Avendo accumulato un po’ di conoscenze ed esperienze sul diritto della proprietà intellettuale e sul diritto d’autore, ho pensato a una rubrica di RomanceApp che potesse unire l’utile al dilettevole, affrontando alcuni temi “caldi” per la nostra community di lettori, ma anche di autrici.
Infatti, a volte accade che siano i lettori a pensar male di un autore (talvolta sbagliando), come può accadere che sia l’autore ad avere qualche dubbio sui limiti del proprio lavoro: eh sì, scrivere è un diritto (e ci piace), ma non è un diritto assoluto, ovvero una posizione giuridica che si pone al di sopra della legge.
Come argomento d’inizio partirei dallo scheletro più ingombrante nell’armadio dello scrittore, il plagio. E lo affronterò sotto vari aspetti, sperando di offrire qualche nozione preziosa e bloccare molte fake news che circolano in rete.
Partiamo dalle basi, ma senza annoiare. Nel diritto d’autore, il plagio rappresenta l’appropriazione della paternità o degli elementi creativi di un’opera altrui, effettuata copiando in tutto o in parte l’espressione dell’opera. Tutti noi – anche senza pubblicare mai nulla – lo abbiamo provato sulla nostra pelle: “Maestra, la Paola mi copia il tema!” Furbona…
Ma attenzione, perché qui nasce un concetto che a volte resta confuso: il diritto d’autore protegge la forma espressiva dell’idea, non l’idea in sé.
Ciò significa che due scritti (romanzi) possono avere la stessa idea narrativa (e resta lecito), però non possono riprodurre gli stessi elementi creativi specifici. Faccio un esempio: decido di scrivere un romanzo su un giovane mago che scopre di avere poteri magici, e il giorno dopo la mia collega scrittrice Paola (la Furbona) decide di fare lo stesso.
Glielo posso impedire? No. Però posso andare a verificare, una volta che il suo libro sarà uscito, come ha espresso questa idea, vale a dire: personaggi, dialoghi, ambientazione, struttura narrativa. In questo caso, la forma che ho dato alla sostanza della MIA idea è potenzialmente proteggibile.
Negli anni, dottrina e giurisprudenza hanno elaborato diverse forme di plagio.
Prima di tutto, c’è quello semplice: una copia quasi letterale del testo. Il classico esempio è trovare interi paragrafi copiati da Paola la Furbona.
Poi abbiamo la contraffazione. Esempio: Paola riproduce la mia opera apponendo il suo nome oppure la pubblica (guadagnandoci) senza attribuzione.
Infine, abbiamo il plagio evolutivo, che è l’ipotesi più interessante per gli scrittori, e che consiste in una rielaborazione che cambia la forma superficiale (attenzione!), però ma mantiene la struttura creativa dell’opera originaria. Ritorno all’esempio fatto in precedenza: corro a vedere il romanzo di Paola e mi accorgo che presenta stessa trama, stessi personaggi, stessi snodi narrativi, ma con nomi diversi.
A questo punto, sono davvero certa di poter urlare al “plagio”?
So cosa state pensando: di recente sono usciti decine e decine di #darkacademia con la protagonista che si iscrive a un’università esclusiva, al cui interno ci sono i membri di una setta di studenti, ricchi potenti e depravati, che, di notte, fanno sozzerie nei boschi, giocano a nascondino con le matricole, sono pronti a uccidere per mantenere il segreto, ecc. oppure 1000 romanzi hot sull’hockey.
Vada per il primo bestseller che ha lanciato il trend, ma tutti gli altri romanzi simili che si sono accodati potevano scopiazzare impunemente oppure erano a rischio?
Sgombriamo il campo da una falsa nozione che ho visto spesso circolare (anche se a questi miti dedicherò un’apposita puntata): non esiste una percentuale di testo copiato che definisce automaticamente il plagio. Un giudice basa la comparazione dei testi su molteplici fattori.
C’è un criterio quantitativo, vero, ma non nel senso che c’è un limite lecito: si guarda a quanti capitoli identici ci siano, a quanti dialoghi, al fatto che le sequenze narrative siano estremamente simili, si guarda alla complessità del testo copiato. Se ci sono anche sei-sette frasi uguali in un testo di 300 pagine, ciò potrebbe essere dovuto a una coincidenza, oppure il plagio viene ritenuto in genere marginale.
C’è il criterio qualitativo che valuta la qualità degli elementi copiati (ovvero le parti creative dell’opera).
Come dicevo sopra, si analizzeranno la struttura narrativa, cercando nel romanzo sul giovane mago (mio e di Paola) oppure nel dark romance di Tizia e in quello di Caia se sono presenti alcuni indizi come: un’identica sequenza di eventi / uno stesso climax narrativo / stessi colpi di scena.
Si passerà poi ai personaggi, valutando gli indizi di plagio come: stesso protagonista / stessa psicologia / stessa evoluzione narrativa.
Si passerà poi all’ambientazione, valutando gli indizi di plagio come: lo stesso regno immaginario/ la stessa accademia esclusiva in Scozia / la stessa struttura sociale (preside/studenti, giocatori di hockey/confraternita/ ammissione elitaria di padre in figlio) / stessi elementi fantastici (o anche stesse regole di iniziazione / stessa protagonista che vuole vendicarsi perché sua sorella è stata uccisa dalla stessa setta, ecc.).
Persino i nomi possono essere un indizio: se tutte le accademie magiche o dark romance si chiamano “Hogwarts” o “Raven College” o “Demons’ University” sono somiglianze sospette e aiutano a rafforzare la prova di plagio.
E la cover? Pur con un valore marginale, imitare stile grafico, composizione e colori può costituire sia plagio visivo sia concorrenza sleale.
Alla fine, chi deve decidere si pone poi la classica domanda: il lettore medio noterebbe le somiglianze? Il lettore medio cadrebbe in confusione? Se la risposta è sì, stanno suonando gli allarmi. Perché possono dire la loro opinione i consulenti tecnici, gli esperti del settore e gli avvocati ma, alla fine, il test del lettore può davvero spostare l’ago della bilancia.
*Nota: questo articolo ha finalità divulgative e non costituisce consulenza legale. Eventuali esempi riportati sono frutto di fantasia e non si riferiscono a soggetti o casi reali.
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