HOODED SHADOWS:
I FANTASMI NON ESISTONO
Capitolo 3 di 34

Scritto il 05/09/2026
da NORMA TARDITI


⏱ ~18 min · 3.562 parole

Lucilla

“Ce la farai?”

“Andrà tutto bene.”

Ecco, avrebbe dovuto imparare da Fabiano: non aveva alzato gli occhi al cielo, non aveva sbuffato e non aveva risposto con tono seccato sebbene la domanda lo avesse infastidito, ne era certa.

“Lucy non è più una bambina.”

Fabiano: il fratello migliore del mondo.

Fratellastro, per la verità.

Lucilla, nascosta dietro l’angolo del corridoio, avrebbe urlato dalla felicità, invece dovette limitarsi a saltellare silenziosamente da un piede all’altro per non farsi scoprire. Anche se era abbastanza sicura che il seguito non le sarebbe piaciuto.

“Ha dodici anni. È una bambina” rispose Claudia, la loro madre. “E anche molto più piccola della sua età: ha ancora paura di dormire da sola.”

Lucilla sentì le guance in fiamme. Non riusciva a crederci: glielo aveva detto! Aveva passato tutte e due le settimane che erano trascorse dall’annuncio che sua madre avrebbe dovuto raggiungere suo padre agli scavi a ripetersi che i sedici giorni che Fabiano avrebbe trascorso con lei sarebbe riuscita a stare tranquilla, la notte, anche a costo di non chiudere occhio, e lei, in due secondi, aveva rovinato tutto.

Smise di sporgersi oltre l’angolo e si appoggiò alla parete del corridoio, le ossa sporgenti della colonna vertebrale che premevano contro quello stupido stucco veneziano di cui sua madre andava tanto fiera.

Lucilla sferrò un calcio all’indietro, colpendolo col tallone. Quanto avrebbe voluto che si rovinasse! Avrebbe dato qualunque cosa per vedersi aprire una crepa, guardarla ramificarsi in mille biforcazioni facendo crollare tutto il rivestimento della parete rosa antico. Di quello schifo di parete, si corresse. A sua madre non piaceva affatto che usasse espressioni gergali come quella, la correggeva ogni volta. Quindi tra sé le usava in continuazione, traendone un vago, misero piacere.

Mentre cercava di convincersi che le lacrime che le pungevano gli occhi fossero dovute al dolore dell’urto e non all’umiliazione, sollevò lo sguardo sullo specchio di fronte, quell’orribile, pacchianissimo specchio che con la sua cornice dorata completamente intarsiata gareggiava in bruttezza con il dispiegamento di teste, busti e mezze colonne in miniatura che facevano bella mostra di sé sulla credenza sottostante.

Davvero i tuoi sono archeologi? Dev’essere fichissimo!

Quello pensavano i suoi compagni. E invece no. Non era fichissimo, per niente.

Era orribile.

Faceva schifo. Faceva SCHI-FO, scandì tra sé, desiderando urlarlo.

Tutto faceva schifo nella vita di Lucilla.

Fu tentata di prendere di nuovo a calci il muro, poi lo sguardo le cadde sulla patetica figurina pallida e smunta dagli occhi perennemente contornati da occhiaie e i denti troppo sporgenti, che la fissava dallo specchio.

Quasi quasi avrebbe preferito vedere uno di loro, nel riflesso…

E invece no, era lei, Lucilla D’Aureli: capelli stoppacciosi, occhiaie e magrezza patologica.

Ti piacciono bionde e occhi azzurri, eh? La voce di Luca, uno dei suoi compagni di classe, le risuonò nella testa. Perché non ci provi con lei?

Non aveva dovuto girarsi per scoprire chi fosse quella “lei”. Lo sapeva già, così come sapeva quale sarebbe stata la risposta di Andrea. Eppure le aveva fatto male, così come la risata che l’aveva accompagnata. Sì beh, non è che tutte le bionde siano belle. O anche solo decenti.

Sì, la sua vita faceva decisamente schifo.

La conversazione oltre l’angolo, intanto, era proseguita mentre lei languiva nell’autocommiserazione.

