ASSO DI CUORI
Capitolo 17 di 25

Scritto il 21/09/2026
da PATRIZIA INES ROGGERO


⏱ ~22 min · 4325 parole

New York

 

La carrozza si fermò in Cross street e Andrew sbirciò con timore fuori dal finestrino. Non si sentiva a suo agio in quel quartiere malfamato né nella situazione in cui si trovava, ma aveva preso accordi e non restava che attendere l’arrivo del suo contatto.

Un colpo alla portiera, poi nel quadrato del finestrino comparve il volto rubicondo dell’irlandese.

«Dovete essere Andrew Scott, mister. Io sono Brión, il tizio che state cercando.»

Gli fece cenno di salire e rimase a osservare il contrasto degli abiti logori con l’eleganza della carrozza. La barba incolta a coprire un viso scarno dai pungenti occhi verdi e i capelli brizzolati tagliati in una zazzera disordinata.

«Allora, avete bisogno di uomini laggiù a ovest?» riprese a dire l’altro con l’impazienza di chi non aveva tempo da perdere. «Mi hanno detto che cercate qualcuno capace di tenere buone le teste calde che affollano quelle città infernali... Com’è che le chiamano?»

«Inferno su ruote.»

«Già... inferno su ruote. Ed è azzeccato?»

«Non immaginate quanto.» Prese un sigaro dalla scatola d’argento e l’offrì all’ospite, prima di servirsi a sua volta. «Per questo ho bisogno di uomini capaci di mantenere l’ordine con ogni mezzo.» Accese il sigaro e passò il fiammifero a Brión perché facesse altrettanto. «Il gioco d’azzardo e l’alcol scatenano continue risse, i furti sono all’ordine del giorno. Non c’è legge laggiù.»

«Io e miei ragazzi non siamo uomini di legge, ma sappiamo farci rispettare, soprattutto se il compenso è buono.»

«Lo sarà, ma vi avverto, la vita non è facile da quelle parti.»

«Non lo è nemmeno qui. Guardatevi attorno, vi sembra forse uno dei quartieri in cui vivete voi damerini?» C’era una punta di scherno nella voce. Quell’uomo lo irritava.

«Partirete con il primo treno per Laramie.»

«La nuova città? Si dice sia pericolosa e immorale.» Il sorriso distorse il volto in una smorfia fatta di piccole rughe.

«Molto più delle altre, in effetti.» Non vedeva l’ora di liberarsi di lui e dello sguardo con il quale lo scrutava.

«Bene, allora dirò ai miei di tenersi pronti.» Fece per aprire lo sportello, ma lui lo trattenne. La mano delicata sulla giacca lurida, gli costò un’occhiataccia da parte del nuovo tirapiedi. «Cosa volete?»

Imbarazzato mollò la presa. Il cuore affondava nell’ansia di non saper celare quanto personale fosse la richiesta che stava per avanzare. Esitò un istante, poi estrasse un foglio ripiegato che consegnò all’irlandese.

«Ecco le informazioni su qualcuno che dovrete tenere d’occhio in modo particolare. Mi aspetto facciate un buon lavoro.»

«Non siamo sicari, Mr. Scott.»

«Vi ho forse chiesto di ucciderlo?» s’indignò, quasi non lo avesse pensato davvero. Aveva timore persino di ammetterlo con se stesso. «Siete un vigilantes adesso e mi aspetto eseguiate i miei ordini. Avete carta bianca, tranne che per il tizio su quel foglio.»

«Vorrà dire che vi terrò informato.»

Andrew annuì e lasciò che l’altro scendesse dalla carrozza. Quando la portiera si richiuse si concesse un respiro profondo, ma l’angoscia serrava il petto in una morsa pericolosa. Aveva agito dando retta alla gelosia che lo divorava, pur consapevole di quanto fosse pericoloso. La speranza era che Miller commettesse un passo falso e, in una città come Laramie, poteva essere più facile del previsto.

La vettura partì in un clangore di zoccoli e si lasciarono alle spalle la miseria dei bassifondi fino a raggiungere l’elegante quiete di Washington Square. Quello era il suo mondo, tra gentiluomini e raffinatezza, giri di affari e progetti da siglare con il suo nome.

