George Bryan Brummel, ovvero Beau Brummell

Mariangela Camocardi


Il suo vero nome era George Bryan Brummell, ma quasi nessuno lo chiamava così. “Beau Brummell” evocava immediatamente il dandy perfetto, arbitro assoluto dello stile londinese. Quando Beau entrava in un club di St. James’s, gli altri uomini controllavano istintivamente il nodo della propria cravatta perché per la Londra che contava lui era semplicemente Beau: l’uomo che decideva cosa fosse eleganza. Brummel riuscì in qualcosa che nella società inglese dell’Ottocento sembrava impossibile: diventare più influente di molti aristocratici, pur non avendo né grandi ricchezze né un titolo davvero importante. In un’epoca in cui il prestigio si misurava in terre, lignaggio e rendite, lui costruì il proprio potere su qualcosa di molto più fragile e moderno: l’immagine. Quando arrivò nella buona società londinese, gli uomini dell’aristocrazia vestivano ancora come se il Settecento non fosse mai finito. Colori vivaci, ricami, profumi pesanti, merletti, fibbie d’argento. Lui osservò tutto questo e decise che il vero lusso non fosse attirare l’attenzione, ma controllarla. Iniziò a vestirsi quasi sempre con tonalità sobrie: blu scuro, nero, grigio, bianco perfetto. Sembrava semplice, ma era una semplicità studiata in modo ossessivo. Il punto non era l’abito. Era l’impressione di superiorità assoluta. La cosa straordinaria è che Londra cominciò lentamente a copiarlo. Gli uomini passavano ore davanti allo specchio, tentando di annodare il cravattino come lui. I sarti guardavano il taglio dei suoi cappotti come pittori che studiano un maestro. Alcuni nobili cambiavano vestiti più volte al giorno nel tentativo di raggiungere quella naturalezza elegante che Brummell, apparentemente, otteneva senza sforzo. Naturalmente era tutto falso: dietro quell’aria disinvolta c’era una disciplina quasi maniacale. Si raccontava che impiegasse intere mattinate per prepararsi. A volte consumava pile di fazzoletti soltanto per pulire una macchia invisibile sugli stivali. Aveva trasformato la toilette maschile in una specie di rituale artistico. Ma la vera arma di Brummell non erano i vestiti. Era la lingua. Possedeva un umorismo glaciale, rapidissimo, quasi chirurgico. In una società fondata sull’apparenza, una battuta ben piazzata poteva valere più di un duello. Brummell sapeva demolire qualcuno con una sola frase pronunciata a bassa voce. E lo faceva spesso. A differenza di molti cortigiani servili, trattava tutti con la stessa ironica freddezza, persino il futuro re George IV. Anzi, forse soprattutto lui. All’inizio il Principe Reggente era affascinato da Brummell. Il principe adorava il lusso, il teatro sociale e le persone capaci di trasformarsi in personaggi. Brummell divenne presto una presenza fissa nei club esclusivi, nei salotti e nelle serate private frequentate dall’élite londinese. Pur essendo meno ricco di molti presenti, si comportava come se il mondo intero fosse casa sua. Poi accadde qualcosa di quasi inevitabile: credere davvero nella propria invulnerabilità. Il rapporto con il principe si incrinò via via, forse a causa dell’orgoglio reciproco. Entrambi volevano dominare la scena. Durante una festa, il reggente ignorò deliberatamente Brummell voltandogli le spalle. Per ogni altro uomo sarebbe stato un segnale sufficiente a ritirarsi prudentemente. Ma Brummell viveva ormai dentro il personaggio che aveva costruito. Guardando un amico vicino al principe, chiese con tono annoiato: “Chi è il tuo grasso amico?” La frase attraversò Londra alla velocità del pettegolezzo aristocratico, cioè quasi istantaneamente e fu un suicidio sociale, elegante e perfetto. Da quel giorno i debiti si fecero man mano opprimenti. Per anni lui aveva mantenuto un tenore di vita al di sopra dei propri mezzi, contando sul fatto che il prestigio sociale bastasse a sostenerlo. Ma la società Regency adorava creare idoli quanto distruggerli. Gli inviti diminuirono, i creditori aumentarono, gli amici prudentemente si dileguarono. La caduta di Brummell fu tragica proprio perché contrastava con l’immagine di controllo assoluto che aveva sempre mostrato. Fuggì in Francia per evitare l’arresto per debiti e visse gli ultimi anni in condizioni sempre peggiori. L’uomo che aveva insegnato all’Inghilterra come apparire impeccabile finì malato, impoverito e mentalmente instabile. Eppure, la sua influenza sopravvisse completamente alla sua rovina. Prima di Brummell, l’eleganza maschile europea era ancora legata all’ostentazione aristocratica. Dopo di lui nasce l’idea moderna del gentleman: abiti scuri, tagli perfetti, lusso raffinato, controllo assoluto dell’immagine. In pratica inventò il dandismo contemporaneo e, in parte, perfino il concetto moderno di celebrità costruita sullo stile personale. La cosa più ironica è che lui non scrisse libri importanti, non guidò eserciti, non governò da politico. Cambiò la società persuadendo tutti che il modo in cui un uomo annoda una cravatta poteva diventare una forma di potere.



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