“L’ho anche portata alle selezioni locali di quell’idiozia! Un fiasco colossale: non l’hanno nemmeno presa in considerazione. Si è impuntata talmente per andarci! Ha perfino smesso di mangiare finché non l’ho accontentata.”

Lucilla si sporse di nuovo un po’: sua madre odiava essere forzata a fare qualcosa e vedere la sua espressione stizzita per averle dovuto dare retta, per una volta, l’avrebbe risollevata un po’. Invece fu delusa: Claudia, sempre impeccabile in uno di quei suoi tailleur che indossava come fossero divise, elegantissima anche in procinto di viaggiare per le successive venti ore tra taxi, aerei e autobus scalcagnati per andare a disseppellire gente morta migliaia di anni prima, incassò le spalle e si strofinò la fronte, stanca e come… rimpicciolita nei suoi abiti costosi.

A Lucilla non capitava spesso di vederla così. Mai, a dire la verità, a parte quella volta, quando a otto anni le era salito un febbrone da cavallo e l’avevano ricoverata in ospedale. Quando si era svegliata nel lettino di pediatria aveva visto sua madre lì accanto e l’aveva osservata per qualche istante: aveva lo sguardo perso, puntato su qualcosa oltre la finestra, e quella stessa espressione stanca e preoccupata. Poi si era accorta che Lucilla si era svegliata ed erano tornati il suo solito cipiglio e l’atteggiamento permeato di efficienza, quello che non lasciava spazio a orpelli inutili come una qualsivoglia dimostrazione di affetto.

“Ci ho provato, l’ho accompagnata…” ribadì, poi scosse la testa, quasi burlandosi di sé per averlo fatto. “E non… A questo punto non so più cosa fare” proseguì a bassa voce. “Sta peggiorando e non ho idea di cos’abbia. Sono arrivata a sperare che quel dottore scopra che…”

“Non dirlo neanche per scherzo” la interruppe Fabiano, insolitamente brusco.

Lucilla tese le orecchie. Un altro dottore? Non le avevano detto nulla. Era già stata dal terapeuta di sua madre, del tutto inutilmente.

“Ho già preso appuntamento dopo il nostro ritorno.” Claudia si premette una mano sulla bocca e batté due volte gli occhi, rapidamente. “Non vorrei neanche io, ma ci dev’essere una spiegazione! Per forza! E se la troviamo magari possiamo trovarle anche una cura! Deve avere qualcosa che non va, no? Perché non dorme una notte intera da mesi ormai? Perché?”

Sembrava aspettarsi davvero una risposta da Fabiano, un po’ come si aspetta un miracolo.

Non era la prima volta che Lucilla si rendeva conto che con il suo primogenito Claudia era molto diversa. Certo, Fabiano era adulto, aveva ventisette anni.

Lucilla guardò con occhi spalancati suo fratello abbracciare la madre. Forse perché era ben più alto di lei, sembrava lui il genitore in quel momento.

“Sei solo stanca, non dormi bene neanche tu da tanto tempo” le disse comprensivo e rassicurante.

“Sì… forse…” La voce di sua madre le arrivava soffocata e Lucilla non avrebbe potuto giurarlo, ma ebbe l’impressione che stesse… piangendo. Era possibile?

In tutti i casi, Claudia si riscosse in fretta, si staccò da suo figlio e tornò ad assumere il suo solito atteggiamento sicuro, quello che Lucilla tra sé e sé definiva dispotico.

“Qualunque cosa sia, spero che passi in fretta: inizio a pensare che tuo padre avesse ragione quando ha detto che quarantacinque anni erano troppi per avere un altro figlio. Sai che odio dare ragione a tuo padre.”

Fabiano sorrise, anche se non era vero: Claudia era in ottimi rapporti con Enrico, il suo primo marito.

“Non glielo dirò, promesso” le rispose, facendola sorridere a sua volta. Un’altra cosa che con lei sua madre non faceva, non così: le sorrideva a volte, sì, ma come si sorride a un cucciolo. Non sorrideva mai con lei, sorrideva a lei. O, più spesso, sembrava decidere che fosse il momento di farlo.

