Smettiamola con l’ipocrisia. È ora di scrivere sul Dark Romance quello che tutti pensano ma nessuno ha il coraggio di ammettere, per prevenire il solito, moralistico coro di critiche. La domanda che ci viene mossa più spesso è sempre la stessa, intrisa di un paternalismo fastidioso: “Ma come potete amare personaggi così tossici e moralmente discutibili?”
La risposta è tanto semplice quanto spiazzante: perché la letteratura non è un codice civile, e la lettura è l’unico spazio di assoluta anarchia emotiva che ci è rimasto.
Parliamoci chiaramente. Nella vita reale, un uomo con la mente e le mani sporche dell’antieroe dark sarebbe il primo da cui scappare a gambe levate. Nessuna di noi, nella quotidianità, si farebbe soggiogare da un predatore o confonderebbe l'ossessione con il corteggiamento. Nella realtà cerchiamo la stabilità, il rispetto, la sicurezza. Ma le pagine di un libro non sono la realtà.
È proprio lì, tra i capitoli, che avviene la magia: la mente anestetizza il pericolo reale e accende il fascino puro del proibito. Il Dark Romance non è un'esaltazione della sottomissione, è l'esplorazione del potere assoluto. Ci attrae il magnetismo di chi non deve chiedere il permesso per prendersi il mondo, la vertigine di guardare dentro l'abisso sapendo che c'è una rete di protezione: la copertina del libro che possiamo chiudere quando vogliamo.
Amiamo i villain non perché siamo ingenue, ma perché siamo abbastanza lucide da sapere che l’arte è l’unico luogo in cui l’oscurità è concessa senza conseguenze. Rivendicare questo spazio non ci rende complici, ci rende libere. Libere di desiderare l'improponibile, ma solo fino alla parola "fine".
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