IL VISCONTE NERO
Capitolo 3 di 21

Scritto il 12/06/2026
da ROBERTA CIUFFI


⏱ ~13 min · 2522 parole

 

Così, l'uomo vestito di nero era il Visconte Farleigh. Thomas, come lo chiamavano Lord Wadelton e sua sorella. Non c'era da stupirsi che fossero preoccupati per lui. Annabelle esaminò il proprio volto riflesso nello specchio. Era pallido, ma non quanto lo era stato ai tempi dell'orfanotrofio e dall'aria non così malaticcia.

Il viaggio non le era piaciuto. Detestava sentirsi rinchiusa in un luogo ristretto, in compagnia d'estranei. Per quanto amichevoli cercassero di dimostrarsi nei suoi confronti, erano solo dei datori di lavoro e l'interesse che dimostravano per lei era proporzionato alla somma spesa per il suo ingaggio.

Anche se forse quello di Lord Wadelton rischiava di assumere una sfumatura diversa.

Sorrise ironicamente, sistemandosi dietro la nuca una ciocca ramata. I capelli le aderivano al capo lisci e lucenti come seta. Il suo viso, privo dei riccioli posticci che andavano di moda, appariva austero e nello stesso tempo in possesso d'ogni ornamento necessario a riscuotere l'ammirazione degli uomini.

Perfino quella di un Pari d'Inghilterra.

Il taglio modesto dell'abito celava tutto ciò che la decenza imponeva di celare, ma non riusciva a camuffare le snelle linee del corpo, né la loro distintiva eleganza.

Dalla finestra della stanza che le era stata assegnata, Annabelle sentiva il rumore del mare. Sembrava che le ondate si schiantassero contro le mura stesse di Farleigh Hall, ansiose di risucchiarle nei flutti. Spostò la tenda e guardò fuori. Gli alberi le coprivano la vista, snelli pioppi tremolanti alla brezza marina, e oltre quelli c'era solo il buio.

Probabilmente, dalla torretta in cui il visconte viveva il mare era chiaramente visibile. Chissà che effetto gli faceva, guardare notte e giorno la scogliera da cui era precipitata sua moglie.

Tornò col pensiero al motivo di quel viaggio e alle frammentate informazioni che era riuscita a strappare ai suoi datori di lavoro. Quanto dovevano odiarla, quella necessità di svelare l'intimità di un loro pari a una creatura che in fondo consideravano inferiore! Purtroppo avevano bisogno di lei e dei suoi decantati talenti di guaritrice.

Annabelle aveva sei anni quando il suo particolare dono si era rivelato, anche se all'inizio solo a lei e alla sua sorella gemella, Mabel. Era cresciuta condividendo spazi mentali che non le appartenevano, emozioni che la facevano star male, ma che per molto tempo non era stata in grado di comprendere né decifrare. La presenza di Mabel l'aveva spronata a controllare la sua abilità. A non abbandonarsi al flusso incessante delle sensazioni che la circondavano, come un fuscello trascinato dalla corrente. La povera Mabel, che parlava solo con le mani e l'espressione del viso, l'aveva salvata dalla follia.

Ora, a ventun anni, il suo era divenuto un nome noto e un sinonimo di speranza per molte persone afflitte e bisognose d'aiuto. Annabelle Trenton leniva il dolore, scopriva nuove strade in direzione della salvezza e confortava con la sua sola presenza. Ma era la prima volta che qualcuno la impiegava per un compito così impegnativo e tanto lontano da Londra.

Con la mano stretta alla tenda, chiuse gli occhi e cercò di individuare l'atmosfera della casa attorno a lei, la grande dimora composta di decine di stanze, magazzini, solai e popolata da un'intera corte di servitori destinati ad accudire non più di un pugno di persone. Con irritazione, si accorse che non ci riusciva. Qualcosa stava interferendo nel suo tentativo, una sorta di onda non proprio ostile, ma inquieta, quasi impaziente, come una voce che gridasse in una lingua sconosciuta.

Nonostante la sua fama, Annabelle non credeva nei fantasmi. Credeva invece nelle sensazioni e che l’animo delle persone fosse in grado di comunicare emozioni che altri, particolarmente dotati, riuscivano a cogliere… anche se non sempre a interpretare.