Avere dodici anni faceva veramente schifo.

Claudia si ricompose, si preparò ad andare: Lucilla poteva già vedere il suo ruolo calare su di lei. Claudia Laurenti, dottoressa in Lettere Classiche, Archeologia e Storia Antica.

“Se ci sono problemi chiamami. Ah, ricordati che potrebbe dover andare a lezione di musica. Nel caso, la contatterà la sua insegnante.”

“Me lo hai detto.”

“Puoi arrivare con l’auto proprio davanti al portone: la fai scendere e aspetti che entri.”

Lucilla rivolse lo sguardo al soffitto.

“Mi hai detto anche questo” rispose Fabiano, sempre invidiabilmente pacato. “So tutto, stai tranquilla.”

“Bene. E se…” la voce della loro madre vacillò appena “la notte dovesse succedere… qualcosa” disse velocemente, con la stessa rapidità con cui si fa scorrere lo sguardo su qualcosa di sgradevole, come una gomma da masticare spiaccicata sul marciapiede “nel mio bagno ci sono i tranquillanti. Uno è sufficiente per calmarla, secondo il dottor Rossano.”

La momentanea simpatia di Lucilla verso quella versione inedita di sua madre si infranse.

Odiava quelle pillole: la rendevano lenta nelle reazioni e davvero, davvero non le servivano altri motivi per farsi prendere in giro. Anche se grazie al cielo erano appena iniziate le vacanze e con ogni probabilità non avrebbe parlato con nessun coetaneo fino alla ripresa della scuola, a settembre. Si rese a malapena conto del patetismo della situazione: i suoi compagni si incontravano al mare, andavano uno a casa dell’altro, ma ovviamente non la invitavano mai. Perché avrebbero dovuto? Era praticamente muta, con loro…

“Lo so, me lo hai spiegato. Andrà tutto bene.”

L’espressione scettica di sua madre completò il lavoro: quel barlume di dispiacere e… comprensione, quasi, che Lucilla aveva provato per lei si frantumò in mille pezzi, esattamente come avrebbe voluto che succedesse allo stucco.

“Ristabilisciti” gli augurò preparandosi a congedarsi mentre sollevava una mano per accarezzargli la spalla. “E fatti la barba” aggiunse borbottando, riappropriandosi completamente del suo ruolo di madre anche nei confronti del suo figlio più grande. “Sembri Balder così.”

Gli occhi di Lucilla si spostarono sulla parete della sala dove un dipinto a olio rappresentava il biondo dio Norreno della luce che, insieme a tutto il resto della complicatissima genealogia Vichinga, era stato protagonista delle storie della buonanotte sue e, evidentemente, anche di Fabiano, al posto di più tradizionali porcellini e lupi cattivi.

Non era contenta di dar ragione a sua madre, ma doveva riconoscere che c’era una certa qual somiglianza.

E in effetti Fabiano aveva lasciato crescere parecchio la barba nell’ultimo periodo. La portava solitamente piuttosto corta, appena un’ombra bionda a definirgli la mandibola, ma ora gli ricopriva fittamente le guance e il collo.

A lei non dispiaceva affatto, così.

“Approfitterò della vostra piscina per nuotare e appena potrò tornare al lavoro taglierò la barba” le promise, di nuovo senza sembrare affatto scocciato. Avrebbe proprio dovuto chiedergli come faceva.

Mentre Claudia usciva accompagnata dal suono delle rotelle del trolley, Lucilla fu tentata di nascondersi di nuovo dietro l’angolo: non voleva vedere l’espressione di suo fratello una volta che fosse rimasto da solo, convinto di non essere visto. Aveva paura di scoprire che tutta quella fiducia che aveva dimostrato di avere in lei scomparisse dietro un sospiro, magari una mano a stropicciargli gli occhi, oppure a sfregargli la fronte come faceva la loro madre.

Sì, aveva terribilmente paura.