Si era guadagnato ogni agio e il prestigio di cui farsi vanto e non avrebbe abbassato la testa di fronte a un perdigiorno come Nick Miller. Gli avrebbe fatto capire che poteva schiacciarlo pur trovandosi a miglia di distanza e poi si sarebbe preso il piacere di farlo.

Chiuse gli occhi, spaventato dal senso di colpa che scompariva sotto la spinta di un orgoglio da sanare. Miller poteva essere più scaltro e affascinante di lui, poteva persino possedere il cuore di Hope, ma lui aveva la vittoria in pugno in quella dannata partita.

Pagò il cocchiere e salì le scale della villetta in cui viveva l’amante. Lì dentro si celava il paradiso nel quale dimenticare ogni problema, e quella sera ne aveva bisogno più che mai. Entrò senza annunciarsi e udì i passi rapidi della domestica giungere dalla cucina.

«Mr. Scott, bentornato» si affrettò a dire nell’afferrare il cappotto e il cappello che lui le porgeva. «Volete accomodarvi in salotto? La signora sta facendo il bagno.»

Quale migliore occasione per una visita? Nemmeno si prese la briga di rispondere, salì le scale pregustando ciò che lo aspettava.

 


 

Laramie, Territorio del Wyoming

 

Il treno aveva portato nuovi abitanti, operai e perdigiorno. Nessuna lettera dall’Est, nessuna notizia di Hope. Nick si diede dello stupido anche solo per averci sperato, e intanto tracannava l’ultimo sorso di whisky rimasto nel bicchiere.

Restare sobrio e mantenere la promessa fatta a se stesso il giorno in cui aveva discusso con Hope era stato impossibile quanto strapparsi il cuore dal petto.

Sapeva di essere cambiato, era diventato scontroso e irritante. Faticava persino a sopportarsi da solo, talvolta. Doveva trovare il modo di risollevarsi, qualcosa in cui incanalare i pensieri verso un obiettivo concreto. Al momento, però, le sole cose che riusciva a fare erano giocare d’azzardo e bere in modo smodato.

Un gruppo di quattro uomini era appena sceso dal treno, l’aspetto trasandato in contrasto con lo sguardo arrogante. Avrebbe scommesso che erano irlandesi. Ormai gli bastava un’occhiata per riconoscerli, da tanti ve n’erano sul suolo della ferrovia.

«Quelli devono essere i nuovi vigilantes.» Il colonnello Moore gli si era avvicinato strizzando gli occhi per il riverbero del sole. «Mi era giunta voce che sarebbero arrivati da New York.»

«Non c’è l’esercito a mantenere l’ordine?»

«Loro si occuperanno della città, noi della ferrovia.»

«Come se non facessero parte dello stesso dannato inferno.»

«Vedo che siete di malumore, amico mio» lo canzonò il colonnello, il volto cordiale atteggiato in un sorriso al quale fu impossibile non rispondere.

«Non più di ieri.»

«Il clima in città non aiuta di sicuro. Gli uomini sembrano pronti a spararsi per un nonnulla.»

«È bene non farsi trovare impreparati di questi tempi.»

«Soprattutto per chi si è fatto un nemico tra quelli che contano. State in guardia, a volte il pericolo si nasconde dietro il volto di un vigliacco.»

Moore gli batté una pacca sulla spalla e si avviò verso le stalle.

Era ovvio che si riferisse a Scott. Rachel doveva avergli raccontato di quanto accaduto con Hope a Cheyenne, del bacio e di come l’ingegnere aveva reagito alla notizia della sua visita in albergo.

Si era domandato se Hope avesse raccontato la verità all’amante, se avesse confessato di aver ceduto alle sue labbra senza saper porre resistenza al desiderio sfrenato di appartenergli ancora.

Certo che no, forse aveva persino negato o accusandolo di averla costretta a subire quel bacio. Ma lui sapeva qual era la verità, ne aveva percepito i brividi e il bisogno di illudersi che nulla fosse mai accaduto. Lo stesso bisogno che lo aveva spinto a baciarla, sebbene mascherato da disprezzo. Rivederla aveva riacceso emozioni e sentimenti capaci di annientarlo con ancora più forza.

