La questione dei personaggi ideati dall’autore di un romanzo è spesso più complessa della semplice accusa di plagio. Chi scrive deve sempre prestare molta attenzione alla cosiddetta “caratterizzazione” dei personaggi e alla percezione che ne ha il lettore medio (questo concetto viene ribadito spesso, ma il lettore medio è davvero il parametro di riferimento).
Infatti, nel diritto d’autore i personaggi possono essere tutelati quanto più sono caratterizzati in modo originale e distintivo; qui ci addentriamo in requisiti che sono stati sviluppati a livello dottrinale e giurisprudenziale, soprattutto nel mondo anglosassone.
La tutela di un personaggio non è automatica, ma dipende da originalità, coerenza, riconoscibilità. e specificità. Tant’è vero che i personaggi generici, ovvero i famosi archetipi narrativi, non sono protetti come tali.
A volte, è possibile utilizzare in un romanzo personaggi celebri o storici, ma è sempre meglio verificare prima: in talune giurisdizioni tali figure entrano nel pubblico dominio dopo un certo tempo, rendendo possibile il loro riutilizzo. Spesso, tuttavia, l’utilizzo di un personaggio famoso può richiedere licenze e autorizzazioni preventive o la necessità di rimanere entro limiti della parodia, senza creare confusione nel pubblico.
Quanto agli archetipi narrativi, in generale non costituiscono un’espressione creativa specifica e non trovano tutela. Il classico esempio è un thriller incentrato su un serial killer o un fantasy su un giovane mago che viene istruito da un mentore: queste figure sono state elaborate in secoli di letteratura e non possono essere ritenuti, salvo eccezioni, proprietà di un autore.
Se il mio romantasy è incentrato su una protagonista povera, bella e orfana, che si scopre essere destinataria di una profezia, diventa la prescelta e salverà il regno, e Paola la Furbona scrive un successivo romantasy con questo schema narrativo, limitandosi a cambiare regno magico, profezia, tipo di magia, ecc., lo può fare perché io non posso essere titolare esclusiva di uno schema narrativo che appartiene alla tradizione.
Dopo il successo clamoroso della saga di Harry Potter, ci fu un fiorire di saghe con scuole e tornei di maghi. Tuttavia, anche quando la prima casa editrice agì in giudizio contro le concorrenti accusandole di voler imitare la storia, in gran parte dei casi i tribunali respinsero le domande, stabilendo che le somiglianze erano troppo generiche e che erano presenti degli archetipi (il prescelto, il mentore, la scuola di magia) già noti e sfruttati ben prima che il mondo si mettesse a leggere le avventure del maghetto.
Naturalmente, se un romanzo dovesse contenere delle caratteristiche più specifiche (gli allievi principali sono tre, i maghi sono ostili a chi non ha poteri magici, c’è un mago malvagio sconfitto e che potrebbe tornare, la scuola è un castello, la posta viene consegnata dalle civette, uno degli insegnanti è un gigante, ecc.), non si tratterebbe più di uno schema narrativo neutro, ma di un’espressione narrativa specifica, con potenziale confusione per il lettore medio. E anche l’eventuale decisione del giudice potrebbe essere diversa.
Visto che abbiamo parlato di personaggi, dobbiamo spendere una parola per la parodia, che è una delle principali eccezioni al diritto d’autore.
La parodia è un’opera nuova che rivisita o trasforma un’opera precedente, di solito molto conosciuta, per uno scopo di critica o di satira.
L’articolo 70 delle Legge sul diritto d’autore prevede che “Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali”.
Pertanto, fare satira, prendere qualche elemento di un’opera precedente con la volontà evidente di far ridere, senza voler plagiare, resta lecito; l’importante è non voler fare concorrenza, agganciandosi, all’utilizzazione economica dell’opera originale.
In altre parole, la parodia non si sostituisce mai all’opera anteriore.
Quando uscì “Orgoglio e pregiudizio e zombie”, fu evidente che era una parodia e una rivisitazione ironica, nessuno pensò che fosse un plagio ai danni di Jane Austen.
Analogo discorso va fatto per le versioni a fumetti (I Promessi Paperi), con Paperino, di romanzi come “I Promessi Sposi”: il fumetto non si proponeva di sostituire l’opera del Manzoni e il pubblico medio dei lettori era in grado di distinguere le due opere senza cadere in confusione.
*Nota: questo articolo ha finalità divulgative e non costituisce consulenza legale. Eventuali esempi riportati sono frutto di fantasia e non si riferiscono a soggetti o casi reali.
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