Una paura molto diversa da quella che provava la notte, quando loro arrivavano. Non quel terrore incontrollabile che la travolgeva come un’onda: un’ansia strisciante, che le faceva provare un senso di nausea. Il timore, lo sapeva, di essere delusa un’altra volta, anche da suo fratello. Era abbastanza sicura che esistesse solo un certo numero di delusioni tollerabili, oltre il quale… beh non sapeva cosa sarebbe successo, ma era certa che ci fosse un limite. Ed era anche piuttosto certa di esserci molto vicina.

Trattenne il fiato mentre Fabiano chiudeva la porta d’ingresso e si voltava. Sembrava tranquillo: sul viso abbronzato Lucilla scorgeva solo un’espressione serena, non quella di chi stava per affrontare sedici giorni d’inferno.

Il suo morale si risollevò un po’.

“Lucy?” chiamò con la sua voce profonda, facendo scorrere gli occhi di un azzurro nettamente più scuro dei suoi sull’enorme open-space nel quale convergevano tutti i corridoi della casa, ingombro di piedistalli con sopra anfore, altri busti e altre teste. “In quale ala del museo sei?”

C’era sempre una sfumatura di ironia, o più spesso di sarcasmo, in quello che diceva e nel modo che aveva di piegare un po’ un angolo della bocca mentre parlava, verso la fine delle frasi. Anche se quell’ultimo dettaglio si perdeva un po’ ormai, in mezzo alla folta barba. Ma lei sapeva perfettamente che c’era.

Lucilla uscì dal suo nascondiglio, sorridendo.

“Ala Ovest: triclini e gineceo” annunciò serissima, come una guida.

Suo fratello rise, un suono che le scaldò il cuore: nessuno dei suoi compagni capiva il suo senso dell’umorismo, mai.

Fabiano si chinò a raccogliere la sacca che conteneva il suo bagaglio per i successivi giorni che avrebbe trascorso con lei. Sembrava non zoppicare più ma usava ancora il braccio sinistro, notò Lucilla: evidentemente la sua spalla era ancora piuttosto malmessa dopo che si era infortunato praticando qualche strano sport. Le dispiacque, anche se doveva a quello l’incredibile fortuna di passare le successive due settimane con lui anziché vegliata ventiquattro ore su ventiquattro dall’orribile babysitter che si era trasferita a casa loro durante l’ultimo viaggio dei suoi genitori, una versione più vecchia, più rigida e più autoritaria di sua madre. Quei dodici giorni le erano sembrati interminabili… E invece suo fratello l’aveva salvata offrendosi di trascorrere il resto della convalescenza con lei.

Fabiano allungò un braccio verso di lei.

“Accompagnami nella mia stanza, non vorrei perdermi tra i sarcofagi” le disse, senza commentare la sua incredibile magrezza esasperata, Lucilla lo sapeva, dal fatto che dall’ultima volta che l’aveva vista fosse alquanto cresciuta in altezza (e sfortunatamente solo in quello).

Gli andò incontro e si lasciò abbracciare.

Era veramente uno scricciolo in confronto a lui, ma per una volta, anziché sentirsi semplicemente piccola, si sentì protetta.


* * *

La camera di Lucilla era l’unica di tutta la loro sconfinata casa a essere interamente moderna. Oltre alla cucina ovviamente, per ragioni pratiche. Sua madre, all’incirca un anno e mezzo prima, aveva deciso che era arrivato il momento di dismettere quella rosa con i pomelli dei cassetti a cuore e gliene aveva ordinata una “da grandi”.

Claudia aveva una sua tabella per tutto, una programmazione che andava per forza seguita come se ne andasse dell’ordine dell’universo intero, che riguardava le cose più svariate, come imparare ad andare in bicicletta e a nuotare, o dormire per la prima volta da un’amica (come se qualcuno l’avesse mai invitata, tra l’altro). Lucilla negli anni si era convinta di esser nata apposta per disattendere puntualmente tutti quei fondamentali passaggi. E non era solo una sua convinzione: una volta glielo aveva detto la stessa Claudia.