Il gruppo di irlandesi gli passò accanto in un chiassoso chiacchiericcio diretti all’ufficio della ferrovia. Soltanto più tardi ebbe conferma che si trattava proprio dei vigilantes giunti da New York. Uno di loro si era recato al bordello e aveva preteso di appartarsi con una delle ragazze in cambio della loro protezione, e adesso Rachel era furiosa.

«Quel Brión ha fatto domande a quella poveretta, voleva informazioni sulla casa da gioco... e su di te, Nick.» Gli puntò il dito contro, scura in volto come non l’aveva mai vista. «Dio Santo, in che merda ci hai cacciato per il tuo dannato bisogno di prenderti una stupida rivincita?»

«Cosa ti fa pensare che sia colpa mia?» Eppure, ne aveva la certezza anche lui, la situazione era chiara e ovvia.

«Credi forse sia una coincidenza o che io sia stupida?»

Aveva ragione, anche se ammetterlo gli costava parecchio. Oltretutto, Rachel era troppo arrabbiata per poterla contraddire. Le restava solamente lei ormai, e non voleva perderla per l’assurdo gioco di orgoglio e strafottenza che da un po’ metteva in atto con tutti.

«Probabilmente è come dici tu.» Abbassò lo sguardo e passò la mano sulla barba rada, in cerca delle parole da aggiungere. «Mi dispiace per la situazione in cui ho cacciato entrambi.»

«Trova il modo per risolverla, non m’importa come, ma non intendo perdere tutto per i tuoi capricci, né perdere te.»

«Cos’ha risposto la ragazza a quel ficcanaso?»

«Non lo so.» Sbuffò con esasperazione. «In verità non abbiamo nulla da nascondere, ma i dadi truccati e i tuoi giochetti con le carte possono essere un guaio se qualcuno si accorge della fregatura. Qui ci mettono un attimo a trovare un pretesto per tirare fuori le pistole e quelli ci saranno addosso al primo sparo.» Parole sussurrate, dense di rabbia e preoccupazione.

«Allora ne faremo a meno per un po’. Niente dadi e solo giochi puliti.»

«Perché non torniamo a Cheyenne, piuttosto?»

«Perché non scapperò di fronte a Scott e ai suoi mezzucci da vigliacco.»

«Certo. Guarda dove ci ha portato il tuo coraggio, invece.»

«Se non sei contenta, Rachel... te ne puoi andare.»

«Lo dici solo perché sai che non lo farei mai.» Le braccia incrociate sul petto e il volto zeppo di disappunto.

Nick sorrise, smascherato come un principiante.

«Diavolo, non ti si può nascondere niente!» Tornò serio mentre richiudeva la bottiglia e le rivolgeva uno sguardo affettuoso. «Troverò un modo per tirarci fuori da questo guaio.»

«Me lo auguro, Nick. Me lo auguro.»

 


 

NEW YORK
 

Osservava Hope dormire accanto a lui, le ciglia corrugate forse da un brutto sogno. Dal loro rientro a New York, Andrew non l’aveva lasciata che per qualche attimo, geloso all’idea di concederle il tempo di pensare al vecchio amante e timoroso di perderla.

Aveva quasi scordato di avere una moglie.

Scordava ogni cosa quando era con il suo giovane, prezioso amore.

Cosa ne sarebbe stato di lui se Hope fosse salita su un treno per tonare tra le braccia dell’uomo che amava? Il solo pensiero lo atterriva e intanto sperava che da Laramie giungessero buone notizie dai vigilantes irlandesi. Era certo che prima o poi avrebbero trovato il modo di incastrare Miller per qualche sgarro. Stavano lavorando sodo per mantenere l’ordine in città e non si preoccupava troppo dei mezzi usati per fare giustizia. Fin quando nessuno si fosse lamentato, avrebbe lasciato a Brión carta bianca e l’arresto di Nick non avrebbe sollevato sospetti visti i precedenti fermi e le impiccagioni avvenuti in città.

Puntellato su un gomito, sfiorò la schiena di Hope con una carezza e la vide incurvare le labbra in un accenno di sorriso.

A chi stava pensando?

Il bel volto di quel farabutto si palesò tra i pensieri con strafottenza, e ritrasse la mano come se la pelle dell’amante d’improvviso lo scottasse.

Nervoso, si alzò e si rivestì senza svegliarla.

