DOMINA
Capitolo 2 di 4

Scritto il 01/06/2026
da Raffaella V. Poggi


⏱ ~6 min 

Flavia bussò alla porta con le braccia occupate da un fascio di quotidiani, pubblicazioni e due o tre pacchetti che teneva in precario equilibrio aiutandosi con il mento.

«Giorno» bofonchiò al megadirettore galattico, nascosta dietro il suo voluminoso ingombro che depositò tentennante sulla grande scrivania.

«Una firma qui, per piacere» disse lui serio, facendo scivolare un documento sul ripiano.

Flavia sgranò i suoi grandi occhi. «Di cosa si tratta?» domandò con un filo di voce.

«Una ricevuta di consegna.»

Prese la penna che lui le stava porgendo, tolse il tappo e firmò con mano tremante accanto al proprio nome.

«Per questa» spiegò e le porse una busta con l’intestazione della ditta. «Sei licenziata, Flavia» annunciò alzandosi. Aveva buttato lì quella bomba senza guardarla. Si diresse alla porta, la chiuse a chiave e allentò il nodo della cravatta.

“Flavia?” si chiese lei, in preda a un susseguirsi di emozioni di cui la più intensa era la rabbia. Le narici si dilatarono e tremarono appena. “Licenziata. Licenziata!”

Flavia se lo aspettava, ma sentirselo dire… Be’, era tutta un’altra cosa. Stava guardando inferocita la lettera che teneva tra le mani. “Flavia. Ha detto Flavia. Anche ieri, tra le mie gambe… mi è sembrato che… sì… pensavo di aver sentito male… Flavia, ha detto.”

Distratta da quel pensiero, con gli occhi fissi sulla busta, non si era accorta che lui le era arrivato alle spalle, non si era resa conto della stoffa della sua cravatta attorno al collo se non quando aveva sentito il nodo Windsor stringerle la gola.

Adesso era lì, la guancia incollata alla superficie di mogano lucido, schiacciata dal peso di quell’uomo su di sé, con la testa trattenuta dalla pressione di una mano e la gola stretta dal laccio. Flavia ansimava. Era spaventata. Ed eccitata.

Sussultò quando udì la sua voce che le mormorava all’orecchio: «Mi guardi, ora? Vuoi guardarmi, adesso?» Il suo tono era basso e suadente, ma risuonava minaccioso, riverberandosi nell’inguine. Lo sentì armeggiare, le aveva abbassato i pantaloni neri senza fatica e con la mano stava guidando l’erezione dentro di lei. Si spinse, forte. Dentro.

«Uhigh!» gemette Flavia, trattenendo fra le labbra uno strillo.

«No, no. Non lamentarti» la ammonì. «Ora posso, non sei più una dipendente. Lo sai, va contro la politica aziendale… a certi livelli, non è bene mischiarsi con il personale. Non è mio uso.»

«Stronzo!» ruggì lei, inferocita. “Ahiii!” gridò poi, tra sé, trattenendo un gemito che la potente sculacciata su una natica le aveva quasi strappato.

«Zitta! Non hai il permesso di urlare, non hai il permesso di parlare!» le sbraitò all’orecchio. «Stai zitta e godi!» le ordinò, mentre muoveva i fianchi sempre più velocemente per alzare il ritmo. «Tu non hai bisogno di questa merda di lavoro, vero, Fragolina ’86? È così che ti facevi chiamare in chat, o sbaglio?»

“Oh, merda!” pensò Flavia, sconvolta.

«Oppure preferisci che ti chiami Azzurra

“Oh, mio Dio, no! Questo sa tutto!” realizzò, sempre più spaventata.

«Ci ho messo due mesi a ritrovarti, quando hai smesso con quella squallida chat. Ci ho passato le notti, prima di trovare il tuo nuovo sito» le sbraitava all’orecchio, ansimando. «Azzurra si ricorda del Capitano, eh?»

“Oh, mio Dio! No, no, no!”

Certo che se lo ricordava, il Capitano! Come poteva dimenticare?