Comunque, l’idea di cambiare l’arredamento non le era dispiaciuta, ma sarebbe stata molto più contenta se avesse potuto scegliere almeno il colore di quello che sarebbe diventato il suo nuovo mondo. Invece, naturalmente, sua madre aveva deciso ancora una volta anche per lei, quindi da un anno e mezzo Lucilla trascorreva il suo tempo casalingo immersa nel tortora: mobili, tende, tappeto, pareti e copriletto.

Là, sdraiata a letto, aveva l’impressione di poter essere inghiottita da tutto quel beige, scomparendo per sempre.

A volte le sarebbe piaciuto poterlo fare davvero. Spesso, a dire la verità.

Ma non quella sera: oltre la parete e la porta chiusa la raggiungeva, sommessa, la voce di suo fratello. Per nulla disturbata, Lucilla sollevò lo sguardo dal suo libro mentre cercava di captare brandelli di conversazione, facendolo scorrere distrattamente su quegli oggetti che la circondavano, che avrebbe dovuto sentire come “suoi” ma che erano disposti sui ripiani e sulle mensole in maniera troppo ordinata, troppo asettica per appartenere a una dodicenne.

L’unico elemento coerente con la sua età era il poster del trapper che aveva attaccato con lo scotch all’anta dell’armadio, che però le ricordava ogni volta come fosse un’impostora: non le piaceva affatto quel ragazzo con i suoi capelli color uva matura, i mille piercing e i tatuaggi colorati che gli nascondevano la pelle. E non le piaceva la sua musica. Per niente. Ma era l’argomento di conversazione preferito di tutte le sue compagne di classe e tentare di inserirsi almeno in quei discorsi le era sembrato il minimo, così si era sciroppata tutte le sue canzoni tanto da impararne i testi a memoria e ogni giorno lo fissava per qualche minuto, nel tentativo di scorgere quello che ci trovavano le sue coetanee, chiedendosi cosa non andasse in lei.

Fino a quel momento aveva miseramente fallito, ma lo teneva comunque là, in attesa del momento in cui finalmente le sarebbe piaciuto.

Sentì Fabiano scoppiare a ridere e sorrise di riflesso, anche senza aver potuto condividere il motivo di quella ilarità. Era un bel suono, spontaneo, così insolito in quella sua casa ingessata…

Si chiese vagamente con chi parlasse. Una ragazza, magari? Non sapeva se ne avesse una in realtà. Avevano un bel rapporto anche se non si vedevano molto spesso, ma fra loro ovviamente non c’era quel genere di confidenza. Lucilla non aveva quel genere di confidenza con nessuno…

Per qualche motivo i suoi pensieri virarono su Morgan, il ragazzo che aveva conosciuto a quella che sua madre aveva definito “un’idiozia”.

I suoi capelli scuri un po’ lunghi e disordinati le sembravano più belli di quelli viola del tizio del poster, che li portava cortissimi su nuca e orecchie e più lunghi e… compatti sopra la testa, per via di tonnellate di chissà quale sostanza che sicuramente vanificava mesi di attività di Greenpeace.

Dubitava che Morgan sarebbe piaciuto alle sue compagne: schivo, quasi scontroso, non aveva i muscoli lucidi di olio del trapper ma un fisico allampanato, come se avesse già finito di crescere in altezza e si fosse scordato di crescere anche in larghezza. Ma a lei erano piaciute quelle spalle magre e quelle dita ossute che per tutto il tempo delle selezioni avevano volato sullo schermo dello smartphone. Non aveva parlato con nessuno se non quando costretto e palesemente controvoglia, e in quel suo estraniarsi da tutto e da tutti Lucilla lo aveva paradossalmente trovato avvicinabile, simile a lei in qualche modo. Anche se aveva immaginato che il suo mutismo fosse una scelta, non un ripiego. Lucilla era sicura che, a differenza sua, lui avrebbe avuto cose interessantissime da dire, se avesse voluto.

Lucilla spinse lo sguardo alla sua destra, verso il comodino sul quale era poggiato il suo cellulare, sotto alla lampada con il paralume tortora. Si mordicchiò una delle pellicine del labbro inferiore, perennemente screpolato, poi si allungò per prenderlo.