Doveva trovare il modo di legarla a sé, qualcosa che avrebbe annientato l’altro e reso lui il solo vincitore.

Serviva un piano di riserva nel caso in cui i vigilantes avessero fallito, perché non lo avrebbe fatto ammazzare a sangue freddo soltanto per un capriccio. Il rimorso di coscienza lo avrebbe perseguitato in eterno. Brión e i suoi dovevano trovare accuse concrete, ma ora iniziava a temere che non sarebbe stato così facile. Miller era furbo, sapeva imbrogliare e rigirare il prossimo, la sola speranza risiedeva nella certezza che a Laramie avrebbe presto trovato pane per i suoi denti.

Più tardi, nel passeggiare per le vie cittadine, solo con i propri pensieri, sentì il cuore divenire più leggero. In tasca un regalo per Georgina acquistato in gioielleria per farsi perdonare dell’assenza di quei giorni. Sua moglie non avrebbe fatto scenate e lui si sarebbe sentito in pace con la coscienza.

Sentiva anche di aver trovato il modo di legare Hope a sé per sempre. Subdolo ma efficace. Dopotutto, al pari di Miller, anche lui aveva imparato da tempo a rigirare le persone per ottenere favori e denaro. Non era forse ciò che faceva per conto di Durant?

Sollevò gli occhi sulla targa dorata su cui spiccava il nome del notaio di fiducia e già immaginava lo sgranarsi degli occhi grinzosi nell’udire la sua richiesta. Una follia, lo sapeva lui stesso, ma il cuore e la carne fremevano per una donna che poteva legare a sé in un modo soltanto.

 


 

Laramie, Territorio del Wyoming

 

L’imprecazione di uno dei giocatori fece alzare gli occhi di Nick dalle carte appena mostrate, e portò le mani alla pistola nel notare che il tizio aveva fatto lo stesso con fare minaccioso.

«Sei un fottuto baro!» Fu l’accusa che uscì dalla bocca costellata di denti rovinati dal tabacco, gettando i presupposti per qualcosa di ben poco piacevole.

«Siediti e rimangiati quel che hai detto.» Non avrebbe permesso a nessuno di accusarlo dentro al suo locale, tantomeno a un perdigiorno come quello e in un periodo in cui sentiva gli occhi dei vigilantes appiccicati su di sé.

«Ho detto che sei un fottuto baro, Miller.» Il tizio estrasse la pistola e gli rivolse uno sguardo sghembo. «Ridammi i miei soldi.»

«E io ti ho detto di sederti, altrimenti porta il tuo culo fuori di qui e non farti più vedere.» Sentiva l’alcol mischiarsi al nervoso in modo allarmante mentre si alzava e puntava l’arma a sua volta.

Gli altri avventori avevano raccolto il denaro dai propri tavoli e si stavano dileguando. Soltanto Rachel era rimasta nel locale, lo sguardo impaurito e la mano che già stringeva il calcio della piccola rivoltella.

Non era la prima volta che restavano coinvolti in simili faccende a Laramie. Il sangue versato nell’ultima sparatoria macchiava ancora le assi del pavimento a ricordare ogni istante quanto pericolosa fosse quella città.

Nick sapeva che lei odiava stare lì e, dopotutto, nemmeno a lui piaceva poi molto.

Il dito saldo sul grilletto, il cane sollevato pronto a colpire il proiettile. Studiò lo sguardo dell’altro, ormai certo che stesse per sparare e lo fece per primo. Agire era il solo modo per sopravvivere in certe situazioni, soprattutto in un posto di facce losche e dita veloci. Un omicidio al giorno, un’impiccagione ogni due.

La detonazione rimbombò nell’aria, seguita da quella dell’avversario mentre sentiva la carne lacerarsi, trapassata dal proiettile poco sopra il gomito e l’urlo di Rachel raggiungergli le orecchie, ovattato e distante.

Vide l’altro cadere a terra e tentò di resistere al dolore che si irradiava al corpo, rapido e bruciante. Respirò a fondo, una, due, tre volte. Intanto, il sangue impregnava la manica bianca arrotolata sull’avambraccio.

«Nick!» La voce di Rachel, pian piano, si fece più nitida, come i suoni che giungevano da fuori e il parlottare concitato delle ragazze della sala da ballo.