Con lui, che mai si era fatto inquadrare dalla webcam, aveva inscenato le performance più lascive, condite, però, da quel tocco in più che l’erudizione del Capitano le aveva ispirato. Infatti aveva capito subito che il suo nickname s’ispirava alle Affinità elettive. Lui sembrava apprezzare il sottofondo di Chopin e l’ambientazione molto curata della stanza dove lei si esibiva. E che giochetti aveva inventato per allettarlo e attirarlo ogni sera! Poi lei era diventata Domina e lui, ancora una volta, era riuscito a ritrovarla.

«Ecco!» ruggì, spingendosi più su che poté. «Le senti ora, le affinità elettive? Eh, Flavia, le senti? Rispondi!»

«Sì» mormorò appena. Stava respirando il suo alito caldo.

Lui le aveva afferrato la coda di cavallo e le aveva tirato indietro la testa per parlarle sulle labbra: «E di Edoardo, ti ricordi di Edoardo

Sì, Azzurra ricordava Edoardo. In comune con il Capitano aveva solo il fatto di non mostrarsi in webcam: erano diversissimi, proprio come Edoardo e il Capitano del romanzo di Goethe. Come aveva fatto a non capire?

«Pensi che non li legga, i curricula, eh, Flavia? E so leggere tra le righe… Ammetto che il tuo l’ho letto con più attenzione. Mi ha incuriosito il tuo sguardo che si è posato sulle coste dei libri – lì, sullo scaffale – la prima volta che sei entrata a consegnare la posta; invece di guardare me, il mio abito elegante, i mobili… “Chi cazzo è questa che mi studia?” mi sono chiesto. Hai frequentato il mio stesso liceo e hai finito in cinque anni netti, pur passando sotto la gogna di Attanasio Rossi: un’impresa che è riuscita a pochi, solo all’eccellenza. Terzo anno di medicina… Non si può frequentare medicina e mantenersi da soli, vero? Ti avrei aiutato, sai? Solo che una sera, una di quelle sere in cui mia moglie usciva con il suo amante e avevo voglia di scopare, sono entrato in una chat, per trovare una troia disponibile e ti ho visto. “Cazzo” mi sono detto, “sembra Flavia!” Non riuscivo a spiegarmi come facessi a piacermi, sempre così sciatta, invisibile. Invece mi veniva duro, se pensavo a te, così come adesso, riversa sulla scrivania. Ah, poi l’ho capito, il perché! Cazzo, se ho capito! Non che m’interessassero certi giochetti da sfigati, ma con te… be’, era tutta un’altra cosa! Sono quasi cinque anni che abbiamo una relazione e tu neanche lo sai, divertente, vero? Io mi diverto un casino! Almeno quanto ti diverti tu a tormentare quei poveri cazzoni che finiscono tra le tue grinfie. Li ho scovati tutti, sai? Siamo tutti in contatto, li ho agganciati via LinkedIn, tutti dispostissimi a buttarsi nel fuoco per te, Domina. Ma tu questo lo sai, non è vero? E pagano bene, quindi non ho avuto remore a chiedere la tua testa, anche se la tua amica sindacalista si è battuta come un leone per te. Chi dovevo sacrificare? Autieri Massimo, con tre figli piccoli? Oppure la centralinista, Carlotta Bogetti. Chi? Dimmelo tu? Invece della loro, ho chiesto la testa tua e quella della segretaria del direttore del commerciale, quella che fa la escort per pagarsi i vestiti firmati. Tu no! Tu perché lo fai? Me lo chiedo da cinque anni: all’inizio sapevo che era per il mutuo e per riuscire a metter via due soldi per riprendere a studiare, ma ora – tic-tac, tic-tac – il tempo passa… Ora che vuoi fare, Flavia? Vuoi scappare via? Lontano da me? Un’altra volta? Intanto ti ripesco, puoi starne certa; è una missione, la mia. Adesso, quando io ho finito, prendi le tue cose e te ne vai. E ricominci da dove hai interrotto: ci penserò io a te.»

«No! Mai!» strillò umiliata, china a ricevere le sue spinte.

«Allora non hai capito! Sono io il Dominus, sono io il Padrone. “Io” sono il tuo Padrone! Penso io a te, da adesso. Poi, mi sa tanto che mi costa anche di meno. Ora tu vai a casa e mi aspetti… e adesso baciami, stronza!»

 

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