L'acqua Tofana: il veleno delle mogli

Mariangela Camocardi


Constanze, la moglie di Mozart, ricordò che il compositore era ossessionato dall'idea che qualcuno lo avesse avvelenato con l'acqua tofana. Dopo due secoli dall'invenzione, da parte di una donna e di una famiglia alquanto particolare, questo liquido riusciva ancora a penetrare nell'immaginario collettivo. Per comprendere i motivi dell'agitazione mentale che l'acqua tofana insinuava negli uomini, soprattutto nella veste di mariti, dobbiamo fare un salto nel tempo. Durante il XVII secolo, una cortigiana, fattucchiera, meretrice e quant'altro, di Palermo, elaborò la ricetta per una pozione incolore, insapore e inodore, che fece la sua fortuna, e quella delle persone che con lei condividevano questo turpe intento. La donna si chiamava Giulia Tofana, o Toffana, e grazie a questa invenzione divenne ricca e potente. Era figlia o nipote di Thofania d'Adamo, una criminale giustiziata a Palermo il 12 luglio 1633 con l'accusa di aver avvelenato il marito Francesco. Se Giulia fosse proprio la figlia di Thofania, potrebbe spiegarsi così l'apprendimento delle prime nozioni sui veleni. Le viene attribuita l'invenzione dell'acqua tofana un veleno incolore, inodore e insapore altamente tossico, capace nel giro di pochi giorni di provocare al malcapitato una morte apparentemente naturale, che vendette principalmente a donne intrappolate in matrimoni violenti, trascinando in questa attività anche la figliastra Girolama Spana. Per alcuni storici, però, a mettere a punto la composizione dell'acqua tofana era stata Thofania d'Adamo. L'acqua tofana era altamente tossica, essendo sufficiente una piccola quantità per procurare al malcapitato una morte priva di sintomi sospetti, facendo sì che l'assassinio non venisse scoperto

Dopo alcuni anni una cliente della donna, la contessa di Ceri, per liberarsi del marito, utilizzò tutto il liquido della boccetta contenente il veleno, smuovendo i sospetti dei parenti del defunto. Le indagini condussero a Giulia Tofana, la quale venne imprigionata e torturata, ammettendo di aver venduto, soprattutto a Roma, durante il periodo della peste (cosa che rendeva ancora più difficile identificare gli avvelenamenti), boccette sufficienti ad uccidere 600 persone, in un periodo compreso tra il 1633 e il 1651, anno della sua morte. A ereditare il segreto dell'acqua tofana fu la figliastra Girolama Spana. Ma costei, contrariamente alla matrigna che sembra sia morta impunita, finì nelle mani della giustizia assieme alle quattro "comari" (Giovanna de Grandis, Maria Spinola soprannominata "Grifola", Laura Crispolti e Graziosa Farina) che l'aiutavano a produrre e dispensare la pozione letale. Processate a Roma e condannate a morte, le cinque criminali nel pomeriggio del 5 luglio 1659 vennero impiccate alle forche erette a Campo dei Fiori.

 



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