«Falle andare via» ordinò alla socia, indicandole con un cenno del capo. «Non è un spettacolo per loro, questo.»

Strappò la manica e bestemmiò nel notare il buco sul lato del braccio. Come diavolo era finito a buttare se stesso via in quel modo?

«Fammi dare un’occhiata.» Rachel lo spinse sulla sedia con aria contrariata ed esaminò la ferita senza usare alcuna delicatezza. Era arrabbiata, e non solo a causa della sparatoria. «Il proiettile è uscito... e tu sei un gran bastardo, Nick.»

«Poteva uccidermi.»

«Avrebbe dovuto! Ci sono uomini con i quali si può barare e altri che sono più furbi di te, ancora non l’hai capito? E poi non dovevi dare un taglio ai tuoi giochetti con le carte?»

«Non ho barato, infatti» rispose, mentre lei lo privava della cintura. «Non sono così stupido da farlo in un posto come questo.»

«Ma lo sei abbastanza da volerci restare. Quei dannati irlandesi ti girano attorno come avvoltoi. Non aspettavano altro che questo!» Aprì uno dei proiettili e riempì la ferita di polvere da sparo. Poi gli ficcò la cintura in bocca perché la stringesse tra i denti. «Sono stufa di questa vita, Nick.» aggiunse, prima di avvicinare la candela alla ferita e dar fuoco alla polvere in uno scoppiettio nauseante.

L’imprecazione soffocata dal cuoio stretto con forza, i muscoli tesi. Sputò fuori la cintura e si attaccò alla bottiglia di whisky nel tentativo di riaversi.

«Bravo, ubriacati...» Rachel lo fissava scuotendo il capo con disappunto.

«Che diavolo vuoi, si può sapere?»

«Voglio che torni a essere quello di una volta e non mi sembra tu ti stia sforzando di tirarci fuori da questo guaio.» Afferrò un lembo della camicia a brandelli e lo strappò, poi vi versò il whisky e tamponò la ferita. «Hai perso Hope ma la vita va avanti.»

«La mia vita non è mai andata avanti.» Gemette a denti stretti per il fastidio che gli procurava la medicazione. «È ferma a Pittsburgh, nel buio di una miniera, tra le botte prese da mio padre e la fame che mi consumava lo stomaco.»

«Non è così.» Gli fece sollevare il viso, negli occhi lo sguardo d’improvviso materno, lo stesso nel quale lui aveva tratto conforto innumerevoli volte. «Sei diventato un uomo, siamo arrivati fino a qui... io e te, Nick!»

«Eppure, ho perso Hope per le mie paure. Credi che avere una moglie non mi piacerebbe, che tenere in braccio i miei figli non sia un desiderio che ho anch’io? Ma che razza di marito e padre sarei per loro?»

«Saresti un buon padre e un bravo marito. Tu l’amavi... a lei sarebbe bastato.»

«Per questo se n’è andata con un uomo che la fa vivere da regina?»

«Non le hai lasciato scelta.» Rachel distolse lo sguardo mentre bendava il braccio con l’ultimo lembo di manica rimasto.

Sapeva cose che lui ignorava? Forse, ma gli mancava il coraggio di porre domande e scoprire verità ancor più dolorose.

«Puoi avvisare Moore di questo guaio?» domandò, indicando il cadavere a terra.

«Sì, posso farlo, ma sarà l’ultima volta. Non resterò qui ancora a lungo a guardare mentre ti scavi la fossa da solo. È arrivato il momento che io pensi a me stessa. Alla prima occasione me ne andrò, anche se lasciarti mi farà un gran male.» Gli rivolse un’ultima severa occhiata e ripulì le mani nel grembiule.

Aveva ragione, era tempo per lui di risollevarsi, scrollarsi di dosso il bisogno di annientarsi e tornare a vivere. Doveva chiudere quella partita e lo avrebbe fatto giocando tutte le carte del mazzo.

Stava per dirle che non ci sarebbe stata un’altra sparatoria né un altro cadavere da far sparire, ma la porta del locale si spalancò sotto la spinta di Brión, e il gruppo di vigilantes avanzò con l’espressione di chi non aveva atteso altro che quel momento.