Scosse il capo, come se questo potesse schiarirle le idee. Al suo arrivo, una particolare sensazione l'aveva guidata verso la sala da ballo e ora tornava a turbarla. Era solo stanchezza, si disse, lasciando ricadere la tenda. Dopo la cena, avrebbe fatto meglio ad andare a dormire presto.

 

 

Anche Thomas, Visconte Farleigh, stava fissando nel buio che avvolgeva la sua casa. Qualche ora prima aveva udito il rumore di una carrozza che si avvicinava e poi le voci dei suoi famigliari di ritorno da una visita: quella nasale della madre, così aristocraticamente impostata, e l'altra un po’ lamentosa della piccola Susan. Non più così piccola, per la verità. D'improvviso, esclamazioni di gioia, passi di corsa, la voce gioiosa di suo figlio.

«Zia Lydia! Zia Lydia!»

Avrebbe voluto affacciarsi per guardare, ma si era ritratto, così come fece adesso, rientrando nella sicurezza della stanza.

Era in collera con se stesso. Aveva perso di nuovo il controllo. Non lo stupiva che Crane l'avesse mandato al diavolo. Al suo posto avrebbe fatto lo stesso. O, forse – pensò, versandosi un bicchiere di whisky ‒ lui avrebbe fatto qualcosa di peggio.

Si accorse che la sua mano stava tremando. Con cautela, posò la bottiglia sul tavolo, poi tese le mani di fronte a sé, osservandone il tremito, aspettando che passasse. Gli sembrava di essere costituito interamente di nervi. La mascella era dolente, irrigidita dalla tensione. Ogni parte di lui doleva e fremeva.

Con uno scatto improvviso, ritrasse le mani e se le portò alla faccia. Che Dio lo proteggesse, che cosa stava diventando? In cosa stava trasformando la propria vita?

Il tremito lo afferrò di nuovo, facendolo sussultare violentemente. Se avesse bevuto a sufficienza, fino a perdere la ragione, allora avrebbe potuto disobbedire a quell'imperativo interiore che lo spronava a correre nella notte per cercare uno sfogo alla sua furia. Si sarebbe accasciato sul letto, o perfino sul pavimento, immerso in un sonno non riposante né tranquillo, ma almeno innocuo.

Gli incubi lo avrebbero assalito, tormentandolo finché non si fosse deciso ad aprire gli occhi. Di nuovo e di nuovo la scena si sarebbe ripetuta nella sua mente: la notte tormentata dai fulmini, il terreno reso fangoso dalla pioggia, sua moglie sul ciglio della scogliera, che urlava che preferiva morire che tornare indietro con lui…

Esitò, sfiorando con le dita l'orlo del bicchiere pieno. Poi, con un moto di ribellione, lo afferrò e lo portò alle labbra. Lo vuotò in fretta e tornò a riempirlo una seconda volta. Per quella notte, il visconte nero sarebbe rimasto a casa. Black Tom non avrebbe fatto del male a nessuno.

 

 

Nonostante la stanchezza del viaggio e il fastidio di trovarsi in un'immensa casa affollata di sconosciuti, Annabelle si destò perfettamente riposata. Per una vecchia abitudine aveva dormito solo in una metà del letto, accoccolata contro il bordo come per lasciar spazio ad altri occupanti. Destarsi e trovarsi sola le procurò l'immediato senso di sollievo che contrassegnava ogni suo risveglio, dal giorno che aveva abbandonato l'orfanotrofio.

Si rigirò a pancia in sotto, ricapitolando gli avvenimenti della sera precedente. Aveva conosciuto la famiglia del Visconte Farleigh. La Viscontessa Vedova – Lady Fairleigh – e sua figlia si erano dimostrate cortesi ma distanti. Le loro menti erano state come specchi che rimandavano le emozioni di coloro che li circondavano. In quell’anno, dovevano aver imparato a erigere delle barriere per proteggersi dalla vergogna e dal sospetto. La sensazione che Annabelle provava non proveniva da loro.

Per qualche istante aveva visto anche il bambino, che, però, era stato subito trascinato nella nursery come un fagotto di cui occorresse disfarsi.

Il visconte non si era presentato e nessuno si era curato di mandarlo a chiamare o di accennare alla sua assenza. Durante la cena, la conversazione era stata blanda e priva d'interesse. Consapevole che Lady Farleigh non si sarebbe mai addentrata in questioni di famiglia di fronte a un'estranea, Annabelle si era ritirata presto.