Aprì WhatsApp e cercò il gruppo “PKI” composto dai ragazzi che avevano partecipato alle selezioni locali, che come immagine aveva il logo della trasmissione televisiva. Lucilla ne faceva ancora parte nonostante fosse stata immediatamente scartata già a quelle prime audizioni, come aveva puntualizzato sua madre. Scorse rapidamente i nuovi messaggi, quindi premette il dito sul nome del gruppo, aprendo la schermata delle informazioni. Tra i diciotto numeri dei partecipanti i suoi occhi corsero a quello che finiva con 002 accanto al quale, dopo l’ondina, in grigio, appariva il nome con il quale Morgan si era iscritto all’applicazione: Mor-te, un gioco di parole con il proprio nome dall’evidente intento macabro rafforzato ulteriormente dall’immagine scelta, un ragno con un teschio disegnato sull’addome.

A Lucilla avevano sempre fatto ribrezzo i ragni, con tutte quelle zampe, soprattutto se grossi e pelosi, eppure si era ritrovata a cercare su internet quello scelto da Morgan e aveva scoperto che si trattava della steatoda nobilis, nota come falsa vedova nera.

Sollevò lo sguardo sul primo nome della lista, il suo, e guardò la propria foto profilo: una crisalide.

L’aveva fotografata lei: aveva visto il bruco risalire convinto la persiana della sua camera e l’aveva osservato per ore crearsi il bozzolo. Per i venti giorni successivi aveva dormito senza richiuderla per non disturbarlo.

In base al colore e alle macchie, aveva scoperto su Wikipedia che non si trattava in realtà di una farfalla, ma di una falena.

Ovviamente…

Avrebbe mai potuto essere una meravigliosa, coloratissima e ammirata creatura quella che aveva scelto la sua finestra per compiere la propria trasformazione?

Quando alla fine il bozzolo si era dischiuso, però, Lucilla era rimasta stupefatta. Non era una banalissima falena tutta dello stesso colore (peraltro spesso tortora…): le sue ali grigio scuro avevano un bordo bianco, come fosse stato un orlo, e soprattutto un disegno all’estremità che riproduceva due grandi occhi.

Era meravigliosa.

Invece che mettere la foto finale, a trasformazione completata, aveva scelto il bozzolo: lo aveva trovato poetico e indicativo. Di buon auspicio anche.

Peccato che il giorno dopo, entrando in classe, anziché dalle domande incuriosite che aveva immaginato e alle quali aveva pensato di rispondere con il video che aveva già pronto nella galleria immagini del cellulare, era stata accolta dal commento di Alessandro che, dall’ultima fila, le aveva urlato: “Lucilla, perché hai messo una larva come foto?” facendo ridere tutti.

Al solito incapace di rispondere e spiegarsi, si era seduta in fretta al suo posto, rossa come un peperone.

Ma la foto non l’aveva cambiata.

Passò il dito sullo schermo, accarezzando quel simbolo di trasformazione e rinascita, poi con un sospiro più rassegnato che speranzoso spense il telefono e, dopo un secondo sospiro ben più profondo e greve, chiuse il libro e poggiò tutto sul comodino.

Esitò prima di spegnere la luce.

Di là, suo fratello parlava ancora. Carpì “goal” e un commento sulle supposte abitudini promiscue della moglie dell’arbitro, dunque probabilmente non era una ragazza all’altro capo. O magari invece sì, cosa poteva saperne lei?

Fabiano rise di nuovo e lei si sentì bene.

Spense la luce, decisa e quasi fiduciosa: forse quella notte sarebbe andato tutto bene.

Si infilò per bene sotto il copriletto, al quale non avrebbe mai rinunciato nonostante l’aria calda che entrava a sbuffi dalle finestre spalancate perché le dava una inspiegabile (e del tutto falsa) sensazione di sicurezza, e arretrò fino a poggiare la schiena contro la parete, felice di essere riuscita a spuntarla almeno su quello con sua madre: il letto doveva essere per forza in un angolo, così niente avrebbe potuto coglierla alle spalle.

Sarebbe andato tutto bene, si disse un’ultima volta prima di chiudere gli occhi.

 

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