Il volto di Rachel era una maschera di apprensione che non lo rincuorò. Quegli scagnozzi al soldo della ferrovia erano ben più sleali di chi sbattevano in galera o appendevano con una corda al collo senza alcun processo. Sleali quanto chi li aveva assoldati.

«Un altro morto ammazzato nel tuo locale, Miller?» fece Brión, accosciandosi per controllare il cadavere. «Ci stai prendendo il vizio?»

Si accigliò, infastidito dal tono con il quale l’altro gli si era rivolto. «La volta scorsa non ho premuto io il grilletto, e adesso mi sono dovuto difendere.»

«Beh, questo è tutto da appurare.» Il vigilantes si risollevò e fece un cenno ad altri due che avanzarono con le manette già pronte per essere serrate ai polsi di Nick. «Andremo in fondo alla faccenda mentre tu te ne starai buono in prigione.»

L’istinto lo portò a posare la mano sul calcio della pistola. Nel cuore il battito furioso della paura. Si sentiva come un cavallo preso al lazo, braccato, privato della libertà e già l’ansia invadeva i sensi serrando il cuore nella sua morsa.

Fu lo sguardo sbieco di uno dei due vigilantes a impedirgli di commettere sciocchezze. Quei quattro aspettavano il giusto pretesto per far valere la propria discutibile legge e lo tenevano d’occhio da troppi giorni per lasciarsi sfuggire l’occasione.

Offrì i polsi e lanciò un’occhiata a Rachel. Non la vedeva così preoccupata dalla volta in cui erano scappati da una bisca tra il sibilare delle pallottole. Una lo aveva colpito al fianco e ne portava ancora la cicatrice, a ricordagli che un baro non doveva mai sottovalutare i suoi avversari.

«Andrà tutto bene» le sussurrò nel passarle accanto. Sulla pelle il freddo del ferro e il dolore per la ferita al braccio che ancora faceva pulsare la carne.

Nel rosso del tramonto che lo accolse in strada, sentì gli sguardi dei concittadini posarsi su di lui, curiosi e rapidi, quasi timorosi di fissare un uomo il cui destino era ormai segnato.

Morire impiccato solo per essersi difeso suonava così assurdo!

«Perché non lo fate subito?» domandò, arrestando il cammino così di colpo da strattonare chi lo teneva in catene. «Impiccatemi e finiamola qui.»

«Hai fretta?»

«Non è questo che vuole Andrew Scott?»

«Non so di cosa stai parlando.» Il sorriso del vecchio lo fece rabbrividire. C’era una luce inquietante nello sguardo che gli rivolse. «Ma se hai pestato i piedi sbagliati ne dovrai pagare le conseguenze, prima o poi.»

Avrebbe voluto gridare di rabbia. Il volto di Scott gli si palesò davanti e il ricordo del bacio rubato a Hope irruppe tra i pensieri devastandolo. Aveva sottovalutato quello smidollato, troppo codardo per affrontarlo ma abbastanza subdolo da assoldare qualcuno perché gliela facesse pagare.

La porta del vagone adibito a prigione si aprì e si lasciò spingere dentro imprecando tra sé.

Non poteva finire così, gli scappò quasi da ridere nel pensare all’assurdità della situazione e avanzò sulla paglia che copriva il legno del pavimento, incredulo e con la voglia di annegare in una bottiglia di whisky.

Farsi spezzare il collo come un povero idiota!

Rachel non gliel’avrebbe mai perdonato.

Dannazione, era sopravvissuto alle miniere della Pennsylvania per andare a morire in quella landa desolata.

Avvertì la porta chiudersi e si voltò pronto ad affrontare i suoi aguzzini. Maledetti disonesti, non lavoravano mai alla luce del sole, pensò nell’incassare il primo pugno dritto allo stomaco.

Il conato di nausea amplificato dal dolore sordo.

Si piegò su se stesso in cerca del respiro ora mozzato.

«Come dicevo, hai pestato i piedi sbagliati, e sono certo che quel qualcuno sarà felice se ti daremo una lezione mentre aspettiamo i suoi ordini.»

Quattro contro uno, impossibile pensare di vincere, ma non si lasciò chiudere nell’angolo da quegli energumeni.