Come si aspettava, la cameriera incaricata di assisterla non possedeva gli scrupoli delle sue padrone. Le cose che avvenivano in quella casa erano troppo gustose perché il personale di servizio le tenesse per sé.

Bitty, una ragazza dal naso all'insù e dalla lingua sciolta, si era dimostrata più che felice di riversare i suoi pettegolezzi in un orecchio ancora vergine.

Le aveva raccontato una storia che per sommi capi conosceva già: un anno prima Lady Farleigh, la moglie del visconte, era precipitata in mare dalla scogliera. La famiglia aveva sostenuto la tesi della disgrazia, ma non ci aveva creduto nessuno. All'epoca si era parlato di suicidio, anche se era difficile capire perché una donna così giovane, bella e ricca dovesse commettere un'azione tanto sciocca.

Adesso, però, la gente cominciava a sospettare che sotto ci fosse qualcosa di peggio, qualcosa di terribile.

«Dicono che è stato Black Tom» aveva sussurrato la ragazza, guardandosi attorno spaventata. «Dicono che lui l'ha buttata di sotto perché lei voleva lasciarlo.»

 

 

«Black Tom» mormorò Annabelle, scivolando fuori dal letto. Il visconte maledetto. Il visconte nero.

Forse, dopotutto, si trattava solo di una banale lite coniugale, degenerata in un gesto delittuoso… che l'uomo che aveva intravisto il giorno prima le sembrava perfettamente in grado di compiere. Forse quello di cui il visconte aveva bisogno non era una guaritrice, ma un robusto paio di manette.

Si alzò, poggiando i piedi sul tappeto. Un tempo quello sarebbe stato un lusso impensato, per lei, ma da qualche anno, da quando il suo nome era divenuto famoso nei più esclusivi circoli londinesi di amanti delle discipline esoteriche, neppure la sua casa difettava di tappeti.

C'era gente disposta a pagare qualunque prezzo per avere risposte che avrebbe potuto benissimo darsi da sola. O per ricevere l'alito di una speranza, che lei, da parte sua, era molto parca a concedere.

Sollevò la testa di scatto, come se avesse udito un richiamo. Il mare. Ancora il mare. Presa da una frenesia estranea alla sua natura si liberò della camicia da notte. Voleva vederlo senza nessuno attorno, senza Lord Wadelton a magnificarne l'effetto tonico sui nervi o Lady Lydia a rabbrividirle vicino, chiedendo di tornare al chiuso.

Si vestì in fretta e legò i capelli in una semplice treccia ricadente sulla schiena. In ultimo infilò gli stivaletti, afferrò uno scialle e uscì dalla stanza.

Il piano signorile della grande casa era immerso nel silenzio e la porta principale ancora chiusa, ma lei avrebbe scommesso che ai livelli inferiori vi fosse già un fervere di attività. Possedeva un ottimo senso dell'orientamento e non le fu difficile capire dove dovesse dirigersi. Difatti, poco dopo sbucò nella grande cucina interrata, dove delle facce assonnate e stupite si girarono a guardarla.

«Come faccio a uscire?» chiese, senza perdersi in spiegazioni.

«Di là.»

Un ragazzino le indicò una scala, vicino allo scivolo delle derrate. Vi si diresse a passo veloce, ignorando gli sguardi di stupore che la seguirono, mentre saliva i pochi ripidi gradini e spingeva la porticina che dava sul retro della casa.

 

 

Il cielo schiariva lentamente e gli alberi cominciavano a staccarsi dal fondo buio. Spirava una brezza non forte ma continua. Annabelle respirò a fondo, più volte, distinguendo l'odore salmastro del mare da tutti gli altri che la circondavano. Ecco un lusso che il suo nome famoso non le aveva ancora consentito di accaparrarsi.

Immobile sul bordo della scogliera, separata dal precipizio solo da un palmo di terra e sassi, chiuse gli occhi. Il rumore del mare era un ruggito basso, roco, simile all'avvertimento di un gigante malevolo: se mi vieni troppo vicino, ti prenderò.

Il suo volto si aprì in un sorriso di sfida. No che non mi prenderai.

Il suo corpo si scuoteva per brividi che non erano solo di freddo. Lentamente, riaprì gli occhi e lasciò che si riempissero della terrificante visione di tutta quell'acqua in movimento.

