l’auto, rispondo: “Dillo un’altra volta e il nostro progetto muore qui, prima ancora di decollare” lo avviso. “Raccattate tutta l’attrezzatura: la riportate voi indietro.”
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