Colpì Brión al volto con le mani unite dalle manette, poi si lanciò contro a uno dei sottoposti, deciso a non concedere loro vita facile. Non aveva nulla da perdere, solo tanta rabbia da sfogare e lo fece, tra un pugno incassato e uno sferzato, tra un gemito di dolore e un ringhio di furia cieca. Il braccio ferito doleva da fermare il cuore, ma non vi badò, strinse i denti fin quando ebbe la forza di combattere.

Poi le ginocchia cedettero per la violenza dell’ennesimo colpo incassato. Crollò sulla paglia in una maschera di rabbia e sangue, sotto lo sguardo strafottente di Brión.

«Cosa credevi di fare?» Una domanda in tono derisorio che colpì l’orgoglio e lo fece fremere di rabbia.

La porta della prigione si chiuse.

Si raggomitolò sul pavimento. Il gusto del sangue a invadere la bocca, il corpo trafitto dal dolore.

Andrew Scott gliel’avrebbe pagata cara.

La notte trascorse insonne, con gli occhi puntati oltre la finestrella, alla miriade di stelle che ornavano il cielo. Lo stesso sotto il quale Hope forse stava dormendo ignara di ciò che scuoteva la sua anima.

La paura di morire con la certezza di averla persa per sempre era un pungolo del petto. Scoprire che una parte di sé aveva sperato di ritrovarla e amarla ancora era una consapevolezza che non concedeva pace.

L’alba lo trovò ancora rannicchiato a ripararsi dal freddo, ma si riscosse nell’udire dei passi avvicinarsi al vagone. Riconobbe la voce autoritaria di Moore e quella trafelata del vigilantes che ora pareva meno spavaldo della sera prima. Osservò la porta spalancarsi e Moore strappare le chiavi dalle mani dell’altro prima di congedarlo.

«Cosa succede?» Nick si mosse indolenzito dalle botte e dalla posizione in cui le manette lo costringevano. Sentiva il volto gonfio, le labbra spaccate e il morale a pezzi. La rabbia aveva lasciato il posto al tormento e non era il migliore alleato in momenti come quello.

«Vi libero.» Fece scattare la chiusura dei ferri e li lasciò cadere a terra. «Rachel mi ha raccontato cos’è accaduto, siete sotto la mia protezione adesso e garantirò per voi. Non fatemene pentire.»

«Non accadrà.»

«Vi hanno conciato per bene. A Scott non deve essere andata giù quella vostra visita alla sua donna.» Fece una pausa mentre lasciavano il vagone e gli rivolse uno sguardo paterno. «È un avversario fuori dalla vostra portata, voi lo avrete preso a pugni quando ha baciato Hope, ma lui non può permettersi di affrontarvi a viso aperto e sta giocando sporco per eliminarvi. È abituato a questo genere di cose, naviga nel torbido da sempre e qui ha un potere che voi non avrete mai. Avete rischiato l’osso del collo.»

«Il potere può essere un nemico pericoloso quando si naviga nel torbido, soprattutto se si ha un fratello candidato alle elezioni presidenziali.» Un sorriso affiorò sulle labbra peste e, intanto, il cervello metteva in moto pensieri che lenirono il tomento e alimentarono il bisogno di vendetta.

«Che intenzioni avete?» Lo sguardo interrogativo di Moore riluceva di complicità.

«Studierò il mio avversario. Scommetto che Andrew Scott non si arrenderà facilmente e non gli concederò la possibilità di fare per primo la prossima mossa.»

«Sono certo che giocherete bene le vostre carte.»

«Forse potreste passarmi qualche asso, colonnello.»

«Forse...» L’espressione del volto ne dava però certezza. «Ci beviamo un caffè insieme, dopo che vi sarete dato una ripulita?»

Nick annuì, sentiva già il fremito della vittoria scorrere nelle vene ed era una sensazione che amava da sempre.

 

FINE CAPITOLO
LA LETTURA CONTINUA SEGUENDO LA FRECCIA
SE IL LINK NON È ATTIVO IL CAPITOLO È IN ARRIVO

 




 


Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.

i commenti sono soggetti a moderazione

Tutti i diritti riservati. I contenuti presenti su questa pagina sono di proprietà esclusiva dell'autrice/autore e non possono essere riprodotti, diffusi o copiati.