L'alba era arrivata di soppiatto. Il sole era apparso quasi d'improvviso in un cielo al momento di un grigio striato di rosa, mentre una mezza luna color madreperla ancora veleggiava alla sua destra. La brezza era aumentata d'intensità, divenendo un vento fastidioso, che la strattonava, come intenzionato a precipitarla in basso. La gonna priva di crinolina sbatteva rumorosamente, attorcendosi attorno alle sue gambe. La treccia si era subito arresa alla sferza gelida e i capelli si muovevano col vento, sollevandosi, avvinghiandole il collo, colpendola sul volto con ferocia quasi intenzionale. Sotto di lei, a circa un centinaio di piedi di roccia grigia – un'altezza che la faceva formicolare di deliziato orrore ‒ c'era la piccola spiaggia, dove il mare si avventava chiaramente animato da sentimenti ostili.

Annabelle spalancò le braccia e respirò a pieni polmoni. Era un mondo pauroso, esaltante e quasi eccessivo, per lei del tutto nuovo. Fissò lo sguardo sull'orizzonte, notandone la linea curva che segnava il confine con altra acqua, e poi altra ancora. Dapprima non notò la lieve variazione nel movimento ipnotico del mare. Dei gabbiani passarono stridendo nel cielo, assecondando flessibili e maestosi le raffiche del vento.

Nell'acqua apparve una testa.

Annabelle arretrò, spaventata.

Accanto alla testa emerse un braccio nudo, che subito tornò ad affondare nell'acqua, lasciando il posto all'altro braccio, in un movimento alternato che aveva il ritmo sicuro di un lavoro ben fatto.

Comprendendo che si trattava di un nuotatore e non di un cadavere, Annabelle avanzò pericolosamente vicino al dirupo, il corpo un po’ inclinato in avanti. Qualcuno era entrato in quella gelida distesa d'acqua e la stava fendendo sicuro come un pesce, diretto alla riva. Il suo cuore iniziò a battere in maniera inspiegabilmente ansiosa. Quando un'onda più forte delle altre sollevò il corpo, lei emise un suono strozzato.

L'uomo si limitò a riposare un istante, per poi riprendere il suo movimento cadenzato, preciso. Giunto in acque troppo basse per continuare a nuotare, si fermò, piegato su se stesso a riprendere fiato, quindi sollevò di scatto la testa e scosse i capelli con forza. Calmo, si alzò in piedi. Ondeggiò per un istante, non perfettamente in equilibrio, e poi avanzò piano fino alla riva.

Annabelle non si stupì nell'accorgersi che era completamente nudo. In un simile paesaggio, tra quegli elementi, non poteva essere altrimenti. Restò a fissarlo, senza chiedersi se dovesse distogliersi da quella vista scandalosa.

A colpirla non era tanto la sua condizione, quanto la robusta compattezza di quel corpo, magro senza essere macilento. Quando lui si passò le mani tra i capelli, ravviandoli indietro, la ragazza notò il movimento scattante dei muscoli delle braccia e le spalle larghe, vigorose. Seguito dal suo sguardo, avanzò fino alla spiaggia, scosso dai brividi.

Un forte colpo di vento le rovesciò la gonna. Con un'esclamazione strozzata, Annabelle si affrettò ad afferrarla e rimetterla al suo posto, trattenendola con le mani. Era stato un grido neppure degno di questo nome, che poteva facilmente confondersi con le strida dei gabbiani, ma l'uomo sollevò di scatto la testa e guardò in alto.

Il cuore di Annabelle iniziò a palpitare precipitosamente. Riconobbe gli occhi infossati e il mento deciso. Dalla distanza di sessanta piedi, rimasero a scrutarsi, per quanto era possibile cogliere l'uno dell'altra. E infine Annabelle si rese conto di cosa stesse facendo: stava guardando un uomo nudo, e lui la guardava mentre lo faceva. Il freddo l'abbandonò d'improvviso e un calore composto di vergogna e confusione l'avvolse, facendola avvampare. Si ritrasse dal bordo della scogliera, ma con il volto sempre rivolto verso di lui, incapace di distogliersene.

Quando non lo vide più, solo allora ruotò su se stessa e si mise a correre in direzione di Farleigh Hall.

FINE CAPITOLO
LA LETTURA CONTINUA SEGUENDO LA FRECCIA
SE IL LINK NON È ATTIVO IL CAPITOLO È IN ARRIVO